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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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lunedì 3 dicembre 2018

A SINISTRA, MA CONTROMANO di Norberto Fragiacomo




A SINISTRA, MA CONTROMANO
Appunti sparsi su un testo, quello di Fabrizio Marchi, da leggere per capire e imparare qualcosa di utile
di
Norberto Fragiacomo


Confesso che mi sono accostato a CONTROMANOCritica dell’ideologia politicamente corretta con estrema curiosità e un tantino di diffidenza: la prima frutto della sincera stima che provo per l’autore, Fabrizio Marchi (uomo di vasta cultura oltre che piacevolissimo commensale), la seconda derivante dal fatto che sovente le raccolte di articoli o riflessioni mancano di unitarietà, sballottano il lettore a destra e a manca negandogli il legittimo piacere di raggiungere infine la meta.
Orbene, il testo ha fugato sin dalle pagine iniziali i miei timori, convincendomi e appassionandomi sempre più: nessuna frammentarietà, al contrario una lucida visione d’assieme che abbraccia ambiti apparentemente distanti ed estranei l’uno all’altro, svelando analogie spesso inquietanti, e riesce a tracciare grazie all’acutezza dell’osservatore un identikit realistico della società capitalista contemporanea. Un saggio vero e coerente, insomma, ma anche indigesto per chi seguita ad abbeverarsi alle fonti dell’informazione sistemica e, per credulità, superficialità o codardia intellettuale, persevera nel ritenere quest’obbrobrio quotidiano “il migliore dei mondi possibili”. Mi correggo: questa categoria di telespettatori giammai si confronterà con l’opera che ho davanti agli occhi e, se per puro caso vi s’imbattesse, la getterebbe lontano inorridita – meglio le favole che ci raccontano.
Su molte di quelle favole Marchi si sofferma, e lo fa affidandosi – oltre che a dati pubblici ma “invisibili” per una platea distratta – a un modo di ragionare rigoroso e serrato che non sente mai il bisogno di sbalordire il lettore con paroloni ed effetti speciali: “si accontenta” di prospettargli un’interpretazione controcorrente del reale. Per essere chiari: a parte la laurea in filosofia, l’unica cosa che l’autore e il Fusaro che innerva di avverbi impronunciabili (“heideggerianamente”) la sua prosa hanno in comune è il debito – riconosciuto da Fabrizio, che pur non rinuncia alla critica – nei confronti di quel geniale outsider che fu Costanzo Preve. Uno scomunicato, per l’appunto: e tale si sente (e definisce) pure Marchi. Ma si sa: l’accostamento al discusso Diego Fusaro - che comunque propone temi di assoluto rilievo - piuttosto che al purtroppo misconosciuto Preve serve a certa “sinistra” per squalificare i pensatori scomodi, bollandoli di “rossobrunismo” quando, anziché compiacersi di recitare stanche litanie di finta critica al sistema, provano ad indagare nel profondo: Fabrizio Marchi lo fa da annorum e, pertanto, va relegato ai margini. Non è forse del tutto condivisibile la sua ripetuta affermazione secondo cui oggidì esistono due tabù solamente, Israele e il femminismo: tabù è anche un’analisi critica del sistema nel suo complesso, che non si limiti a singoli aspetti – sia pur importanti – o non presenti un tasso di genericità tale da renderla innocua e digeribile. Non sparate sulla sovrastruttura, insomma, perché proprio la sua tenuta garantisce la sopravvivenza di un sistema che, pur ammettendo volentieri le proprie brutture, sa presentarsi come progressista e privo di alternative che non siano peggiori del “male”.

domenica 14 ottobre 2018

PANE, CITTADINANZA E SICUREZZA di Norberto Fragiacomo




PANE, CITTADINANZA E SICUREZZA
di
Norberto Fragiacomo



Più ancora del borioso e divisivo Governo Renzi quello attuale sta catalizzando su di sé sentimenti opposti, che vanno da un’implacabile avversione a genuini entusiasmi (tralascio l’opposizione sempre più sbracata del PD: fino a ieri viva voce dei mercati, i suoi esponenti si sgolano oggidì nei panni di ultras dello spread).
I sostenitori, va riconosciuto, sono in larga maggioranza: le loro schiere, tuttavia, sono per lo più formate da “gente comune” che fa di necessità virtù, e per difetto di alternative affida le proprie preci alla trimurti Conte-Di Maio-Salvini. Meno numerosi sono coloro – in buona parte di provenienza marxista – che motivano il proprio appoggio con argomenti più articolati, assegnando in sostanza a questo anomalo esecutivo un ruolo che potremmo definire di “guastatore” nei confronti del fortilizio europeo e liberista. Eccesso di fiducia e ottimismo? Mi piacerebbe avessero ragione, ma a essere onesto coltivo parecchi dubbi sugli intenti “rivoluzionari” dei c.d. gialloverdi e soprattutto sulla loro determinazione, sulla capacità di tenuta di fronte agli assalti esterni: benché indebolita dalle stramberie di Trump, la finanza euroatlantica sa di non potersi permettere una tattica attendista (e difatti ha già scatenato il personale politico di servizio, da Juncker ai figuranti piddini).

domenica 30 settembre 2018

IL RAZZISMO OGGI: OLOGRAMMA O MINACCIA CONCRETA? di Norberto Fragiacomo




IL RAZZISMO OGGI: 
OLOGRAMMA O MINACCIA CONCRETA?
di
Norberto Fragiacomo


Cosa sta succedendo nell’Italia “gialloverde”?
A prestar fede ai notiziari si ha netta l’impressione che il neofascismo abbia rialzato la cresta e – complice la benevola protezione della Lega – facinorosi di destra imperversino nelle città, prendendo di mira gli immigrati e quel poco che residua della sinistra. Fascismo e razzismo ci vengono presentati come una coppia di fatto, dioscuri in rapida ascesa che s’infiltrano in tutti i ceti sociali dissodando il terreno a beneficio di forze autoritarie, nazionaliste, antioccidentali e (magari) guerrafondaie.

mercoledì 22 agosto 2018

SULLE REGOLE DELLE CONCESSIONI AUTOSTRADALI di Norberto Fragiacomo






SULLE REGOLE DELLE CONCESSIONI AUTOSTRADALI
 di Norberto Fragiacomo *




Le regole sulle concessioni sono oscure, 
ma i principi dell'ordinamento sono chiari. 
Altro che indennizzo!




Concessioni autostradali: ridda di voci discordanti e contraddittorie, anche in seno al governo – semplicemente perché contraddittoria e raffazzonata risulta la disciplina applicabile. 

Tocca andare a tentoni. Si tratta, anzitutto, di concessione di beni oppure di servizi? La questione non è di lana caprina, perché nel secondo caso trova applicazione la disciplina del Codice degli appalti (D. Lgs. 50/2016), nel primo invece no. Ora, le autostrade sono beni demaniali: un tanto fa propendere per la prima soluzione – dubitativamente, perché corriamo in una zona non meno grigia dell’asfalto stradale. 

Ci trovassimo di fronte a una concessione di servizi la soluzione parrebbe chiara: il concedente – già in base alla disciplina previgente – dispone di strumenti di autotutela tanto esterni/pubblicistici (annullamento e revoca: giurisdizione al Giudice Amministrativo) quanto interni/privatistici (recesso e risoluzione per inadempimento: decide il Giudice Ordinario). I primi vengono attivati se i vizi – di legittimità o di merito – attengono alla gara a monte, i secondi si ricollegano a particolari situazioni a valle, coincidenti in genere con gravi inadempimenti contrattuali. 

domenica 6 maggio 2018

CINQUE STELLE CADENTI di Norberto Fragiacomo




CINQUE STELLE CADENTI
di
Norberto Fragiacomo



Gli esiti delle elezioni “in Friuli” (per la verità ci sarebbe pure la Venezia Giulia, ma l’informazione italiana l’ha ormai tacitamente abrogata!) sono stati catastrofici per il moVimento lanciato da Beppe Grillo: i cinque astri che risplendettero la notte del 4 marzo parrebbero essersi ridotti ad altrettante stelle cadenti.

Lo smacco subito in Molise è stato soltanto l’anticipazione di un’autentica disfatta a nordest: in meno di due mesi il M5stelle ha perso oltre 106 mila dei 169.299 voti conquistati a marzo (alla Camera), passando dal 24,56 al misero 11,67% di preferenze ottenuto dal candidato Presidente Alessandro Fraleoni Morgera. Se poi considerassimo esclusivamente i voti di lista lo scenario sarebbe ancor più desolante: una percentuale del 7,06% significa meno di 30 mila suffragi. Prendiamo per buono il primo dato, e non solo perché spiace infierire: nel caso dei 5stelle, sempre beatamente soli, chi sceglie il front-man sceglie automaticamente anche la lista.

sabato 24 marzo 2018

Lotte (e Autolesionismo) di classe di Norberto Fragiacomo





Lotte (e Autolesionismo) di classe
di
Norberto Fragiacomo


Sto pian piano leggendo, nei ritagli di tempo concessimi dal lavoro, un’opera di Domenico Losurdo dedicata alla lotta di classe[1].

Senza perdersi in convenevoli l’illustre cattedratico polemizza sin dalle primissime pagine con i pensatori (quasi tutti transfughi del marxismo convertiti all’idea liberale) che, per compiacere chi li foraggiava, già negli ultimi decenni del Novecento diedero per definitivamente morta la lotta di classe. L’autore ha buon gioco nel dimostrare il contrario, partendo da una frase del Manifesto del ’48 che del libro (e del ragionamento losurdiano) costituisce quasi l’architrave: “La storia di ogni società sinora esistita è la storia delle lotte di classe”.

Ciò che viene negato non è il fatto, evidentissimo, che la suddetta lotta alterna fasi acute ad altre di relativa stasi, né che il livello di consapevolezza diffuso fra i “combattenti” oscilla a seconda delle epoche storiche (l’ascesa è in genere lenta e contrastata, i crolli vertiginosi): si intende piuttosto contrastare la sicumera di quanti, per ragioni ideologico-propagandistiche, pretendono che assieme alla Storia il capitalismo trionfante abbia schiantato anche la lotta e le motivazioni oggettive e soggettive che ne stanno alla base. Quello dello scontro – aperto o latente - fra le classi è un fenomeno destinato a riprodursi fino a quando queste ultime esisteranno: onestamente la tesi di Losurdo mi sembra inconfutabile.

venerdì 9 marzo 2018

LA SINISTRA SI E’ ESTINTA? di Norberto Fragiacomo






LA SINISTRA SI E’ ESTINTA?

Riflessione “tiepida” su una scomparsa (niente affatto misteriosa) denunciata dopo il 4 marzo

di
Norberto Fragiacomo



Il più patetico De profundis per la Sinistra antisistema è stato intonato domenica notte da quattro amichevoli compagni al bar (per la precisione: in un locale di S. Lorenzo a Roma): il giubilo non artefatto di Viola Carofalo e i bizzarri cori di vittoria degli attivisti di Potere al Popolo hanno meravigliato persino il cinico maratoneta Mentana.

Come interpretare questa sorta di “allegria di naufragi”? Qualche buon bicchiere di vino dei Castelli aiuta ma non basta, e la spiegazione non può essere individuata nel fatto che le prime proiezioni assegnavano a PaP un 1,6% meno deprimente del misero 1-1,1% effettivamente ottenuto: già in quel momento l’accesso al Parlamento appariva irrimediabilmente precluso. Le vere ragioni di tanto gaudio sono state parzialmente indicate dalla sorridente “capo-partito”: un pugno di ragazzi napoletani partiti da un semisconosciuto centro sociale è riuscito in meno di tre mesi a prendersi il Brancaccio, raccogliere una marea di firme, presentare la lista in tutte le regioni italiane e guadagnarsi qualche centinaio di migliaia di voti d’opinione. Avrebbe potuto aggiungere la giovane partenopea, fosse stata più maliziosa: siamo stati capaci di coinvolgere nel progetto partiti autentici (seppure in disfacimento) senza lasciarcene fagocitare, ed anzi relegandoli a portatori d’acqua. A rivederla così, la scenetta perde un po’ del suo tono parodistico, esprimendo piuttosto il legittimo orgoglio di chi – come i diecimila a Cunassa – ha tenuto bene il campo in mezzo alla disfatta generale. Legittimo orgoglio misto a sollievo: la reazione liberatoria rivela ciò che forse era meglio non emergesse – il timore, serpeggiante fino all’ultimo, di andare molto, ma molto peggio…

Resta però un dato indiscutibile: per la Sinistra c.d. radicale la sconfitta del 4 marzo è più pesante – lo dicono i numeri – di quelle sofferte nell’ultimo decennio da Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile[1] e via dicendo. Pesante e (forse) definitiva.

sabato 17 febbraio 2018

NOI E LORO? di Norberto Fragiacomo




NOI E LORO?
di
Norberto Fragiacomo


Stando ai quotidiani e a chi vi ha preso parte la recente manifestazione di Macerata è stata un evento pacifico, gioioso e partecipato: in sintesi, un notevole e confortante successo. Considerate le premesse, che tutto filasse liscio non era affatto scontato, e qualche marginale sgradevolezza - probabilmente enfatizzata, se non “creata” dai media - non basta a deturpare il quadro: è assurdo pretendere che una dimostrazione abbia i toni e la solennità di una messa cantata.

Detto questo, a lasciar perplesso chi scrive sono stati i contenuti, che si riducevano alla duplice condanna di «fascismo» e «razzismo»: il primo impersonato da forze politiche di cui viene denunciata la crescita spettacolare e che bisognerebbe invece mettere al bando, il secondo visto come una malattia contagiosa che sta rapidamente infettando la società italiana (e quelle europee). Stanno davvero così le cose? E’ lecito dubitarne, anche se le preoccupazioni non sono del tutto infondate. Esistono in Italia partiti apertamente fascisti, che annoverano tra le loro fila militanti (ovvero strizzano l’occhio a simpatizzanti) che, pur senza magari conoscere approfonditamente genesi e dottrine del movimento mussoliniano, da fascisti si comportano, e possono senz'altro costituire una minaccia oggettiva. Quantificarli è difficile, ma si tratta comunque di sparute minoranze, all'interno delle quali si annidano razzisti convinti e dichiarati. Attenzione: non parlo genericamente di xenofobi, ma specificamente di razzisti, cioè di persone convinte di appartenere a una razza superiore (quella bianca) che, come tale, ha pieno diritto di disporre a piacimento di quelle inferiori. Traini appartiene a questa categoria? Occorrerebbe chiederglielo; sono sicuro, d’altra parte, che non vi appartenga la stragrande maggioranza dei cittadini che si lamentano del numero crescente di stranieri in circolazione e delle loro “strane” o addirittura detestabili abitudini: alle radici di questa ripulsa (verbale) ci sono insofferenza e paura, non disprezzo razziale.

venerdì 9 febbraio 2018

LO SPAURACCHIO DEL RAZZISMO ALLE PORTE di Norberto Fragiacomo





LO SPAURACCHIO DEL RAZZISMO ALLE PORTE
di
Norberto Fragiacomo




Un’avvertenza: questa riflessione volante non riguarda adepti del PD e “progressisti” stile Boldrini, né tantomeno l’ultradestra liberista che, con brutale franchezza, ha assunto il nome d’arte di “+Europa”.
Mi riferisco invece a quella sinistra che i media sistemici si compiacciono di definire “estrema” per via dell’ostinato (od ostentato?) attaccamento alle proprie radici. A commento del gravissimo episodio di Macerata si succedono a tamburo battente dichiarazioni allarmate di esponenti di quest’area, il cui minimo comune denominatore è il seguente: l’Italia è diventata un Paese razzista, e questo razzismo ormai generalizzato è il maggior pericolo per la democrazia (domanda oziosa: esiste ancora?). L’informe e ubiquo movimento “nero” avrebbe le sue avanguardie armate (il pistolero di Macerata si presta assai meglio dell’attaccabrighe di Fermo a impersonare il ruolo, anche se pure le gesta di quest’ultimo furono prese a pretesto per criminalizzare un’intera città!) e le sue masse di manovra, formate da comuni cittadini che non esprimono in atti clamorosi il loro “odio” verso gli stranieri. Un esempio? L’autista del bus finito sul giornale per aver dato dei tumbani ad alcuni passeggeri di colore – e pazienza se l’epiteto ha in triestino una chiara intonazione scherzosa (ricordo un vecchio professore di chimica che lo adoperava nei confronti dei suoi studenti): in quanto espressione di “razzismo” la condotta va severamente stigmatizzata e punita.

domenica 4 febbraio 2018

L'UTOPIA "MINIMALISTA"

di Norberto Fragiacomo

  
Fra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo i governi europei provano ad alleviare la condizione miserevole della classe lavoratrice, creando un primo embrione di Stato sociale: in Italia Giolitti fa propri i risultati ottenuti dal c.d. socialismo municipale dando impulso ai servizi pubblici locali, mentre si affermano forme primitive di previdenza e assistenza agli “ultimi”.
Nel ventennio fra le due guerre si fanno passi avanti (e locali dietrofront) a livello continentale, ma è nei “trenta gloriosi” che il modello giunge a maturazione, assicurando ai lavoratori e alle loro famiglie un tenore di vita accettabile, diritti adeguati e – assieme ad essi – una cittadinanza non soltanto sulla carta. Le ragioni di questa evoluzione sono molteplici, e la geopolitica gioca un ruolo centrale; tuttavia l’attivismo e il consenso raccolto fra le masse dalle formazioni d’ispirazione marxista sono potenti fattori di trasformazione socio-economica tanto nella prima quanto nella seconda metà del secolo.

venerdì 26 gennaio 2018

A PROPOSITO DI MIGRAZIONI di Norberto Fragiacomo




A PROPOSITO DI MIGRAZIONI 
di 
Norberto Fragiacomo

Non occorre risalire fino all’antica Roma o ai tempi di Genghis Khan per reperire esempi di migrazioni dagli effetti dirompenti se si tiene a mente che l’essenza di ogni fenomeno migratorio è l’abbandono (spesso forzato, sempre traumatico) da parte di un gruppo umano dello spazio vitale originario - in estrema sintesi: una perdita. 

domenica 7 gennaio 2018

I COMPITI A CASA DELLA SINISTRA POPOLARE di Norberto Fragiacomo





I COMPITI A CASA DELLA SINISTRA POPOLARE
di
Norberto Fragiacomo



Per quanto appena partita, la campagna elettorale 2018 ci ha già proposto l’assaggio di inverosimili promesse da marinaio, nessuna delle quali verrà mantenuta, e un carnascialesco affollamento a “sinistra”, ammesso che si possano ascrivere a una generica area progressista il PD renziano sfacciatamente padronale, un partitello d’ispirazione analoga, ma che surroga la sfacciataggine di Renzi con l’aristocratico “buonismo” della Boldrini (Liberi e Uguali), e la pattuglia ultraliberista, atlantista e sorosiana raccolta intorno alla Bonino, cui il versatile Tabacci ha doverosamente offerto una corsa in taxi per il Parlamento.

Poco spazio residuerà per le voci autenticamente critiche, che saranno sommerse dalla canea riformistico-europeista e dal suo approssimativo contraltare; cionondimeno le forze popolari dovranno utilizzare lo spiraglio concesso da una campagna elettorale altrimenti inutile per inviare un messaggio chiaro ai cittadini prima che agli elettori. Vano sarebbe soffermarsi su piccole, sconce vicende di cronaca: tocca costruire il futuro, non rammendare un logoro presente. Si riparta allora dalla Costituzione, strenuamente difesa un anno fa dagli italiani, per pretendere che la sua prima parte – quella che assicura diritti – venga finalmente attuata: “basterebbe” questo a far cadere le innumerevoli controriforme (del lavoro, della sanità, della scuola ecc.) che, nell’ultimo ventennio, hanno riportato la condizione di famiglie e lavoratori italiani a quella degli anni ’50. 

martedì 26 dicembre 2017

DIRITTI CIVILI PER POLLI DA ALLEVAMENTO di Norberto Fragiacomo





DIRITTI CIVILI PER POLLI DA ALLEVAMENTO
di 
Norberto Fragiacomo


                                     
Sono sinceramente lieto dell’approvazione, da parte del Parlamento nazionale, della legge sul testamento biologico, e del pari mi rallegrerei se venisse finalmente disciplinata la delicata materia dell’eutanasia: ritengo infatti che ad ogni essere umano vada riconosciuta la “proprietà” della rispettiva esistenza, pur condivisa – nei fatti – con destino, malattie, volontà altrui e accidenti vari.

Mi domando, però, se non sia paradossale che a uomini ormai spogliati di ogni bene venga concessa – come premio di consolazione? – la facoltà (limitata e condizionata, peraltro) di decidere solamente della propria dipartita, del momento cioè in cui il loro valore economico-produttivo si azzera.
Assistiamo, d’altra parte, a un faticoso quanto esaltato progresso dei diritti civili proprio mentre i diritti sociali – quelli dei vivi – stanno lasciando questo mondo occidentale.Un tanto non è frutto del caso: al regime imperante piace mostrarsi munifico, sempreché il dono non gli costi nulla. Quando invece sono in palio interessi concreti la logica inesorabilmente si capovolge: tocca ai cittadini dare del loro, senza contropartita.

Il sistema politico-economico capitalista veste volentieri, semel in anno, l’uniforme di gala, che agli occhi di masse sapientemente dirette lo fa apparire seducente e “democratico”, ma è l’insulso baccanale di un giorno solo: sotto la livrea indossa sempre una tuta da lavoro imbrattata di sangue, sporcizia e lacrime. L’affermazione di diritti civili spesso discutibili e “antisociali” (perché disgregatori dello spirito comunitario) è profumo dolciastro che copre il lezzo di cancrena, mano di vernice su una parete lesionata e prossima al crollo: l’intima essenza del capitalismo del XXI° va ricercata altrove.

Dove? Nei ritmi da miniere ateniesi imposti da Amazon, nei licenziamenti facili dell’Ikea, negli ukase dittatoriali di O’ Leary, l’unico “pilota” garantito di Ryanair. Negli ambienti di lavoro le tecnologie del duemila convivono con modalità di sfruttamento e mentalità ottocentesche: il dipendente potrà forse stabilire quando morire (possibilmente in un periodo di scarsa domanda), ma non quando andare alla toilette.
La vita cede il passo alla produzione, che trasforma il lavoratore in risorsa degna di restare al mondo finché funzionante.

In fondo si tratta della medesima logica che sta alla base degli allevamenti intensivi di polli e altri animali commestibili: quando osserviamo impietositi o scandalizzati quegli infelici agonizzare chiusi a decine in spazi angusti e perennemente illuminati da lampade elettriche dovremmo realizzare che non siamo di fronte a compiaciuto sadismo, ma ad un’asettica esaltazione della tecnica moderna. La carne a basso costo e magari adulterata degli instrumenta semivocalia serve ad alimentare gli instrumenta vocalia, cioè noi tutti: indignarsi è vano, tanto le galline quanto la stragrande maggioranza degli umani sono null’altro che strumenti di profitto, e come tali vengono trattati. Domani toccherà agli insetti, che hanno l’inestimabile pregio di essere in numero pressoché infinito e di costare niente.

La sua vera faccia il Capitale la mostra negli stabilimenti più avanzati e nei lager che riforniscono i supermercati: è questo il sostrato, il basamento su cui poggia la società odierna. La pretesa di “riformarla” è perciò assurda, a meno che non ci si contenti (come fa certa pseudo-sinistra) di spargere un po’ di belletto sul suo volto grifagno.
Per chi oggi governa il mondo noi siamo utensili (come lavoratori) e merce (come consumatori): se vogliamo tornare ad essere uomini e donne dobbiamo scavare in profondità, abbattere la prigione imbiancata e innalzare un edificio di nuova concezione. Ogni strada alternativa conduce al punto di partenza, cioè ad una servitù ingentilita, ben che vada, da modiche quantità di “diritti civili”.
Anche col biotestamento firmato sotto il braccio restiamo polli ammassati in un metro quadro.



domenica 3 dicembre 2017

LA MOLESTIA QUOTIDIANA DELLE “FAKE NEWS” di Norberto Fragiacomo







LA MOLESTIA QUOTIDIANA DELLE “FAKE NEWS”
di
Norberto Fragiacomo
I media italiani - e non soltanto loro - paiono, di questi tempi, aver messo da parte ogni pudore: dopo essersi profusi in geremiadi per l’affaire Anna Frank (cioè per l’idea balzana concepita da quattro giovinastri di sfottere i “nemici” romanisti stampando l’immagine della povera ragazza assassinata in un Lager nazista), si sono sbizzarriti nel pubblicare notizie fasulle ai danni di quelle autentiche, sistematicamente occultate.

Quanto si parla della schiavitù salariata in Amazon e Ikea? Lo scrivo con amarissima ironia: il minimo sindacale. In compenso, assistiamo a un proliferare di trasmissioni dedicate al tremendo pericolo delle fake news trumpian-putiniane e a una continua, proterva riproposizione del chiacchiericcio/gossip sulle “molestie sessuali” novecentesche.

Andiamo con ordine, anche se i due temi sono interconnessi: per un giornalista onesto (Travaglio) che chiama le c.d. fake news col loro nome, cioè balle, e annota che sono sempre esistite, c’è una pletora di mestieranti che ostentano candido e indignato stupore per questa diabolica invenzione di mr. Trump – il bieco serpente che attenta alla castità della libera informazione.

Ci sarebbe da sganasciarsi per la scoperta dell’acqua calda (del fatto, cioè, che il giornalismo sconfina sovente nella propaganda più becera, e che certa politica trova in quest’ultima la migliore alleata), ma purtroppo in quell’acqua siamo quotidianamente immersi, e rischiamo di scottarci – se non di bollire vivi. Rammentiamolo allora, una volta per tutte: le false notizie, vale a dire le menzogne, sono indispensabili al potere, perché utili a tenere le masse in uno stato di minorità e soggezione, oltre che a condizionarne la condotta - come abbiamo appreso alla scuola elementare, nessun problema (matematico o economico/sociale) può essere risolto se non si dispone di dati precisi. Donald Trump ha mentito al proprio elettorato, rappresentando un mondo e un futuro diversi da quelli reali o (da lui) auspicati? Sicuramente, ma altrettanto vale per i suoi predecessori: possiamo risalire fino a Ramses II, che eternò nella pietra il mito di Qadesh, trasformando un sanguinoso “pareggio” in un trionfo del faraone dai capelli rossi, ancor oggi ricordato come il più grande fra i sovrani egizi. Immortale potenza di psyops

giovedì 2 novembre 2017

OLTRAGGIO ALLA CATALOGNA di Norberto Fragiacomo




OLTRAGGIO ALLA CATALOGNA
di
Norberto Fragiacomo



Alcuni giorni fa ho rilanciato, sulla mia pagina Facebook, “Omaggio alla Catalogna” di Giorgio Cremaschi, un post in cui il glorioso leader sindacale riprendeva la sinistra pedante - sempre alla ricerca di rivoluzioni da manuale - provando a ricordarle che le c.d. rotture di sistema avvengono alle condizioni e nei luoghi più impensati, che i moti popolari mischiano sovente rivendicazioni schiettamente borghesi ad altre più avanzate, che una dose di ambiguità e contraddizioni è fisiologica; che, in ogni caso, «lo stato confusionale dei poteri forti UE» dinanzi alla vicenda catalana «dimostra che la rottura c’è», e dunque la causa di Barcellona va sostenuta. Citando una frase napoleonica spesso ripetuta da Lenin (on s’engage, et puis on le verra) Cremaschi ha inteso dire che quasi sempre i primi passi sono al buio, ma vanno fatti – perché l’alternativa è l’immobilismo, l’attesa beckettiana di un’irrealistica insurrezione perfetta.
Condivido l’analisi e l’appello, ma la reazione al post di stimati compagni (più dell’ozioso chiacchiericcio che intasa la rete) suggerisce che la mia posizione, all’interno della c.d. estrema, è controversa e forse manco maggioritaria.
Quali obiezioni vengono mosse alla visione cremaschiana, che mi risulta coincidere con quella di Risorgimento Socialista? Le esternazioni anti-indipendentiste sono riconducibili a due posizioni diverse: la prima è quella di coloro che tacciano i catalani di avarizia, perché vogliono tenersi la ricchezza prodotta in loco tutta per sé, senza spartirla con i poveracci dell’Andalusia o dell’Estremadura – il movente dell’indipendentismo sarebbe insomma grettamente economico, i suoi fautori borghesi meschini e “di destra”. La seconda tesi è più articolata: si dubita della genuinità del movimento e lo si ricollega ad oscure trame di destabilizzazione europea. Assisteremmo all’ennesima “Rivoluzione colorata” di marca sorosiana.

mercoledì 18 ottobre 2017

OTOBRE DEL '17 di Norberto Fragiacomo




OTOBRE DEL '17
di Norberto Fragiacomo


Per finta otobre, iera za novembre:
le siole sbrissa su canai de iazo
a Pietrogrado e dapertuto neve
sora la grande Russia inzenociada.

Croste de pan in tasca in brazo 'l s'ciopo:
el povaro mugico va a l'assalto
incontro a un incubo de fogo e fero;
ma ormai de pope e zar più no 'l se fida.

L'Europa xe un'atomica[1] che fis'cia,
ma drento resta a boir solo i vanzumi
de classi macelade tute intiere
per el profito de chi fa canoni

impinindose 'l cul col patriotismo.
Tremàz pei altri, bombe e la spagnola.
L'apostolo xe in pase con se stesso:
vignirà 'l tempo, 'l cambia la bandiera

col tricolor o l'aquila prussiana,
chè quela rossa servi pei comizi
o tut'al più per ingrumar careghe.
Nissun se speta quel che nassi in Russia,

indove un omo dialoga col Libro,
inveze de dir frasi a papagal.
El Volga imenso de l'infanzia scori
fra boschi zali verso un mar distante,

ma tanto più lontan lo ga sbatudo
fin dentro busi indegni la sua fede
soborghi sbrindelosi e biblioteche
con zinque tomi e do letori in crose;

e adesso finalmente 'l torna a casa,
con l'idea mata de riscriver tuto
contro partito, Storia e mezo mondo.
Solo un Leon pol starghe 'lora al fianco.

Le guardie un fiume rosso ne la note,
po Aurora spunta vizavì 'l palazo.
El sol de l'avenir? Resta un miragio
in quei ani che va come balini

perché sveiarli - i omini - xe dura
e intivar strade nove no xe un witz.
Lenin ga furia, ma 'l sa ben che l'Alpe
no te la vinzi a gratis co' una corsa,

e 'sta montagna xe talmente impervia
che la zima sbiadissi ne la sera.
La via pe'l Socialismo ancora longa
la ga scurtada Stalin per decreto:

aerei gaver conta, e boni cari,
industrie che funzioni – ‘l proletario
diventa insieme una legenda e un servo,
bon a crepar sui campi de batalia

come ‘l fazeva ai tempi de Nicola.
Xe ndà tuto in malora, me ricordo,
ma ‘l mondo ogi xe pezo, senza l’URSS
e ciama ‘l cortigiàn “democrazia”

rapina, trufa, guera e s'ciavitù
(ma grazie al cielo pol sposarse i gay).
No xe rivado sul traguardo Lenin,
e pur la direzion la iera giusta.

Viva l’Otobre e la Rivoluzion!







[1] Niente paura: in dialetto triestino la “atomica” è semplicemente (e curiosamente) la pentola a pressione!


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