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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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mercoledì 11 giugno 2014

IL GRUPPO DELLA SINISTRA UNITARIA EUROPEA (GUE): UN PO’ DI CHIAREZZA di Jacopo Custodi



IL GRUPPO DELLA SINISTRA UNITARIA EUROPEA (GUE): UN PO’ di CHIAREZZA


La probabile alleanza al Parlamento Europeo tra il M5S di Beppe Grillo e Nigel Farange, leader dell’UKIP britannico (una scissione di destra del Partito Conservatore della Thatcher), ha riaperto la discussione sui ruoli e sui programmi dei gruppi politici al parlamento europeo. È quindi necessario analizzare sinteticamente anche il Gruppo della Sinistra Unitaria Europea (GUE), che raccoglie i deputati europei dei vari partiti di sinistra. Iniziamo col numero dei seggi: saranno 48, e non 45 come scrive frettolosamente Aldo Giannuli sul suo blog. Fino a pochi giorni fa avrebbero dovuto essere 50, ma i comunisti greci delKKE hanno dichiarato che lasceranno il GUE, in opposizione al crescere della popolarità di Alexis Tsipras, che in Grecia attaccano veemente chiudendosi in un duro settarismo. I suoi 2 europarlamentari siederanno quindi tra i non-iscritti (dove sono presenti anche i loro connazionali nazisti di Alba Dorata), condannandosi alla marginalità politica all’interno dell’europarlamento.

giovedì 19 settembre 2013

A SCUOLA DALL’E.Z.L.N. (Viaggio nelle comunità zapatiste) di Jacopo Custodi





A SCUOLA DALL’E.Z.L.N.
Viaggio nelle comunità zapatiste 

di Jacopo Custodi


E’ stato un privilegio assistere come alunno al corso di primo livello La libertad según l@s zapatistas che si è svolto in Chiapas (Messico) in vari territori controllati dai governi autonomi zapatisti dal 12 al 17 agosto. Per partecipare era necessario un invito, che ho potuto ricevere tramate il Comitato “Maribel” di Bergamo, da anni impegnato in una solidarietà attiva con la lotta zapatista e da cui arrivano tutte le traduzioni in italiano dei comunicati.

Verso San Cristóbal de Las Casas

Dopo un lungo viaggio aereo passando per Francoforte e Dallas arrivo finalmente a Cancún e mi ritrovo subito immerso nella realtà messicana. Non avevo mai visto differenze di classe così evidenti e territorialmente delineate: si passa dagli sfarzi della costa di Cancún, con i suoi enormi Hotel lussuosi fino all’estremo, alle fatiscenti baraccopoli di periferia e ai tradizionali villaggi contadini delle campagne, che mi tengono a lungo affacciato al finestrino del bus Cancún – San Cristóbal, durante il viaggio di 19 ore.

Al CIDECI


Il mio incontro con gli zapatisti inizia al CIDECI (Centro Indigena de CapacitaciònIntegral), anche chiamato Università della Terra, situato nella periferia di San Cristóbal. Qui finalizziamo la nostra iscrizione e riceviamo i quattro libri del corso: Governo Autonomo I, Governo Autonomo II, Resistenza Autonoma e Partecipazione delle Donne al Governo Autonomo. * Siamo circa 1700 studenti provenienti da ogni parte del mondo, anche se la maggior parte sono Messicani. Nonostante sia la prima volta che gli zapatisti organizzano una scuola (si poteva vedere benissimo come loro fossero emozionati quanto noi) l’organizzazione è eccellente. Veniamo suddivisi tra i cinque Caracoles, i centri delle provincie zapatiste. Lì risiedono le Giunte di Buon Governo, probabilmente la forma di autogestione più radicale che si conosca oggi nel mondo. Ogni provincia è poi suddivisa in vari Municipi Autonomi Ribelli, a loro volta composti da numerose comunità. Mi viene assegnato il Caracol III La Garrucha e da questo momento vengo separato dai compagni italiani con cui avevo condiviso la prima parte del viaggio. 

sabato 1 dicembre 2012

VIAGGIO A MARINALEDA di Jacopo Custodi






VIAGGIO A MARINALEDA
Un’enclave socialista nel capitalismo spagnolo in crisi
di Jacopo Custodi

Il socialismo non è nato per innalzare muri. Socialismo significa tendere la mano agli altri e insieme ad essi convivere pacificamente. Non è il sogno di un visionario ma un preciso progetto politico.


Arrivo a Marinaleda dopo un viaggio di una ora e mezza in macchina da Siviglia. Ho l’impressione di essere qui solo come “turista politico” e la cosa mi molesta un po’, ma sono solo l’ultimo di una lunga lista, dagli Ska-P ai rappresentanti del governo venezuelano. Questo piccolo comune di 2.800 abitanti potrebbe essere uno dei tanti comuni delle immense campagne andaluse, se non fosse che nel 1979, alle prime elezioni municipali libere, vinse un piccolo movimento di estrema sinistra, il CUT, creato appositamente dal Sindicato de Obreros del Campo (sindacato affiliato al movimento internazionale Via campesina) per partecipare alle elezioni. Da quell’anno il CUT e il suo carismatico portavoce, Juan Manuel Sánchez Gordillo, hanno vinto ogni successiva tornata elettorale.

Gordillo mi racconta che prima del ’79 Marinaleda viveva di emigrazione, con alti tassi di semi-analfabetismo e disoccupazione. Oggi ha una disoccupazione tendente allo zero e ci sono un asilo, scuole moderne e attrezzate, un comprensorio sanitario che garantisce i trattamenti standard, un centro sportivo, servizi a domicilio per gli anziani, un centro per i pensionati, un ampio centro culturale, un campo sportivo da calcio, una piscina e un parco tenuto benissimo. Durante l’intervista ritorna più volte sul funzionamento radicalmente democratico del comune. L’Assemblea Generale, a cui partecipano dalle 400 alle 600 persone, discute tutte le decisioni politiche e approva il bilancio comunale. Le Assemblee Locali, espressioni dei vari quartieri, affrontano i problemi locali più urgenti, mentre i Gruppi di Azione si occupano di tematiche specifiche come la cultura, lo sport o l’ecologia. Queste strutture permettono alla cittadinanza di essere realmente partecipe nella presa delle decisioni e sembrano mettere in pratica i concetti di “democrazia diretta” e “bilancio partecipativo”. Gordillo mi confessa che la democrazia assembleare non è facile, e se essa è possibile, è grazie al forte senso di comunità che è maturato negli anni tra la popolazione. Senso di comunità che si è sviluppato durante le numerose lotte di Marinaleda: espropri e occupazioni secondo quella che lui chiama “non-violenza attiva” e che spesso si è conclusa con arresti e repressione (lo stesso Gordillo è stato arrestato pochi mesi fa per aver distribuito generi alimentari agli indigenti rubandoli a un supermercato Carrefour). Ma che a volte ha portato a grandi vittorie, come nel 1991 quando i lavoratori di Marinaleda espropriarono con successo a un aristocratico 3.000 acri di terra, dove oggi si sono organizzati in cooperativa.

Tutti i lavoratori ricevono lo stesso salario, 1.128 euro al mese per 35 ore lavorative settimanali. Inoltre vengono organizzate giornate di lavoro volontario dove la gente svolge progetti di utilità sociale come il miglioramento delle strade o delle case. È possibile avere una casa di 90 mq più cortile per 15 euro al mese, a patto che i futuri inquilini partecipino alla costruzione della casa. Il comune paga dei professionisti che promuovono laboratori rivolti all’insegnamento delle tecniche di muratura, idraulica ecc. e che svolgono i compiti più complicati durante la costruzione.
La polizia locale non esiste, è stata abolita anni fa e i soldi risparmiati vengono utilizzati nel sociale.
La città ha anche una radio e una televisione dove, oltre a programmi di musica e intrattenimento, si parla delle lotte che si sviluppano in tutto il mondo, dai movimenti europei alla Palestina, al Sahara occidentale, all’America Latina. Le vie della città portano nomi come Salvador Allende, Solidarietà e Libertà. Parlando dei suoi rifermenti politici, mi dice di ispirarsi al pensiero marxista e a quello anarchico, e nomina Guevara e Gandhi. Interessato, domando cosa pensa dei governi progressisti dell’America Latina, come il Venezuela. Mi risponde che, nonostante i limiti e gli errori, essi rappresentano una speranza per tutti noi. 

Sul momento penso che anche Marinaleda rappresenta per noi una speranza ma, riflettendoci su, mi rendo conto che non è solo questo, è qualcosa di più. È un esempio, un riferimento, la dimostrazione concreta che anche in Europa, dove infuria la crisi capitalista e il welfare scompare ogni giorno di più, un mondo diverso è davvero possibile.

17/11/2012

scritto per Kronstadthttp://beta.kronstadt.it/




domenica 22 maggio 2011

Potenzialità e limiti della ''Rivoluzione Bolivariana'' di Jacopo Custodi

Il processo di trasformazione sociale ed economica in atto in Venezuela, la c.d. revolución bolivariana guidata da Hugo Chávez, è un argomento che continua a dividere la sinistra radicale e/o comunista, tra chi difende a spada tratta il “comandante” Chávez e chi, all’opposto, liquida l’argomento sbrigativamente considerando il Venezuela un regime militare (il Partito Comunista dei Lavoratori, per dirne uno).

Certo è che con la prima vittoria di Chávez alle elezioni presidenziali del dicembre ’98 è iniziato un processo di risveglio sociale e di ritrovata mobilitazione popolare che ha travolto nel giro di pochi anni gran parte del subcontinente, facendo dell’America a sud del Texas, per citare il linguista Noam Chomsky, il “luogo più progressista al mondo”.

Questa “primavera latinoamericana” è tuttora in corso e, nonostante alcune preoccupanti controtendenze - si veda su questo il recentissimo triste caso di Joaquín Pérez Becerra -, è nella Repubblica Bolivariana di Venezuela che ha trovato la sua espressione più radicale, soprattutto in seguito al fallito colpo di stato dell’opposizione antichavista nel 2002. Altri importanti paesi del radicalismo latinoamericano sono la Bolivia e Cuba, ma entrambi meriterebbero un discorso a parte; mi limito solo a dire che Cuba ha avuto un ruolo determinante nel passaggio del governo bolivariano verso posizioni socialiste e antimperialiste: Castro ha assunto di frequente un atteggiamento di “affettuosità paterna” nei confronti del giovane colonnello venezuelano.

La rinata visibilità internazionale, la ritrovata passione politica della popolazione e le numerose e importanti misure prese dal governo per ridurre povertà e diseguaglianza - finanziate grazie ai proventi derivanti dalla nazionalizzazione del petrolio - bastano a documentare come il Venezuela di oggi si presenti profondamente diverso da quello dei primi anni novanta.

Ma sono le riforme economiche l’aspetto più interessante del bolivarismo, soprattutto oggi dove per trovare esperienze di economia pianificata siamo costretti a rivolgerci verso totalitarismi ereditari come la Corea del Nord.

Chávez in questi anni ha rotto con il passato neoliberale: ha realizzato una vasta riforma agraria che ha intaccato i grandi latifondi, incentivato la nascita di cooperative, nazionalizzato varie industrie e compagnie, una parte del sistema bancario e finanziario (con la recente nascita di una borsa valori pubblica), qualche struttura turistica e alcuni settori in passato appartenenti allo stato, come la telefonia, l’elettricità e l’acqua, quasi sempre con ampi indennizzi. Come spiega Erik Toussaint, il ricorso all’indennizzo serve ad evitare condanne per il mancato rispetto dei trattati bilaterali sugli investimenti sottoscritti dal Venezuela. Il diritto internazionale, infatti, consente agli Stati di procedere a nazionalizzazioni se indennizzano correttamente i proprietari.

Si stanno inoltre sperimentando forme embrionali di controllo operaio delle industrie nazionalizzate, in seguito alla pressione di diverse organizzazioni operaie. Il movimento operaio venezuelano, infatti, va assumendo una coscienza di classe sempre più marcata e proprio in questi giorni a Ciudad Guayana si sta realizzando l’Encuentro Nacional por el Control Obrero y los Consejos de Trabajadores y Trabajadoras il cui motto è ¡Ni capitalistas ni Burócratas! Todo el Poder para los Trabajadores y Trabajadoras.

Difficile dire se queste nazionalizzazioni vanno realmente verso un progetto socialista di economia pianificata, come Chávez sostiene, rifacendosi in parte alle teorie sul Socialismo del XXI secolo di Heinz Dieterich. Sicuramente non c’è stata quella dissoluzione dei meccanismi e degli apparati tipici dello stato borghese di cui più volte ha parlato lo stesso Chávez e purtroppo il Venezuela continua, nonostante vaghi proclami internazionalisti e il genuino antimperialismo, ad avere una politica estera “classica” in cui ragion di stato (“spaventoso cancro che tutto divora” la definisce il marxista argentino Néstor Kohan) e meri interessi geopolitici spesso prevalgono sui principi.

Queste pesanti contraddizioni esprimono, in ultima analisi, il fragile compromesso fra retorica e pragmatismo presente fin dall’inizio della rivoluzione e sono forse un retaggio del caudillismo e del populismo tipici della storia latinoamericana. Ma la presenza di queste gravi contraddizioni non ha portato, almeno fino ad ora, ad un arresto o ad una stabilizzazione del processo bolivariano; in parte, e questa è un’opinione tutta mia, anche grazie alla sostanziale ignoranza culturale di Chávez che, soprattutto nella prima fase, ha impedito una fossilizzazione dogmatica della rivoluzione dando così spazio, all’interno del movimento, a voci diverse e eterogenee.

Per una rapida conclusione, si potrebbe dire che la rivoluzione bolivariana è una rivoluzione sociale a metà che rischia di rimanere tale e, come disse Louis de Saint-Just, “coloro che fanno una rivoluzione a metà non hanno fatto altro che scavarsi una tomba”. E’ compito dei rivoluzionari di tutto il mondo far sì che questo non accada e che la rivoluzione si completi.

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