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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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lunedì 27 agosto 2012

La decrescita vista dai borghesi, ovvero l’Italia Futura in mano ai trogloditi di oggi



di Lorenzo Mortara

Il movimento per la decrescita felice, il cui principale portavoce internazionale è Serge Latouche, autore di ottimi libri, appartiene all’enorme letteratura dei socialismi utopistici. Nonostante si spacci per chissà quale novità, la decrescita non è che l’ultima variante del mutuo soccorso, dei falansteri e di altre fantasticherie ottocentesche. L’origine sociale è piccolo borghese, questo aspetto già da solo basta e avanza per condannarla, perché la piccola borghesia non può andare né avanti né indietro, di conseguenza non ha futuro né che cresca con gioia né che decresca con somma tristezza e viceversa. Il passato è dei feudatari, il presente dei borghesi, il futuro dei proletari. Del regno rinsecchito e felice dei piccolo borghesi, non ci sarà mai traccia. Nondimeno, Latouche, proprio come i suoi padri, è animato da una genuina volontà di porre rimedio ai mali del capitalismo. Proprio per questo la sua opera, è comunque interessante e altamente istruttiva, persino per noi, se non altro per le sue accurate ricerche. Se però la decrescita non può resistere in un solo suo punto all’inesorabile e spietata critica marxista, restandone irrimediabilmente al di sotto, di fronte all’acefala critica liberale resterà sempre tre spanne al di sopra, intangibile. La critica liberale alla decrescita è tanto indecente quanto quella marxista è intelligente. Solo la volgarità della borghesia e dei suoi cortigiani (in questo caso cortigiane) non se ne rende conto.
A prendersela con lo spauracchio della decrescita, La Stampa, ha messo in questi giorni Irene Tinagli, 35 anni, economista all’università del Borbone di Madrid, consigliera sempre in materia d’economia per l’ONU e altri svariati enti perditempo, nonché nuova maschera dell’attuale Italia Futura, partito praticamente no-profit del profittatore Montezemolo, e di conseguenza statua al museo delle cere nella stanza dedicata alle eroine defunte per la nobile causa del PD, di cui è ormai un’ex delusa. Non male per una martire della meritocrazia e della lotta alla burocrazia, aver cominciato ad illudersi di far politica nel covo degli ex stalinisti...
Questa presunta talentuosa svenduta al profitto, critica dal profondo del suo realismo l’illusione romantica della decrescita. Tuttavia, piena di sé come è, non si accontenta di dire le solite sciocchezze in materia, così per dare peso alle sue banalità canzona pure il buon Ceronetti, un gigante al confronto, il quale dopo aver distinto i beni necessari da quelli fatti puramente per trarre profitto, invoca un ritorno ai primi per rimediare ai mali dei secondi. L’errore del Ceronetti sta proprio qua, nell’illudersi che esistano beni fatti per necessità e altri fatti per il profitto, quando in realtà, sotto il capitalismo, necessario e superfluo dipendono entrambi dal plusvalore. Una cosa necessaria che non produca profitto diventa immediatamente superflua, così come una cosa superflua che generi la più grande quantità di profitto diventa immediatamente una necessità assoluta. Irene Tinagli, ovviamente, non rimette a posto questo errore tecnico del Ceronetti, ma preferisce accusarlo di romanticismo in contrapposizione al suo pomposo realismo abbarbicato alle nuvole. Sarebbe bello tornare alla produzione artigianale «se non fosse che la distinzione tra beni volti alla soddisfazione di bisogni cosiddetti essenziali e beni commerciali non è così netta come si possa pensare (senza contare l’inquietante scenario in cui qualcuno decide cosa è essenziale per la gente e cosa non lo è)». Questo qualcuno che decide cosa sia essenziale è evidentemente l’intellettuale Ceronetti. Per la gleba del Capitale è già inquietante che a decidere cosa sia essenziale da produrre sia la piccola borghesia intellettuale, figuriamoci che grado di isteria raggiungerebbe qualora a decidere fossimo noi proletari, tuttavia se lo fa il mercato, e cioè la grande borghesia cretina, l’inquietudine sparisce e cede il posto all’euforia per aver conservato, libero come un fringuello, il commercio indipendente e autonomo della schiavitù.
Il realismo della Tinagli consiste tutto qua, nella fede in questa superstizione mercantile.
Dopo aver toccato il punto più alto della sua critica, quella fatta da Ceronetti al posto suo, Irene Tinagli scende a rotta di collo per il suo articolo, inforcando tutti i luoghi più comuni della vulgata liberista contro la decrescita. Dimostrando di non aver mai letto un solo rigo della letteratura «decrescente», la giovane economista ci spiega che un’economia di sussistenza non rinuncerebbe solo all’I-pad ma anche ai servizi sociali che lo Stato offre grazie alla crescita. Non solo, senza crescita, per i poveri sarebbe un disastro perché i ricchi un modo per arrangiarsi lo troverebbero sempre. A dimostrazione delle sue tesi, elogia la Cina che dal 1981 al 2001, con “l’apertura alla crescita economica”, come la chiama lei, ha dimezzato la povertà; cita il compagno burocrate Deng Xiaoping il quale ha sentenziato che «la povertà non è socialismo»; infine di fronte alla contraddizione cubana che ha osato crescere anche negli anni sessanta, si affretta a distruggere il miracolo economico dell’isola perché fittizio, in quanto foraggiato dalla vecchia Unione Sovietica. Morale (solita): è per il bene di noi proletari che i borghesi vogliono crescere, ed è sempre per il nostro bene che i loro profeti in gonnella cantano le loro omelie.
Se fossero vere le corbellerie sulla crescita, a crescita zero dovrebbe corrispondere un livello stazionario delle prestazioni statali di servizi, oggi quindi non avremmo grandi problemi. Nell’economia stagnante dell’abbondanza, anche i servizi dovrebbero ristagnare al livello elevato raggiunto. Invece, nonostante un PIL 6 volte superiore a quello di 60 anni fa, la crescita ha riportato indietro, a livelli ottocenteschi, il movimento operaio. Per una Cina che con l’apertura al mercato ha impennato la crescita dei Deng Xiaoping sulla miseria crescente di masse proletarizzate, c’è anche una Russia che ha tentato di fare la stessa cosa ed è collassata. I conti insomma non tornano finché verranno fatti col pallottoliere della crescita interclassista, un pallottoliere truccato e idealistico.
David Ricardo spiegava nel capitolo Macchine dei suoi Principi di economia politica e dell’imposta «che un aumento del prodotto netto di un Paese è compatibile con una diminuzione del prodotto lordo». Traduzione: la crescita di borghesi e redditieri è possibile anche in regime di stagnazione, purché la quota salari generali diminuisca. Ed è grosso modo questo che sta succedendo oggi su scala planetaria, perché la crescita non è che la crescita del profitto e se aspettiamo lei per far crescere i salari, possiamo aspettare per l’eternità. Per essere precisi, un briciolo di verità nella tesi della crescita necessaria per il miglioramento del proletariato, c’è. Infatti, con la crescita lorda, crescono anche i salari, qualora la crescita complessiva sia superiore alla loro decrescita relativa. La decrescita relativa dei salari è alla base della società capitalistica. Se questa viene compensata da una maggiore crescita produttiva allora anche noi abbiamo un beneficio per quanto relativo. Se per esempio 100 operai producono 1000 automobili, l’innovazione che consentirà la stessa produzione con metà del personale, porterà a una crescita dei salari qualora la loro decrescita relativa del 50% sarà compensata da un aumento della produzione superiore del 100%. In questo caso e solo in questo caso, Capitale Rendita & Lavoro avranno tutti un beneficio netto in termini assoluti, anche se il Lavoro al prezzo enorme della sua perdita relativa. L’idea che solo la crescita possa aumentare i salari, è appunto la credenza mitica che la crescita assoluta del PIL possa compensare all’infinito la perdita relativa del monte salari. Se Latouche è un romantico illuso, Irene Tinagli e i borghesi non sono più nemmeno capitalisti illuminati dalla ragione, essendo ormai regrediti ad oscurantisti più o meno medioevali.
La perdita relativa della quota salari, impone all’economia capitalistica una crescita geometrica nel tentativo di recuperarla. D’altra parte la crescita geometrica tende a ridurre gli sbocchi necessari per il suo smaltimento, cioè a creare ostacoli sempre più grandi sul suo cammino. Ne viene che la tendenza storica del capitalismo è quella di dimezzare costantemente la crescita a fronte della necessità per i salariati di vederla raddoppiata. Se nel trentennio glorioso la crescita si aggirava attorno al 6%, prima della crisi del 2008 faticava a superare il 3%. In futuro si ridurrà ancora. Già nel 1991, lo ricorda Latouche nel suo Come sopravvivere allo sviluppo, era stato calcolato un obbiettivo 10% come traguardo minimo di crescita annuale per mantenere tutti, poveri e ricchi, nel benessere favoloso della società del profitto. Questo significa, a grandi linee, che se ieri ci voleva il 10% di crescita annuale per togliere dalla miseria tre miliardi e mezzo di persone, metà della popolazione mondiale, oggi al di sotto del 20% c’è il rischio di scaraventarci anche l’altra metà. Ergo la crescita per il bene di tutti è pura ideologia borghese. E fin qui lo sapevamo. Sbugiardare l’ideologia borghese della crescita non significa però cedere alle lusinghe dell’ideologia piccolo borghese della decrescita. Nella società attuale, capitalistica, sono i borghesi quelli che devono decrescere, e possono farlo solo se crescono i salari. Guai se anche un salariato volesse decrescere. Ci manca solo questo! Un salariato che vuole decrescere, è solo un operaio che vuol aumentare lo sfruttamento. I salariati invece devono voler crescere smisuratamente. Tuttavia, la crescita dei salari non ha bisogno necessariamente di una crescita generale. Così come i profitti possono crescere anche in caso di calo di prodotto lordo, alla stessa maniera possono farlo i salari, purché cali il profitto. Va da sé che un aumento dei salari farà verosimilmente ripartire la crescita generale. Ma in questo caso le difficoltà verranno dallo sciopero bianco del Capitale. Più o meno come sta avvenendo in Venezuela, Paese che, con la forte ridistribuzione del reddito che ha portato il movimento bolivariano, dimostra in maniera lampante come al capitalismo anche la crescita stia stretta quando non vada a beneficio del profitto ma dei salari.
Quello che la Futura Itaglia delle Irene Tinagli vogliono con la crescita, è la crescita del capitalismo. Noi invece vogliamo la sua decrescita come premessa del suo azzeramento. Solo così possiamo avere grandi speranze di crescita. E solo così possiamo darne anche qualcuna a Latouche e ai “decrescitori”. La decrescita felice è infatti impossibile, ma la crescita felice, cioè il ricambio organico con la natura, con una produzione che aumenti o diminuisca, con tutti i servizi sociali annessi, in perfetta armonia con l’ambiente circostante sarà certamente possibile con il comunismo. Perché la miseria non è il socialismo, ma la ricchezza di Deng Xiaoping lo è ancora meno, perché non è altro che il capitalismo. E per la nostra crescita, in fondo, ci vuole la crescita del marxismo, la nostra sola vera ricchezza.


Stazione dei Celti
Domenica 26 Agosto 2012 

lunedì 27 febbraio 2012

Come sopravvivere a Latouche di L. Mortara




Lo scritto di Riccardo Achilli, Decrescita e marxismo, riprende una tematica della quale mi sono occupato pure io, giungendo grosso modo alle sue stesse conclusioni. Il passo che segue è tratto da un mio vecchio lavoro, quasi di apprendistato, intitolato Dove va il popolo di Seattle?, scritto nel 2006, e già segnalato nel mio breve saggio su I Neoborboni. Lo ripropongo perché mi pare possa costituire una giusta integrazione al lavoro del compagno Achilli. Buona lettura!


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Stando al Professor Serge Latouche e al suo interessantissimo libro Come sopravvivere allo sviluppo – Bollati Boringhieri Editore – il tentativo concreto di decrescita dovrebbe partire dal sistema dei neoclan, uniti da progetti locali come banche del tempo e scambi equi e solidali, maturi per non «trincerarsi in un “terzo” settore, ma [per] colonizzare progressivamente gli altri due, cioè il mercato capitalistico e lo Stato». I neoclan fungerebbero da piccole nicchie all’interno dell’economia mondiale di mercato, come oasi nel deserto, con il preciso scopo di non preservarsi semplicemente, ma di «estendere progressivamente “l’organismo” sano per far arretrare il deserto o fecondarlo». Non ho niente contro questo progetto e i suoi possibili tentativi di riuscita. Ma quello che Latouche non si chiede, ed è l’unica pecca del libro, è con quale ritmo debba avanzare l’organismo sano per non essere raggiunto di nuovo dal “morbo sviluppista”. Se mentre si riconquista un centimetro di deserto da una parte, ne avanzano due chilometri dall’altra, lo sforzo diventa inutile come travasare il mare con un cucchiaino. Stando agli attuali ritmi di crescita del mercato Equo & Solidale e delle nicchie dei neoclan, o anche accelerandoli di dieci o cento volte, prima di poter far arretrare davvero lo sviluppo, ovvero la crescita, il capitalismo farà in tempo a distruggere non solo il pianeta Terra, ma anche tutto l’universo. Infatti, per l’Equo & Solidale, crescere di dieci o cento volte, vorrebbe dire passare appena appena dallo 0,01 allo 0,1 o al massimo all’1% del PIL mondiale, e cioè restare sempre fermo a una quota di mercato poco più che irrisoria. Solo crescendo di mille volte e forse neanche l’organismo sano potrebbe cominciare davvero a incidere sullo sviluppo costringendolo ad arretrare. Dico forse, perché il 10% è una cifra significativa ma ancora minoritaria per poter ambire concretamente alla riduzione generale dei consumi. Dunque, a meno di essere Superman o Dio in persona, non c’è nessuna possibilità di vincere la sfida su questo terreno in tempi utili. La decrescita equa e solidale del Fair-Trade o dei neoclan, due facce dello stesso progetto, sarà sempre in clamoroso ritardo rispetto alla crescita. Non è sfiducia nelle possibilità alternative del Fair-Trade, ma realismo. Realismo che trova conferma dentro La crisi di crescita (libro di Lorenzo Guadagnucci e Fabio Gavelli – Feltrinelli Editore): il successo dell’ Equo & Solidale, infatti, va dalla “significativa” conquista del 3% del mercato svizzero ottenuta dal caffè, a quella “miracolosa” del 15% ottenuta dalle banane sempre nello stesso Paese. Successi che potranno anche essere ripetuti e in certi casi migliorati, ma che comunque non potranno mai cancellare l’evidenza che «di fronte a futuri progressi, difficilmente si potranno raggiungere percentuali a due cifre», perché «l’incidenza sui mercati sembra fisiologicamente limitata». Come si vede, il mio ipotetico 10% è ben più ottimista rispetto alla previsione prudente dei diretti sostenitori del Fair-Trade, dalle cui analisi emerge inequivocabilmente come progetti quali la “decrescita”, il mercato Equo & Solidale, le Società dei neoclan o quelle strutturata attorno alla Banche del tempo, saranno sempre fuori dalla Storia. Non avranno un futuro perché non lo si può avere quando il presente non è in grado di inscrivere la sua Storia in un passato memorabile.
Il comunismo avrà fallito, ma non nell’attenzione data al problema. In Riforma sociale o rivoluzione? – più di cento anni fa – Rosa Luxemburg aveva già inchiodato i neoclan e le cooperative sociali di allora alla croce su cui ancora oggi la Storia li condanna: «...nel caso più favorevole le cooperative di produzione sono destinate al piccolo smercio locale ed a pochi prodotti di necessità immediata, preferibilmente generi alimentari. Tutti i rami più importanti della produzione capitalistica: l’industria tessile, carbonifera, metallurgica, petrolifera, come pure la fabbricazione di macchine, locomotive, navi, sono escluse a priori dalla cooperativa di consumo e quindi anche da quella di produzione. A prescindere, dunque, dal loro carattere ibrido, le cooperative di produzione non possono essere considerate come una riforma sociale generale. Per il semplice fatto che la loro attuazione generale presuppone anzitutto la soppressione del mercato mondiale e la dissoluzione dell’economia mondiale in piccoli gruppi locali di produzione e di scambio, quindi essenzialmente un ritorno dall’economia mercantile del capitalismo sviluppato a quella medievale».
Ecco perché decrescita, fair-trade et similia non possono andare più in là, e nelle più rosee previsioni, di una percentuale irrisoria. Non per questioni fisiologiche, ma per un fatto tecnico. I marxisti lo sapevano un secolo fa, i decrescitori non lo sapranno probabilmente nemmeno tra due.
Non è stata l’ideologia comunista a oscurare progressivamente questi tentativi di rimedio come pensa ad esempio Tonino Perna. Sono gli eterni romantici che per andare fino in fondo alla loro illusione devono per forza ignorare le critiche marxiste che li costringerebbero ad aprire gli occhi. In effetti, Tonino Perna, che sostiene una simile tesi in Fair Trade – Bollati Boringhieri – in alcun passo del libro prova discutere queste obiezioni, il che è la rappresentazione scritta della loro conferma.
Così, dopo aver constatato l’inevitabilità dello sviluppo, cosa resta di tutte le possibili critiche al suo modello? Marx e il vecchio marxismo, il quale messo troppo presto alla porta, rientra sempre dalla finestra proprio come lo sviluppo che resiste a tutti gli assalti e i tentativi alternativi per aggirarlo. Solo il marxismo può battere lo sviluppo capitalistico perché ne accetta frontalmente la sfida risolvendone al contempo tutte le contraddizioni. Il marxismo, infatti, a differenza dei teorici del Popolo di Seattle, riconosce che anche il capitalismo è un vettore di cooperazione sociale. A tal proposito, la conclusione del Discorso sul libero scambio di Marx – DeriveApprodi – dice che il «libero scambio promuove la rivoluzione sociale». E, anche qua, Marx ha tutte le ragioni. Dentro questa fondamentale conclusione sta anche un’altra ben più importante considerazione, che un po’ tutti i New-Global tendono ad ignorare perché vedono nella mondializzazione del capitalismo la personificazione del demonio: se il libero scambio promuove la rivoluzione sociale, allora le multinazionali tanto contestate, essendo la punta più avanzata e sviluppata del capitalismo e del libero scambio, sono anche le più grandi incubatrici e promotrici di evoluzione sociale, di un “altro mondo possibile”, molto di più, in potenza, del mercato Equo & Solidale e del movimento di Porto Alegre che sta tristemente avvolgendosi e imprigionandosi nella sua stessa rete. Si tratta non di riportarle indietro, sul suolo “locale”, ma di minarne, via via che si sviluppano, il carattere di classe. Stare alla testa del progresso sociale che man mano questi giganti del mercato sviluppano in maniera contraddittoria.

mercoledì 13 luglio 2011

LA DOPPIA IMPOSTURA DELLA RIPRESA


di Serge Latouche*


Introduzione

Che cosa è la «ripresa»? E’ in sostanza quel che è stato proposto al vertice (G8 / G20) di Toronto, un programma che contiene allo stesso tempo sia la ripresa che l’austerità. La cancelliera tedesca Angela Merkel chiedeva una politica vigorosa di rigore e di austerità. Il presidente degli Usa Barak Obama, temendo di colpire la timida ripresa dell’economia mondiale e di quella statunitense con una politica deflazionista, chiedeva un rilancio ragionevole. L’accordo finale è stato raggiunto su una sintesi zoppicante: la ripresa controllata nel rigore e l’austerità moderata dal rilancio. Il ministro dell’economia francese Christine Lagarde, che non era ancora presidente del Fondo monetario internazionale, ha allora azzardato il neologismo «rilance» (contrazione di «rigueur e «rilance»). Con ciò sincronizzando il passo con il consigliere del presidente Sarkozy, Alain Minc, che, interrogato su quel che bisognava fare nella situazione critica provocata dalla destabilizzazione degli Stati da parte di mercati finanziari che i medesimi Stati avevano appena salvato dalla rovina, si è prodotto in questa ammirevole formula: bisogna schiacciare allo stesso tempo il freno e l’acceleratore.

In ogni modo, denunciare la doppia impostura di questo programma costituisce per me una tripla sfida.

Prima di tutto, si tratta parlare in questo luogo, nell’ambito del parlamento europeo a Bruxelles – tempio della religione della crescita – a partire da una posizione iconoclasta, la decrescita, per di più a proposito di una materia di cui non sono uno specialista, la Grecia e la crisi del debito sovrano.

Poi, si tratta di parlare in questo luogo – tempio della politica – a partire da una posizione da «scienziato» e dunque, per riprendere la distinzione e l’analisi di Weber, secondo l’etica della convinzione e non quella della responsabilità.

Infine, si tratta di sostenere un punto di vista paradossale: né rigore, né ripresa.

Rifiutare il rigore o l’austerità è una posizione sulla quale posso almeno trovare degli alleati (benché molto minoritari) sia tra gli economisti, ad esempio Fréderic Lordon, che tra i politici, come J-L Mélanchon secondo il suo attuale programma.

Rifiutare la ripresa della crescita produttivista e uscire dalla religione della crescita è una posizione ammessa da alcuni ecologisti sul lungo termine, ma del tutto esclusa nel breve termine.

E’ dunque a questa tripla sfida che cercherò di rispondere, a cominciare dai due rifiuti: quello del rigore e quello della ripresa.


Rifiutare l’austerità


La crisi greca si inscrive nel contesto più largo di una crisi dell’euro e di una crisi dell’Europa. E naturalmente di una crisi di civilizzazione della società del consumo, vale a dire una crisi che unisce una crisi finanziaria, una crisi economica, una crisi sociale, una crisi culturale e una crisi ecologica. La mia convinzione profonda è che, risolvendo la crisi dell’Europa e dell’euro, se non la crisi della civilizzazione dei consumi, si risolverà la crisi greca, ma che, tenendo la Grecia sotto trasfusione a colpi di prestiti condizionati a iniezioni sempre più massicce di austerità, non si salverà né la Grecia, né l’Europa, e si getteranno i popoli nella disperazione.

Rifiutare l’austerità presuppone prima di tutto cancellare due tabù che sono alla base della costruzione europea: l’inflazione e il protezionismo.

Il progetto della decrescita, ossia la costruzione una società dell’abbondanza frugale o della prosperità senza crescita, implica due fenomeni che hanno potuto essere gli oggetti di politiche sistematiche, nel passato: il protezionismo e l’inflazione. Le politiche tariffarie sistematiche di costruzione e ricostruzione dell’apparato produttivo, di difesa delle attività nazionali e di protezione sociale, e quelle di finanziamento del deficit di bilancio con un ricorso ragionevole all’emissione di moneta che provocasse una «gentle rise of price level» (una inflazione moderata) preconizzata da Keynes, hanno accompagnato l’eccezionale crescita delle economie occidentali nel dopoguerra, gli anni che in Francia sono stati chiamati «i trenta gloriosi». a dire il vero il solo periodo nella storia moderna in cui le classi lavoratrici hanno goduto di un relativo benessere.

Questi due strumenti sono stati banditi dalla controrivoluzione neoliberista, e le politiche che li vorrebbero prevedere sono oggi colpite da anatema, anche se tutti i governi che possono vi hanno fatto ricorso in maniera più o meno surrettizia e insidiosa.

Come tutti gli strumenti, il protezionismo e l’inflazione possono avere degli effetti negativi e perversi – e sono quelli che soprattutto si osservano oggi nel loro utilizzo nascosto (1) – ma è indispensabile farvi ricorso in modo intelligente per risolvere in modo soddisfacente, da un punto di vista sociale, le crisi attuali, ed evitare la catastrofe di una austerità deflattiva, ma anche il disastro certo di una ripresa produttivista.

Per questo oggi bisogna probabilmente uscire dall’euro, non potendo correggerlo. Bisogna riappropriarsi della moneta, che deve ritrovare il suo ruolo: servire e non asservire. Il denaro può essere un buon servitore, ma è sempre un cattivo padrone.

Notiamo per altro che la ripresa della signora Lagarde non è il rilancio produttivista di Joseph Stiglitz: è essenzialmente il rilancio dell’economia del casinò, quella della speculazione di borsa e immobiliare.

In effetti, per i governi in carica, lo slogan «sia ripresa sia austerità» significa la ripresa per il capitale e l’austerità per le popolazioni. In nome della ripresa, per altro largamente illusoria, degli investimenti e quella totalmente fallace dell’occupazione, vengono abbassati o soppressi gli oneri sociali, le imposte sulle professioni e l’imposta sugli utili delle imprese. Si rinuncia ad ogni imposizione sui super-profitti bancari e finanziari, mentre l’austerità colpisce duramente i salariati e i ceti medi e inferiori con tagli degli stipendi, riduzione delle prestazioni sociali, allungamento dell’età legale per la pensione (che significa concretamente la diminuzione del suo ammontare). Per completare il tutto, e preparare la mitica ripresa, si smantellano sempre più i servizi pubblici e si privatizza a tutta velocità ciò che ancora non è stato privatizzato, con una soppressione massiccia di posti di lavoro (nell’istruzione, nella sanità, ecc.).

Assistiamo a una strana corsa masochista all’austerità. Il Paese A annuncia una diminuzione dei salari del 20 per cento, allo stesso tempo il paese B annuncia che farà di meglio, con una diminuzione del 30 per cento, mentre il paese C, per non essere da meno si ingegna di aggiungere misure ancora più rigorose. Annunci per di più sommati alla pubblicità onnipresente, che incita a continuare a consumare sempre di più senza averne i mezzi e a indebitarsi senza la prospettiva di poter rimborsare il debito: bisogna in qualche modo espiare la pseudo festa del consumo pur continuando a sostenerla nella parte dei debitori.

Questa politica di austerità stupida non può che provocare un ciclo deflattivo che farà precipitare la crisi, ciò che la ripresa puramente speculativa non impedirà; e gli Stati dissanguati non potranno più, questa volta, salvare le banche a colpi di miliardi di dollari.

Questa politica non è solo immorale, ma è anche assurda. Otterremo il fallimento dell’euro, se non dell’Europa, e la catastrofe sociale.

In attesa di questa eventualità, se gli obiettori della crescita fossero incaricati di gestire gli affari della Grecia, per esempio, quale sarebbe la loro politica? Il ripudio puro e semplice del debito, ossia la bancarotta dello Stato, sarebbe una medicina da cavallo che risolverebbe il problema sopprimendolo. Tuttavia, questa soluzione radicale, che non è da escludere e avrebbe facilmente il favore dei «decrescitisti», rischierebbe di gettare il paese nel caos. Il problema è che, in effetti, in pratica la crisi dell’indebitamento degli Stati non è che una parte del problema. La risposta teorica alla sola questione del debito degli Stati che, anche per i più indebitati, è dell’ordine dell’ammontare del Pil, è per altri versi più facile a farsi di quella che concerne il trovare una soluzione per la bolla mondiale dei crediti nati dalla speculazione finanziaria (2). La minaccia di un rischio sistemico è lontana dal poter essere scartata.

Per quel che riguarda il debito pubblico, il suo annullamento rischierebbe di colpire non solo le banche e gli speculatori, ma anche direttamente o indirettamente i piccoli risparmiatori che hanno dato fiducia al loro Stato o che si sono fatti rifilare dalla loro banca, a loro insaputa, degli investimenti complessi che comprendono titoli dubbi. Una riconversione negoziata (che equivarrebbe a una bancarotta parziale), come quella che si è fatta in Argentina dopo il crollo del peso, o dopo un compromesso, come propongono Eric Toussaint e una coalizione di Ong per determinare la parte abusiva del debito, è senza dubbio preferibile. Si può anche prevedere di mantenere la quotazione dei titoli per i piccoli investitori e un deprezzamento per il 40 e il 60 per cento degli altri, o ancora ricorrere a un «haircut» fiscale (3). Per onorare il debito residuo, un aumento dei prelievi fiscali grazie a una tassa eccezionale sui profitti finanziari, come fa l’Ungheria, non sarebbe una cattiva idea, oltre che l’avvio di una fiscalità progressiva con, prima di tutto, nel caso francese l’abbandono reale dello scudo fiscale e delle nicchie scandalose.

In una società della crescita senza crescita, ossia più o meno la situazione attuale, lo Stato è condannato ad imporre ai cittadini l’inferno dell’austerità, con prima di tutto la distruzione dei servizi pubblici e la privatizzazione di quel che è ancora possibile vendere dei gioielli di famiglia. Facendo questo, si corre il rischio di creare una deflazione e di entrare nel ciclo infernale di una spirale depressiva. E’ precisamente per evitare questo che bisogna adoperarsi per uscire dalla società della crescita e di costruire una società della decrescita.


Uscire dalla religione della crescita


Di fronte a questa minaccia reale ci sono buoni spiriti, come Joseph Stiglitz, che raccomandano le vecchie ricette keynesiane del rilancio del consumo e dell’investimento per far ripartire la crescita. Questa terapia non è desiderabile. Non lo è perché il pianeta non può più sopportarla, ed è forse impossibile perché, dato l’esaurimento delle risorse naturali (in senso ampio) già dagli anni settanta, i costi della crescita (quando c’è) sono superiori ai suoi benefici. I guadagni di produttività che ci si può aspettare sono nulli o quasi nulli. Bisognerebbe privatizzare ancora e mercificare le ultime riserve di vita sociale e far crescere il valore di una massa immutata – o in diminuzione – dei valori d’uso, per prolungare solo di qualche anno l’illusione della crescita.

Tuttavia, questo programma socialdemocratico, che costituisce la missione dei partiti di opposizione, non è credibile, innanzitutto perché questi partiti non sono in grado di rimettere in questione la gabbia di ferro del quadro neoliberista che essi stessi hanno contribuito a costruire nel corso degli ultimi trent’anni, e che presuppone una sottomissione senza riserve ai dogmi monetaristi. L’esempio della Grecia è in questo abbastanza eloquente.

Si tratta di uscire dall’imperativo della crescita; altrimenti detto, di rifiutare la ricerca ossessiva della crescita. Che non è evidentemente (e non deve essere) uno scopo in sé; essa non rappresenta più il mezzo per abolire la disoccupazione (4). Bisogna tentare di costruire una società dell’abbondanza frugale, o per dirla come Tim Jackson di prosperità senza crescita.

In effetti, il primo obiettivo della transizione dovrebbe essere al ricerca del pieno impiego per rimediare alla miseria di una parte della popolazione. Questo potrebbe essere fatto con una rilocalizzazione sistematica delle attività utili, una riconversione progressiva delle attività parassitarie, come la pubblicità, o nocive, come il nucleare e gli armamenti, e una riduzione programmata e significativa del tempo di lavoro. Per il resto, è il ricorso a una inflazione controllata (diciamo più o meno il 5 per cento l’anno) quel che noi ci augureremmo. Questa soluzione keynesiana, che equivale al ricorso a una moneta complementare per stimolare l’attività economica senza per questo rientrare nella logica della crescita illimitata, faciliterebbe la soluzione dei problemi provocati dall’abbandono della religione della crescita.

Certo, questo bel programma è più facile da enunciare che da realizzare. Nel caso della Grecia, presuppone come minimo di uscire dall’euro e ristabilire la dracma, probabilmente non convertibile, con quel che questo implica: controllo dei cambi e ristabilimento delle dogane. Il necessario protezionismo di questa strategia provocherebbe l’orrore degli esperti di Bruxelles e dell’Omc. Bisognerebbe dunque aspettarsi delle misure di ritorsione e dei tentativi di destabilizzazione dall’estermo collegati al sabotaggio degli interessi lesi all’interno. Questo programma sembra perciò oggi molto utopico, ma quando saremo al fondo del marasma e della vera crisi che ci aspetta al varco sembrerà realistico e desiderabile.


Conclusione


Nella tragedia greca antica la catastrofe è la scrittura della strofa finale. Qui siamo. Un popolo vota massicciamente per un partito socialista il cui programma è classicamente socialdemocratico e, sotto la pressione dei mercati finanziari, si vede imporre una politica di austerità neoliberista da parte di quello stesso partito, che obbedisce alle ingiunzioni congiunte di Bruxelles e del Fondo monetario internazionale. Rifiutare democraticamente questo diktat, quel che l’Islanda ha potuto fare, è impedito alla Grecia dall’euro. E’ chiaro che il popolo greco non accetterebbe probabilmente più, nella sua maggioranza, e comunque facilmente, le conseguenze delle rotture necessarie a un’altra politica (uscita dall’euro, disconoscimento almeno parziale del debito pubblico, messa al bando probabile da parte dell’Europa e embargo da parte dei paesi «derubati», fuga dei capitali, ecc.). Ma «il sangue e le lacrime», secondo la famosa frase di Churchill, sono già qui, purtroppo senza la speranza della vittoria. Il progetto della decrescita non pretende di fare un’economia di questo sangue e di queste lacrime, ma per lo meno apre la porta alla speranza. La sola maniera di cavarsela, noi ce lo auguriamo ardentemente, sarebbe di riuscire a fare uscire l’Europa dalla dittatura dei mercati e di costruire l’Europa della solidarietà, della convivialità, quel cemento del legame sociale che Aristotele chiamava «philia».

Note

(1) Secondo la Banca mondiale le conseguenze del protezionismo agricolo del Nord equivarrebbe a un mancato guadagno di 50 miliardi di dollari all’anno per i paesi esportatori del Sud. Il deputato verde tedesco Sven Giegold ne ha fornito un altro esempio con la politica fiscale tedesca per forzare le esportazioni.

(2) Secondo la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea, in effetti, nel febbraio 2008 la creazione di prodotti derivati arrivava a 600.000 miliardi di dollari, ossia tra 11 e 15 volte il prodotto lordo mondiale! E qui, a parte il crollo, anche un «decrescitista» non ha una medicina miracolosa per un atterraggio morbido…

(3) E’ quel che ha proposto Thomas Piketti in un intervento sul giornale Libération del 28 giugno. Si tratta di far pagare alle banche una parte del rimborso del debito.

(4) Secondo il calcolo di Albert Jacquard («J’accuse l’economie triomphante», Calmann Lévy 1995 / Poche 2004, p. 63), si stima che una crescita del Pil francese del 4 per cento comporterebbe la diminuzione del tasso di disoccupazione del 2 per cento. A un tale ritmo, tra cinquant’anni il Pil sarà stato moltiplicato per sette (più 600 per cento), ma il numero dei disoccupati non si ridurrebbe che del 64 per cento. Dato che la disoccupazione, tutte le categorie incluse, riguardava nel 2010 5 milioni di persone, saremmo ancora molto lontani dal pieno impiego nel 2060, perché rimarrebbero un po’ meno di due milioni di disoccupati.

* Professore emerito di economia all’Université d’Orsay, obiettore della crescita.

Discorso tenuto a Bruxelles, in un seminario del Parlamento europeo

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