di
Norberto Fragiacomo
Giuseppe “Pippo” Civati ha tutto quello che serve per suscitare simpatia nell’elettorato progressista: è giovane (classe ’75 come Renzi, ma mostra una trentina d’anni), ha occhioni blu e sguardo franco; verve, battuta pronta ma non acida, e mamma e moglie più “estremiste” di lui (l’ha rivelato a Le invasioni barbariche di madame Bignardi).
Basteranno queste doti a farne il leader della sinistra del futuro? Potrebbero, a patto che ci si accontenti di una sinistra embedded, perfettamente inserita nel circuito neoliberista. Un diamante che luccica in mezzo al fango, ma non merita raccogliere, perché irrimediabilmente finto.
Di certo il nostro ha bruciato le tappe, pur venendo da una realtà – quella lombarda – profondamente berlusconizzata: sembrava un ragazzino quando tubava, un lustro fa, col coetaneo Matteo alla Leopolda e veniva indicato, dai sondaggi, come il golden boy, la speranza del Partito Democratico (surrogata, in seguito, dall’incolore capogruppo Roberto); la rottura con Renzi lo ricacciò nel cono d’ombra, ma l’elezione alla Camera dello scorso anno ha promosso Pippo a stellina della politica nazionale, specie dopo il gran rifiuto di votare il Governo Napoliletta. Mossa ad effetto, ma consentita, perché ininfluente. In precedenza Civati, considerato vicino al M5S (o, per meglio dire, ai suoi parlamentari più critici verso la linea Grillo-Casaleggio), aveva supportato il diversivo di Bersani, finalizzato unicamente a mettere in difficoltà i pentastellati, e aveva pure lanciato l’idea di un partito unico con Sinistra Ecologia Libertà. Non si trattò di una boutade: il progetto è stato riproposto nella campagna per le primarie, e ad oggi – come vedremo – non pare affatto accantonato (né da lui né, tantomeno, da Matteo Renzi).
