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venerdì 19 settembre 2014

IL PRODE MORENO E LA CROCIATA CONTRO L’EURO di Stefano Santarelli




IL PRODE MORENO E LA CROCIATA CONTRO L’EURO

di Stefano Santarelli




Esistono vari modi di fare le polemiche politiche ma si deve riconoscere che Moreno Pasquinelli, il leader del MPL, ha scelto nel suo ultimo articolo, "Kautskyani o trotskysti? Sul fianco sinistro del blocco eurista" apparso nel Blog “Sollevazione”, il modo peggiore attaccando duramente un contributo di Olmo Dalcò (un evidente pseudonimo) scritto per il seminario nazionale di Sinistra Anticapitalista. Questa polemica rappresenta un vero salto di qualità rispetto alle precedenti querelle lanciate da Pasquinelli.

Ora deve essere chiaro che non mi scandalizza la contestazione di un articolo anche se espressa con toni particolarmente duri e pesanti, in fondo vengo dalla scuola della Quarta internazionale, ma trovo assolutamente inaccettabile che Sinistra Anticapitalista e con essa quindi tutte le altre formazioni contrarie all’uscita dalla moneta unica e già criticate a suo tempo da Pasquinelli come i CARC, il PCL (e a questo punto la lista diventerebbe veramente lunghissima) non favorevoli al lancio di una campagna per l’uscita dall’Euro vengano accusate di essere “diventate satelliti del PD, (e) come Renzi si illudono di ‘poter cambiare verso’ all’Unione europea, e quindi sono oggettivamente diventate truppe di complemento delle oligarchie eurocratiche”.

E’ una critica sicuramente ingenerosa, vergognosa oltre che calunniosa questa che il prode Moreno riserva tra l’altro ad una formazione che, sia pur con tutti i suoi limiti che essa stessa riconosce, non ha avuto nessuna esitazione a indicare (da subito e prima dello stesso Pasquinelli) in Renzi e nel suo governo il nemico pubblico n°1.

E’ evidente che lo stile di Pasquinelli, se di stile si può parlare, ostacola qualsiasi tentativo di costruire un fronte unitario della sinistra e delle forze sociali per contrastare il governo Renzi e le sue politiche liberiste che non solo stanno impoverendo la società italiana ma creano le premesse per la distruzione totale dei diritti e delle conquiste sociali ottenuti dai lavoratori dal dopoguerra ad oggi.
Senza la costruzione di questo fronte unitario il nostro paese rischia non solo attacchi ai livelli di vita dei ceti medio bassi della nostra società, ma una svolta autoritaria di cui non è difficile prevedere le conseguenze.

E’ questo il vero soggetto che ci troviamo di fronte non certamente il lancio di una campagna demagogica per l’uscita dall’Euro che può costituire al massimo soltanto un aspetto tattico ma certamente non strategico della nostra battaglia politica. Ma il nostro Pasquinelli evidentemente non conosce la differenza che passa tra la tattica e la strategia politica al contrario di un altro Moreno (Nahuel), celebre dirigente trotskista argentino che dedicò su questo aspetto un suo celebre testo.

Io non sono assolutamente un esperto di problemi economici come i miei compagni Achilli e Gatti anzi mi definisco un analfabeta su questo terreno. Ma sia pure nella mia profonda ignoranza ritengo che l’eventuale uscita dall’Euro per ritornare ad una moneta nazionale che sarebbe veramente carta straccia colpirebbe duramente i livelli di vita dei lavoratori italiani e delle loro famiglie.
E non si può non condividere l’analisi di Riccardo Achilli:

“Togliamoci dalla testa l’idea che l’uscita unilaterale dall’euro, come farneticano Grillo e i sovranisti, sia praticabile. Uscendo dall’euro con un economia iper-indebitata, con un potenziale di crescita molto basso e con una modestissima autorevolezza politica internazionale, verremo condotti in caso di ripudio anche solo parziale del debito sovrano, verso un default pilotato, sul modello di quanto è avvenuto in Argentina, oppure in caso di rispetto degli impegni di rimborso del debito, verremo schiacciati dallo spread e dalla fuga di capitali (…). Il recupero di competività-prezzo derivanti una svalutazione della reintrodotta lira verrebbe schiacciato anche da sanzioni, anche non tariffarie, sul nostro commercio estero.”

Ritengo questo un quadro molto probabile delle conseguenze della uscita dall’euro per il nostro paese.
Ma al di là delle divergenze che si possono avere con Pasquinelli sulla opportunità di uscire o meno dall’euro il nodo centrale è, lo ripeto ancora una volta per evitare equivoci, la costruzione di un Fronte unitario della sinistra contro il governo Renzi. Sta a Pasquinelli e al suo movimento decidere cosa fare: se impegnarsi in prima persona contro questa battaglia che non sarà certamente facile vincere, oppure lanciarsi in una campagna fumosa contro l’euro e contro i compagni e le organizzazioni della sinistra ostili a tale crociata, cosa che in ultima analisi aiuterebbe proprio lo stesso Renzi che a parole il prode Moreno dichiara di combattere.




mercoledì 17 settembre 2014

KAUTSKYANI O TROTSKYSTI? Sul fianco sinistro del blocco eurista...

di Moreno Pasquinelli














16 settembre.

CON LA SCUSA DELL'INTERNAZIONALISMO.
Terza puntata della rassegna sull'estrema sinistra e la questione dell'euro.



Questa volta ci occupiamo di Sinistra Anticapitalista[1] Il 13 settembre è apparso sul sito di questa organizzazione un lungo articolo (firmato con lo pseudonimo Olmo Dalcò) dal titolo "Euro o non euro: quel che ha da venire poi". E' presentato come "contributo" in vista del seminario nazionale de gruppo in questione.



Premessa



Abbiamo faticato non poco a seguire i ragionamenti del Nostro. La "sostanza" è stato arduo rintracciarla, poiché sepolta tra molta cianfrusaglia. Salta invece agli occhi il carattere profondamente mistificante del "contributo". Olmo Dalcò (o chi per lui), nella sua critica a coloro che propongono di uscire dall'euro, prende in considerazione solo gli argomenti più puerili, banali, ovvero quelli delle destre, deliberatamente tacendo sugli argomenti delle sinistre no-euro (marxiane e keynesiane).

Lo fa perché ignora l'argomento (la letteratura scientifica sull'uscita dall'euro è infatti oramai sterminata) oppure perché sa, ma, furbescamente, preferisce costruirsi un falso e facile bersaglio allo scopo di stampellare il suo ragionamento fazioso? Forse tutte e due le cose: egli ignora e quindi, per sorreggere la sue tesi, si costruisce un bersaglio alla sua portata.
Di certo non è degno di uno che si ritiene marxista svolgere una critica ad una posizione su una questione certo complessa, buttarla in caciara, ovvero misurarsi con le tesi anti-euro più pacchiane  e semplicistiche e non invece con quelle serie, scientifiche.





Finanza, banche, moneta: solo sovrastrutture?



Sentiamo il ragionamento di Olmo:

«Non c’è da stupirsi, nel senso che dovremmo ormai essere abituati a fronteggiare le narrazioni ideologiche che persistono a mettere le sovrastrutture monetarie e finanziarie innanzi a tutta la struttura dell’economia reale. (...) Hai voglia a spiegare che il debito e la finanza, pubblica o privata, non c’entravano nulla con la causa della crisi; che la crisi è economica e reale e non monetaria e finanziaria; che si tratta di una crisi di sovrapproduzione, ciclica e necessaria, e non di sottoconsumo, ossia contingente e possibile; che la crisi non è affatto etica ma il frutto della duplice contraddizione da un lato della distribuzione antagonista tra lavoro salariato e capitale, dovuto all’eccesso di lavoro non pagato, dall’altro dello scontro imperialista tra capitali, dovuto alla spietata concorrenza transnazionale».
Sorvoliamo sulla bizzarra definizione della crisi di sovrapproduzione e andiamo alla tesi, provando a spiegare perché è completamente sballata. 

Chiunque abbia sale in zucca sa che il sistema finanziario/bancario non è affatto una sovrastruttura, che è invece parte integrante della struttura sistemica dei paesi capitalistici, tanto più di quelli "avanzati". E' avvilente che occorra ripetere questa banalità ad uno che si dice comunista, e ciò a ben 108 anni dalla pubblicazione de L'imperialismo di Lenin.

mercoledì 2 luglio 2014

KEYNES O MARX? di Moreno Pasquinelli

 















KEYNES O MARX? 

di Moreno Pasquinelli




L’attuale crisi sistemica del capitalismo occidentale sta mandando in pezzi la scuola monetarista di Milton Friedmann e con essa l’ortodossia liberista e i suoi due massimi assiomi.  Il primo è di natura squisitamente filosofica e consiste in questo: ogni uomo, perseguendo egoisticamente la propria felicità contribuirebbe a realizzare quella di tutti. Il secondo, di carattere economico, considera il mercato  il sistema che meglio di ogni altro contribuisce alla ricchezza generale e alla sua equa distribuzione.


Ci si poteva attendere che una crisi di tale portata avrebbe rinvigorito spinte anticapitalistiche di massa e riportato velocemente in auge l’ideale del socialismo. Non è stato così. Troppo fresche le devastanti ferite subite dal movimento rivoluzionario a causa del crollo, catastrofico quanto inglorioso, del “socialismo reale”, troppo profondo il processo di imborghesimento sociale e coscienziale del proletariato occidentale maturato negli ultimi decenni. Questo contesto spiega perché il pensiero di Carlo Marx, il principale studioso del capitalismo e delle sue contraddizioni, nonché il principale assertore della necessità e fattibilità del suo superamento, lungi dal risorgere, resti confinato nell’oblio, con lo sconsolante effetto collaterale per cui gli stessi intellettuali di sinistra, tranne rare eccezioni, quasi si vergognino di dichiararsi marxisti.

Assistiamo, di converso, ad una prepotente rinascita del pensiero economico di J. M. Keynes a tal punto che è possibile affermare che la maggior parte degli economisti (di quelli seri, non per forza di quelli che usufruiscono di una cattedra in qualche blasonata università) si considera keynesiana.

Essendo tra quelli che più decisamente insistono sulla centralità assoluta del discorso sulla crisi —di qui la nostra insistenza per lo sganciamento dall’Unione europea e l’abbandono della moneta unica come precondizioni necessarie per venirne fuori—, di questo revival keynesiano, ne sappiamo qualcosa. Dieci economisti keynesiani su dieci condannano senza appello le politiche delle euro-oligarchie e della Bce. Tra questi solo una minoranza, partigiana dell’Unione, ritiene che l’euro sia compatibile con le terapie keynesiane e implora la Bce affinché inverta la rotta. La maggioranza di loro sostiene invece che l’euro è comunque condannato  e propugna il ritorno alle sovranità monetarie statuali. Avrete capito perché di keynesiani ne sappiamo qualcosa: con i migliori di loro —quelli che non solo invocano astrattamente la fine delle politiche di macelleria sociale ma che sostengono come necessaria la riconquista della sovranità nazionale, politica e monetaria— abbiamo in comune il nemico, e logica vuole che le forze si uniscano.

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