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lunedì 22 aprile 2013

NAPOLITANO SECONDO (INCIUCIO)




di Lorenzo Mortara
Rsu Fiom Rete28Aprile


Come volevasi dimostrare, l’inciucio già preventivato, è infine arrivato e nel peggiore dei modi.
Nessuno, nemmeno noi, poteva prevedere un simile epilogo. Grigio è il ramo della teoria, ma sempre verde è l’albero della vita diceva pressapoco Goethe e con ragione. Quel che conta, comunque, non è aver previsto i dettagli della situazione – questo è impossibile – ma aver diagnosticato con sufficiente precisione la dinamica generale degli avvenimenti. Non ci voleva granché per la verità, comunque visto che c’è anche chi non è in grado di prevedere l’ovvio noi segniamo un punto a nostro favore. Non si tratta di passare per indovini, non abbiamo la sfera di cristallo, ma un metodo, quello marxista, che è ancora il migliore, per non dire l’unico, per orientarsi nelle vicende sociali senza perdere la bussola.

lunedì 31 dicembre 2012

Perché Giorgio Napolitano è il peggiore Presidente della storia della Repubblica




di Giuseppe Angiuli


Quello che ascolteremo nelle prossime ore sarà l’ultimo discorso di fine anno di Giorgio Napolitano pronunciato dalla scrivania di Presidente della Repubblica italiana. 
È mia ferma impressione che egli sia stato senz’ombra di dubbio – da Enrico De Nicola fino ad oggi - l’uomo peggiore tra tutti coloro i quali hanno ricoperto la carica di Capo dello Stato dal 1948 ad oggi. 
Provo a spiegarne il perché. 


Il settennato di “Re George” (2006-2013) verrà verosimilmente identificato con la fase storica in cui la cosiddetta Costituzione materiale del nostro Paese ha subito il suo più clamoroso stravolgimento e le più evidenti manomissioni, con conseguenze purtroppo destinate a lasciare un segno indelebile (oltreché nefasto) nella vita democratica dei cittadini italiani, per un periodo lungo di qui a venire. 

Intendo affermare che lo spirito con il quale il vecchio (post)comunista napoletano, da sempre sospettato di genealogia regale (1,) ha interpretato il ruolo di Capo dello Stato in questi sette anni, ha finito per imprimere una svolta in senso oligarchico all’assetto dei Poteri dello Stato al punto da porre Giorgio Napolitano aldilà e al di fuori di qualsiasi confronto con tutti coloro i quali lo avevano finora preceduto, facendoci rimpiangere finanche le figure presidenziali più “opache” tra quelle passate dal Quirinale in questi 60 anni, vale a dire Antonio Segni, Giovanni Leone e Francesco Cossiga. 



Per comprendere appieno la reale gravità delle responsabilità storiche che penderanno a lungo sul capo di Napolitano occorre soffermarsi attentamente sulla locuzione Costituzione materiale
La nozione di Costituzione materiale fu introdotta grazie all’elaborazione del giurista Costantino Mortati in contrapposizione a quella di Costituzione scritta o formale
Accanto alle regole scritte – intendeva spiegare il Mortati – esiste tutta una serie di prassi, atti e comportamenti adottati dagli organi costituzionali, che contribuiscono progressivamente ed inesorabilmente a trasformare di fatto l’assetto dei rapporti civili, sociali e politici tra i cittadini di uno Stato-nazione. 
In sostanza, oltre alle norme scritte, l’assetto dei poteri di uno Stato soggiace costantemente all’influenza data dai comportamenti concretamente posti in essere dai singoli detentori delle cariche che si avvicendano nella loro effettiva gestione. 
E dunque, nella storia istituzionale di un Paese, accanto alle norme codificate, si afferma col tempo un insieme di princìpi che, quantunque non presenti formalmente nel corpo della carta costituzionale, assurgono al rango di diritto vivente, assumendo un’importanza che spesso può anche travalicare lo stesso significato letterale delle norme scritte. 
Pertanto, per verificare quale sia il grado di effettiva democrazia all’interno di un Paese, non è soltanto alla carta costituzionale formale che tocca guardare bensì anche alla Costituzione materiale (2). 

Orbene, se si analizzano attentamente alcuni comportamenti messi in atto dall’attuale Presidente della Repubblica nel corso del settennato che sta per volgere al termine, non è difficile convincersi che costui abbia attuato dei clamorosi strappi con prassi istituzionali che solo fino a poco tempo fa erano unanimemente considerate intoccabili all’interno delle nostre istituzioni repubblicane. 

Non è mancato in questi anni chi ha accusato apertamente Napolitano di avere agito non soltanto in violazione delle prassi della nostra Costituzione materiale ma di avere di gran lunga travalicato i confini delle sue stesse funzioni e prerogative formali, così come codificate all’art. 87 della nostra Carta fondamentale (3): a tal proposito, merita di essere quanto meno menzionata la clamorosa azione di cui si è resa protagonista l’avvocatessa sarda Paola Musu, che il 2 aprile del 2012 ha denunciato penalmente Giorgio Napolitano per diversi reati, tra i quali spicca quello di attentato contro la sovranità, l’indipendenza e l’unità dello Stato Italiano, previsto dall’art. 241 del codice penale.




La coraggiosa professionista cagliaritana, prendendo spunto dal controverso passaggio politico-istituzionale che nel novembre 2011 aveva visto il tecnocrate Mario Monti proiettato, nel giro di poche ore, dalla cattedra del tempio accademico del pensiero neo-liberista italico (la Bocconi) direttamente a Palazzo Chigi, ha addebitato a Giorgio Napolitano la responsabilità per avere promosso un percorso politico-istituzionale che ci starebbe conducendo da essere una Repubblica democratica, in cui la sovranità appartiene al popolo (come icasticamente recita l’art. 1 della Costituzione) ad una Repubblica aristocratica, cioè quella in cui “alcune famiglie vi godano la suprema potestà” (Montesquieu, “l’èsprit des lois”). 

Ma senza volere avventurarci nell’esaminare la fondatezza del rilievo penale adombrato dalla Musu nei comportamenti assunti dall’inquilino del Quirinale, è fuor di dubbio che questo settennato si sia caratterizzato per delle situazioni inedite che mai prima d’ora avevano contraddistinto l’operato di un Presidente della Repubblica. 

Nel nostro ordinamento, la figura del Capo dello Stato, pur rivestendo anch’essa una natura (ovviamente) “politica”, fu concepita dai padri costituenti come quella di un mero arbitro, di un soggetto primus inter pares estraneo alla competizione tra le forze politiche proprio in quanto supremo garante del funzionamento dei meccanismi della democrazia parlamentare. 
Nessuna norma scritta o prassi prevedono, ad esempio, che il Presidente della Repubblica possa intervenire nel dibattito tra le forze democratiche del Paese, prendendo posizione a favore o contro una particolare scelta politica; men che meno, nessuna norma o prassi prevedono che il Capo dello Stato possa interagire direttamente con gli altri organi costituzionali a carattere decisionale (il Parlamento e l’Esecutivo) al fine di orientarne le scelte fondamentali attorno alle quali si deve sviluppare la libera discussione da cui fare infine scaturire la decisione democratica (4). 
Giorgio Napolitano, purtroppo per noi, ha fatto entrambe le cose: non soltanto ha agito da vero e proprio attore politico, condizionando pesantemente il “libero agire” delle forze politiche in momenti delicatissimi della dialettica democratica (in cui egli avrebbe dovuto limitarsi ad essere un silenzioso osservatore) ma ha avuto perfino l’ardire di rivolgersi direttamente al Parlamento ed al Governo (creando un precedente gravissimo), intimando loro l’adozione di precise scelte politiche attorno a questioni fondamentali in materia macroeconomica! 




Due su tutti gli episodi che segnano una rottura con una lunga prassi a cui tutti i precedenti inquilini del Quirinale ci avevano abituati: la guerra di Libia (marzo 2011) e la formazione del Governo dei banchieri a guida Mario Monti (novembre 2011). 
Quanto alla prima vicenda, difficilmente potremo dimenticare l’immagine di un Presidente della Repubblica che, in occasione dei festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, nel retrobottega del Teatro dell’Opera a Roma, intima al riluttante Berlusconi di dare il suo pieno avallo ai bombardamenti NATO sulla Libia di Gheddafi. 

Lo so, era già avvenuto che l’Italia partecipasse all’assalto militare ad una nazione sovrana, spacciando ipocritamente tale crimine per una “missione di pace”. Ma mai era avvenuto che lo sfregio all’art. 11 della Costituzione fosse perorato, incoraggiato e vivamente caldeggiato in prima persona proprio da colui il quale dovrebbe ergersi a supremo garante della nostra grundnorm
È vero, già nel 1999 era accaduto che il primo governo guidato da un ex comunista (D’Alema) fornisse il proprio avallo all’assalto imperialista alla Jugoslavia di Milosevic ma in quel caso lo scaltro Ciampi si era limitato a chiudere tutti e due gli occhi, senza essere l’artefice diretto di una scellerata decisione politica già presa da D’Alema medesimo col pieno apporto di Francesco Cossiga (il quale nelle sue memorie parla apertamente di una scelta assunta nel corso di una “cena a tre” con l’ambasciatore U.S.A. a Roma). 


Ma anche la sfrontata risolutezza con la quale Napolitano si è rivolto al Governo-Berlusconi ed allo stesso Parlamento italiano per invitarli ad ossequiare il prima possibile i contenuti della lettera-diktat dell’agosto 2011 a firma Draghi-Trichet grida giustizia. 
Contrariamente a quanto viene fatto credere all’opinione pubblica, le scelte di cosiddetta austerity economica “suggeriteci” dalla Troika B.C.E.-F.M.I. e dalla “sergente di ferro” Angela Merkel, lungi dal costituire degli impegni cui l’Italia doveva necessariamente tenere fede in ossequio a non ben precisati princìpi superiori, costituivano delle decisioni di politica economica che, in una democrazia che è tale non solo sulla carta, non possono che costituire il frutto di una meditata e prolungata discussione tra le forze parlamentari, anziché il risultato di una mera imposizione autoritaria: è sotto gli occhi di tutti, dunque, che Giorgio Napolitano, in tale precisa occasione, ha agito apertamente - come mai prima d’ora era accaduto nella storia d’Italia – non già da supremo garante degli interessi del popolo italiano bensì da curatore degli interessi del capitalismo finanziario europeo e dei suoi organismi tecnocratici sovranazionali. 

La gravità senza precedenti dello strappo istituzionale di cui si è reso protagonista Napolitano sta tutta qui: se alcuni suoi predecessori avevano forse trescato nell’ombra per condizionare l’andamento della vita politica del Paese, egli ha agito sfrontatamente e spudoratamente, alla luce del sole. 
E così, mentre il vecchio Antonio Segni, nel 1963, aveva avuto il pudore istituzionale di “amoreggiare” dietro le quinte coi Carabinieri del Generale De Lorenzo al fine di scoraggiare con ogni mezzo l’insediamento del gabinetto di centro-sinistra a guida Moro-Nenni (pagandone poi le conseguenze con la sua improvvisa defenestrazione dal Quirinale), Lord George non ha avuto alcun timore di dettare al Parlamento, davanti alle telecamere, quale dovesse essere il Governo da insediare a Palazzo Chigi al posto di Berlusconi, da chi tale nuovo Esecutivo dovesse essere diretto e quale programma politico esso dovesse pedissequamente perseguire. 

Se il vecchio Leone, negli anni ’70 del secolo scorso, aveva dovuto reagire con pudico imbarazzo alle aggressioni della stampa dell’epoca che lo volevano protagonista di ogni sorta di scandalo, il nostro King George non ha avuto alcun pudore nell’intimare al C.S.M. l’inutilizzabilità di scottanti intercettazioni telefoniche che lo vedevano come (indiretto?) protagonista. 


Sì, lo so a cosa pensate. 
Anche Francesco Cossiga, il “gattosardo”, si era caratterizzato, specie nell’ultima parte del suo settennato, per l’utilizzo di un linguaggio poco consono a quello di un arbitro imparziale nella contesa politica. Ma, a ben rivedere i fatti dell’epoca del crepuscolo della Prima Repubblica (1991-92), si capisce che i latrati disordinati del Presidente dell’epoca costituivano un grido quasi irrazionale di un uomo ferito nell’orgoglio il quale, avendo bene compreso che qualcuno “molto in alto” stava azzerando tutti i protagonisti di primo piano della scena politica del tempo, cercava disperatamente di ritagliarsi almeno un posto al sole all’interno della nascente Seconda Repubblica, evitando di fare la fine riservata a Craxi e ad Andreotti. Questo era, a mio avviso, il reale intento delle sue “picconate”. 
Ma è difficile affermare che Cossiga, con le sue esternazioni spesso scriteriate (ed anche probabilmente favorite da una psiche caratteriale non proprio immune da squilibri), ebbe ad influenzare in modo decisivo gli eventi di quella fase della storia repubblicana: ben altre erano allora le forze in campo a dirigere le danze. 

Quel che colpisce dell’attivismo di Napolitano è che costui, a differenza di Cossiga, è sempre apparso lucidissimo nei suoi freddi intenti di mestatore del gioco politico. 
Soltanto i poco e male informati possono sorprendersi di un atteggiamento così servizievole e zelante verso i Poteri Forti come quello messo in atto da Re Giorgio nel corso del suo settennato. 
Non tutti sanno che a costui toccò il compito, nel 1978, di compiere il primo viaggio negli Stati Uniti di un uomo del Comitato Centrale del P.C.I., inaugurando una lunga stagione di fiancheggiamento che avrebbe portato il (fu) Partito della classe operaia italiana a diventare il supremo garante in Italia degli interessi del capitalismo finanziario trans-nazionale. 


Dopo avere trovato gli “agganci” giusti negli States, il Nostro fu battezzato da Henry Kissinger come “il mio comunista preferito” e compì un lungo lavoro di limatura dei rapporti che avrebbe portato i dirigenti dell’ex-PCI, tra il 1989 ed il 1992, a stipulare degli accordi strategici di lunga durata con i Poteri Forti (non solo americani) della politica e dell’economia: da una parte gli ex comunisti garantirono la loro inerzia silenziosa di fronte all’avvio del ciclo delle privatizzazioni, dall’altra parte ottennero in cambio quella legittimazione a partecipare al governo del Paese che fino ad allora non avevano potuto avere a causa del loro legame storico con l’Unione Sovietica. 
Dio solo sa quanti e quali sciagure sono derivate al nostro Paese da questo genere di “patti”. 
Dio solo sa quante altre ne deriveranno prima che la massa critica degli italiani possa iniziare davvero a capire tutto ciò. 

Voglio chiudere ricordando un’ultima perla lasciataci dal “comunista preferito da Kissinger” (ed anche dagli israeliani): in un incauto discorso pubblico pronunciato nel gennaio 2007, il Nostro ebbe a dichiarare il proprio sdegnato No all’antisemitismo, “anche quando esso si travesta da antisionismo”, contribuendo così ad alimentare una imperdonabile e dannosissima confusione semantica tra due concetti che è sempre bene tenere distinti, quelli di ebraismo e sionismo (5). 


Domenica 30 Dicembre 2012
Giuseppe Angiuli




1 E’ abbastanza noto il pettegolezzo che vorrebbe Giorgio Napolitano figlio di Re Umberto II di Savoia, il quale lo avrebbe generato nel corso di una relazione extraconiugale avuta con una delle dame di compagnia della regina Maria Josè.

2 Operando un parallelismo non del tutto fuori luogo, i sostenitori ideologici della recente destabilizzazione della Libia di Gheddafi ad opera della NATO facevano spesso riferimento ai poteri autocratici che il colonnello esercitava di fatto nel sistema politico della nazione africana (ossia nella Costituzione materiale di quel Paese), ancorchè egli non ricoprisse formalmente alcuna carica istituzionale se non quella simbolica di “leader della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista”.

3 Art. 87: “Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale. Può inviare messaggi alle Camere. Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione. Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo. Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti. Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione. Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato. Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l'autorizzazione delle Camere. Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. Presiede il Consiglio superiore della magistratura. Può concedere grazia e commutare le pene. Conferisce le onorificenze della Repubblica”.

4 L’unico strumento che la Costituzione affida al Capo dello Stato per interloquire direttamente col Parlamento è costituito dal messaggio alle camere, al quale diversi Presidenti sono ricorsi in passato per raccomandare il rispetto di meri princìpi a carattere generale, come ad esempio fece Ciampi nel 2002 perorando il rispetto della democrazia nell’informazione.

5 Una memorabile risposta alle improvvide parole di Napolitano pervenne da Mauro Manno, compianto studioso napoletano del sionismo, cfr. G. Angiuli, La fondamentale differenza tra ebraismo e sionismo, pubblicata su questo stesso blog



sabato 31 dicembre 2011

Un discorso di fine anno in tre sole parole.


di Carlo Felici

La lettera del Presidente Napolitano inviata ieri a Repubblica ci consente alcune riflessioni nel merito dei suoi contenuti e della loro aderenza a determinati principi ai quali si fa riferimento.

Prima osservazione, Napolitano scrive: “Particolarmente acuta è oggi per le forze riformiste l’esigenza di perseguire nuovi equilibri, sul piano delle politiche economiche e sociali, tra i condizionamenti ineludibili della competizione in un mondo radicalmente cambiato e valori di giustizia e di benessere popolare, divenuti concrete conquiste in termini di diritti e garanzie attraverso la costruzione di sistemi di Welfare State in Italia e in Europa. Ebbene, per comprendere e affrontare le sfide di un’economia di mercato globalizzata, rimuovendo incrostazioni corporative e assistenzialistiche rimaste ancora pesanti nel nostro paese, la lezione di Luigi Einaudi può suggerire riflessioni e stimoli fecondi. Ci si può, naturalmente, chiedere innanzitutto come e perché quel filone di pensiero liberale abbia incontrato sordità e suscitato contrapposizioni nell’area del riformismo e, più concretamente, nella sinistra legata al mondo del lavoro, quando prese corpo, tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, una nuova dialettica politica democratica nell’Italia repubblicana. In effetti, i termini di quella dialettica furono drasticamente segnati da una conflittualità ideologica che discendeva in larga misura dal contesto internazionale presto precipitato nella guerra fredda.”

Tralasciando di considerare cosa dicesse in quegli stessi anni lo stesso Napolitano che prese le difese dell'URSS quando invadeva l'Ungheria, perché poi, in effetti, lui stesso se ne è pentito amaramente, (un fatto che comunque ci dà una certa idea della “sordità”) la questione effettiva è: davvero quel filone di pensiero nacque con intenti minimamente paragonabili a quelli che oggi Napolitano mette in risalto? Per cioè perseguire nuovi equilibri economici e sociali che avessero come finalità l'essere “maggiormente competitivi”? Per “rimuovere incrostazioni corporative e assistenzialistiche”, magari addebitabili sempre e comunque all' “impaccio sindacale”?
Cosa diceva Einaudi dei sindacati, ad esempio? Ebbene, i sindacati «non contraddicono lo schema della concorrenza, ma sono uno strumento perfezionato della piena più perfetta attuazione di quello schema» ( Einaudi: Liberismo e Comunismo, in “Nuovi Argomenti” – 1941)
Il liberismo einaudiano (ma sarebbe più appropriato parlare di liberalismo) consiste in un “metodo di libertà», che «riconosce sin dal principio il potere di versare nell’errore” questo vuol dire che «la libertà vive perché vuole la discussione fra la libertà e l’errore; sa che, solo attraverso l’errore, si giunge, per tentativi sempre ripresi e mai conchiusi, alla verità. (…) Trial and error; possibilità di tentare e di sbagliare; libertà di critica e di opposizione; ecco le caratteristiche dei regimi liberi».
Si può minimamente considerare di confrontare ciò con la pratica dell'adeguamento alle regole dei mercati ai quali non si riconosce alcuna possibilità di errore? Verso i quali nessuna regola “correttiva” si pone in vigore, in ambito nazionale ed internazionale?
E se i mercati agiscono secondo logiche monopolistiche e speculative, ci dobbiamo mettere necessariamente, come rileva Napolitano, nella situazione di adattarci ai “condizionamenti ineludibili della competizione in un mondo radicalmente cambiato”? Cambiato in base a cosa? Certamente in base al fatto che l'oligopolio capitalista, oggi, rispetto ai tempi di Einaudi, è molto più forte ed aggressivo e sicuramente più distruttivo in termini di impatto ambientale e di guerre ai danni di popoli poveri e destinati ad un ruolo sempre più marginale.
Einaudi era molto determinato nel contrastare tale monopolismo, anzi, potremmo dire che questo era uno dei presupposti cardine del suo pensiero. E proprio per spezzare tale eventualità sul nascere, Einaudi metteva in risalto la necessità che lo Stato si dovesse impegnare per rimuovere gli impedimenti politici, quindi le leggi, che minano il funzionamento della libera concorrenza e competizione; diventerebbe quindi necessario, per un pieno sviluppo in senso liberale della società, combattere «le forze economiche e politiche, le quali, se sono state tanto potenti da ottenere la promulgazione di quelle leggi, saranno abbastanza forti da impedirne l’abrogazione».
Possiamo dire, parlando dei governi nazionali (anche quelli del centrosinistra), e considerando le loro politiche nel merito della possibilità di favorire la libera concorrenza e contrastare quel conflitto di interessi che è la base fondante di ogni politica monopolistica, che tale principio sia stato applicato? Persino parlando dell'ultimo governo di Monti e dell'asta sulle frequenze, la risposta appare lapalissiana, e Napolitano se non considera tale incongruenza, rischia di essere assai presbite, di guardare bene assai lontano soprattutto nel tempo, ma di non poter affatto leggere il presente, il suo così come il nostro. Ed il presente che è sotto i nostri occhi è rappresentato dal tragico destino in cui si trova il nostro Paese che vede imprenditori e operai accomunati nel "suicidio di classe" perché sono ridotti a "niente" dalla implacabile legge dettata dagli oligopoli, in particolare da quelli commerciali, la quale li costringe alla impossibilità di competere, alla marginalizzazione e alla perdita del lavoro e della loro identità.
Ciò vale soprattutto in campo internazionale, in cui i colossi finanziari e bancari ormai la fanno da padroni, con le loro straripanti mire speculative e monopoliste su ogni elementare criterio di libera concorrenza, e senza che alcuna politica efficacemente transnazionale possa porre loro seriamente dei limiti, determinando così dei veri e propri fenomeni sismici altamente distruttivi nei confronti delle economie locali e di ogni loro singola iniziativa imprenditoriale.
Napolitano conclude la sua lettera con le seguenti osservazioni che, a ben guardare, sembrano quasi una sponda per le recenti posizioni della segreteria del PSI: “Il recupero di simili approcci e contributi di pensiero ai fini di una revisione, di un adeguamento al nuovo contesto generale, della piattaforma programmatica e di governo delle forze riformiste, non può apparire né improprio né arduo: se è vero che, come è stato osservato, la fecondità della ricerca del liberale Einaudi resta testimoniata dalla varia collocazione di uomini usciti dalla sua scuola, tra i quali eminenti liberalsocialisti e socialisti liberali.”
Ma siamo veramente sicuri che Napolitano e l'attuale segretario del PSI interpretino correttamente la lezione del libralsocialismo su cui vorrebbero impostare una nuova politica di rapporti nell'ambito del riformismo e del centrosinistra?
Leo Valiani ci spiega che, rispetto ai seguaci del Socialismo Liberale di Rosselli, nato e cresciuto nel solco del socialismo salveminiano e con presupposti rivoluzionari antifascisti, “I liberalsocialisti italiani appartenevano invece alla generazione cresciuta dopo la soppressione in Italia dei partiti socialisti. Essa non li conosceva che assai vagamente e non ne conosceva molto di più neppure la dottrina. Era tuttavia convinta che gli uni e l'altra fossero superati.
Questo le veniva detto sia dalla cultura politica fascista o fascistizzata, sia dalla cultura liberale che, con gli scritti di Benedetto Croce, ma anche con quelli di Adolfo Omodeo - il maggior collaboratore, e poi quasi il solo, in quel periodo di Croce - e di Guido De Ruggiero, o di Luigi Einaudi, continuava invece ad operare legalmente, malgrado il suo antifascismo, in Italia.”
Eppure anche il liberalsocialismo elaborò un manifesto perfettamente in linea con quelle che, da sempre, sono state le istanze del socialismo internazionalista, specialmente considerando l'ambito economico e sociale.
Basta solo leggere i paragrafi 7-8-9 per rendersi conto di quanta e quale distanza ci sia tra quelle tesi e la cosiddetta politica “riformista” di stampo blairiano che la lettera di Napolitano sembra voler rievocare per l'ennesima volta in Italia come elemento fondante di un necessario riformismo, dopo per altro essere stata ripudiata nei suoi stessi paesi di origine. Eccoli:
7. Una delle prime mete di tali riforme sociali dev'essere il raggiungimento della massima proporzionalità possibile tra il lavoro che si compie e il bene economico di cui si dispone. Questa non è che una prima tappa sulla via del socialismo (ed è già superata, tutte le volte che con la ricchezza comune si soccorrono i deboli e gl'infermi, incapaci di lavorare). Comunque, è quella che si deve intanto cercar di percorrere. Di qui la fondamentale istanza anticapitalistica, che il liberalsocialismo fa propria: bisogna portare sempre più oltre la battaglia contro il godimento sedentario dell'accumulato e dell'ereditato.
8. I mezzi tecnici e giuridici atti a realizzare progressivamente questo intento dovranno essere commisurati, caso per caso, alle possibilità della situazione. Quanto più i contadini, gli operai, i tecnici, i dirigenti saranno capaci di agire come imprenditori e amministratori, tanto meno dovrà esistere la figura del proprietario puro. Quanto più si svilupperà lo spirito della solidarietà e dell'uguaglianza, tanto più sarà possibile ravvicinare le distanze fra i compensi delle varie forme di lavoro, senza inaridire il gusto dell'operosità e l'iniziativa creatrice. Di qui la fondamentale importanza dell'educazione delle persone, e quindi, tra l'altro, del problema della scuola.
9. Sul piano internazionale, il liberalsocialismo difende gli stessi principi di libertà e di giustizia per tutti. Niente nazionalismo, niente razzismo, niente imperialismo: niente distinzione di principio fra politica ed etica. Le assise fondamentali della civiltà debbono essere le stesse tra gli uomini e tra le nazioni: il dovere dell'onestà ed il riconoscimento che l'altrui diritto, non è soltanto una faccenda privata. Di conseguenza: difesa di ogni organismo che possa favorire la realizzazione di questi principi nel mondo; internazionalizzazione, almeno dal punto di vista economico.
Abbiamo forse inteso mai parlare di “istanze anticapitalistiche” da Napolitano o dall'attuale segretario del PSI? Di politiche compartecipative dei lavoratori alla gestione delle imprese, di cooperativismo, o di partecipazioni statali?
Quanti e quali tagli alla scuola sono stati contrastati dai governi di centrodestra e di centrosinistra?
Sul piano internazionale abbiamo forse notato Napolitano impegnarsi fortemente per contrastare quel subdolo imperialismo che ha originato guerre sempre più distruttive verso popolazioni inermi e che, mascherandosi da alfiere della democrazia, ha spianato a suon di bombe proprio quelle infrastrutture sociali ed economiche senza le quali la stessa democrazia è solo una parola vuota e priva di significato?
Se è vero che “il dovere dell'onestà ed il riconoscimento che l'altrui diritto, non è soltanto una faccenda privata” ma che riguarda da vicino i rapporti tra gli organismi internazionali e gli Stati, siamo davvero sicuri di essere stati “onesti” e di avere “riconosciuto” i diritti delle popolazioni più povere aggredite e massacrate durante le perduranti guerre di questo inizio di secolo, a non moltissimi chilometri da noi..dal Kosovo, all'Iraq, all'Afghanistan..alla Libia?
Allora, caro Presidente Napolitano, di cosa stiamo parlando?
Di quale “liberalsocialismo” vogliamo essere autentici interpreti?
Vogliamo forse coniare un'altra “moneta” liberalsocialista buona per tutte le stagioni e per tutte le occasioni, magari anche quelle di “riciclaggio” economico e politico, sostituendola a quella originaria? Non c'è il rischio anche in questo caso di sprofondare in un debito incolmabile di cultura?
O forse quello più realistico di mettere in circolo solo una moneta falsa non spendibile, da nessuna parte? Capisco che tutte queste rischiano di essere domande retoriche, ma considerando il senso stesso della responsabilità (dal latino responsum) tanto evocato in questi giorni di crisi, che cosa è essa stessa, a ben guardare,  se non proprio la capacità di dare risposte credibili alle domande poste, in questo caso dalla nostra contingenza storica, sociale e politica?
Quest'anno crediamo che il miglior discorso possibile da fare a tanti italiani lobotomizzati dalla TV sarebbe facilmente condensabile in sole tre parole: “studiare, capire, agire”, soprattutto per non farsi “dare a bere” frottole su questioni cruciali, per non confondere l'ombra dei valori con il loro autentico significato.
Stasera (ma non solo) dunque, spegniamo la TV e accendiamo la mente.

C.F.

BUON ANNO A TUTTI DI FELICE CONSAPEVOLEZZA E DI CORAGGIOSO IMPEGNO.

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