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mercoledì 10 agosto 2011

UNA ROSA PER LENIN: ancora sull'autodeterminazione delle nazioni

di Lorenzo Mortara

A ulteriore dimostrazione di quanto siamo andati indietro, c’è anche l’arretramento di quelli che dovrebbero essere, nel bene e nel male, i nostri teorici: quelli reali che passa il convento, non altri, perché altri purtroppo per ora non ce ne sono.

Non avevo ancora visto nessuno difendere Rosa Luxemburg contro Lenin per quanto riguarda l’autodeterminazione dei popoli. Nell’ultima settimana, invece, nella dependance del blog, il gruppo omonimo di fb, sono fioriti i partigiani di Rosa Luxemburg. A parte qualcuno che si è schierato con Lenin, per poi flirtare anche con posizioni opposte, ho visto solo cori di elogi per la posizione di Rosa. La cosa mi ha stupito perché di norma delle tre grandi divergenze tra Rosa Luxemburg e Lenin, sul partito, sulla teoria del crollo e sull’autodeterminazione delle nazioni appunto, è sempre stato quasi unanime riconoscere la ragione a Lenin almeno su quest’ultimo punto. Lenin ha ovviamente ragione anche sugli altri due, e massimamente sulla questione del partito, dove effettivamente la sua grandezza si stacca rispetto agli altri due sommi marxisti dell’epoca, e cioè rispetto alla Luxemburg stessa e a Trotsky. Solo per la questione del partito, Lenin ha dimostrato che la sua superiorità è così schiacciante che Rosa Luxemburg e Trotsky messi assieme non fanno la sua grandezza. Perché, come ha scritto Trotsky da qualche parte, Lenin anche da solo avrebbe fatto la rivoluzione; coi soli Trotsky e Rosa Luxemburg, invece, la rivoluzione non sarebbe sfuggita al suo fallimento, proprio per l’incomprensione dei due per la concezione del partito dell’altro. E tuttavia, con la deriva dello stalinismo, si può benissimo comprendere come sia facile arretrare fino a Rosa Luxemburg sulla questione del partito, invece di fronte alle guerre attuali, ai governi fantoccio e ad altri colpi di Stato, riesce un po’ più difficile accettare la solita indifferenza di tanti compagni in materia di autodeterminazione delle nazioni. Gli alfieri di Rosa Luxemburg non potevano che provenire dalle fila del settarismo. In prima linea, come capita da un po’ di tempo a questa parte, bordighisti di tutte le varianti della loro invarianza. Presi dai loro soliti “astratti furori”, c’è chi dà ragione a Rosa per l’incoscienza del proletariato, chi lo fa perché ha scoperto un nuovo imperialismo sconosciuto a Lenin come a noi, chi infine nella miglior tradizione del centrismo fa un misto di tutte le posizioni. In mezzo a questo guazzabuglio, i termini della questione spariscono e vengono sommersi, rischiando così di non affiorare più. Tocca quindi al solito bastian contrario, a me, ripristinarli un attimo. Lo faccio con la speranza che, colate a picco le loro teorie sbagliate, restino almeno a galla, malconci ma ancora aggiustabili, i teorici di cui abbiamo un estremo bisogno.


L’AUTODETERMINAZIONE METAFISICA

E QUELLA STORICA

Come quasi sempre accade, le questioni di marxismo, sono molto più semplici di quanto le complichino gli esponenti della sua ala estrema.

Per degli internazionalisti, difendere il principio di autodeterminazione delle nazioni, può sembrare una contraddizione. E in effetti è proprio per questo che molti compagni contestano il principio difeso strenuamente dal Lenin. Ed è in fondo proprio da qua che muoveva la sua critica, la nostra Rosa. Gli è che il nostro internazionalismo è la logica conclusione del movimento reale del capitalismo che tende a sorpassare gli Stati nazionali, stringendo il mondo in un tutto unico. Ma questa tendenza di fondo, non sarà mai realizzata pienamente sotto il capitalismo. Solo la rivoluzione socialista darà pieno significato all’internazionalismo. Fino ad allora, la contraddizione reale tra Stato nazionale ed economia mondiale, sarà qualcosa con cui il nostro internazionalismo dovrà misurarsi. Dire no al principio di autodeterminazione dei popoli, sarebbe un po’ come dire no alle sezioni nazionali del nostro partito, solo perché siamo internazionalisti. Lo stadio nazionale non l’abbiamo creato noi, ma la Storia, e più precisamente la Storia del capitalismo. Saltare il principio di autodeterminazione delle nazioni, vuol dire saltare direttamente allo stadio finale del processo storico che noi stessi spingiamo avanti. Naturalmente, mentre noi lo saltiamo, la Storia salti non ne fa e resta inchiodata dov’è, col risultato che l’internazionalismo tutto d’un pezzo, negando il principio di autodeterminazione, allontana ancora di più il giorno in cui potremo farne a meno.

Nel principio di autodeterminazione delle nazioni, Rosa Luxemburg vedeva quel che in effetti è: il solito pomposo diritto borghese che dà piena liberà politica ai borghesi di lasciare nella schiavitù economica dello sfruttamento i proletari. L’autonomia delle nazioni emancipava al massimo i borghesi di un dato paese, giammai i proletari. Proprio per questo Rosa invitava i compagni a non perdere tempo con principi astratti e a concentrarsi sull’unione dei proletari per abbattere gli stati borghesi e procedere più speditamente possibile sulla strada della rivoluzione proletaria.

Lenin, accusato di idealismo metafisico, rinfacciava a sua volta a Rosa di aver enunciato solo vuoti principi generali senza mai calarsi nella concretezza della realtà storica. Lenin non negava che, con l’autodecisione delle nazioni, il proletariato avrebbe continuato a sottostare sotto il giogo della borghesia, ma per lui il problema era vedere quanto stretto fosse il cappio e quanto fosse possibile allargarne la morsa per avvicinare il giorno in cui ce ne saremmo infine liberati. Infatti, l’emancipazione dei lavoratori era strettamente collegata allo sviluppo del capitalismo. E la formazione dello Stato nazionale era la condizione ideale perché il capitalismo potesse svilupparsi. Quindi anche il proletariato aveva interesse alla formazione di Stati nazionali indipendenti. Ma indipendenti da che? Dall’imperialismo dei grandi Stati nazionali che minavano la formazione degli Stati nazionali minori costretti sotto il loro dominio. Era quindi compito elementare del proletariato russo, in quel frangente storico, pronunciarsi a favore dell’autodeterminazione per contrastare lo sciovinismo grande russo con cui lo Zar opprimeva le popolazioni limitrofe a cominciare dalla Polonia stessa. Se quindi il principio di autodecisione della nazioni doveva essere riconosciuto alla Polonia dal proletariato russo, tanto più doveva essere incluso nel programma del partito socialdemocratico polacco, come in tutti gli altri partiti socialdemocratici. Rosa riteneva invece che il proletariato polacco avrebbe dovuto disinteressarsi della questione, unendosi soltanto agli operai russi contro il comune nemico dello zarismo. Ed è proprio qui che si vede l’errore di Rosa. Infatti, in un paese schiacciato dal giogo dell’imperialismo straniero, chi non si pronuncia per l’indipendenza nazionale, di fatto lascia libero l’imperialismo di continuare a schiacciarlo.

Lenin era ben consapevole che l’imperialismo avrebbe sempre caratterizzato il capitalismo, che l’indipendenza nazionale non avrebbe mai e poi mai potuto eliminarlo, ma non si trattava di eliminarlo di colpo, ma di prepararne l’eliminazione. Per chi non ce l’aveva, l’indipendenza nazionale, era una tappa sulla via della rivoluzione. Senza indipendenza politica formale, lo sfruttamento economico del proletariato di un determinato Paese, era ancora più intenso. Si trattava di rendere l’imperialismo il meno opprimente possibile. Il principio di autodeterminazione delle nazioni, è appunto necessario per spuntare il più possibile gli artigli dell’imperialismo. Chi nega il principio di autodeterminazione, allunga ancora di più le sue unghie1.

I marxisti, naturalmente, non incitavano alla separazione, al contrario invitavano all’unione, ma sapevano che questa era possibile solo sul piano dell’uguaglianza politica o di minore disuguaglianza possibile. Quanto più i marxisti erano indifferenti all’indipendenza nazionale dei paesi schiacciati dall’imperialismo, tanto più avrebbero favorito le spinte alla separazione; quanto più si sarebbero battuti contro l’oppressione imperialistica, tanto più avrebbero favorito l’unione dei proletari su scala internazionale. Non c’è forse maggior prova storica di quanto Lenin abbia avuto ragione e sia stato lungimirante, della Rivoluzione d’Ottobre e dei suoi successivi sviluppi. Fin che fu vivo Lenin e il principio di autonomia fu sostenuto davvero, l’integrazione dei paesi russi fece enormi progressi; con l’avvento dello stalinismo, costretti con la forza a stare dentro il blocco sovietico, i paesi dell’Est svilupparono incessantemente, fino al crollo, le nefaste spinte centrifughe favorevoli all’autonomia2.


L’AUTODETERMINAZIONE OGGI

I fan di Rosa Luxemburg, tra i quali e sfegatato mi ci metto pure io, ma non per i suoi (pochi) errori, quando non le diano ragione fin da allora, le danno certamente ragione oggi in cui la fase degli stati nazionali è, a loro dire, conclusa e quindi nessun proletario ha necessità di battersi per l’indipendenza nazionale. Altri, più sofisticati, negano la validità del principio di autodeterminazione perché l’imperialismo oggi avrebbe in pratica soppiantato lo Stato nazionale con nuovi centri finanziari globali, rendendolo di fatto superfluo. Questa in fondo non è che una variante della tesi di Negri, colata a picco, per i più creduloni, nell’anno 2008, quando col crollo delle borse, ogni Stato ha cominciato a chiudersi a riccio, dimostrando una volta per tutte che è l’Unione Europea ad andare a carretta degli Stati nazionali e non viceversa. Alla stessa maniera è il capitale finanziario del mondo ad essere sottomesso agli Stati nazionali, non il contrario. Se i governi appaiono impotenti di fronte ai diktat delle banche centrali, è semplicemente perché ogni borghesia nazionale ha carattere transnazionale e ha più da perderci che da guadagnarci non sottostando alle direttive degli speculatori. E in effetti non è la borghesia col suo personale politico che sottostà alle direttive dei centri finanziari, ma solo il proletariato su cui vengono scaricate, perché in realtà gli speculatori internazionali e i governi nazionali non sono altro che i due lati delle stessa medaglia che ha la faccia di bronzo della borghesia.

Se ad esempio prendiamo il caso greco, scopriamo che la borghesia di quel Paese è tutta unita e compatta con il piano di salvataggio. Per forza, trattasi di salvare, con le sue chiappe, anche i glutei della sua sorella tedesca e delle altre sorelle che vogliono continuare assieme la crapula sulle nostre spalle. Il governo greco non ha dovuto allinearsi ai mercati finanziari, questo è quello che danno a bere i politici per conto della borghesia, la realtà è che ha voluto, e non è affatto la stessa cosa. Papandreou ha voluto, perché è preciso interesse della borghesia greca sostenere il piano del suo salvataggio, visto che non sborserà un soldo, scaricando il debito con gli ulteriori interessi sulle spalle del proletariato. Solo le anime più tonte e ingenue del marxismo militante possono credere che i governi, cioè la borghesia da Parlamento, semplice manovalanza della borghesia industriale, sia schiava dei mercati finanziari. Gli schiavi siamo noi, la borghesia ne è padrona. Animare i mercati, senza chiedersi chi ci sia dietro a tirarne i fili, lo può fare solo il militante di quella versione superstiziosa della nostra dottrina che è il marxismo animista! La famosa litania «ce lo chiede l’Europa, ce lo chiedono i mercati», ripetuta come un mantra ogni volta che i politici hanno bisogno di infilarci in quel posto una nuova supposta, significa unicamente «ve lo chiediamo noi». E noi ovviamente sono sempre loro! Perché mercati finanziari transnazionali e governi nazionali, cioè potere economico internazionale e potere politico nazionale, sono la stessa cosa. Più precisamente, ogni borghesia nazionale dei paesi più progrediti ha una sua quota nel mercato finanziario globale. Ecco perché “sottostà” volentieri, con tutti i suoi servi, siano questi Obama, Papandreou o Zapatero o qualsiasi altra nullità pretenziosa, ai diktat dei centri finanziari, cioè ai diktat di sé stessa in combutta con le sue copie internazionali. Perché ribellarsi, oltre a non aver senso, in quanto controproducente dal punto di vista del suo stesso interesse economico, significherebbe mettere a rischio quella quota, o metterla più a rischio di quanto già non sia nel gioco mortale della concorrenza a cui non può sottrarsi. Epperò ogni borghesia vuole aumentare tale quota, non diminuirla. E la condizione per aumentarla è rimanere agganciata il più possibile alla crapula globale, avendo come minimo comune denominatore con le altre borghesie, lo sfruttamento praticamente illimitato del proletariato tutto, da quello di casa propria fino a quello degli angoli più remoti del mondo. Se la “cura da cavallo” non farà che dare ulteriori possibilità all’imperialismo tedesco di penetrare nel mercato greco, impadronendosi del tutto o in comproprietà delle future svendite, abbassando di qualche cresta la potenza greca, per altro abbastanza modesta, questo non significa che la borghesia greca abbia sbagliato ad appoggiare il piano, significa solo che questa era l’unica maniera che aveva per ottenere il massimo nelle condizioni date. Se non potrà ampliare le sue quote nel mercato mondiale, spartirà il più possibile quelle che gli altri le vorranno sottrarre. Solo col proletariato non potrà mai accordarsi la borghesia greca, ma con gli imperialisti un accordo lo troverà sempre. Perché accordandosi col proletariato in sciopero, con la diminuzione dello sfruttamento diminuirà anche il profitto; accordandosi invece con l’imperialismo globale, aumentando lo sfruttamento generale, la borghesia greca avrà almeno assicurata la possibilità di veder aumentare il suo profitto assoluto, pur nella diminuzione di quello relativo alla spartizione con le altre borghesie. Questo i paladini dei mercati finanziari, padroni degli Stati, se lo dimenticano. In realtà, quanto più avanza il capitalismo, quanto più il ritardo della rivoluzione favorisce l’imperialismo e l’inasprimento a livello mai visto della concorrenza tra capitali, tanto più ogni borghesia resta aggrappata con tutte le forze allo Stato nazionale, perché ha bisogno, nello scontro inevitabile con le altre potenze, almeno di un rifugio sicuro contro i rovesci dell’economia e delle contraddizioni stesse che è costretta a suscitare. Ed è proprio qui che il principio di autodeterminazione torna prepotentemente attuale e alla ribalta. Perché la fase della formazione degli Stati nazionali è solo apparentemente conclusa. In realtà, con l’entrata in scena dell’imperialismo, e soprattutto con il ritardo della rivoluzione, entra soltanto in una nuova fase. Infatti, l’oppressione sempre più schiacciante dell’imperialismo e lo scontro sempre più aspro tra le potenze per la spartizione dei mercati, ricaccia indietro di secoli Stati nazionali già formati che vengono occupati militarmente. Come si può parlare di esaurimento dell’epoca della formazione degli Stati nazionali, quando nel giro di dieci anni abbiamo visto l’occupazione di ben due Stati, un numero imprecisato di missioni di pace imperiale, e svariati colpi di stati borghesi diretti sottobanco dalle maggiori potenze internazionali? Se per fine della formazione degli stati nazionali, intendiamo la fine della riunione di staterelli in unico spazio di mercato statale, quest’epoca è indubbio che sia passata, ma questo non significa che sia finito anche il tempo dell’autodeterminazione. Chi rinuncia al principio di autodeterminazione perché dà per esaurita la fase storica di formazione degli Stati nazionali borghesi, di fatto dà un ulteriore appoggio alle invasioni dell’Iraq, dell’Afghanistan e all’occupazione della Palestina, nonché a tutti gli artigli che l’imperialismo sta per conficcare nei Paesi a rischio di fallimento. Alla stessa maniera, un proletario degli Stati Uniti che sia contrario all’autodeterminazione dei popoli latinoamericani, non fa che dare un ulteriore sostegno a chi negli States vuole che il Sud America continui ad essere il cortile di casa dei predoni a stelle e a strisce.

Nella maggior parte degli Stati nazionali, inoltre, la formazione è rimasta incompleta. La rivoluzione borghese non è stata portata a termine e mai più lo potrà per l’inossidabile legge della rivoluzione in permanenza. L’imperialismo è arrivato prima che la borghesia autoctona potesse giungere a una piena indipendenza. Ciò significa che in tutti questi Paesi, il principio di autodeterminazione, conserva tutta la sua importanza. Non certo per portare a termine la rivoluzione borghese, visto che solo la rivoluzione proletaria potrà farlo, ma perché quanto più il proletariato mondiale sarà intransigente nel sostenere il principio di autodeterminazione, più diritti democratici riuscirà a strappare all’imperialismo per proseguire la sua lotta per il socialismo, cioè la rivoluzione borghese sarà meno incompleta e raggiungerà così il massimo sviluppo possibile nelle condizioni date. Fino a che ci sarà l’imperialismo, ci sarà sempre un Paese occupato o qualche azione militare che renderà necessario il principio di autodeterminazione delle nazioni. Ma siccome il proletariato mondiale, come classe, è un unico grande Paese, e poiché l’economia mondiale è ormai strettamente interdipendente, ogni sezione nazionale della nostra classe avrà il dovere di far suo il principio di autodeterminazione, perché solo così, facendo tutto ciò che le è possibile fare, avrà fatto pienamente il suo dovere per rendere meno pesante il fardello imperiale che altre sezioni dovranno sopportare.

Infine, sfugge ancora una cosa ai profeti della fine della storia delle nostre fila. Popoli e patrie non sono fissati una volta per sempre, ma così come cambiano continuamente i confini tracciati, così cambia anche la composizione per così dire “etnica” di un popolo. A parte le questioni tuttora irrisolte delle tante minoranze presenti e non riconosciute nel mondo, come curdi, baschi eccetera o i sempre dimenticati pellerossa d’America, solo per i quali bisognerebbe vergognarsi di considerare chiusa la questione dell’autodeterminazione, non è nemmeno detto che il flusso migratorio non crei ghetti o sacche di persone che a lungo andare potrebbero sentirsi un nuovo gruppo a sé. Non solo, il ritardo della rivoluzione socialista, facendo tornare indietro la Storia, può combinare la disgregazione del tessuto sociale mischiandola con l’arretramento della coscienza, favorendo così spinte autonomistiche che fino al giorno prima sembravano assurde. Il caso italiano è emblematico. Oltre ai tradizionali movimenti per l’indipendenza sarda e di altre regioni che, qualora diventassero un sentimento diffuso tra quelle popolazioni, avrebbero lo stesso diritto all’autonomia degli altri popoli, il continuo deteriorarsi della situazione sociale senza sbocco rivoluzionario, potrebbe mettere davvero all’ordine del giorno la secessione tra Nord e Sud, vero spauracchio della retorica militante dell’Unità borghese d’Italia.

Noi marxisti bolleremo sempre come reazionaria la secessione, spiegheremo per filo e per segno la natura piccolo-borghese dei leghisti padani, voteremo sempre contro e faremo tutto ciò che è in nostro potere per impedirla, ma qualora il proletariato del Nord si faccia irretire dalla propaganda del “Sud come palla al piede del Nord” e voglia a tutti i costi separarsi, esattamente come il Sud vorrà ritornare ai Borboni, allora noi non potremo opporci alla volontà di massa della nostra classe. È molto difficile che una separazione avvenga, per la semplice ragione che è avversata in primis dal grande capitale, ma non è detto che in un momento particolare di crisi, la borghesia, per salvare la pelle, non trovi altra strada che deviare il malcontento verso la secessione. In ogni caso, noi, contrari alla separazione, dall’eventuale sconfitta referendaria dovremo trarre comunque la seguente lezione: meglio un’Italia divisa per convinzione che unita per forza. Perché? Perché dal punto di vista della rivoluzione, o riusciamo a togliere al proletariato, prima della secessione, tutti i suoi pregiudizi, o solo la secessione sarà in grado di spazzarglieli via. Qualora non ci riesca di convincerlo perché più cocciuto di un mulo, costringerlo all’unità ritarderà la sua presa di coscienza sull’illusorietà della separazione. Una volta separato invece, quando vedrà che il ricco Nord liberato dalla palla al piede meridionale, lo terrà più incatenato di prima alla schiavitù salariale, allora sarà più disponibile alla riunificazione con le masse sfruttate del Sud, le quali, nel frattempo, avranno fatto un’analoga esperienza fallimentare con il ritorno dell’epoca d’oro dei Borboni.

Come si può vedere, dare ragione a Rosa Luxemburg per l’incoscienza dei proletari, è del tutto erroneo, perché significa abbassarsi al loro livello, l’esatto contrario di quello che un’avanguardia dovrebbe fare: sforzarsi di elevarlo. Dire no all’autodeterminazione delle nazioni, perché Lenin si sarebbe sbagliato sulla maturità dei lavoratori, significa abbandonare i lavoratori alla loro immaturità, ritardare ancora di più la loro presa di coscienza su questo importante aspetto. Messa allo specchio, naturalmente, questa concezione, non dimostra quanto Lenin si sia illuso sulla maturità dei lavoratori, i quali non erano affatto immaturi, quanto piuttosto abbia avuto ragione nel fustigare l’immaturità dell’avanguardia dei sinistri che si credevano tanto avanti. E che, par quasi inutile dirlo, ancora si credono tali.


LA LORO AUTODETERMINAZIONE E LA NOSTRA

Quando i marxisti parlano di autodeterminazione, hanno sempre alla loro sinistra chi gli ribatte che chi difende l’autodeterminazione delle nazioni, difende in realtà la sovranità della borghesia sul proletariato. Non avendo capito niente del discorso di Lenin, e non sapendo mai cogliere gli aspetti transitori della lotta di classe, i sinistri applicano sempre le verità massime ed ultime della nostra dottrina. Credono di esprimere un disaccordo smascherando il carattere borghese di tale diritto, quasi che noi marxisti ne avessimo fatto un principio socialista. In realtà, i marxisti sono perfettamente d’accordo con la loro ombra settaria sul carattere borghese del principio di autodeterminazione dei popoli. Quello che la nostra ombra rossa non capisce, incapace di scendere dalle nuvole della metafisica al terreno concreto della realtà, è che il nostro modo di difendere il principio borghese di autodeterminazione delle nazioni, è radicalmente diverso da quello usato da sua maestà il Capitale. Innanzitutto, come abbiamo visto perfettamente con lo smembramento della ex Jugoslavia, per la borghesia l’autodeterminazione dei popoli non serve per liberarli da una tirannia, ma per aggiungerci quella dell’imperialismo. La borghesia invoca l’autodeterminazione per meglio spartirsi le zone d’influenza. Non si batte per l’autodeterminazione per dare vera indipendenza politica nazionale, ma dare maggior dipendenza economica transnazionale Al contrario, per il proletariato, l’autodeterminazione dei popoli serve per avere sulla sua testa il minor numero di padroni possibile. L'indipendenza politica nazionale, è la premessa per dipendere il meno possibile dalla sfruttamento economico internazionale. Perciò, chi non difende l’autodeterminazione delle nazioni, non solo consegna i popoli alle loro rispettive borghesie, ma vi appioppa sopra anche la cappa di piombo dell’imperialismo. Chi difende l’autodeterminazione dei popoli, sa bene che questo non basterà per liberare il proletariato di un determinato Paese dal padrone che si ritrova sul collo, ma è l’unico modo per far sì che di padroni né abbia uno solo e non due o più ancora.

Così come è radicalmente diverso il principio di autodeterminazione, se sostenuto dal proletariato o dalla borghesia, alla stessa maniera è anche radicalmente diverso il modo in cui noi marxisti lo difendiamo rispetto ai servi dei padroni. Per i nostri sinistri – sciagura eterna del marxismo! – essere ad esempio per l’autonomia del Tibet, significa automaticamente essersi schierati col Dalai Lama e prostituiti con la Nato. Non gli viene in mente, a codeste zucche, che si può difendere l’autonomia del Tibet senza fare appello ad altri che alle masse tibetane. E per forza non gli viene in mente, perché proprio come la Nato, gli estremisti, le masse, col loro fardello di oppressione e di sopportazione, non le considerano nemmeno. Eppure, la differenza tra noi e i borghesi è proprio qui. Per i borghesi, il principio di autodeterminazione va difeso dall’alto, con corpi armati esterni alle masse, le quali devono essere coinvolte il meno possibile, perché solo così alla fine della “liberazione”, si troveranno schiave più o meno come prima e senza nessun reale potere tra le mani. Al contrario, per i marxisti, nessuna vera e propria forza esterna al proletariato può essere coinvolta nella liberazione nazionale. Questo significa condannare ogni intervento esterno spacciato retoricamente come missione di pace, lotta al terrorismo e altre edificanti espressioni del cretinismo liberal imperante. Compito del proletariato, naturalmente, è condannare, non solo a parole, ché questo riesce a farlo anche qualche piccolo borghese inconcludente. Per noi, il principio di autonomia per il Tibet, come per l’Iraq, per l’Afghanistan o per la recentissima Libia, significa non dare tregua all’imperialismo, boicottare le sue industrie di guerra, scioperare contro il “proprio” governo per fiaccarne la potenza economica su cui si basa ogni suo intervento umanitario. Significa anche stare al fianco degli insorti smascherandone le illusioni su presunti amici, sia autoctoni che stranieri. Significa infine lottare fianco a fianco agli oppressi, lottando in pari tempo per la trasformazione di ogni ribellione o di ogni guerra di liberazione nazionale in guerra civile per la rivoluzione socialista. Quanto più il proletariato cinese si batterà in questo modo per l’indipendenza del Tibet, tanto meno il proletariato tibetano sentirà il bisogno di separarsi dai fratelli cinesi, e l’unione contro i rispettivi tiranni borghesi sarà più semplice. Analoga esperienza avrebbero fatto i rivoltosi di Bengasi se la condanna dell’intervento straniero non fosse rimasta sulla carta, ma fosse seguita da scioperi e lotte concrete contro i padroni di casa nostra. In mancanza di tale lotta, la rivolta libica è stata spinta più facilmente sotto una direzione borghese, e non è stata capace per ora di collegarsi né col proletariato italiano, né soprattutto col resto del proletariato libico per l’abbattimento del tiranno libico e di quelli che si erano subito attribuiti la corona di successori.

Resta appena da aggiungere che, per noi, il fattore fondamentale in quest’epoca storica è l’enorme ritardo del partito rivoluzionario sulla maturità delle masse. Ciò significa che ci toccherà vedere ancora parecchie rivolte incanalarsi sotto direzioni borghesi, incapaci di andare più in là di un ennesimo rivolgimento nazionale. Solo appoggiando queste rivolte, smascherando contemporaneamente le illusioni delle masse, potremo aver qualche speranza di trasformare rivolgimenti nazionali in rivoluzioni. Standoci ai margini, bocciandole come inutili richieste di autonomia, il Partito della rivoluzione anziché accorciare le distanze, continuerà ad accumulare ritardo.



Stazione dei Celti, Agosto 2011

Lorenzo Mortara Delegato Fiom

1 La controversia tra Rosa Luxemburg e Lenin si trova nei rispettivi testi, La questione nazionale e l’autonomia e Sul diritto di autodecisione delle nazioni. I testi citati si possono reperire in Scritti scelti di Rosa Luxemburg a cura di Luciano Amodio, Einaudi, 1976, e in L’autodeterminazione dei popoli, libro intelligente pubblicato dalla Massari che raccoglie praticamente tutti i testi di Lenin dedicati all’argomento.

2 È, tra i tanti, il feroce storico antibolscevico Robert Conquest a confermarlo. Nei suoi libri elementari, nonostante la continua equazione con la quale mette lo stalinismo sullo stesso piano del leninismo, da buon storico qual in fondo è, non può che registrare la differenza documentaria. Nel suo Raccolto di dolore, il libro dedicato all’holodomor della collettivizzazione forzata delle campagne, dopo aver sostenuto che Lenin era indifferente a una vera indipendenza dell’Ucraina, non può che registrare come nell’Aprile del 1923, al XII Congresso del Partito Comunista, «per la prima volta fin dal Diciottesimo secolo, un solido governo ucraino includeva nel proprio programma la difesa e lo sviluppo della lingua e della cultura ucraine». Per alcuni anni venne ristampata la letteratura ucraina da tempo censurata, fiorì insomma l’autonomia dell’Ucraina che, proprio per questo, non trovò ragioni per separarsi dal resto dell’URSS.

Ho citato questo episodio solo per fare un esempio, ma nello stesso libro si trovano tante altre testimonianze del periodo leniniano in cui Conquest è costretto a registrare che vennero fatti davvero tutti gli sforzi per garantire piena indipendenza alle nazionalità “minori”.

lunedì 1 agosto 2011

Liberazione nazionale e proletariato: l'IRA, di Riccardo Achilli


Introduzione

La sinistra a volte è vittima di un abbaglio caratteristico, quando si trova ad analizzare le lotte di liberazione nazionale da oppressioni, coloniali o neo-coloniali, esterne. In questi casi, scatta sovente il riflesso condizionato di schierarsi a favore di tali lotte, in nome di istanze anti imperialistiche, senza però analizzare a fondo la natura degli interessi sottesi ai movimenti di liberazione, non sempre del tutto trasparenti. Da quando Rosa Luxemburg elaborò le sue teorie sull’imperialismo come fase necessaria dello sviluppo capitalistico alla ricerca di sbocchi commerciali per il plusvalore accumulato, vi è una tendenza, direi istintiva, a condividere con simpatia le sorti delle organizzazioni che dichiarano di lottare per liberare il proprio popolo da una dominazione esterna.
Spesso però le determinanti di tali lotte, ma soprattutto, delle organizzazioni che le conducono sono, o dovrebbero essere, oggetto di maggiore cautela. Non di rado, infatti, dietro tali lotte si nascondono contrapposizioni fra spezzoni della borghesia, alla ricerca di un posizionamento migliore nella catena globale di distribuzione del plusvalore generato dal capitalismo mondiale. Tali lotte vedono spesso le borghesie nazionali contrapporsi ad una potenza imperialistica esterna, al fine di ritagliarsi margini di maggiore autonomia nella gestione delle risorse economiche del proprio Paese (e quindi trattenere una maggiore quota del plusvalore derivante dalla valorizzazione sul mercato globale di dette risorse), a volte anche combattendo altre fazioni della borghesia dello stesso Paese, orientate verso una posizione compradora. Altre volte, lo stesso movimento di liberazione nazionale potrebbe essere etero-diretto da interessi capitalistici esterni, che lo utilizzano come elemento di un conflitto con altri interessi capitalistici. Chiaramente, in questi casi, gli esiti che si vengono a determinare, anche quando il movimento di liberazione ottiene una vittoria, non sono favorevoli alla causa del proletariato locale (meno che mai per quello globale), e si verificano situazioni di rivoluzioni mancate, o di liberazioni nazionali guidate da una fazione borghese che riesce a costruire nuovi assetti economici e politici tali da perpetuare il capitalismo, semplicemente sostituendosi al precedente dominatore esterno, oppure alla fazione borghese locale che ne curava gli interessi. Ovviamente, non è sempre così, e ci sono movimenti di liberazione ispirati a reali istanze ed interessi di emancipazione del proletariato e di contrasto all’imperialismo globale.
Il caso dell’Irlanda del Nord è per certi versi esemplificativo di una lunghissima e sanguinosa in nome della liberazione di un popolo da un dominatore esterno, che però, nonostante le forti connotazioni socialiste e marxiste che l’hanno attraversata, non ha condotto a niente di diverso da un parziale cambio di testimone alla guida del capitalismo locale, senza generare un radicale cambiamento di sistema.

La storia

Alla fine della prima guerra mondiale, l’Ulster era la provincia dell’Irlanda più intensamente industrializzata, governata dalla Gran Bretagna, come l'intera Irlanda. La storia dell’Ulster era già caratterizzata da una lunghissima e sanguinosa lotta fra repubblicani, fautori dell’indipendenza o dell’unificazione con il resto dell’Irlanda, prevalentemente cattolici ed unionisti, in larga misura protestanti. La violenza politica era esacerbata da secoli di immigrazione di inglesi, protestanti, avviatasi già dall’inizio del XVII secolo.
Nel 1912 gli unionisti, al fine di boicottare le già blande guarentigie dell’Home Rule, formarono una forza paramilitare, la Ulster Volunteer Force, che dal 1914 fu armata ed assistita anche finanziariamente dalla Germania del Kaiser, interessata a creare focolai di violenza sul territorio del nemico contro il quale era impegnata in guerra. In risposta, i nazionalisti irlandesi crearono gli Irish Volunteers, antesignani dell’IRA. Sulla base del trattato anglo-irlandese post bellico, quando nel 1922 la Repubblica d’Irlanda divenne indipendente, il parlamento dell’Irlanda del Nord, controllato dagli unionisti (di fatto, alle elezioni generali del 1918, gli unionisti avevano conquistato la maggioranza assoluta dei voti nella sola provincia dell’Ulster, mentre nel resto dell’Irlanda i nazionalisti indipendentisti del Sinn Fèin avevano trionfato), optò per rimanere sotto la corona britannica. La violenza politica, che sino ad allora era rimasta sostanzialmente su un profilo di bassa intensità, esplose.
All’interno dell’IRA, si verificò una spaccatura fra la fazione capeggiata da Michael Collins, rispettosa del trattato anglo-irlandese del 1921, e la fazione che, in nome di un’Irlanda unita ed interamente indipendente dal dominio britannico, iniziò la lotta armata, che terminò, con la sostanziale sconfitta dei ribelli, nel maggio del 1923, inflitta dal governo nazionalista irlandese, guidato dal primo ministro de Valera, aiutato cospicuamente dalla Gran Bretagna. Di fatto, de Valera, in cambio dell’indipendenza dell’Irlanda sud occidentale, accettò di lasciare l’Ulster in mani britanniche, tradendo gli indipendentisti dell’IRA che sino ad allora erano stati alleati della politica nazionalista del Sinn Fèin. In effetti, de Valera, un tempo agguerrito indipendentista anti britannico, si era già accordato con la nascente borghesia irlandese e con quella inglese, ansiose di terminare il conflitto, per avviare i loro affari reciproci (tanto che poco dopo avrebbe abbandonato il Sinn Fèin, per formare un nuovo partito, di ispirazione liberaldemocratica, centrista e borghese, il Fianna Fail, che finirà per governare per 61 degli ultimi 79 anni, in coalizione, di volta in volta, con i laburisti o la destra; sarà definito come “il partito pragmatico dell’establishment economico irlandese”).
Come conseguenza di tale sconfitta, gli indipendentisti dell’IRA entrarono in clandestinità. Iniziò una lunghissima guerra civile, di fatto ancora non del tutto terminata, benché sia stato stipulato un trattato di pace. Nel 1938, l’Ira ricomporrà i suoi rapporti con il Sinn Fèin, che ne diventerà a tutti gli effetti il braccio politico, risentendo quindi di tutti i cambiamenti di linea politica e le torsioni interne cui l’IRA sarà sottoposta. La guerra clandestina portata avanti dall’IRA nel territorio della Repubblica d’Irlanda fu gradualmente spenta, perdendo sempre più il consenso della popolazione, grazie alle abili politiche di de Valera, che da un lato allargavano lo spazio di partecipazione democratica, dall’altro lusingavano lo spirito nazionalista irlandese, guardandosi però bene dallo stuzzicare il potente vicino britannico, con formali richieste legali di riunificazione dell’Irlanda del Nord, del tutto inefficaci e non supportate da nessuna reale volontà politica. La grande povertà in cui versava l’Irlanda fece il resto: l’iniziale assenza di qualsiasi proposta di politica economica e sociale da parte dell’IRA, concentrata esclusivamente sulla lotta per l’unificazione dell’Irlanda indipendente, e dovuta essenzialmente all’ostracismo sulle tematiche sociali, manifestato dalla componente borghese e cattolica che ne faceva parte, contribuì non poco ad allontanare l’organizzazione dagli interessi immediati del proletariato, peraltro numericamente molto ridotto, in un Paese sostanzialmente agricolo, e quindi molto conservatore.

Il primo esperimento di spostamento a sinistra della linea politica dell'IRA: il “socialismo repubblicano” degli anni Trenta

La base sociale contadina e piccolo-borghese della nuova Irlanda indipendente chiedeva soprattutto pace e stabilità, dopo aver ottenuto l'indipendenza dalla corona britannica, e ciò determinò il progressivo isolamento dell'IRA nella neonata Repubblica irlandese. Viceversa, nell'Irlanda del Nord, che, come detto, aveva beneficiato dei più intensi processi di industrializzazione di tutta l'isola, vi era un proletariato urbano ed industriale molto più esteso ed influente, e l'azione dell'IRA, che nell'Ulster era mirata soprattutto a difendere i cattolici dagli attacchi delle formazioni paramilitari unioniste, le valse un maggior consenso fra la popolazione. Di conseguenza, la base di consenso sociale dell'IRA si spostò sempre più dall'Irlanda indipendente all'Ulster ancora sotto controllo britannico, la cui maggioranza cattolica chiedeva l'indipendenza dalla Gran Bretagna e la fine delle violenze unioniste ai suoi danni.
Inoltre, la focalizzazione dell'azione militare sempre più forte sull'Ulster, e quindi su un'area dove era forte l'influenza politico-sindacale del proletariato industriale, favorì lo spostamento a sinistra dell'IRA. Pertanto, nei primi anni'30, l'IRA fu caratterizzata da una impostazione politica che venne denominata “socialismo repubblicano”, in cui alle tradizionali istanze nazionaliste e repubblicane si affiancarono elementi di rivendicazione sociale e sindacale. Proprio l'assenza di una proposta in materia economica e sociale era infatti considerata, dalla dirigenza dell'organizzazione, come una delle cause della sconfitta nella guerra civile. L'IRA si propose quindi come propugnatrice di rivolte tributarie a favore dei piccoli contadini, appoggiò scioperi, si alleò con il partito comunista irlandese, fondando anche l'associazione degli “amici dell'Unione Sovietica”. Inoltre, la componente marxista dell'IRA, guidata da Peadar O'Donnell, fondò “Saor Eire”, vero e proprio braccio politico di estrema sinistra dell'organizzazione, i cui obiettivi erano:
1 – unire, sotto la propria guida, proletari industriali e salariati agricoli irlandesi, al fine di promuovere una rivoluzione anti imperialista nei confronti della Gran Bretagna, che ancora controllava l'Ulster, e anti capitalista, nei confronti della repubblica irlandese;
2 – assegnare al controllo proletario le terre ed i mezzi di produzione;
3 – rivitalizzare e promuovere la lingua e la cultura nazionale irlandese.
Come si vede, tale organizzazione si proponeva un curioso mix di leninismo e nazionalismo, con una altrettanto bizzarra accentuazione della difesa delle antiche tradizioni culturali ed etniche del popolo irlandese, sicuramente piuttosto strana e non scevra da rigurgiti reazionari, e coerente con la volontà di stuzzicare il tradizionale spirito nazionalista di quel popolo.
Al di là delle stranezze e delle contraddizioni teoriche di una linea politica rivoluzionaria che difendeva tradizioni culturali formatesi in epoche pre capitalistiche e capitalistiche, fu sul piano pratico che l'esperienza di Saor Eire, e più in generale del socialismo repubblicano fallì, nel giro di pochissimi anni. La Chiesa cattolica ed il governo irlandese, oltre che quello sottoposto alla guida britannica nell'Ulster, sottoposero tale organizzazione ad una severa repressione. Ed anche fra le fila dell'IRA, O'Donnell e la sua organizzazione furono molto rapidamente emarginati. Il motivo? Semplice: l'IRA era fondamentalmente una organizzazione che poggiava su una base sociale piccolo-borghese, molto influenzata dalla Chiesa cattolica. Come scrisse lo storico Tom Mahon (2008): “l'IRA era una organizzazione cospiratrice piccolo-borghese, non un'armata di operai e contadini. Era fortemente radicata nell'idea ottocentesca di rivoluzione nazionale ed i suoi pochi socialisti erano sostanzialmente periferici nella struttura di comando....inoltre, O'Donnell non riuscì mai a spiegare cosa ne avrebbe fatto della frazione protestante della classe proletaria, che non aveva alcuna intenzione di essere “liberata” dall'IRA, anche a costo di usare le armi”.
Lo stesso concetto fu espresso da Kevin O'Higgins, membro attivo dell'IRA: “siamo probabilmente i rivoluzionari dalla mentalità più conservatrice che abbiano mai portato avanti una rivoluzione”.
Conseguentemente, l'allora leader dell'IRA, Moss Twomey, su sollecitazione dei suoi referenti ecclesiastici, misa al bando O'Donnell e la sua organizzazione, e quando questi, nel 1933, provò a riorganizzarla all'esterno dell'IRA, la boicottò fino a farla fallire. Fino al 1969, di fatto, l'IRA avrebbe seguito una linea politica nazionalista e conservatrice.
La stessa figura di Twomey è molto significativa, e vale la pena di analizzarla con attenzione, perché molto rivelatrice dei gruppi di potere e dell'ideologia politica che sostenevano l'IRA. Figlio di una famiglia molto cattolica, non disdegnò di supportare i governi irlandesi guidati dalla destra del Fianna Fail nel reprimere i Blueshirts, movimento paramilitare fascistoide, anche se la sua organizzazione, formalmente, era in guerra contro il governo irlandese. Nel 1930 fece una visita segreta negli USA, dove strinse le prime alleanze con le lobby irlandesi legate al partito repubblicano statunitense, che come si vedrà meglio nel seguito diventò, con gli anni, il principale supporto militare ed economico dell'IRA. Ovviamente lascio al lettore giudicare il potenziale rivoluzionario di una organizzazione finanziata soprattutto dagli USA. Durante il suo arresto, la sua famiglia venne mantenuta economicamente dal Clan na Gael, una organizzazione di irlandesi negli Stati Uniti, che supportava i candidati del partito repubblicano USA, e che nel 1914 face da tramite fra i nazionalisti irlandesi e la Germania del Kaiser per la fornitura di armi nella guerra di liberazione irlandese. E strettamente alleata con la Irish Republican Brotherhood, una organizzazione segreta che operò a favore dell'indipendenza irlandese, ma anche a favore di quel Michael Collins, leader dell'IRA, che nel 1921, come si ricorderà, difese il trattato che poneva le basi per la secessione “de facto” dell'Irlanda del Nord dalla neocostituita Repubblica irlandese. In particolare, i soldi alla famiglia di Twomey arrivavano dal presidente del Clan na Gael, Joseph Mc Garrity, irlandese emigrato negli USA, businessman milionario, che non esitò a tentare di stringere un patto di alleanza con la Germania nazista, incontrando Goering a Berlino nel 1939, per fornire supporto militare all'IRA contro il governo britannico.

Gli anni Sessanta: una nuova sperimentazione di virata a sinistra

Nel 1969, quando in Ulster iniziarono i Troubles, l'IRA sperimentò una seconda fase di virata a sinistra della sua linea politica, dopo decenni di conservatorismo nazionalistico, cattolico e repubblicano. Desmond Greaves e Roy Johnston furono gli sipiratori di tale virata, tramite il giornale della Connolly Association, “Irish Freedom”, e l'allora leader dell'IRA, Cathal Goulding, ne fu l'attuatore politico. La nuova leadership politica ed intellettuale sosteneva che l'IRA non avrebbe dovuto continuare ad usare le armi per difendere i lavoratori cattolici contro quelli protestanti, perché la lotta armata contribuiva a fare gli interessi della borghesia britannica e di quella irlandese, che avevano tutto da guadagnare da una guerra fra proletari di opposte fazioni. Da tali visioni derivò una progressiva riduzione dell'attività militare dell'IRA, che però fu pagata a caro prezzo. Ad Agosto 1969, sfruttando anche il rilassamento militare dell'organizzazione, i miliziani unionisti, a Belfast, diedero alle fiamme numerose chiese cattoliche, uccidendo sei civili cattolici.
D'altro canto, in uno scandalo esploso nel 1970, emerse che il governo irlandese guidato, come sempre, dal Fianna Fail, aveva cercato di passare armi a fazioni non marxiste dell'IRA fin dagli anni Sessanta. Fu quindi chiaro che, di fronte ad una progressiva estensione di idee e linee politiche marxiste in una organizzaizone militarmente e politicamente potente come l'IRA, e di fronte ad una strategia che mirava ad unificare i due proletariati – cattolico e protestante – in una lotta di classe contro la borghesia irlandese e l'imperialismo inglese e statunitense, mani invisibili si mossero, dal cuore stesso della destra politica irlandese, oltre che da quella inglese (è noto ed è inutile ripetere che i gruppi paramilitari unionisti sono sempre stati mossi dal governo britannico, tramite infiltrati dei servizi segreti).
Tutto ciò portò alla rottura del Dicembre del 1969:. si formarono così due organizzazioni, la Official IRA, influenzata dal marxismo, e la Provisional IRA, che raccoglieva soprattutto (anche se non solo, essendo anche popolata da marxisti) gli elementi borghesi e cattolici dell'IRA tradizionale. Ciò provocò una analoga scissione nel Sinn Fèin, tradizionale alleato politico dell'IRA.
Gli Officials, coerentemente con l'idea (corretta, ma ovviamente sabotata dalla destra inglese ed irlandese) che occorreva evitare guerre, basate sulle differenze di religione, che opponessero la classe lavoratrice cattolica a quella protestante, a tutto beneficio della borghesia, si fece parte attiva di una politica di graduale riduzione dell'attività militare mirata a cessare un conflitto fra proletari, fino al cessate-il-fuoco dichiarato nel 1972, mentre a livello politico perseguiva una linea basata sul contrasto ad ogni bigotteria religiosa, fonte di grandi tragedie nella storia dell'Ulster. Gli officials perseguivano una politica di rivoluzione a tappe. Primo, interrompere la guerra civile per raggiungere l'unità fra proletari cattolici e protestanti, poi riunificare l'Irlanda, ed infine promuovere una rivoluzione socialista. Nel fondamentale manifesto del 1977, chiamato “Irish Industrial Revolution”, si stabilì che l'attenzione dei proletari veniva deliberatamente distratta dagli obiettivi di lotta di classe, per focalizzarla su questioni nazionalistiche/religiose, e che l'imperialismo USA aveva di fatto preso il controllo della Repubblica d'Irlanda.
Gli Officials furono resi di fatto inoffensivi dall'esclusione dai tradizionali canali di rifornimento delle armi utilizzati dall'IRA (ed in particolare da quelli più redditizi, che passavano tramite le lobbies irlandesi negli USA), dai continui, sanguinosi regolamenti di conti con i Provisionals, e dalle scissioni interne (nel 1974, da una scissione nacque il partito socialista repubblicano d'Irlanda, o IRSP, guidato da Seamus Costello, contrario all'abbandono della lotta armata contro la Gran Bretagna e le forze unioniste, e quindi al cessate-il-fuoco del 1972. L'IRSP ingaggiò fin da subito un sanguinario conflitto con gli Officials, fino alla tregua del 1977, rotta però dal susseguente omicidio di Costello. Ciò portò a una prosecuzione della guerra fra le due organizzazioni almeno fino al 1982, quando l'esecutore dell'omicidio di Costello fu a sua volta trucidato). Con la decisione di consegnare alle forze di sicurezza il proprio arsenale di armi, nel 2009, l'Official IRA è del tutto scomparsa dalla scena politica nordirlandese. Di fatto, questi ultimi non poterono mai stabilire aree di controllo permanente sui quartieri cattolici delle due principali città, Belfast e Derry, né poterono accedere ad ampi e regolari rifornimenti di armi (dagli archivi Mitrokhin, emerge che solo l'Urss, sporadicamente, inviò piccoli quantitativi di armi agli Officials).
Mentre gli Officials, dopo il cessate il fuoco del 1972, avevano terminato la guerra di liberazione contro gli unionisti e le forze di sicurezza britanniche, e, tranne occasionali regolamenti di conti con le altre fazioni indipendentiste, avevano imboccato la strada politica, i Provisionals, che con la loro lunga scia di sangue contribuirono non poco a rendere marginale l'esperimento degli Officials (si calcola che uccisero almeno una cinquantina di dirigenti Officials), sono quelli che, nella vulgata comune, vengono normalmente identificati come l'IRA vera e propria. I Provisionals continuarono dunque la guerra contro i britannici e le forze lealiste fino al cessate il fuoco del 1998 ed alla cessazione completa delle ostilità con l'accordo politico del 2005 (che però ha lasciato qualche strascico di violenza anche fino ad oggi). Per quanto anche loro attraversati da idee politiche socialiste, raccolsero l'anima borghese e cattolica della vecchia IRA, ed anche i suoi contatti fra le comunità e le lobby capitalistiche degli irlandesi negli USA. Inutile dire che godettero di finanziamenti, rifornimenti e coperture politiche incredibilmente superiori a quelle di cui poterono godere gli Officials.
Nonostante le idee socialiste che li attraversarono, i Provisionals combatterono per una causa nazionalistica, basata sulla unificazione dell'Irlanda e dell'Ulster sotto un governo repubblicano e di tipo federale, con parlamenti regionali in quattro province, ed un parlamento centrale. Il loro programma, Eire Nùa, doveva essere attuato tramite una guerra civile continuativa contro le forze unioniste e gli occupanti britannici, fino all'obiettivo di ottenere il ritiro delle forze britanniche dall'Ulster, e prevedeva nient'altro che uno Stato democratico borghese, a statuto federalista, dove anche gli unionisti dell'Ulster avrebbero avuto un ruolo, sia pur minoritario.
Significativo è anche il ruolo di mantenimento dell'ordine e della legalità assunto dai Provisionals nelle aree sotto il loro controllo, spesso esercitato con un livello di durezza repressiva e securitarismo, specie contro il traffico di droga, degno di organizzazioni di vigilantes di estrema destra.
In sintesi, i Provisionals non fcero altro che resuscitare quella mentalità da “rivoluzionari conservatori” che era tipica della vecchia IRA, stringendo legami di consenso con la piccola borghesia e con la Chiesa cattolica, e portando avanti un programma politico tipicamente nazionalista e borghese. Per cui, la battaglia contro il dominio britannico dell'Ulster, da parte della vecchia IRA così come dei Provisionals, non assunse mai un connotato anti-imperialista nel vero senso della parola, ovvero nel senso di lotta di liberazione del proletariato locale da un oppressore esterno alleato con le borghesie locali, ma fu piuttosto, come specificato in premessa, una battaglia per larghi versi combattuta fra fazioni locali della borghesia, cattolica e protestante, fatta utilizzando il proletariato locale come “carne da cannone”.
Ovviamente anche l'analisi delle fonti di rifornimento delle armi dei Provisionals è molto significativa. Esattamente come nel caso della vecchia IRA, il grosso dell'arsenale veniva acquistato negli USA, tramite un emigrato irlandese, tale George Harrison, ed un gruppo di supporto per l'Irlanda del Nord, denominato NORAID. Molti fatti sono significativi. Nel 1981, Harrison fu arrestato a New York per traffico internazionale di armi, ma, benché i suoi rapporti con la criminalità organizzata fossero evidenti, venne immediatamente prosciolto da ogni accusa. Il NORAID, che nel suo statuto dichiarava di essere un'associazione che perseguiva l'unificazione dell'Irlanda con mezzi esclusivamente pacifici e legali, venne messo sotto processo, negli USA, nel 1981. In tale processo, NORAID fu obbligata a dichiarare che l'IRA era il “suo referente principale” (e l'IRA era considerata un'organizzazione terroristica illegale negli USA). Nonostante ciò, un tribunale statunitense autorizzò NORAID a scrivere una dichiarazione in cui smentiva quanto precedentemente acclarato giudiziariamente, ovvero il suo legame con l'IRA. Incredibilmente, l'ufficio del procuratore distrettuale (lo stesso che aveva inizialmente perseguito NORAID) validò tale dichiarazione, e quest'ultima poté continuare, indisturbata, a finanziare l'IRA. Difficile non pensare, da tutto ciò, che l'IRa non godesse di potenti appoggi politici nell'establishment statunitense.

Verso la fine dei giochi

Un simile connotato borghese della lotta di liberazione nazionale condotta dai Provisionals non poteva che degradare verso inconclusive “pacificazioni”, nel momento in cui la borghesia stessa (non solo quella locale, ma anche quella globale, che con gli enormi incentivi fiscali che l'Irlanda ha offerto agli investitori esteri ha fatto cospicui affari, e che oggi vorrebbe ripetere questo modello anche in una pacificata Irlanda del Nord) riteneva che la guerra civile stessa non fosse più conveniente per i suoi obiettivi economici. L'inconclusiva pacificazione è stata avviata dal 1983, con l'avvento alla guida dell'IRA di Gerry Adams, il più politico ed ambiguo fra i comandanti dell'organizzazione. Gerry Adams stimolò una maggiore politicizzazione dell'IRA, con una riduzione del peso delle azioni militari ed un incremento dell'attività politica tramite il Sinn Fèin, che condusse all'accordo di pace del 1998, che ha determinato l'attuale assetto dell'Irlanda del Nord. Si tratta essenzialmente della sconfitta definitiva del progetto nazionalista originario dell'IRA, che ha lottato per decenni per l'indipendenza dell'Ulster dalla Gran Bretagna e per un'Irlanda unita, mentre con l'attuale accordo si è ottenuto soltanto uno statuto regionalista di particolare autonomia nell'ambito di una sovranità che rimane in mani britanniche; persino lo statuto dell'IRA che contemplava l'obiettivo di unificazione dell'Ulster con il resto dell'Irlanda è stato riscritto, per renderlo inoffensivo e non turbare gli interessi imperialistici degli USA nella Repubblica irlandese, divenuta una sorta di paradiso fiscale per gli investimenti industriali delle grandi multinazionali. C'è un episodio poco noto ma significativo: nel 994, il Presidente Clinton rilasciò un visto di accesso negli USA a uno dei leader dell'IRA, Joe Cahill, nonostante il fatto che la legge statunitense impedisse l'accesso nel Paese ad esponenti di organizzazioni considerate come terroristiche. Cahill era, in effetti, uno dei principali alleati del “pacificatore” Adams, e la sua visita negli USA servì per convincere le lobbies irlandesi locali a fornire supporto al processo di pace in Ulster, che evidentemente, quindi, interessava molto il vertice politico statunitense, e quindi la borghesia a stelle e strisce.
E' anche, a maggior ragione, la sconfitta del progetto delle componenti di sinistra dell'IRA, quello cioè di ri-orientare la lotta da obiettivi meramente nazionalisti ad obiettivi di classe, riunificando gli interessi del prolatariato cattolico e di quello protestante contro il comune nemico di classe, e quindi superando la guerra nazionalistica fra poveri che per decenni ha incatenato il proletariato irlandese su obiettivi che non erano i suoi.
Di fatto, oggi, con gli assetti decisi nell'accordo di pace del 1998, il proletariato nordirlandese continua ad essere diviso da linee di religione e di odio, sottostando ad istituzioni politiche diverse (protestanti e cattolici sono infatti governati da due entità esecutive distinte) e continuando anche a vivere in condizioni di isolamento fisico (le divisioni fra quartieri protestanti e cattolici nelle città sono infatti ancora in piedi) e senza prospettive di poter riprendere la lotta su obiettivi di classe (la Real IRA, nata nel 1997 in opposizione al processo di pace, guidata da Michael McKevitt e dalla sorella di Bobby Sands, oltre che essere impostata sui tradizionali obiettivi repubblicani e nazionalisti della vecchia IRA, quindi su un programma politico conservatore, appare oggi molto isolata nella società nordirlandese, tanto che lo stesso Adams, rompendo con le tradizioni dei leader dell'IRA, che non avevano mai pubblicamente condannato azioni armate di fazioni rivali, ha ufficialmente preso le distanze dagli attentati della RIRA). La stessa popolarità di cui gode il “pacifista” Adams (che raccoglie ingenti quantità di voti popolari, ogni volta che si presenta a qualche elezione) è un indicatore significativo. Evidenzia come il proletariato nordirlandese si sia stancato di versare sangue per una causa nazionalista e repubblicana che non sente come propria, che non corrisponde ai suoi interessi di classe, e che nella realtà dell'Ulster odierno nessun movimento politico significativo riesce a rappresentare.


Conclusioni

Certamente, l'IRA fu percorsa, durante tutta la sua storia, da idee socialiste e marxiste, ed anche da figure leggendarie e di grande valore rivoluzionario, come Bobby Sands, morto durante lo sciopero della fame del 1981. Ma le idee socialiste, e le persone che le propugnavano, furono tollerate solo fintanto che potevano essere utilizzate strumentalmente. La fase del “socialismo repubblicano” fu tollerata da Twomey fintanto che portava a nuovi reclutamenti di volontari nei quartieri operai di Belfast e Londonderry. La morte eroica di Bobby Sands fu utilizzata come strumento di marketing, grazie ad una massiccia propaganda da parte degli organi di stampa vicini all'IRA ed al Sinn Fèin (tanto che dopo la sua morte le adesioni di volontari ai Provisionals aumentarono vertiginosamente). La componente socialista che esisteva anche all'interno dei Provisionals servì anche per procurarsi armi da canali alternativi a quelli statunitensi (per cui i Provisionals ricevettero rifornimenti dalla Libia di Gheddafi e dalla Cecoslovacchia).
Quando queste componenti non servivano più o divenivano pericolose, venivano sistematicamente liquidate. Di fatto, i tentativi di imprimere un connotato di classe alla lotta dell'IRA furono sistematicamente soffocati, prima di tutto all'interno stesso dell'organizzazione, come si verificò nella fase del “socialismo repubblicano” e come si verificò con la distruzione dell'Official IRA, perpetrata in buona parte dai fratelli-coltelli della Provisional IRA. Il nucleo centrale della lotta armata repubblicana irlandese rimase sempre ancorato ad interessi e valori tipicamente borghesi e cattolici, fu ampiamente infiltrato da interessi imperialisti esterni, in primis statunitensi oltre che dalla stessa borghesia irlandese. Gli esiti di tale lotta, come si è visto, non poterono che essere negativi per gli interessi del proletariato, e favorevoli alla borghesia globale. Oggi l'Ulster, guidato da ex guerriglieri dell'IRA come Adams, vende se stesso come nuova frontiera per gli investimenti diretti esteri, imitando le politiche economiche fatte dall'Irlanda, che tanti danni hanno apportato al popolo irlandese, come la recente cronca economica ci evidenzia.

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