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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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domenica 28 agosto 2011

COS’È UNA SITUAZIONE RIVOLUZIONARIA di V.I. Lenin



estratto da

Il fallimento della II Internazionale (cap. II)

di Vladimi Ilich Lenin

scaricabile qui




Il vivace dibattito sulla rivoluzione Libia, in seguito agli articoli Dopo Gheddafi la barbarie?Della Libia e di altre rivoluzioniRisposta critica sulla Libia, come Redazione non può che farci piacere. Pubblichiamo questo estratto del grande Lenin per contribuire all’approfondimento dell’argomento.



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Per il marxista non v’è dubbio che la rivoluzione non sia possibile senza una situazione rivoluzionaria e che non tutte le situazioni rivoluzionarie sbocchino nella rivoluzione. Quali sono, in generale, i segni di una situazione rivoluzionaria? Siamo sicuri di non sbagliare a indicare questi tre segni come i segni principali:



1 – Le classi dominanti non riescono più a conservare il loro potere senza modificarne la forma; una crisi negli «strati superiori», una crisi nel sistema politico della classe dominante, che apre una fessura nella quale si incuneano il malcontento e l’indignazione delle classi oppresse. Per lo scoppio della rivoluzione non basta ordinariamente che «gli strati inferiori non vogliano più» continuare a vivere come prima, ma occorre anche che «gli strati superiori non possano più» vivere come per il passato.


2 – Un aggravamento, maggiore del solito, dell’oppressione e della miseria delle classi oppresse.


3 – In forza delle cause suddette, un rilevante aumento dell’attività delle masse, le quali in un periodo «pacifico» si lasciano depredare tranquillamente, ma in periodi burrascosi sono spinte, sia da tutto l’insieme della crisi, che dagli stessi «strati superiori», ad un’azione storica indipendente.



Senza questi cambiamenti oggettivi, indipendenti dalla volontà non soltanto di singoli gruppi e partiti, ma anche di singole classi, la rivoluzione – di regola – è impossibile. L’insieme di tutti questi cambiamenti oggettivi si chiama situazione rivoluzionaria. Una tale situazione si presentò nel 1905 in Russia e in tutte le epoche rivoluzionarie in Europa occidentale; ma essa si presentò anche nel 1860 in Germania e nel 1859-1861 e 1879-1880 in Russia, sebbene in questi casi non vi sia stata alcuna rivoluzione. Perché? Perché la rivoluzione non nasce da ogni situazione rivoluzionaria, ma solo nei casi in cui, alle trasformazioni oggettive sopra indicate, si aggiunge una trasformazione soggettiva, cioè la capacità della classe rivoluzionaria di compiere azioni rivoluzionarie di massa sufficientemente forti da spezzare (o almeno incrinare) il vecchio governo, il quale, anche in un periodo di crisi, non «cadrà» mai se non lo «si fa cadere».





mercoledì 10 agosto 2011

UNA ROSA PER LENIN: ancora sull'autodeterminazione delle nazioni

di Lorenzo Mortara

A ulteriore dimostrazione di quanto siamo andati indietro, c’è anche l’arretramento di quelli che dovrebbero essere, nel bene e nel male, i nostri teorici: quelli reali che passa il convento, non altri, perché altri purtroppo per ora non ce ne sono.

Non avevo ancora visto nessuno difendere Rosa Luxemburg contro Lenin per quanto riguarda l’autodeterminazione dei popoli. Nell’ultima settimana, invece, nella dependance del blog, il gruppo omonimo di fb, sono fioriti i partigiani di Rosa Luxemburg. A parte qualcuno che si è schierato con Lenin, per poi flirtare anche con posizioni opposte, ho visto solo cori di elogi per la posizione di Rosa. La cosa mi ha stupito perché di norma delle tre grandi divergenze tra Rosa Luxemburg e Lenin, sul partito, sulla teoria del crollo e sull’autodeterminazione delle nazioni appunto, è sempre stato quasi unanime riconoscere la ragione a Lenin almeno su quest’ultimo punto. Lenin ha ovviamente ragione anche sugli altri due, e massimamente sulla questione del partito, dove effettivamente la sua grandezza si stacca rispetto agli altri due sommi marxisti dell’epoca, e cioè rispetto alla Luxemburg stessa e a Trotsky. Solo per la questione del partito, Lenin ha dimostrato che la sua superiorità è così schiacciante che Rosa Luxemburg e Trotsky messi assieme non fanno la sua grandezza. Perché, come ha scritto Trotsky da qualche parte, Lenin anche da solo avrebbe fatto la rivoluzione; coi soli Trotsky e Rosa Luxemburg, invece, la rivoluzione non sarebbe sfuggita al suo fallimento, proprio per l’incomprensione dei due per la concezione del partito dell’altro. E tuttavia, con la deriva dello stalinismo, si può benissimo comprendere come sia facile arretrare fino a Rosa Luxemburg sulla questione del partito, invece di fronte alle guerre attuali, ai governi fantoccio e ad altri colpi di Stato, riesce un po’ più difficile accettare la solita indifferenza di tanti compagni in materia di autodeterminazione delle nazioni. Gli alfieri di Rosa Luxemburg non potevano che provenire dalle fila del settarismo. In prima linea, come capita da un po’ di tempo a questa parte, bordighisti di tutte le varianti della loro invarianza. Presi dai loro soliti “astratti furori”, c’è chi dà ragione a Rosa per l’incoscienza del proletariato, chi lo fa perché ha scoperto un nuovo imperialismo sconosciuto a Lenin come a noi, chi infine nella miglior tradizione del centrismo fa un misto di tutte le posizioni. In mezzo a questo guazzabuglio, i termini della questione spariscono e vengono sommersi, rischiando così di non affiorare più. Tocca quindi al solito bastian contrario, a me, ripristinarli un attimo. Lo faccio con la speranza che, colate a picco le loro teorie sbagliate, restino almeno a galla, malconci ma ancora aggiustabili, i teorici di cui abbiamo un estremo bisogno.


L’AUTODETERMINAZIONE METAFISICA

E QUELLA STORICA

Come quasi sempre accade, le questioni di marxismo, sono molto più semplici di quanto le complichino gli esponenti della sua ala estrema.

Per degli internazionalisti, difendere il principio di autodeterminazione delle nazioni, può sembrare una contraddizione. E in effetti è proprio per questo che molti compagni contestano il principio difeso strenuamente dal Lenin. Ed è in fondo proprio da qua che muoveva la sua critica, la nostra Rosa. Gli è che il nostro internazionalismo è la logica conclusione del movimento reale del capitalismo che tende a sorpassare gli Stati nazionali, stringendo il mondo in un tutto unico. Ma questa tendenza di fondo, non sarà mai realizzata pienamente sotto il capitalismo. Solo la rivoluzione socialista darà pieno significato all’internazionalismo. Fino ad allora, la contraddizione reale tra Stato nazionale ed economia mondiale, sarà qualcosa con cui il nostro internazionalismo dovrà misurarsi. Dire no al principio di autodeterminazione dei popoli, sarebbe un po’ come dire no alle sezioni nazionali del nostro partito, solo perché siamo internazionalisti. Lo stadio nazionale non l’abbiamo creato noi, ma la Storia, e più precisamente la Storia del capitalismo. Saltare il principio di autodeterminazione delle nazioni, vuol dire saltare direttamente allo stadio finale del processo storico che noi stessi spingiamo avanti. Naturalmente, mentre noi lo saltiamo, la Storia salti non ne fa e resta inchiodata dov’è, col risultato che l’internazionalismo tutto d’un pezzo, negando il principio di autodeterminazione, allontana ancora di più il giorno in cui potremo farne a meno.

Nel principio di autodeterminazione delle nazioni, Rosa Luxemburg vedeva quel che in effetti è: il solito pomposo diritto borghese che dà piena liberà politica ai borghesi di lasciare nella schiavitù economica dello sfruttamento i proletari. L’autonomia delle nazioni emancipava al massimo i borghesi di un dato paese, giammai i proletari. Proprio per questo Rosa invitava i compagni a non perdere tempo con principi astratti e a concentrarsi sull’unione dei proletari per abbattere gli stati borghesi e procedere più speditamente possibile sulla strada della rivoluzione proletaria.

Lenin, accusato di idealismo metafisico, rinfacciava a sua volta a Rosa di aver enunciato solo vuoti principi generali senza mai calarsi nella concretezza della realtà storica. Lenin non negava che, con l’autodecisione delle nazioni, il proletariato avrebbe continuato a sottostare sotto il giogo della borghesia, ma per lui il problema era vedere quanto stretto fosse il cappio e quanto fosse possibile allargarne la morsa per avvicinare il giorno in cui ce ne saremmo infine liberati. Infatti, l’emancipazione dei lavoratori era strettamente collegata allo sviluppo del capitalismo. E la formazione dello Stato nazionale era la condizione ideale perché il capitalismo potesse svilupparsi. Quindi anche il proletariato aveva interesse alla formazione di Stati nazionali indipendenti. Ma indipendenti da che? Dall’imperialismo dei grandi Stati nazionali che minavano la formazione degli Stati nazionali minori costretti sotto il loro dominio. Era quindi compito elementare del proletariato russo, in quel frangente storico, pronunciarsi a favore dell’autodeterminazione per contrastare lo sciovinismo grande russo con cui lo Zar opprimeva le popolazioni limitrofe a cominciare dalla Polonia stessa. Se quindi il principio di autodecisione della nazioni doveva essere riconosciuto alla Polonia dal proletariato russo, tanto più doveva essere incluso nel programma del partito socialdemocratico polacco, come in tutti gli altri partiti socialdemocratici. Rosa riteneva invece che il proletariato polacco avrebbe dovuto disinteressarsi della questione, unendosi soltanto agli operai russi contro il comune nemico dello zarismo. Ed è proprio qui che si vede l’errore di Rosa. Infatti, in un paese schiacciato dal giogo dell’imperialismo straniero, chi non si pronuncia per l’indipendenza nazionale, di fatto lascia libero l’imperialismo di continuare a schiacciarlo.

Lenin era ben consapevole che l’imperialismo avrebbe sempre caratterizzato il capitalismo, che l’indipendenza nazionale non avrebbe mai e poi mai potuto eliminarlo, ma non si trattava di eliminarlo di colpo, ma di prepararne l’eliminazione. Per chi non ce l’aveva, l’indipendenza nazionale, era una tappa sulla via della rivoluzione. Senza indipendenza politica formale, lo sfruttamento economico del proletariato di un determinato Paese, era ancora più intenso. Si trattava di rendere l’imperialismo il meno opprimente possibile. Il principio di autodeterminazione delle nazioni, è appunto necessario per spuntare il più possibile gli artigli dell’imperialismo. Chi nega il principio di autodeterminazione, allunga ancora di più le sue unghie1.

I marxisti, naturalmente, non incitavano alla separazione, al contrario invitavano all’unione, ma sapevano che questa era possibile solo sul piano dell’uguaglianza politica o di minore disuguaglianza possibile. Quanto più i marxisti erano indifferenti all’indipendenza nazionale dei paesi schiacciati dall’imperialismo, tanto più avrebbero favorito le spinte alla separazione; quanto più si sarebbero battuti contro l’oppressione imperialistica, tanto più avrebbero favorito l’unione dei proletari su scala internazionale. Non c’è forse maggior prova storica di quanto Lenin abbia avuto ragione e sia stato lungimirante, della Rivoluzione d’Ottobre e dei suoi successivi sviluppi. Fin che fu vivo Lenin e il principio di autonomia fu sostenuto davvero, l’integrazione dei paesi russi fece enormi progressi; con l’avvento dello stalinismo, costretti con la forza a stare dentro il blocco sovietico, i paesi dell’Est svilupparono incessantemente, fino al crollo, le nefaste spinte centrifughe favorevoli all’autonomia2.


L’AUTODETERMINAZIONE OGGI

I fan di Rosa Luxemburg, tra i quali e sfegatato mi ci metto pure io, ma non per i suoi (pochi) errori, quando non le diano ragione fin da allora, le danno certamente ragione oggi in cui la fase degli stati nazionali è, a loro dire, conclusa e quindi nessun proletario ha necessità di battersi per l’indipendenza nazionale. Altri, più sofisticati, negano la validità del principio di autodeterminazione perché l’imperialismo oggi avrebbe in pratica soppiantato lo Stato nazionale con nuovi centri finanziari globali, rendendolo di fatto superfluo. Questa in fondo non è che una variante della tesi di Negri, colata a picco, per i più creduloni, nell’anno 2008, quando col crollo delle borse, ogni Stato ha cominciato a chiudersi a riccio, dimostrando una volta per tutte che è l’Unione Europea ad andare a carretta degli Stati nazionali e non viceversa. Alla stessa maniera è il capitale finanziario del mondo ad essere sottomesso agli Stati nazionali, non il contrario. Se i governi appaiono impotenti di fronte ai diktat delle banche centrali, è semplicemente perché ogni borghesia nazionale ha carattere transnazionale e ha più da perderci che da guadagnarci non sottostando alle direttive degli speculatori. E in effetti non è la borghesia col suo personale politico che sottostà alle direttive dei centri finanziari, ma solo il proletariato su cui vengono scaricate, perché in realtà gli speculatori internazionali e i governi nazionali non sono altro che i due lati delle stessa medaglia che ha la faccia di bronzo della borghesia.

Se ad esempio prendiamo il caso greco, scopriamo che la borghesia di quel Paese è tutta unita e compatta con il piano di salvataggio. Per forza, trattasi di salvare, con le sue chiappe, anche i glutei della sua sorella tedesca e delle altre sorelle che vogliono continuare assieme la crapula sulle nostre spalle. Il governo greco non ha dovuto allinearsi ai mercati finanziari, questo è quello che danno a bere i politici per conto della borghesia, la realtà è che ha voluto, e non è affatto la stessa cosa. Papandreou ha voluto, perché è preciso interesse della borghesia greca sostenere il piano del suo salvataggio, visto che non sborserà un soldo, scaricando il debito con gli ulteriori interessi sulle spalle del proletariato. Solo le anime più tonte e ingenue del marxismo militante possono credere che i governi, cioè la borghesia da Parlamento, semplice manovalanza della borghesia industriale, sia schiava dei mercati finanziari. Gli schiavi siamo noi, la borghesia ne è padrona. Animare i mercati, senza chiedersi chi ci sia dietro a tirarne i fili, lo può fare solo il militante di quella versione superstiziosa della nostra dottrina che è il marxismo animista! La famosa litania «ce lo chiede l’Europa, ce lo chiedono i mercati», ripetuta come un mantra ogni volta che i politici hanno bisogno di infilarci in quel posto una nuova supposta, significa unicamente «ve lo chiediamo noi». E noi ovviamente sono sempre loro! Perché mercati finanziari transnazionali e governi nazionali, cioè potere economico internazionale e potere politico nazionale, sono la stessa cosa. Più precisamente, ogni borghesia nazionale dei paesi più progrediti ha una sua quota nel mercato finanziario globale. Ecco perché “sottostà” volentieri, con tutti i suoi servi, siano questi Obama, Papandreou o Zapatero o qualsiasi altra nullità pretenziosa, ai diktat dei centri finanziari, cioè ai diktat di sé stessa in combutta con le sue copie internazionali. Perché ribellarsi, oltre a non aver senso, in quanto controproducente dal punto di vista del suo stesso interesse economico, significherebbe mettere a rischio quella quota, o metterla più a rischio di quanto già non sia nel gioco mortale della concorrenza a cui non può sottrarsi. Epperò ogni borghesia vuole aumentare tale quota, non diminuirla. E la condizione per aumentarla è rimanere agganciata il più possibile alla crapula globale, avendo come minimo comune denominatore con le altre borghesie, lo sfruttamento praticamente illimitato del proletariato tutto, da quello di casa propria fino a quello degli angoli più remoti del mondo. Se la “cura da cavallo” non farà che dare ulteriori possibilità all’imperialismo tedesco di penetrare nel mercato greco, impadronendosi del tutto o in comproprietà delle future svendite, abbassando di qualche cresta la potenza greca, per altro abbastanza modesta, questo non significa che la borghesia greca abbia sbagliato ad appoggiare il piano, significa solo che questa era l’unica maniera che aveva per ottenere il massimo nelle condizioni date. Se non potrà ampliare le sue quote nel mercato mondiale, spartirà il più possibile quelle che gli altri le vorranno sottrarre. Solo col proletariato non potrà mai accordarsi la borghesia greca, ma con gli imperialisti un accordo lo troverà sempre. Perché accordandosi col proletariato in sciopero, con la diminuzione dello sfruttamento diminuirà anche il profitto; accordandosi invece con l’imperialismo globale, aumentando lo sfruttamento generale, la borghesia greca avrà almeno assicurata la possibilità di veder aumentare il suo profitto assoluto, pur nella diminuzione di quello relativo alla spartizione con le altre borghesie. Questo i paladini dei mercati finanziari, padroni degli Stati, se lo dimenticano. In realtà, quanto più avanza il capitalismo, quanto più il ritardo della rivoluzione favorisce l’imperialismo e l’inasprimento a livello mai visto della concorrenza tra capitali, tanto più ogni borghesia resta aggrappata con tutte le forze allo Stato nazionale, perché ha bisogno, nello scontro inevitabile con le altre potenze, almeno di un rifugio sicuro contro i rovesci dell’economia e delle contraddizioni stesse che è costretta a suscitare. Ed è proprio qui che il principio di autodeterminazione torna prepotentemente attuale e alla ribalta. Perché la fase della formazione degli Stati nazionali è solo apparentemente conclusa. In realtà, con l’entrata in scena dell’imperialismo, e soprattutto con il ritardo della rivoluzione, entra soltanto in una nuova fase. Infatti, l’oppressione sempre più schiacciante dell’imperialismo e lo scontro sempre più aspro tra le potenze per la spartizione dei mercati, ricaccia indietro di secoli Stati nazionali già formati che vengono occupati militarmente. Come si può parlare di esaurimento dell’epoca della formazione degli Stati nazionali, quando nel giro di dieci anni abbiamo visto l’occupazione di ben due Stati, un numero imprecisato di missioni di pace imperiale, e svariati colpi di stati borghesi diretti sottobanco dalle maggiori potenze internazionali? Se per fine della formazione degli stati nazionali, intendiamo la fine della riunione di staterelli in unico spazio di mercato statale, quest’epoca è indubbio che sia passata, ma questo non significa che sia finito anche il tempo dell’autodeterminazione. Chi rinuncia al principio di autodeterminazione perché dà per esaurita la fase storica di formazione degli Stati nazionali borghesi, di fatto dà un ulteriore appoggio alle invasioni dell’Iraq, dell’Afghanistan e all’occupazione della Palestina, nonché a tutti gli artigli che l’imperialismo sta per conficcare nei Paesi a rischio di fallimento. Alla stessa maniera, un proletario degli Stati Uniti che sia contrario all’autodeterminazione dei popoli latinoamericani, non fa che dare un ulteriore sostegno a chi negli States vuole che il Sud America continui ad essere il cortile di casa dei predoni a stelle e a strisce.

Nella maggior parte degli Stati nazionali, inoltre, la formazione è rimasta incompleta. La rivoluzione borghese non è stata portata a termine e mai più lo potrà per l’inossidabile legge della rivoluzione in permanenza. L’imperialismo è arrivato prima che la borghesia autoctona potesse giungere a una piena indipendenza. Ciò significa che in tutti questi Paesi, il principio di autodeterminazione, conserva tutta la sua importanza. Non certo per portare a termine la rivoluzione borghese, visto che solo la rivoluzione proletaria potrà farlo, ma perché quanto più il proletariato mondiale sarà intransigente nel sostenere il principio di autodeterminazione, più diritti democratici riuscirà a strappare all’imperialismo per proseguire la sua lotta per il socialismo, cioè la rivoluzione borghese sarà meno incompleta e raggiungerà così il massimo sviluppo possibile nelle condizioni date. Fino a che ci sarà l’imperialismo, ci sarà sempre un Paese occupato o qualche azione militare che renderà necessario il principio di autodeterminazione delle nazioni. Ma siccome il proletariato mondiale, come classe, è un unico grande Paese, e poiché l’economia mondiale è ormai strettamente interdipendente, ogni sezione nazionale della nostra classe avrà il dovere di far suo il principio di autodeterminazione, perché solo così, facendo tutto ciò che le è possibile fare, avrà fatto pienamente il suo dovere per rendere meno pesante il fardello imperiale che altre sezioni dovranno sopportare.

Infine, sfugge ancora una cosa ai profeti della fine della storia delle nostre fila. Popoli e patrie non sono fissati una volta per sempre, ma così come cambiano continuamente i confini tracciati, così cambia anche la composizione per così dire “etnica” di un popolo. A parte le questioni tuttora irrisolte delle tante minoranze presenti e non riconosciute nel mondo, come curdi, baschi eccetera o i sempre dimenticati pellerossa d’America, solo per i quali bisognerebbe vergognarsi di considerare chiusa la questione dell’autodeterminazione, non è nemmeno detto che il flusso migratorio non crei ghetti o sacche di persone che a lungo andare potrebbero sentirsi un nuovo gruppo a sé. Non solo, il ritardo della rivoluzione socialista, facendo tornare indietro la Storia, può combinare la disgregazione del tessuto sociale mischiandola con l’arretramento della coscienza, favorendo così spinte autonomistiche che fino al giorno prima sembravano assurde. Il caso italiano è emblematico. Oltre ai tradizionali movimenti per l’indipendenza sarda e di altre regioni che, qualora diventassero un sentimento diffuso tra quelle popolazioni, avrebbero lo stesso diritto all’autonomia degli altri popoli, il continuo deteriorarsi della situazione sociale senza sbocco rivoluzionario, potrebbe mettere davvero all’ordine del giorno la secessione tra Nord e Sud, vero spauracchio della retorica militante dell’Unità borghese d’Italia.

Noi marxisti bolleremo sempre come reazionaria la secessione, spiegheremo per filo e per segno la natura piccolo-borghese dei leghisti padani, voteremo sempre contro e faremo tutto ciò che è in nostro potere per impedirla, ma qualora il proletariato del Nord si faccia irretire dalla propaganda del “Sud come palla al piede del Nord” e voglia a tutti i costi separarsi, esattamente come il Sud vorrà ritornare ai Borboni, allora noi non potremo opporci alla volontà di massa della nostra classe. È molto difficile che una separazione avvenga, per la semplice ragione che è avversata in primis dal grande capitale, ma non è detto che in un momento particolare di crisi, la borghesia, per salvare la pelle, non trovi altra strada che deviare il malcontento verso la secessione. In ogni caso, noi, contrari alla separazione, dall’eventuale sconfitta referendaria dovremo trarre comunque la seguente lezione: meglio un’Italia divisa per convinzione che unita per forza. Perché? Perché dal punto di vista della rivoluzione, o riusciamo a togliere al proletariato, prima della secessione, tutti i suoi pregiudizi, o solo la secessione sarà in grado di spazzarglieli via. Qualora non ci riesca di convincerlo perché più cocciuto di un mulo, costringerlo all’unità ritarderà la sua presa di coscienza sull’illusorietà della separazione. Una volta separato invece, quando vedrà che il ricco Nord liberato dalla palla al piede meridionale, lo terrà più incatenato di prima alla schiavitù salariale, allora sarà più disponibile alla riunificazione con le masse sfruttate del Sud, le quali, nel frattempo, avranno fatto un’analoga esperienza fallimentare con il ritorno dell’epoca d’oro dei Borboni.

Come si può vedere, dare ragione a Rosa Luxemburg per l’incoscienza dei proletari, è del tutto erroneo, perché significa abbassarsi al loro livello, l’esatto contrario di quello che un’avanguardia dovrebbe fare: sforzarsi di elevarlo. Dire no all’autodeterminazione delle nazioni, perché Lenin si sarebbe sbagliato sulla maturità dei lavoratori, significa abbandonare i lavoratori alla loro immaturità, ritardare ancora di più la loro presa di coscienza su questo importante aspetto. Messa allo specchio, naturalmente, questa concezione, non dimostra quanto Lenin si sia illuso sulla maturità dei lavoratori, i quali non erano affatto immaturi, quanto piuttosto abbia avuto ragione nel fustigare l’immaturità dell’avanguardia dei sinistri che si credevano tanto avanti. E che, par quasi inutile dirlo, ancora si credono tali.


LA LORO AUTODETERMINAZIONE E LA NOSTRA

Quando i marxisti parlano di autodeterminazione, hanno sempre alla loro sinistra chi gli ribatte che chi difende l’autodeterminazione delle nazioni, difende in realtà la sovranità della borghesia sul proletariato. Non avendo capito niente del discorso di Lenin, e non sapendo mai cogliere gli aspetti transitori della lotta di classe, i sinistri applicano sempre le verità massime ed ultime della nostra dottrina. Credono di esprimere un disaccordo smascherando il carattere borghese di tale diritto, quasi che noi marxisti ne avessimo fatto un principio socialista. In realtà, i marxisti sono perfettamente d’accordo con la loro ombra settaria sul carattere borghese del principio di autodeterminazione dei popoli. Quello che la nostra ombra rossa non capisce, incapace di scendere dalle nuvole della metafisica al terreno concreto della realtà, è che il nostro modo di difendere il principio borghese di autodeterminazione delle nazioni, è radicalmente diverso da quello usato da sua maestà il Capitale. Innanzitutto, come abbiamo visto perfettamente con lo smembramento della ex Jugoslavia, per la borghesia l’autodeterminazione dei popoli non serve per liberarli da una tirannia, ma per aggiungerci quella dell’imperialismo. La borghesia invoca l’autodeterminazione per meglio spartirsi le zone d’influenza. Non si batte per l’autodeterminazione per dare vera indipendenza politica nazionale, ma dare maggior dipendenza economica transnazionale Al contrario, per il proletariato, l’autodeterminazione dei popoli serve per avere sulla sua testa il minor numero di padroni possibile. L'indipendenza politica nazionale, è la premessa per dipendere il meno possibile dalla sfruttamento economico internazionale. Perciò, chi non difende l’autodeterminazione delle nazioni, non solo consegna i popoli alle loro rispettive borghesie, ma vi appioppa sopra anche la cappa di piombo dell’imperialismo. Chi difende l’autodeterminazione dei popoli, sa bene che questo non basterà per liberare il proletariato di un determinato Paese dal padrone che si ritrova sul collo, ma è l’unico modo per far sì che di padroni né abbia uno solo e non due o più ancora.

Così come è radicalmente diverso il principio di autodeterminazione, se sostenuto dal proletariato o dalla borghesia, alla stessa maniera è anche radicalmente diverso il modo in cui noi marxisti lo difendiamo rispetto ai servi dei padroni. Per i nostri sinistri – sciagura eterna del marxismo! – essere ad esempio per l’autonomia del Tibet, significa automaticamente essersi schierati col Dalai Lama e prostituiti con la Nato. Non gli viene in mente, a codeste zucche, che si può difendere l’autonomia del Tibet senza fare appello ad altri che alle masse tibetane. E per forza non gli viene in mente, perché proprio come la Nato, gli estremisti, le masse, col loro fardello di oppressione e di sopportazione, non le considerano nemmeno. Eppure, la differenza tra noi e i borghesi è proprio qui. Per i borghesi, il principio di autodeterminazione va difeso dall’alto, con corpi armati esterni alle masse, le quali devono essere coinvolte il meno possibile, perché solo così alla fine della “liberazione”, si troveranno schiave più o meno come prima e senza nessun reale potere tra le mani. Al contrario, per i marxisti, nessuna vera e propria forza esterna al proletariato può essere coinvolta nella liberazione nazionale. Questo significa condannare ogni intervento esterno spacciato retoricamente come missione di pace, lotta al terrorismo e altre edificanti espressioni del cretinismo liberal imperante. Compito del proletariato, naturalmente, è condannare, non solo a parole, ché questo riesce a farlo anche qualche piccolo borghese inconcludente. Per noi, il principio di autonomia per il Tibet, come per l’Iraq, per l’Afghanistan o per la recentissima Libia, significa non dare tregua all’imperialismo, boicottare le sue industrie di guerra, scioperare contro il “proprio” governo per fiaccarne la potenza economica su cui si basa ogni suo intervento umanitario. Significa anche stare al fianco degli insorti smascherandone le illusioni su presunti amici, sia autoctoni che stranieri. Significa infine lottare fianco a fianco agli oppressi, lottando in pari tempo per la trasformazione di ogni ribellione o di ogni guerra di liberazione nazionale in guerra civile per la rivoluzione socialista. Quanto più il proletariato cinese si batterà in questo modo per l’indipendenza del Tibet, tanto meno il proletariato tibetano sentirà il bisogno di separarsi dai fratelli cinesi, e l’unione contro i rispettivi tiranni borghesi sarà più semplice. Analoga esperienza avrebbero fatto i rivoltosi di Bengasi se la condanna dell’intervento straniero non fosse rimasta sulla carta, ma fosse seguita da scioperi e lotte concrete contro i padroni di casa nostra. In mancanza di tale lotta, la rivolta libica è stata spinta più facilmente sotto una direzione borghese, e non è stata capace per ora di collegarsi né col proletariato italiano, né soprattutto col resto del proletariato libico per l’abbattimento del tiranno libico e di quelli che si erano subito attribuiti la corona di successori.

Resta appena da aggiungere che, per noi, il fattore fondamentale in quest’epoca storica è l’enorme ritardo del partito rivoluzionario sulla maturità delle masse. Ciò significa che ci toccherà vedere ancora parecchie rivolte incanalarsi sotto direzioni borghesi, incapaci di andare più in là di un ennesimo rivolgimento nazionale. Solo appoggiando queste rivolte, smascherando contemporaneamente le illusioni delle masse, potremo aver qualche speranza di trasformare rivolgimenti nazionali in rivoluzioni. Standoci ai margini, bocciandole come inutili richieste di autonomia, il Partito della rivoluzione anziché accorciare le distanze, continuerà ad accumulare ritardo.



Stazione dei Celti, Agosto 2011

Lorenzo Mortara Delegato Fiom

1 La controversia tra Rosa Luxemburg e Lenin si trova nei rispettivi testi, La questione nazionale e l’autonomia e Sul diritto di autodecisione delle nazioni. I testi citati si possono reperire in Scritti scelti di Rosa Luxemburg a cura di Luciano Amodio, Einaudi, 1976, e in L’autodeterminazione dei popoli, libro intelligente pubblicato dalla Massari che raccoglie praticamente tutti i testi di Lenin dedicati all’argomento.

2 È, tra i tanti, il feroce storico antibolscevico Robert Conquest a confermarlo. Nei suoi libri elementari, nonostante la continua equazione con la quale mette lo stalinismo sullo stesso piano del leninismo, da buon storico qual in fondo è, non può che registrare la differenza documentaria. Nel suo Raccolto di dolore, il libro dedicato all’holodomor della collettivizzazione forzata delle campagne, dopo aver sostenuto che Lenin era indifferente a una vera indipendenza dell’Ucraina, non può che registrare come nell’Aprile del 1923, al XII Congresso del Partito Comunista, «per la prima volta fin dal Diciottesimo secolo, un solido governo ucraino includeva nel proprio programma la difesa e lo sviluppo della lingua e della cultura ucraine». Per alcuni anni venne ristampata la letteratura ucraina da tempo censurata, fiorì insomma l’autonomia dell’Ucraina che, proprio per questo, non trovò ragioni per separarsi dal resto dell’URSS.

Ho citato questo episodio solo per fare un esempio, ma nello stesso libro si trovano tante altre testimonianze del periodo leniniano in cui Conquest è costretto a registrare che vennero fatti davvero tutti gli sforzi per garantire piena indipendenza alle nazionalità “minori”.

martedì 10 maggio 2011

Sulla questione delle nazionalità o della ''autonomizzazione'' di Lenin

I

A quanto pare sono fortemente in colpa verso gli operai della Russia perché non mi sono occupato con sufficiente energia e decisione della famosa questione della autonomizzazione [1] ufficialmente detta, mi pare, questione della unione delle repubbliche socialiste sovietiche.
Quest'estate, quando la questione è sorta, io ero malato, e poi, nell'autunno, ho riposto eccessive speranze nella mia guarigione e nella possibilità che le assemblee plenarie di ottobre e dicembre [2] mi avrebbero permesso di occuparmi di tale questione. Ma invece non ho potuto essere presente né al plenum di ottobre (su questo punto) né a quello di dicembre, e così la questione è stata discussa quasi completamente senza di me.
Sono riuscito solo a parlare con il compagno Dzerginski, che è venuto dal Caucaso e mi ha raccontato come si pone questo problema in Georgia. Sono riuscito anche a scambiare qualche parola con il compagno Zinoviev e a esprimergli i miei timori a questo proposito. Da ciò che mi ha comunicato il compagno Dzerginski, che era stato a capo della commissione inviata dal Comitato centrale per "indagare" sull'incidente georgiano, potevo infatti trarre motivo solo di grandissimi timori. Se le cose erano arrivate a tal punto che Orgionikidze aveva potuto lasciarsi andare all'uso della violenza fisica, come mi ha comunicato il compagno Dzergínski, ci si può immaginare in quale pantano siamo scivolati. Evidentemente tutta questa storia della "autonomizzazione" era radicalmente falsa e intempestiva.
Si dice che ci voleva l'unità dell'apparato. Ma di dove sono venute fuori queste affermazioni? Non sono forse venute proprio da quell'apparato russo che, come ho già rilevato in una delle note precedenti del mio diario, abbiamo ereditato dallo zarismo, e che è stato solo appena appena ricoperto di uno strato di vernice sovietica?
Non c'è dubbio che si sarebbe dovuto aspettare ad attuare questa misura finché non avremmo potuto dire di essere sicuri del nostro apparato, come di un apparato effettivamente nostro. Ma ora dobbiamo in coscienza affermare, al contrario, che noi chiamiamo nostro un apparato che in realtà ci è ancora profondamente estraneo, che rappresenta il filisteismo borghese e zarista, la cui trasformazione in cinque anni, mancando l'aiuto di altri paesi e prevalendo le "occupazioni" della guerra e della lotta contro la fame, non era assolutamente possibile.
In tali condizioni è perfettamente naturale che la "libertà di uscire dall'Unione", con la quale ci giustifichiamo, si rivela un inutile pezzo di carta, incapace di difendere gli allogeni della Russia dall'invasione di quell'uomo veramente russo, da quello sciovinista granderusso, in sostanza vile e violento, che è il tipico burocrate russo. Non vi è dubbio che una percentuale insignificante di operai sovietici e sovietizzati affogherà in questa marmaglia sciovinista granderussa come una mosca nel latte.
Si dice, a difesa di questa iniziativa, che sono stati separati i commissariati del popolo che riguardano direttamente il carattere nazionale, l'educazione nazionale. Ma qui sorge la domanda: possono questi commissariati del popolo essere separati completamente? E la seconda domanda: abbiamo noi preso con sufficiente sollecitudine i provvedimenti necessari per difendere effettivamente gli allogeni dal Diergimorda [3] veramente russo? Penso di no, sebbene avessimo dovuto e potuto farlo.
Io penso che qui hanno avuto una funzione nefasta la frettolosità di Stalin e la sua tendenza a usare i metodi amministrativi, nonché il suo odio contro il famigerato "socialnazionalismo". Il rancore in generale, è di solito, in politica, di grandissimo danno.
Io temo pure che il compagno Dzerginski, che è andato nel Caucaso a indagare sui "crimini" di questi "socialnazionali" si sia distinto anche lui solo per il suo atteggiamento da vero russo (è noto che gli allogeni russificati esagerano sempre per quanto riguarda l'atteggiamento da vero russo), e l'imparzialità di tutta la sua commissione è caratterizzata a sufficienza da "metodi violenti" impiegati da Orgionikidze. Io penso che nessuna provocazione, nessuna offesa perfino, può giustificare questi metodi violenti russi e che il compagno Dzerginski è colpevole, senza possibilità di giustificazione, di aver preso alla leggera questi atti di violenza.
Orgionikidze rappresentava il potere nei confronti di tutti gli altri cittadini del Caucaso. Orgionikidze non aveva il diritto di manifestare quella irritabilità cui hanno accennato lui e Dzerginski, Orgionikidze, al contrario, era tenuto a comportarsi con quell'autocontrollo con cui non è tenuto a comportarsi nessun comune cittadino, tanto più se è accusato di un delitto "politico". Infattii socialnazionalí, erano in sostanza cittadini accusati di un delitto politico, e tutte le circostanze in cui era stata formulata questa accusa non li potevano qualificare altrimenti.
Qui sorge una questione di principio molto importante: come intendere l'internazionalismo [4].

 

II

Ho già scritto nelle mie opere sulla questione nazionale che non bisogna assolutamente impostare in astratto la questione del nazionalismo in generale. E' necessario distinguere il nazionalismo della nazione dominante dal nazionalismo della nazione oppressa, il nazionalismo della grande nazione da quello della piccola.
Nei confronti del secondo nazionalismo, noi, appartenenti a una grande nazione, ci troviamo ad essere quasi sempre, nella prassi storica, colpevoli di infinite violenze, e anzi, compiamo in piú, senza nemmeno accorgercene, un numero infinito di violenze e offese: mi basta ripensare agli anni in cui vivevo nella regione del Volga e al modo come da noi trattano gli allogeni, come il polacco venga chiamato solo "polaccuzzo", come prendono in giro il tataro, chiamandolo "principe", e l'ucraino "chochol" e il georgiano e gli altri allogeni del Caucaso "kapkasi".
Perciò l'internazionalismo da parte della nazione dominante, o cosiddetta "grande nazione" (sebbene sia grande soltanto per le sue violenze, grande soltanto come è grande Diergimorda), deve consistere non solo nell'osservare la formale uguaglianza tra le nazioni, ma anche una certa ineguaglianza che compensi da parte della nazione dominante, della grande nazione, l'ineguaglianza che si crea di fatto nella realtà. Chi non l'ha capito, non ha capito l'atteggiamento realmente proletario verso la questione nazionale, ed è rimasto, in sostanza, su una posizione piccolo-borghese, e perciò non può non scivolare ad ogni istante nella posizione borghese.
Che cosa è importante per il proletario? Per il proletario è non soltanto importante, ma essenzialmente, necessario assicurarsi la massima fiducia degli allogeni nella lotta di classe proletaria. Che cosa occorre per assicurarsela? Occorre non solo l'eguaglianza formale. Occorre compensare, in un modo o nell'altro, con il proprio comportamento e con le proprie concessioni verso gli allogeni, quella sfiducia, quella diffidenza, quelle offese che nella storia passata gli sono state provocate dal governo della nazione "grande potenza".
Io penso che per dei bolscevichi, per dei comunisti, non sia necessario spiegare tutto ciò ulteriormente e con maggiori particolari. Io penso che in questo determinato caso, nei confronti della nazione georgiana abbiamo un esempio tipico di come un atteggiamento veramente proletario richieda da parte nostra una grande prudenza, un grande tatto e una grande capacità di compromesso. Il georgiano che considera con disprezzo questo aspetto della questione, che facilmente si lascia andare all'accusa di "socialnazionalismo" (quando egli stesso è non solo un vero e proprio "socialnazionale", ma anche un rozzo Diergimorda grande-russo) quel georgiano in sostanza viola gli interessi della solidarietà proletaria di classe, perché niente ostacola tanto lo sviluppo e il consolidamento della solidarietà proletaria di classe quanto l'ingiustizia nazionale, e a niente sono così sensibili gli appartenenti alle nazionalità "offese" come al sentimento di eguaglianza e alla violazione di questa eguaglianza, anche solo per leggerezza, anche solo sotto forma di scherzo, alla violazione di questa eguaglianza da parte dei loro compagni proletari. Ecco perché in questo caso è meglio esagerare dal lato della cedevolezza e della comprensione verso le minoranze nazionali che non il contrario. Ecco perché in questo caso l'interesse più profondo della solidarietà proletaria, e quindi anche della lotta di classe proletaria esige che noi non abbiamo mai un atteggiamento formale verso la questione nazionale, ma che teniamo sempre conto della immancabile differenza che non può non esserci nell'atteggiamento del proletario della nazione oppressa (o piccola) verso la nazione dominante (o grande).

 

III

Quali misure pratiche bisogna allora prendere nella situazione creatasi?
In primo luogo, bisogna consolidare e rafforzare l'unione delle repubbliche socialiste; su questa iniziativa non vi possono essere dubbi. Essa ci è necessaria, come è necessaria al proletariato comunista mondiale per la lotta contro la borghesia mondiale e per la difesa contro gli intrighi di quest'ultima.
In secondo luogo, bisogna mantenere l'unione delle repubbliche socialiste per quanto riguarda l'apparato diplomatico. In effetti questo apparato è un'eccezione nell'ambito del nostro apparato statale. In esso non abbiamo ammesso nessun uomo di una certa influenza del vecchio apparato zarista. In esso tutto l'apparato di una certa autorità è composto di comunisti. Perciò questo apparato si è già conquistato (lo si può dire con sicurezza) la fama di apparato comunista sperimentato, epurato del vecchio apparato zarista, borghese e piccolo-borghese, in misura incomparabilmente maggiore che non l'apparato di cui siamo stati costretti a servirci negli altri commissariati del popolo.
In terzo luogo, bisogna punire in modo esemplare il compagno Orgionikidze (lo dico con rincrescimento tanto maggiore in quanto appartengo personalmente alla cerchia dei suoi amici e ho lavorato con lui all'estero nell'emigrazione) e così pure portare a compimento o rinnovare l'indagine su tutti i materiali della commissione Dzerginski, allo scopo di correggere l'enorme massa di inesattezze e di giudizi parziali che indubbiamente vi si trovano. Politicamente responsabili di tutta questa campagna, veramente nazionalista-grande-russa, bisogna considerare, naturalmente Stalin e Dzerginski.
In quarto luogo, bisogna introdurre le norme più rigorose riguardo all'uso della lingua nazionale nelle repubbliche di altra nazionalità che fanno parte della nostra Unione, e controllare queste norme con particolare accuratezza. Non c'è dubbio che con il pretesto dell'unità del servizio ferroviario, con il pretesto dell'unità del servizio fiscale, ecc. ecc., da noi, con l'apparato che abbiamo oggi, verrà fuori una quantità di arbítri di tipo veramente russo. Per lottare contro questi arbítri è necessaria una particolare ingegnosità, per non parlare poi di una particolare rettitudine, da parte di coloro che si accingeranno a questa lotta. Qui ci vuole un codice particolareggiato, che possono redigere con un certo successo solo gli appartenenti alle minoranze nazionali che vivono in una determinata repubblica. Inoltre, non bisogna affatto escludere a priori che, in seguito a tutto questo lavoro, al prossimo congresso dei soviet non si torni indietro, e cioè si lasci l'unione delle repubbliche socialiste sovietiche solo per quel che riguarda la difesa e la diplomazia, e in tutti gli altri settori si ristabilisce la piena autonomia dei singoli commissariati del popolo.
Bisogna tener presente che lo spezzettamento dei commissariati del popolo e la mancanza di coordinamento del loro lavoro con Mosca e con gli altri centri possono essere sufficientemente bloccati dall'autorità del partito, se questa verrà usata con sufficiente avvedutezza e imparzialità; il danno che può derivare al nostro Stato dall'assenza di apparati nazionali unificati con l'apparato russo è incommensurabilmente minore, infinitamente minore del danno che deriverebbe non solo a noi, ma a tutta l'Internazionale, a centinaia di milioni di uomini che compongono i popoli dell'Asia, a cui tocca entrare sulla scena della storia nel prossimo futuro, subito dopo di noi.
Sarebbe inescusabile opportunismo se noi, alla vigilia di questa entrata in scena dell'Oriente e all'inizio del suo risveglio, minassimo la nostra autorità tra i suoi popoli, sia pure con la minima grossolanità e ingiustizia nei confronti dei nostri stessi allogeni. Una cosa è la necessità di essere compatti contro gli imperialisti dell'Occidente, che difendono il mondo capitalistico; qui non vi possono essere dubbi, e non ho bisogno di dire che approvo incondizionatamente queste misure; altra cosa è quando noi stessi cadiamo, anche soltanto nelle piccolezze, in atteggiamenti imperialistici verso le nazionalità oppresse, minando così completamente tutta la sincerità dei nostri princípi, tutta la nostra difesa di principio della lotta contro l'imperialismo. E il domani della storia universale sarà appunto il giorno in cui si sveglieranno definitivamente i popoli oppressi dall'imperialismo, che ora appena si destano, e in cui comincerà la lunga, difficile e decisiva lotta per la loro liberazione.
Lenin

Note

1. Il problema della autonomizzazione sorse al momento di creare l'Unione delle repubbliche sovietiche mediante la loro integrazione nella RSFSR sulla base dell'autonomia. Un progetto di risoluzione a questo proposito era stato presentato nel settembre 1922 da Stalin e approvato da una commissione del CC, creata per preparare la discussione che si doveva svolgere all'assemblea plenaria del CC sui futuri rapporti tra la RSFSR, la repubblica socialista sovietica di Ucraina, la repubblica socialista sovietica di Bielorussia e la federazione Transcaucasica. Nella sua lettera del 27 settembre 1922, indirizzata ai membri dell'Ufficio politico, Lenin sottopose questo progetto a una critica severa. Egli propose una soluzione del tutto diversa in linea di principio: l'unione volontaria di tutte le repubbliche sovietiche, compresa la RSFSR, in seno ad una nuova formazione statale, l'Unione delle repubbliche sovietiche sulla base di una completa parità di diritti.
"... Noi ci riconosciamo eguali nei diritti, scriveva Lenin, con la RSS di Ucraina, e con le altre, e entriamo su un :piede di uguaglianza con esse, in una nuova unione, in una nuova federazione..." . Conformandosi alle indicazioni di Lenin, la commissione del CC modificò il progetto di risoluzione, e il nuovo progetto fu approvato nell'ottobre 1922 dalla assemblea plenaria del CC del partito. Sulla base di queste decisioni fu allora iniziato il lavoro per preparare l'unione delle repubbliche sovietiche. Il 30 dicembre 1922 il I Congresso dei soviet dell'URSS approvò la storica risoluzione sulla formazione dell'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche.
Attribuendo un'importanza eccezionale a una giusta applicazione della politica verso le nazionalità e alla realizzazione pratica della Dichiarazione e del Trattato approvati dal congresso dei soviet, Lenin dettò questa sua lettera il 30 e il 31 dicembre 1922. Di essa fu data lettura a una riunione dei dirigenti delle delegazioni al XII Congresso del PCR (b) nell'aprile 1923 e il congresso approvò una risoluzioneSulla questione nazionale fondata sulle indicazioni di Lenin. Ma il motivo immediato della lettera fu il conflitto che era sorto nel partito comunista della Georgia tra il Comitato territoriale transcaucasico dei PCR (b), diretto da Orgionikidze e il gruppo Mdivani, che intendeva accentuare la "particolarità" del popolo georgiano e si opponeva alla unificazione politica delle repubbliche della Transcaucasia. L'atteggiamento di Mdivani e del suo gruppo fu condannato dai comunisti georgiani, in conferenze e congressi, nonché dallo stesso Lenin, che scrisse nel novembre 1921 una risoluzione a nome dell'Ufficio politico del CC, per la creazione di una federazione transcaucasica e inviò un telegramma a questo proposito nell'ottobre del 1922. Tuttavia Orgionikidze, che doveva attuare la politica nazionale del partito in Georgia. commise errori di caporalismo e di frettolosità, a volte eludendo il parere e le norme del CC del partito georgiano. Nei rapporti con il gruppo di Mdivani, Orgionikidze non seppe mantenere il necessario autocontrollo e, offeso durante una discussione un rappresentante di questo gruppo, lo schiaffeggiò. I fautori di Mdivani, che erano la maggioranza nel CC del Partito comunista georgiano, uscirono dal partito e protestarono presso il CC del PCR (b). Il 25 novembre 1922 l'Ufficio politico del CC dei PCR (b) decise allora di inviare in Georgia una commissione d'indagine guidata da Dzerginski. Questi tornò a Mosca il 12 dicembre, ed ebbe subito un colloquio con Lenin. In seguito al colloquio e alle preoccupazioni circa l'attuazione dei principi dell'internazionalismo proletario nell'opera di riunificazione delle repubbliche sovietiche, Lenin dettò questa lettera, cui attribuiva notevole importanza e che si proponeva di pubblicare come articolo. A causa però dell'improvviso aggravarsi della sua malattia, dopo il 6 marzo 1923, non poté dare disposizioni definitive circa la sua pubblicazione. Il 16 aprile 1923 la segretaria di Lenin, Fotieva, trasmise la lettera all'Ufficio politico, che, come si è detto sopra, la fece conoscere ai capi delegazione del XII Congresso del PCR (b). (Cfr., il Diario dei segretari di Lenin, pubblicato in appendice al volume 42 delle opere complete).
2. Si tratta delle assemblee plenarie del CC del PCR (b) nelle quali si erano discusse le questioni relative alla formazione dell'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche.
3. Figura di poliziotto nell'Ispettore generale di Gogol.
4. Seguono nel testo stenografico le seguenti parole, poi cancellate: "Penso che i nostri compagni non abbiano studiato a sufficienza questa importante questione di principio".


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