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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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martedì 15 marzo 2016

GIOVANNINO VA A... "LA MERICA" di Sara Palmieri






 GIOVANNINO VA A... "LA MERICA"

di Sara Palmieri



Giovannino salì sul bastimento appeso alla gonna della sorella.
Non aveva mai visto un porto, né una barca così grande e neppure tante persone insieme.
Uomini, donne e bambini, intere famiglie coi sacchi in spalla e i vestiti dimessi o laceri, che cercavano di salire sul barcone e guadagnare un posto per accucciarsi a terra o, perfino, per rimanere in piedi, rassegnati alla lunga traversata, ma determinati a sostenerla perché, se c’è la salute e le gambe buone e il posto in cui si è nati è avaro, bisogna pur trovare il coraggio di vivere, di cambiare la propria condizione.
Cogli occhi sgranati, Giovannino si guardava intorno incontrando gli sguardi di altri bambini come lui, stretti ai pantaloni o alle gonne di qualcuno.
Da quando i genitori erano morti, non aveva che sua sorella e, insieme, l’unica cosa che possedevano era il futuro, che - a pensarci bene - non è poco, così Maria aveva deciso di metterlo a frutto, partendo per terre lontane, ma più generose di quelle in cui erano nati.
Una volta in viaggio il mare non aveva più l’orizzonte breve del loro paesello, si era espanso ed era divenuto immenso; si alternarono notti e giorni in cui era in tempesta e faceva paura con quelle onde alte che sovrastavano perfino il bastimento; poi c’erano i giorni di calma e le sue acque azzurre, ora sfiorate, ora attraversate dai raggi del sole, riportavano serenità e fiducia fra passeggeri ormai provati, ma ansiosi di quell’approdo, per quanto sconosciuto.
Giovannino non sapeva contare e non saprà dire neppure in seguito quanti giorni durò quel viaggio; saprà solo dire che fu lungo, quasi infinito, che aveva avuto il tempo di farsi qualche amico e di trascorrere qualche ora di gioco sotto l’occhio premuroso di Maria; che il pane che si erano portati era finito presto e che solo grazie ad alcuni compagni di viaggio erano riusciti a sostentarsi.
Avevano sentito di altri bastimenti partiti per La Merica, quella del nord, ma Maria aveva scelto quella del sud perché il clima è più simile a quello dell’Italia e la gente pure e le terre sono così grandi, ma così grandi, che possono accogliere tutti e a tutti dare un lavoro e una casa, una vita finalmente degna di questo nome.
Del Brasile, Maria, aveva sentito parlare da altri compaesani che già c’erano andati, che là avevano fatto fortuna e avevano potuto mandare denari a casa e perfino delle fotografie in cui posavano con pagliette candide, begli abiti e capelli impomatati.
Il viaggio fu più lungo dell’immaginabile, un’odissea senza pause e senza distrazioni.
Sembrava non finisse mai e Giovannino cominciò a pensare che forse gli toccava di vivere per sempre su quel bastimento, anzi peggio.
Lo scoramento si impossessò del suo cuore e inutili diventarono le rassicurazioni della sorella. Neppure i giochi con gli altri bambini, in verità divenuti rari e ripetitivi, riuscivano più a distrarlo ed aveva preso ad immaginare onde cattive che lo risucchiavano in fondo al mare, tra pesci giganti, con fauci spalancate e denti aguzzi.
Si ricordò di quella storia che Maria gli aveva letto una sera, faticosamente, alla luce di una lampada fioca, scandendo bene ogni vocabolo.
Non sapeva dire come il libro fosse arrivato a casa sua, ma il racconto era affascinante, almeno così gli era sembrato mentre lo ascoltava tra le mura comunque confortanti della sua stanza, prima di addormentarsi, disteso in un letto, nel suo letto.
Parlava di un vascello e di mostri marini dai tentacoli lunghi e avviluppati che cercavano di mandarlo a fondo.
L’aveva scritto un tale che si chiamava… Giulio…sì, Giulio Verne e forse – pensò durante il viaggio Giovannino – questo Giulio non se lo era proprio inventato!
Forse si era trovato su un barcone simile al suo e il mostro l’aveva visto per davvero.
Insomma quella storia, nell’attuale circostanza, gli sembrò terribilmente realistica.
Si disperava tra le braccia di Maria e la notte era preda di incubi che lo costringevano a svegliarsi tra i singhiozzi.
Sei un uomo – lo esortava Maria – e gli uomini non piangono!”
Ma Giovannino si sentiva solo un bambino e non gli sembrava più una bella trovata quella della sorella di andare a La Merica e poi a fare cosa che non si sapeva nemmeno che faccia avesse questa La Merica e cos’era quella parola “futuro” che Maria usava di continuo e che gli era venuta a noia, che sembrava bella e potente, ma anche cattiva e piena di trappole.
Il futuro è oggi – rifletteva Giovannino - al massimo è domani e saremo ancora su questa barca!”
Quando furono al limite delle forze fisiche e dello sconforto morale – lo era anche Maria benché facesse la coraggiosa - una mattina, all’improvviso, con un gran rumore e un gran fumo dallo stantuffo del bastimento, e poi con un bagliore, comparve La Merica.
Evviva, guardate, siamo a Porto de Santos – urlò qualcuno.
Il porto dei Santi – tradusse di getto Maria, sollevando il fratello e dandosi arie da competente.
Se ci sono di mezzo dei Santi – pensò di rimando Giovannino – allora si può stare tranquilli!”
Quei passeggeri, stanchi, provati, affranti, furono distratti dalle rare faccende della mattinata e si voltarono, d’un tratto, a guardare, tutti, nella stessa direzione, per scorgere – mano alla fronte e cuore grosso - quella riva densa di promesse, ma anche di incognite, cercando di immaginare ciò che finalmente si palesava.
Ma, dal mare, si capiva solo che era una terra grande: due immensi bracci di cemento si facevano sempre più vicini e a Giovannino parvero le braccia di una mamma.
Di colpo si sentì forte, proprio come un uomo vero.
Con le sue gambe magre scese dal bastimento, determinato a prendere il futuro per la collottola. 

 

giovedì 3 settembre 2015

IL CONTADINO E LA CITTADINA di Sara Palmieri





IL CONTADINO E LA CITTADINA

di Sara Palmieri





Stefania un campo di grano non l’aveva mai visto in vita sua.
Quella distesa dorata intorno al casone popolare dove abitavano le cugine brillava al sole di fine maggio e, dopo averli catturati, rilanciava incantevoli effetti di luce.
Lo sapevano bene le orde di bambini che di pomeriggio giocavano nel cortile che separava il palazzo dal campo con una lunga cancellata di ferro, scavalcabile dai più grandi e attraversabile dai più piccoli, che vi infilavano la testa roteando poi il corpo con mossa fulminea.
Lo sapeva bene il contadino che lo coltivava a mezzadria, un tipo lesto nonostante l’età, col viso divorato da solchi simili a un campo arato e una camicia a quadri che si opponeva alla cinta dei calzoni.
Lo zio Giuseppe – come lo chiamavano tutti - brandiva la zappa a mò di spada quando i bambini superavano il limite per giocare a nascondino tra le spighe o per lottare tra loro e poi cadere a peso morto, abbattendo interi fasci di grano.
Il suo carattere - notoriamente iroso - si esprimeva in crescendo e gridando in un arcaico dialetto, bestemmiava dietro a quei monelli senza tema.
Anche le cugine di Stefania, solo in apparenza tranquille, facevano parte della banda di teppisti che sfidava il contadino e si era appassionata a quelle rincorse da cui comunque usciva sempre vittoriosa.
Lo zio Giuseppe, quei bambini, se li sognava anche di notte e allora cominciava a scalciare come un mulo, urlando e magari sferrando un pugno alla moglie, convinto di averlo assestato ad uno di loro.
Peraltro il contadino doveva dar conto al padrone se il raccolto di quell’anno fosse stato inferiore all’anno prima e i bambini – secondo lui – ne erano direttamente responsabili.
Spesso si appostava dietro al canneto e aspettava di beccarne uno per dare così una lezione a tutti.
Quella domenica nel cortile c’erano solo Stefania e le cugine, che decisero comunque un’incursione nel grano, anche per mostrare alla bimba di città quanto fosse ameno abitare in campagna.
Attraversarono le sbarre di ferro della cancellata indicando a Stefania come infilare la testa e roteare il corpo.
Lei, con il suo abitino lindo, camicina bianca, gilet di panno e gonna blu a pieghe, poggiò la borsetta di pelle e, se pure con la difficoltà dovuta alla postura legnosa a cui la mamma l’aveva educata, riuscì a passare tra le aste.
Poi risistemò l’abito, rimise la borsetta a tracolla, tirò su le calzette candide, ripulì le scarpe di vernice nera dopo aver umettato il ditino con la lingua, riordinò i riccioli biondi sulla fronte e fu pronta ad entrare – sia pure con fare impacciato - tra quelle spighe più alte di lei.
Il silenzio della giornata non piaceva al vecchio, tirava un venticello lieve che ondulava le spighe e lasciava intravedere i punti rossi dei papaveri.
Spiava con occhi torvi e il viso serrato e rubizzo, dal solito canneto, la distesa di grano, determinato a difenderla da quei monelli; la mano nodosa, ad artiglio, stringeva una roncola e aveva con sé il cane, un bastardino altrettanto ringhioso.
D’improvviso sentì le risatine delle bimbe e vide le amate spighe aprirsi qua e là.
Le cugine avanzavano saltellando, mentre Stefania arrancava dietro, timida ma felice di trovarsi circonfusa dalla macchia di giallo.
Quando furono vicine, il vecchio balzò come un satiro dal canneto e, accompagnato dai latrati del cane, si lanciò in una corsa forsennata e minacciosa agitando la roncola.
Le due cugine, esperte in ritirate, guadagnarono in un baleno la cancellata e furono al sicuro nel cortile di casa.
Stefania rimase inerte tra le spighe e fu un attimo per il contadino afferrarla per la collottola.
Ti ho preso – urlò incredulo – ora ti do una lezione coi fiocchi e poi ti porto dalle guardie”.
Dagli occhi di Stefania scoppiarono goccioloni di lacrime.
Signor contadino – disse tra i singhiozzi – io non sapevo, io non volevo… sa non sono di qua…io vengo dalla città!”
Ah sì – rispose lui ancora irato – e non sai che questo è un campo di grano che sfama anche i cittadini come te? E che se tu lo calpesti con i tuoi amichetti ci saranno meno spighe e quindi meno pagnotte?”
No, mi scusi – continuò Stefaniacon le candele di muco dal naso, la manina a frugare il fazzoletto nella borsetta e i riccioli biondi incollati alla fronte madida.
Tuttavia ingaggiò una trattativa.
Signor contadino – disse balbettando - se mi lascia libera, dirò alle mie cugine che lei è buono, che vuole produrre più pane per farlo mangiare a tutti, anche a loro, che lei ci tiene agli esseri umani!”
Davanti a quella bimba, visibilmente dispiaciuta, l’ira del vecchio svanì come la bolla di vapore al cospetto dell’aria fredda.
Va – le disse con tono comunque grave per nascondere l’attimo di debolezza – e non tornare mai più!”



martedì 18 agosto 2015

LA PRIMA VOLTA DI EDERA di Sara Palmieri






LA PRIMA VOLTA DI EDERA
di Sara Palmieri



Edera compie cento anni. Sembrano tanti, ma le sono passati in fretta, nonostante la guerra e la povertà. Si è sposata giovanissima con Ivo ed hanno avuto cinque figli. Tutta la sua vita è trascorsa in campagna. La sua giornata iniziava presto, all’albeggiare, ad accudire gli animali e nei campi, a seminare o a mietere, a piantare o a raccogliere. Seguiva la cura della casa, della cucina, dei vestiti da rammendare, lavare, stendere, raccogliere, stirare. E i doveri di moglie, quelli che di solito si compiono di notte.

Una vita di fatica, di impegni, di obblighi, di doveri morali, fisici, pratici. Poco per sé: la soddisfazione di ultimare un ricamo, una visita ad Ada, la vicina. Ma sempre di fretta e con il cruccio di sottrarre tempo a qualcosa e a qualcuno. Anziana, i figli sono andati via ed Ivo è morto. 

nipoti, per alleviarle l’inattesa solitudine, le hanno regalato un televisore. Dal suo antico letto di legno, sostenuta dai cuscini per attenuare l’asma, Edera si è appassionata ai documentari, soprattutto a quelli sulla natura. E’ stato così che un giorno le è apparso il mare. Non che ne ignorasse l’esistenza. I figli e i nipoti ci vanno ogni tanto. Ma lei non aveva mai avuto il tempo di pensarci e tanto meno di andarci. Si è detta che non poteva morire senza aver visto il mare. 
Così, per il suo centesimo compleanno, ha espresso questo desiderio. Per raggiungere la costa più vicina occorrono sei ore, Edera, nonostante l’asma, è ancora in salute. Elio, il nipote, ha prenotato una camera in un albergo sul mare e la stagione è quella giusta. D’altra parte non c’è tempo da perdere. 

giovedì 13 agosto 2015

IL RITORNO DI IONEL di Sara Palmieri





IL RITORNO DI IONEL*
di Sara Palmieri



PROLOGO



LENTISSIMO

Aspettava da tempo quel momento. Con la sua immaginazione l’aveva accarezzato un’infinità di volte, eppure, adesso, non ce la faceva proprio a viverlo davvero, e se ne stava immobile, sulla soglia, con le scarpe in mano (1). E anche con il cuore. Perché non può essere facile tornare, sia pure in punta di piedi, sia pure coi piedi simbolicamente nudi dopo essersene andati sbattendo la porta e aver girovagato per tutta l’Europa senza fermarsi mai e senza trovare un posto in grado di sostituire quella casa, quella città, quella famiglia. Non è facile per un uomo chiedere scusa, ammettere di aver sbagliato, ripresentarsi dopo trent’anni come se nulla fosse e pretendere di ricominciare daccapo, dal momento esatto in cui se n’era andato, per riprendersi – così aveva urlato – la sua vita!
E tornava con una compagna fedele che era invecchiata insieme a lui, la sua spinetta.
Lo strumento era stato di suo nonno, era intarsiato e istoriato, e, all’interno, sollevando il coperchio di legno di cipresso, appariva la figura di una donna mollemente adagiata su un prato verde, coperta a malapena da un lenzuolo bianco che ripercorreva le pieghe di un corpo tondo, tipico delle modelle di una volta. La spinetta era italiana, ma il nonno l’aveva avuta in regalo da un commilitone francese appartenente ad una famiglia di cembalari, conosciuto a Parigi durante la guerra.

giovedì 30 luglio 2015

VIAGGIO POLITICO-SENTIMENTALE NELLA GRECIA DI TSIPRAS di Sara Palmieri









VIAGGIO POLITICO - SENTIMENTALE NELLA GRECIA DI TSIPRAS

di Sara Palmieri



Quest’anno per le mie vacanze ho scelto la Grecia.
Una scelta fatta non solo per l’amore che da sempre mi lega a questa nazione, grazie ai miei studi classici e all’ antica origine magnogreca, essendo io calabrese (la terra rossa e gli ulivi nei dintorni dell’aeroporto di Atene sono gli stessi della mia Lamezia, e non solo quelli).
Ma anche sull’onda emotiva e le forti speranze che l’elezione di Alexis Tsipras e di Syriza hanno suscitato in me, ormai quasi rassegnata a questo insano e diffuso stallo politico-sociale.
Finalmente la sinistra come non se ne vedeva da tempo in Europa.

Un leader giovane ma formato su filosofie marxiste e leniniste, quelle che si vuole far credere siano superate, obsolete e fuori moda, sinceramente vicino alle fasce deboli della popolazione (e i suoi primi provvedimenti lo hanno ampiamente dimostrato), di rottura con le politiche neoliberiste e capitaliste che stanno affamando i ceti deboli e ingrassando i poteri forti delle banche e delle grandi multinazionali e alcune nazioni a discapito di altre.

martedì 13 gennaio 2015

L’UTOPIA NECESSARIA DELLA SOLIDARIETA’ PER MANTENERE DIRITTI E STATO SOCIALE di Sara Palmieri




L’UTOPIA NECESSARIA DELLA SOLIDARIETA’
PER MANTENERE DIRITTI E STATO SOCIALE
di Sara Palmieri 





Il progressivo indebolimento dello Stato sociale – inutile negarlo - è sotto gli occhi di tutti. Così come gli attacchi alla democrazia diretta che è sempre più delegata e indiretta. E quando lo Stato sociale e le stesse idee che sono alla sua base sono in declino e soffrono e la democrazia diventa liquida, ciò che ne consegue è la perdita di diritti faticosamente conquistati in secoli di lotte e il ritorno a forme di dittatura, più o meno manifeste, ma che potrebbero evolvere, dichiararsi e affermarsi come tali e che si credeva retaggio del passato.

Corsi e ricorsi storici – come, sia pure in tempi e modi diversi, è stato analizzato e sostenuto, non senza ragione, da filosofi e storici di antica fama: dal greco Polibio al romano Tito Livio, fino al fiorentino Niccolò Machiavelli e al napoletano Giambattista Vico. Non volendo rassegnarsi alla annunciata eventualità dell’anaciclosi (anakyklosis in greco) e ritenendo che l’esperienza storica e l’evoluzione e l’emancipazione dei popoli debbano pur servire a non ripetere gli stessi errori, è consigliabile, oltre che piacevole, leggere il bel
libro di Stefano Rodotà, uscito a novembre 2014 con gli Editori Laterza, dal titolo “Solidarietà” – sottotitolo – “un’utopia necessaria”, - che analizza, dispiega e va alla radice di un principio che è alla base dello Stato sociale e di ogni forma di democrazia avanzata.

Solidarietà è una parola che è tornata di moda, usata e perfino abusata, ma –   paradossalmente - mai come in questo momento storico - si è lontani dalla sua essenza soprattutto quando “viene invocata per chiudersi in cerchie ristrette, alimentando rifiuti, esclusione di ogni estraneo, con una vicenda che l’avvicina, e sovente la sovrappone, a quella di un’identità che si fa “ossessione identitaria”. 

domenica 11 gennaio 2015

MARATEA: L’OPERA MONUMENTALE DEL CRISTO E I FAVOLOSI ANNI CINQUANTA di Sara Palmieri



MARATEA: 

L’OPERA MONUMENTALE DEL CRISTO E I FAVOLOSI ANNI CINQUANTA

di Sara Palmieri




A guardarsi intorno oggi, tra la crisi dei valori, le macerie dell’idealismo, la débacle economica e il lento ma progressivo indebolimento dello stato sociale, sembra impossibile che ci sia stato in Italia un tempo in cui tutto pareva sorridere e occhieggiare nella penombra di promesse – ebbene sì – mantenute.
Lasciatasi alle spalle la guerra, elaborato il dolore, i lutti e le sofferenze che ne erano conseguiti, l’Italia si rimbocca le maniche e guarda al futuro.
La ricostruzione parte e si nutre della speranza e della fiducia nell’avvenire.
Quel decennio lungo per un secolo breve – così come vengono definiti gli anni Cinquanta – getta le basi del boom economico successivo degli anni Sessanta e dello sviluppo e del progresso futuri.
Si tratta per il Paese del suo secondo rinascimento e la creatività diffusa e infusa nei vari settori di attività è la chiave di volta del riscatto.
Arte e industria finalmente si intendono, realtà e utopia si fondono e dialogano.

mercoledì 16 luglio 2014

L’ORIZZONTE UNIVERSALE DI CATERINA di Sara Palmieri

 

L’ORIZZONTE UNIVERSALE DI CATERINA*

di Sara Palmieri


Caterina non ha più bisogno di nulla.
Sa fare a meno delle comodità dei nostri tempi.
Una virtù non da poco se si considera l’ampia gamma di mezzi e servizi di cui disponiamo e che, alla fin fine, si sono tramutati in nuove e più insidiose forme di schiavitù, da cui dipendiamo come tossicomani testardi e inconsapevoli.
Il personal computer portatile è il solo strumento che ha portato con sè nell’angolo di mondo in cui ha deciso di vivere i suoi prossimi anni.
In questa baracca piantata in riva al mare, con le onde che si infrangono lente ma mai uguali a se stesse, circondata da un fitto palmizio, c’è l’atmosfera giusta per scrivere, dare sfogo alla sua eterna passione. Il villaggio più vicino è a venti chilometri, ma lei lo raggiunge poco, solo per rifornirsi di frutta e verdura, che cuoce su un fornello e consuma lentamente sotto la veranda di canne.
Si è lasciata alle spalle il mondo e le sue contraddizioni, il suo inquietante retaggio di corrotti e di corruttori, di vizi e di inganni, di promesse non mantenute e di false apparenze. Finalmente può scrivere in pace, gustare una ad una le parole che la mente le sgrana come un rosario che però si rinnova ad ogni recita, metterle in fila fino a creare una storia, dare vita a donne e uomini nuovi, scegliere il finale più adatto o nessun finale.
Da quando si è trasferita ne ha scritte tante di storie, ognuna ha uno spunto reale, che poi è superato dalla più sciolta fantasia.
Non ama i romanzi, predilige la forma del racconto, che ritiene la più adatta all’ispirazione del momento, la meno costruita, e che, come avviene per la musica, ha una sua misura esatta.
Un racconto – secondo Caterina – segue i tempi delle partiture musicali (lei che è stata violoncellista lo sa) e, come accade in queste con le note, devono essere rimodulate le parole stonate, le sovrastrutture che impediscono al testo di scorrere fluido come acqua di ruscello.
Una volta scritto, il racconto deve, proprio come un buon vino, decantare.
Così Caterina lo lascia lì, custodito nel nome di un file per qualche giorno.
Poi lo riprende e, rileggendolo, percepisce con maggiore forza le disarmonie, che elimina o sostituisce.
Compie più volte questa operazione: fino a che il testo non ha raggiunto la giusta musicalità. A questo punto non potrà più essere modificato.
Ora che la sua vita ha preso la piega più giusta e confacente, una nuova prospettiva si è schiusa grazie alla passione per la scrittura.
Non riesce a scrivere, Caterina, di furenti passioni, di epopee ridondanti, di saghe infinite quanto surreali, di concetti complicati in cui la vicenda umana si avviluppa con l’unico obiettivo di ingannare il lettore.
Le sue storie sono semplici, parlano di persone ordinarie, di sentimenti comuni, di emozioni lievi, spesso impercettibili, di ciò che passa in uno sguardo, in un gesto, in una parola solo in apparenza casuale.
Vivere attraverso la scrittura le vite dei suoi personaggi, dopo essersi seduta per un poco ad osservarli come un ospite discreto e silenzioso, le procura un piacere straordinario e incredibile, le apre spazi nuovi e infiniti.
Il suo orizzonte si è espanso e genera senza sosta altri orizzonti che ora appartengono ai personaggi che ha creato e a coloro che - anche in un altro tempo e in un altro luogo - ne leggeranno le storie.




* Dedicato a Katherine Mansfield.





giovedì 15 maggio 2014

SEPULVEDA E L’IDEA DI FELICITA’ SOCIALE di Sara Palmieri




SEPULVEDA E L’IDEA DI FELICITA’ SOCIALE
 di 
Sara Palmieri



Parte alla grande la prima edizione di Scrittura Festival, evento organizzato dall’Associazione Culturale Onnivoro, che porterà a Ravenna dal 20 al 25 maggio scrittori e intellettuali di spessore, oltre alla possibilità di seguire corsi di scrittura tenuti da Eraldo Baldini, Cristiano Cavina e Gianluca Morozzi.
L’anteprima ha registrato l’intervento di Luis Sepulveda, cileno, uno dei più grandi scrittori viventi, intervistato, con la sapienza dell’amico, da un altro importante narratore, Pino Cacucci, nel Palazzo Congressi di Largo Firenze, davanti ad una platea ultra-affollata e coinvolta.
Tema dell’intervista l’ultimo libro di Luis Sepulveda, “Un’idea di felicità”, scritto insieme a Carlo Petrini, fondatore e presidente di Slow Food ed edito da Guanda e Slow Food Editore.

mercoledì 2 aprile 2014

GIUSEPPINA PRIMAVERA di Sara Palmieri




GIUSEPPINA PRIMAVERA
di 
Sara Palmieri



Giuseppina era curva come una elle maiuscola stampata alla rovescia e in questa posizione sbrigava tutte le sue faccende. Portava vestiti di lunghezza midi con un grembiale e una paglia a larghe tese in testa, d’inverno e d’estate, che le era valsa il soprannome di Primavera.
Giuseppina Primavera aveva una pelle bianca, liscia e rosea come una pesca, nonostante l’età avanzata e conservava il vezzo di ungerla di crema Nivea che commissionava ai suoi vicini.
Perché lei, Giuseppina, vivendo in una casa in campagna e lontana dal paese, ormai non usciva più.
Durante l’estate una famiglia che abitava in un’altra città, ma era originaria del luogo, andava a trascorrere le vacanze in una casa vicina e i tre bambini avevano preso l’abitudine di correre, appena arrivati, a salutarla e a intrattenersi durante il giorno, quando non erano al mare o dai nonni, con lei.
Tra le due case crescevano rigogliosi alberi di ulivo e filari di viti, querce più o meno secolari e ginestre, piante di fico e fitti rovi di more, ciuffi di finocchio selvatico, di mentuccia, di rosmarino e di lavanda, e i profumi della vegetazione e quelli del mare, presente nel breve orizzonte, si mescolavano creando un originale quanto lusinghevole amalgama di profumi.
Sul pianoro che introduceva alla via delle due case, il nonno dei vacanzieri aveva piantato pomodori e melanzane, zucchine e cipolle, piante aromatiche e officinali, mentre in alcuni bugigattoli ricavati nel muro esterno della casa, allevava conigli e piccoli roditori che chiamava conigli soricigni e per i quali tutte le mattine alle sette – puntuale come la Svizzera - veniva a falciare l’erba.

sabato 22 marzo 2014

TITOV di Sara Palmieri




TITOV
di 
Sara Palmieri

Titov è il nostro cane. Un magnifico pastore tedesco in tutto e per tutto uguale ai pastori tedeschi che circolano nel mondo. Di lui non conserviamo nessuna foto. Non so il perché. Titov è anche il nostro baby sitter. Quando mia madre è a scuola e mio padre in officina, lui si occupa di noi, dei miei fratelli e di me.
La strada in cui abitiamo è ancora sterrata, è un quartiere nuovo, in costruzione, ma ogni mattina passano greggi di capre e il pastore munge il latte all’istante, sotto gli occhi dei clienti e dei passanti. Lo munge direttamente nella bottiglia vuota, che mia mamma ha calato col paniere di vimini nel quale la riporrà piena. Nel gregge c’è sempre un montone e due cani in fondo che lo indirizzano e contengono.
Dopo che il gregge è passato, bisogna stare attenti a non pestare le cacche, piccole e nere, perfettamente sferiche, simili a confetti di cioccolato, lasciate dalle capre.

Eppure si va sulla luna. I miei genitori e i loro amici sono stati svegli fino a notte fonda per vedere l’allunaggio.

venerdì 14 marzo 2014

A SETTE PASSI DAL BUIO di Sara Palmieri




A SETTE PASSI DAL BUIO
di 
Sara Palmieri

Cap.1

Un cielo viscido e lattiginoso incombeva sulla distesa di acquitrini delle risaie, che avevano lo stesso colore grigio slavato e formavano quasi un tutt’uno.
L’aria umida e fredda sembrava immobile nel rigore invernale e solo ogni tanto, a distanza dalla lingua di strada che tagliava la pianura, si intravedeva la luce accesa di qualche cascina, offuscata anch’essa dalla bruma che saliva dalla terra e dall’acqua.
Le poche auto del mattino procedevano lente, timorose, con gli occhi dell’autista incollati sulla striscia bianca che divideva in due la carreggiata, con il terrore di vederla scomparire e ritrovarsi ribaltati nell’acquitrino che fiancheggiava la strada.
La nebbia si presentava ora a banchi ora rarefatta ora con sbuffi che apparivano all’improvviso come infidi e dispettosi fantasmi.
D’estate il paesaggio non cambiava granché: il cielo rimaneva latteo, il sole faticava a mostrarsi, pallido e impotente, come prigioniero di quella lattugine.
L’aria calda e soffocante si appiccicava addosso, provocando goccioline di sudore incessanti e tremule.
Gli acquitrini d’inverno, si erano colmati di terra ed il riso cresceva rassegnato, come ogni anno.
Man mano che ci si avvicinava alla città, si provava come una liberazione da quel paesaggio asfittico e lunare.
Ma anche in città la vita era come sedata.
Il mattino era reso più vivace dal vocio dei ragazzi delle scuole, ma poi calava il silenzio.
La gente camminava di fretta sotto i portici, avvolta da sciarpe e piumini, d’inverno, più leggera d’estate, ma sempre appariva scostante, arroccata nel proprio benessere.
Le relazioni erano silenziose, in ogni caso distaccate, attente a non invadere il campo altrui, ma soprattutto attente che il proprio non venisse invaso.
In quei luoghi poco ospitali, ma ricchi, anche se già in odore di spread, erano arrivate genti da tutto il mondo, le più normali e le più strane: studenti iraniani, operai magrebini, artigiani albanesi, prostitute nigeriane, trans brasiliani, spacciatori tunisini, ambulanti senegalesi, badanti ucraine, domestiche rumene.
Persone diverse per cultura ed estrazione, tradizioni e lingue, ma tutte percepivano quel nuovo mondo come diffidente, ostile, interessato solo al denaro e al profitto.

mercoledì 19 febbraio 2014

GLI ZINGARI E TOTA di Sara Palmieri




GLI ZINGARI E TOTA
di Sara Palmieri



Gli zingari sono accampati sotto i balconi del nostro appartamento che dà sul fiume.
Più che un fiume un torrente, in secca d’estate e impetuoso d’inverno senza che però sia mai straripato.
Gli zingari vivono là, tra i nostri balconi e il torrente “Cantagalli”. 
Noi, mia sorella ed io, siamo bambine, ma non abbiamo paura di loro anche perché i miei genitori non ce ne hanno mai incusso.
Non hanno mai detto e non dicono mai: “Se non fai la brava, non mangi, non dormi, non ubbidisci chiamo gli zingari o vengono gli zingari a prenderti!”
Le famiglie del rione e gli zingari vivono in pace. In quei primi anni Sessanta sono tutti più gentili, solidali e tolleranti di oggi. Forse perché sono usciti dalla povertà e dalla miseria da poco e non considerano “povertà” e “miseria” dei difetti, ma condizioni quasi sempre incolpevoli.
Quando penso a quegli anni la parola che mi sovviene, aldilà dei tumulti che seguiranno, è armonia.
Si sa che ogni tanto passano a chiedere roba da mangiare, così mia mamma ha sempre da parte una sporta con beni di prima necessità: farina, zucchero, pasta, caffè, caramelle per i bambini.
Si sa anche che rubacchiano: gli piacciono i ferri vecchi dell’officina di mio padre, qualche panno steso ad asciugare, qualcosa che perdiamo per strada e forse non ritroveremo. Ma per nessuno è un grave problema. Basta stare più attenti.
A me piace osservarli dalla finestra. Hanno vestiti dai colori sgargianti e foulard in testa. Vivono in tenda, cuociono all’aperto e hanno sempre sul fuoco pentoloni di acqua che bolle. Non sono rumorosi e neppure tanto sporchi. I bambini vanno a scuola, non tutti, ma qualcuno ci va.
Mi incuriosiscono e perfino li invidio un po’. Mi sembrano così liberi.
Ci sono ragazze adolescenti. Tra loro c’è Tota, ha sedici anni e una pelle d’ambra. E’ bella, ma ha un modo di fare selvatico e diffidente. Ogni tanto è lei che si presenta a casa per chiederci da mangiare. Qualche volta ha pranzato con noi. Mia mamma e Tota sono entrate un po’ in confidenza. Mia mamma è un’insegnante, siamo tre figli, mio padre è sempre in officina. Avrebbe bisogno di una mano in casa e così la chiede a Tota. Si accordano sui giorni e sulla cifra che le darà. Tota comincia a lavorare da noi; me la ricordo alla vasca che abbiamo in cucina a strofinare i panni con i grossi pezzi di sapone fatto in casa col grasso di maiale e la soda caustica. Non ricordo quanti giorni durerà il suo lavoro a casa nostra, ma si mostra contenta anche se ha sempre quello sguardo diffidente e quegli occhi di volpe.
Sembra non fidarsi di noi, forse le sembriamo strani: persone ordinarie, con vite ordinarie e ripetitive, schiave del quotidiano e di quelle gabbie che ci siamo costruiti intorno e che chiamiamo doveri, prima ancora di rivendicare diritti.
Sul frigorifero panciuto con pedale degli anni Sessanta, campeggia un carosello di terracotta dove ogni tanto i miei genitori infilano degli spiccioli.
Tota lo ha sicuramente notato perché un giorno scompaiono insieme. Tota e il carosello.

Oggi mi chiedo se si sia mai pentita di quel gesto. Sicuramente non c’erano molti soldi nel salvadanaio, non più di quelli che le avrebbe dato mia mamma per il suo aiuto. Ma gli zingari sono così: gli piace essere liberi. E forse hanno ragione. In fondo è così che siamo nati: liberi.      



lunedì 10 febbraio 2014

IL PROGRAMMA di Sara PALMIERI





IL PROGRAMMA*
di Sara PALMIERI



L’ha persa tre anni fa la voglia di vivere. Quando è morta Teresa, la moglie. Già facevano progetti per la vecchiaia. Come i giovani per il futuro.
Con i risparmi e due buone pensioni avrebbero viaggiato, rinnovato il mobilio di casa, scelto nuove letture. A Teresa piacevano i gialli, Eugenio preferiva l’avventura. Si erano ripromessi di rileggere i classici: Tolstoj, Gogol, Proust, l’Odissea.
Ora Eugenio non ha più voglia di leggere, né di viaggiare o di rinnovare il mobilio, si aggrappa al vecchio che ha condiviso con Teresa.
Solo a volte parlavano della morte, era un evento che non li riguardava.
Invece la morte è arrivata, di mattina, una fredda mattina d’inverno, senza annunciarsi, senza essere attesa. Un incidente di macchina, come altri, per il ghiaccio sulla strada.
Eugenio è rimasto incredulo, per giorni. Ha pensato che non fosse vero e che lei sarebbe ricomparsa, a dirgli che era una burla, la burla del Carnevale che impazzava fuori.
Amici e parenti a consolarlo, il nipotino che vuole giocare.
Frasi di circostanza e psicologia spicciola: “Rielaborare un lutto, come per un trasloco o un divorzio, richiede due anni, poi il dolore si attenua e ricominci a vivere”.
Così non è stato ed Eugenio odia la morte. Non è un sentimento originale. Tutti odiano la morte, ma non quanto lui. Lui ha deciso di prevenirla, guardandola in faccia.
Il giardino dove è sepolta Teresa è nel paese d’origine, così diverso dalla città dove hanno abitato. E’ su una collina di terra rossa, su cui si distendono alberi di ulivo. All’orizzonte occhieggia il mare.
Eugenio le ha piantato intorno i fiori che più amava, narcisi e giunchiglie.
A fianco del sepolcro bianco, ce n’è un altro, ancora vuoto, che lo accoglierà quando avrà attuato il programma.
Il programma gli è nato dentro una notte ed è stato come una folgorazione, una luce che squarcia l’angoscia.
In questo Paese ipocrita, lo Stato pretende di decidere il tuo destino.
Non puoi scegliere di morire, neanche quando sei un malato terminale o un centenario afflitto dalle piaghe. Figurarsi se può farlo Eugenio, che è in salute e non ha ancora 60 anni. Non importa allo Stato dell’inaridimento che lo prostra dentro e gli fa sembrare tutto inutile, faticoso.
Eugenio ha un amico a Lugano, medico in una clinica che consente la morte a chi la desidera.
Una morte pulita, in un letto candido, tra pareti asettiche. In Svizzera puoi decidere la tua morte e programmarla come una festa di compleanno o di matrimonio.
Ha contattato l’impresa funebre del paese, ha scelto il giaciglio, un vestito colorato, gli oggetti che vuole con sè (una foto di Teresa sulla spiaggia di Maratea, il primo ciuccio di Federico, la pipa di radica rossa), ha avvisato gli amici, il figlio.
Non erano d’accordo, ma è la sua vita, anzi, la sua morte. Gli ha chiesto di essere felici e di brindare all’unica scelta che gli è rimasta. Non sa scegliere altro. Tutto lo annoia e gli è indifferente. Al suo amico Enrico, che gli parla di Dio ha risposto: “Sta certo che nessun dio mi disturberà e finalmente sarò quieto, accanto a Teresa”.
La sera prima di partire ha guardato le foto di famiglia. Il cerchio si è chiuso. Arriva il momento in cui è giusto andarsene. Quando non hai più niente da dire o da dare.
Alla luce della lampada, ha sfogliato La Nausea di Sartre.
Ha preso il treno: pendolari come automi, manager rampanti, studenti vocianti. “Non mi perdo nulla”. Passa un mendicante, gli allunga cento euro. Quello lo guarda stranito. Lascia un Paese decadente ed egoista, governato da idioti.
Il treno varca la frontiera. Ora dal finestrino si alternano ville e giardini fioriti.
Finalmente un viaggio senza bagagli, come ha sempre sognato.
Scendendo inciampa sul predellino e si ferma l’ attimo prima di battere la testa su un palo di ghisa. Sorride al pensiero della beffa di una morte gratuita mentre ne sta comprando una.
La clinica è una villa antica immersa nel verde, il taxi si ferma alla fine del vialetto. Il suo amico gli va incontro, sa che non vuole perdere tempo, che detesta i cambi di programma.
Si spoglia, infila un camice verde. La camera è come la immaginava, non sembra una stanza d’ospedale o l’anticamera del buio. Si sdraia e attende. Arriva l’amico. Con lui c’è un’infermiera giovane, che trascina un carrello di aghi e di flebo. Ne prende una, gliela infila nel braccio che nel frattempo Eugenio ha diligentemente scoperto. Sta guardando in faccia la morte, ma non è un teschio coperto di nero con una roncola in mano. Ha la faccia pulita di una sconosciuta, il volto disteso dell’ amico. Vorrebbe dire una frase adatta all’occasione: si tratta pur sempre di un congedo dal mondo!
Non gli viene in mente nulla. Prima di chiudere gli occhi, guarda Maurizio: “Grazie di tutto”.
E’ l’unica cosa che sa dire.

                                                                                                         



* Il racconto è stato ispirato dalla volontaria scomparsa di Lucio Magri, mito della mia gioventù, anche se i contenuti sono del tutto fantasiosi. 


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