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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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sabato 27 gennaio 2018

IL POPOLO LA RIFORMA IL POTERE: UN DISCORSO RIVOLUZIONARIO - di L. Mortara

 

di Lorenzo Mortara

Arrenditi Cimino
I t'hann ciapa…
seet circundàa ♬



Langue il dibattito a sinistra del centro sinistra in vista delle prossime elezioni. Sembra che per tirare l’acqua al proprio mulino, sia meglio evitare discussioni e non rispondere alla critiche. Tra i pochi che ci provano, senza ricorrere al metodo di dividere il campo, già abbastanza ristretto, in settari e unitari, prendiamo in considerazione il Compagno Sergio Cimino, sostenitore di Potere al Popolo, perché il suo articolo, Il discorso sul potere, pubblicato su La Città futura, ci sembra emblematico di un modo che non condividiamo di approcciare la crisi di rappresentanza del mondo dei lavoratori. Cimino prova a rispondere alle principali critiche mosse alla nuova lista, imbastendo la difesa arroccandosi su tre parole: popolo, riforma e potere.

giovedì 7 marzo 2013

8 MARZO - ANTONELLA MARAZZI PARLERÀ SU ROSA LUXEMBURG: RIVOLUZIONARIA, DONNA, FEMMINISTA


8 MARZO - ANTONELLA MARAZZI PARLERÀ SU ROSA LUXEMBURG: RIVOLUZIONARIA, DONNA, FEMMINISTA





"... io spero di morire sulla breccia: in una battaglia di strada o in carcere. Ma nella parte più intima appartengo più alle cinciallegre che ai compagni."

8 marzo 2013    

Care amiche…
Per questo 8 marzo vogliamo riportare fra noi la figura di una donna straordinaria,  una donna – appunto – e una politica e una femminista, perché vogliamo volare alto, perché abbiamo bisogno, in questo presente 
(se non ora, quando?), di bellezza e di intelligenza, di una 
memoria femminile alta, di valori nostri.

Ci vediamo venerdì 8 marzo a IL PANE E LE ROSE,
Via Lorenzo Ghiberti 19 - Roma, alle ore 16,30
per un incontro con Antonella Marazzi, che ci parlerà di

Rosa Luxemburg:
rivoluzionaria, donna, femminista 

“ … Nel  mio intimo mi sento molto più a casa mia in un pezzetto di giardino come qui, oppure in un campo tra i calabroni e l’erba, che non … a un congresso di partito. Nonostante tutto io spero di morire sulla breccia: in una battaglia di strada o in carcere. Ma nella parte più intima appartengo più alle cinciallegre che ai compagni”.

“ … Rimango dell’idea che il carattere di una donna si misuri non quando un amore comincia, ma quando finisce...”.

Chi era questa donna che aveva attraversato come una meteora l’orizzonte politico della Seconda Internazionale per finire assassinata dalla controrivoluzione tedesca, dopo aver polemizzato con alcune delle più acute intelligenze rivoluzionarie della sua epoca?

Parliamone insieme, casomai sorseggiando un buon tè!

Buon 8 marzo!

mercoledì 11 gennaio 2012

UNA ROSA PER IL SOCIALISMO


di Stefano Santarelli


“O il tramonto nell’anarchia o la salvezza per opera del socialismo”
                                                                               (Rosa Luxemburg)


L’intervento del compagno Lorenzo Mortara che rispondeva a sua volta all’interessante articolo del compagno Giuseppe Giudice Omaggio a Rosa Luxemburg mi ha stimolato ad intervenire in questo dibattito.
Rosa Luxemburg, fondatrice del primi veri partiti rivoluzionari in Polonia ed in Germania, è stata sicuramente non soltanto una grande teorica marxista, ma anche una grande militante rivoluzionaria che ha combattuto con tutte le sue forze la degenerazione sia del partito socialdemocratico tedesco, il più importante partito operaio del suo tempo, che della Seconda Internazionale.
In modo molto sintetico e molto parziale mi soffermerò soltanto sul suo pacifismo e sulla questione del partito che a mio avviso sono stati affrontati in modo superficiale dal compagno Mortara.


In merito al pacifismo della Luxemburg non condivido da marxista l’affermazione del compagno Mortara:

Come tutti i marxisti, Rosa Luxemburg, non poteva vedere le cose dal punto di vista dell’umanità in generale, perché finché ci saranno le classi sociali non potrà esserci un comune sentire nemmeno nelle cose più elementari che dovrebbero unire gli uomini, come il contrasto a tutte le guerre.”

Intanto la Prima Guerra mondiale fu un carnaio senza precedenti nella storia dell’umanità superata soltanto dalla successiva guerra che è una conseguenza diretta però della prima. E ad avere la macchina del tempo di Wells ritengo che se fossimo presenti in quel momento storico dovremmo batterci per la pace usando il termine ormai abusato senza se e senza ma.
Io ritengo in linea di principio, al contrario di ciò che sostiene Mortara, che il marxismo faccia gli interessi dell’umanità in generale.  Infatti oggi lo sviluppo delle armi di distruzione di massa impone, nonostante l’esistenza delle classi sociali e della loro conseguente lotta, che le forze che si richiamano al socialismo si battano proprio per la pace. Condizione questa indispensabile per la preservazione del nostro pianeta e dell’umanità.
Lo scopo del socialismo è quello di migliorare il futuro dell’umanità e non vi sarà futuro se il nostro pianeta verrà distrutto dalle conseguenze barbariche del capitalismo.
E’ ovvio che i marxisti non sono degli ingenui pacifisti, ma è altrettanto ovvio che non sono neanche dei guerrafondai a maggior ragione oggi con queste moderne armi di distruzione di cui i nostri maestri da  Marx alla stessa Rosa non potevano prevedere l’esistenza.
Oltretutto va ricordato che una delle consegne politiche più importante e determinante che permisero e caratterizzarono la vittoria dei bolscevichi in Russia fu proprio quella della pace!
Ma ritornando alla Luxemburg non vorremmo che il lettore fosse tentato di crederla una innocua crocerossina  al contrario era una fervente rivoluzionaria e nel suo slogan di muovere guerra alla guerra vi era la volontà di utilizzare la prima guerra mondiale proprio per fomentare la rivoluzione con lo scopo di trasformare il conflitto imperialista in guerra rivoluzionaria contro la propria borghesia.
Rosa Luxemburg d’altronde era perfettamente consapevole che nello svolgimento dell’attività politica la lotta quotidiana per il parlamento e nel parlamento può aver successo solamente se dietro ad essa c’è la violenza latente della classe operaia:  

“La violenza è e resta l’ultima ratio anche della classe operaia, la legge suprema della lotta di classe, operante ora in forma latente ora in forma attiva. E se noi rivoluzioniamo le teste mediante l’attività parlamentare o con qualunque altra attività, questo avviene affinché al momento giusto la rivoluzione scenda dalle teste nei pugni”.

Ma aveva imparato già dal conflitto russo-giapponese quanto era difficile per la classe operaia fare il salto dalla guerra alla rivoluzione,  un salto reso ancora più difficile proprio per l’abdicazione politica che la socialdemocrazia tedesca e l’Internazionale avevano compiuto il 4 agosto del 1914 con il voto dei crediti di guerra che spianarono la strada ad una delle più grandi tragedie dell’umanità.
L’alternativa era veramente socialismo o barbarie:

“Se il crollo del 4 agosto ha insegnato qualcosa, esso ha insegnato la dottrina universale che una effettiva garanzia di pace e un efficace baluardo contro la guerra non possono essere dati da pii desideri, da ricette sapientemente compilate e da richieste utopistiche rivolte alle classi dominanti, ma esclusivamente e soltanto dall’energica volontà del proletariato di restare fedele in mezzo a tutte le tempeste dell’imperialismo alla sua politica di classe e alla sua solidarietà internazionale. (…) Anche qui c’è un dilemma: o Bethmann-Hollweg o Liebknecht. O imperialismo o socialismo, come l’intendeva Marx”.  (…)
Posta davanti alla più grande prova storica, una prova che essa (la socialdemocrazia) per di più aveva previsto con la sicurezza di un ricercatore di fenomeni naturali e aveva predetto nei suoi tratti essenziali, le mancò completamente il secondo elemento vitale del movimento operaio: l’energica volontà non solo di intendere la storia, ma anche di farla. Con tutta la sua esemplare conoscenza teorica e con tutta la sua forza organizzativa, presa dal gorgo del torrente della storia, in un attimo essa divenne come un rottame senza timone in preda al vento dell’imperialismo, contro cui avrebbe dovuto seguitare a lavorare per raggiungere l’isola salvatrice del socialismo.  (…) Un crollo storico di prima grandezza che complica e ritarda pericolosamente la liberazione dell’umanità dal dominio del capitalismo.  (…)  Sia l’Internazionale, sia una pace che corrisponde all’interesse della causa proletaria, possono scaturire soltanto dall’autocritica del proletariato, dalla sua fede nella propria forza.  (…) La via a questa forza -non le risoluzioni cartacee- è nello stesso tempo la via alla pace e alla ricostruzione dell’Internazionale”

E se Lenin respingeva decisamente dalla Svizzera la parola d’ordine della “pace” al contrario la Luxemburg ne faceva il perno della sua azione politica. Non parlava solo di lotta di classe, di rivoluzione, di guerra civile come invece faceva Lenin. Me era chiaro che  per la concezione  della Luxemburg  che “una pace che corrisponde agli interessi della classe proletaria” poteva essere raggiunta mediante la conquista del potere.


Sulla questione del partito la Luxemburg ha pesantemente polemizzato con Lenin già dal lontano 1904 in testi come Problemi di organizzazione della socialdemocrazia russa affrontando apertamente il problema della democrazia politica all’interno dei partiti e sindacati. Una battaglia questa che rimane ancora oggi attuale e dove la Luxemburg pone una particolare enfasi sugli elementi umanistici e democratico-libertari del socialismo.
La concezione leniniana è per la nostra Rosa:

“un centralismo spietato, il cui principio vitale è da un lato il netto rilievo e la separazione della truppa organizzata dei rivoluzionari dichiarati e attivi dall’ambiente, pur esso rivoluzionariamente  attivo ma non organizzato, che li circonda, e dall’altro la rigida disciplina e l’intromissione diretta, decisiva e determinante delle istanza centrali in tutte le manifestazioni vitali delle organizzazioni locali del partito”.

E’ una posizione questa che condivideva allora lo stesso Trotsky ne I nostri compiti politici  sempre del 1904. 
Queste posizioni della Luxemburg e di Trotsky potevano costituire un anticorpo al veloce processo degenerativo del partito bolscevico. La Luxemburg ricordiamo considerava la libertà di critica e di opinione all’interno del partito una necessità vitale per evitare l’irrigidimento e la degenerazione.

“Un grande partito, se è serio, non si spacca a causa di qualche articolo su un giornale e neppure a causa di passi compiuti in politica da questo o quell’individuo”.

E dobbiamo segnalare che il testo citato dal compagno Mortara (La rivoluzione russa -1918) costituisce la prima denuncia della degenerazione burocratica dello stato sovietico. La Luxemburg ricordiamo venne assassinata tre mesi dopo aver scritto questo testo che assume perciò l’importanza di un vero e proprio testamento politico.
Purtroppo va ricordato che Lenin non affrontò e non si confrontò con le critiche di questi due grandi rivoluzionari. Fu una grave colpa che ebbe conseguenza nefaste per la Rivoluzione russa.
Anche se Lenin nello scritto Un passo avanti e due indietro dichiarò di avere volutamente esagerato il centralismo per contrastare l’anarchia che allora imperava nel partito russo.
La Luxemburg era però perfettamente consapevole che la Rivoluzione del 1917 aveva creato in Russia un regime che non era più borghese, ma che non era ancora socialista e che quindi bisognava continuare ed approfondire quella “democrazia rivoluzionaria” che era nata nell’Ottobre.

“E’ compito storico del proletariato, una volta giunto al potere, creare al posto della democrazia borghese una democrazia socialista, non abolire ogni democrazia”.

Ma la decisione bolscevica di sciogliere tutti i partiti, da quelli borghesi a quelli socialisti, e lo scioglimento delle correnti all’interno dello stesso partito bolscevico spianarono la strada alla degenerazione stalinista.
La dittatura del proletariato si trasformò ben presto nella dittatura sul proletariato. Questo declino della Rivoluzione russa venne agevolato, oltre che dalle difficoltà materiali e dalla stanchezza della grandi masse, dalla nascita di una burocrazia nel partito bolscevico che dominò illimitatamente lo stato. La restrizione delle più elementari libertà democratiche accelerò la morte della Rivoluzione russa, una morte favorita anche dall’isolamento in cui venne a trovarsi lo stato sovietico.
Infatti Rosa Luxemburg, come Trotsky e lo stesso Lenin, sapeva bene che la Rivoluzione poteva evolvere in una democrazia socialista soltanto mediante la vittoria della classe operaia nei grandi paesi capitalistici altrimenti avrebbe dovuto cedere il posto a una controrivoluzione.
Una controrivoluzione iniziata con il massacro di Kronštadt, e proseguita poi con l’instaurazione dei  gulag, dei Processi di Mosca e l’assurda e criminale alleanza con Hitler.



Bibliografia:
R. Luxemburg- Problemi di organizzazione della socialdemocrazia russa
R. Luxemburg- Utopie pacifiste
R. Luxemburg- La Rivoluzione russa
P.Fröhlich-        Rosa Luxemburg
R. Massari-       Ragione e passione rivoluzionaria


domenica 8 gennaio 2012

BENTORNATA ROSA LUXEMBURG! di L. Mortara



di Lorenzo Mortara

La Lega dei Socialisti, rende Omaggio a Rosa Luxemburg. Lo fa con un articolo del compagno Giuseppe Giudice. Dopo il ritorno prepotente di Marx sulle copertine della stampa borghese, salutiamo con grande gioia il ritorno anche dei suoi migliori seguaci sulla stampa operaia, o comunque più vicina a noi. Buon segno, indica il cambiamento dei tempi. Il marxismo sta tornando, e con lui la sua miglior tradizione. Tuttavia, siccome nel frattempo, socialisti e comunisti sono pressoché spariti dal quadro parlamentare, per ora dall’assenza di tutti e due possiamo solo trarre qualche vantaggio nel dibattito tra di noi. È difficile infatti che in queste condizioni chi scriva sia animato da qualcosa come calcoli politici e tatticismi. Si può quindi tentare un dialogo interrotto in passato da troppe manovre sottobanco più che da reali divergenze. Intendiamoci: non credo che la frattura tra socialisti riformisti e socialisti rivoluzionari, quando dettata da vere divergenze, sia qualcosa di facilmente ricomponibile, anzi per essere onesto debbo dire che per me un socialista o è rivoluzionario o semplicemente non è un socialista. Tuttavia non è importante quel che penso io o il compagno Giudice, quel che conta è vedere se si riesce ad avere qualche punto in comune sulla Storia e sulla sua ricostruzione. Nel suo articolo a me pare che Rosa Luxemburg venga al quanto sfigurata e strappata al bolscevismo, dal quale si differenziava in molte cose, ma al quale era molto più vicina di quanto non fosse irrimediabilmente distante dalla socialdemocrazia tedesca. Nel rimettere a posto Rosa Luxemburg, dal mio punto di vista, cercherò di essere meno “puntuto” del solito, proprio per vedere se sia possibile imbastire un confronto o se nell’anno più o meno zero del movimento operaio, dovremo a malincuore proseguire ognuno per la sua strada pur nel rispetto reciproco delle opinioni.


ROSA PACIFISTA?

Non mi stancherò mai di ripetere che la differenza fondamentale tra i marxisti e i riformisti di tutte le razze, è che per i secondi le divergenze tra partiti e persone sono sempre divergenze di idee. Al marxismo le idee da sole non bastano, perché devono sempre essere ricondotte agli interessi di classe corrispondenti. Il testo del compagno Giudice non fa eccezione e ci presenta le varie divergenze tra Rosa e suoi contemporanei come concezioni del mondo o al massimo come valutazioni politiche personali.
Il compagno Giudice scrive che Rosa Luxemburg era una «pacifista convinta e militante; il capitalismo produce inevitabilmente guerra che per lei […] era la più grande tragedia che l’umanità potesse vivere».  Come tutti i marxisti, Rosa Luxemburg, non poteva vedere le cose dal punto di vista dell’umanità in generale, perché finché ci saranno le classi sociali non potrà esserci un comune sentire nemmeno nelle cose più elementari che dovrebbero unire gli uomini, come il contrasto a tutte le guerre. Per il capitalismo la guerra non è una tragedia ma una pacchia, perché consente alla borghesia di “bruciare” i capitali in eccesso senza perderli, anzi aumentandoli, e di sfoltire il proletariato mandandolo a massacrarsi per lei sui campi di battaglia. Se tragedia è quindi la guerra, lo è solo per noi. Siccome una classe la guerra la vuole e una la subisce, ne viene che i marxisti non possono essere semplici pacifisti. Anzi, tutto il contrario. La lotta di classe è lotta tra due eserciti, esercito essendo l’etimo originario di classe. Per battere la borghesia e provare finalmente a vivere in pace, il proletariato dovrà muoverle guerra. Perciò fino alla sconfitta definitiva della borghesia, proletariato e avanguardia marxista, lo dico con una parola un po’ forte per rimarcare la differenza, saranno necessariamente guerrafondai. E così fu in effetti Rosa Luxemburg, la quale ancora nel Luglio del 1918, in una lettera a Luise Kautsky, moglie di Karl, rinfacciava addirittura ai bolscevichi «il loro fanatismo pacifista». Essere guerrafondai non vuol dire che i marxisti possano essere associati a semplici spacca vetrine, guerrieri metropolitani, terroristi e quant’altri impazienti della rivoluzione, significa solo che alla guerra-lotta che la borghesia muove contro di noi, noi risponderemo con la guerra-lotta del proletariato alla borghesia. In questo senso siamo guerrafondai, lo siamo cioè a modo nostro, secondo il metodo che abbiamo imparato e perfezionato in quasi due secoli di esperienza. Ma semplici pacifisti proprio no, non lo saremo mai!


LENIN, ROSA, KAUTSKY E L’ALA DESTRA DELL’SPD

Nel testo del compagno Giudice, il contrasto di Rosa Luxemburg con l’Spd tedesca viene addolcito ingrandendo le divergenze con i bolscevichi e confinando alla sola ala destra la sua rottura con i socialdemocratici tedeschi. Le cose, però, non stanno proprio così. Anzi, a dirla tutta, stanno proprio all’opposto. È vero come scrive il compagno che nel 1905 sulla questione del partito Rosa si divise da Lenin e compagni, non però con una frattura insanabile, ed anzi avvicinandosi col tempo sempre più alle posizioni dei bolscevichi, tanto che alla morte non si sentì sicura di pubblicare la sua ultima polemica, esposta nell’opuscolo La rivoluzione russa, con le menti lucide – sono parole sue – che avevano guidato la rivoluzione d’Ottobre. Mentre si riducevano i contrasti coi bolscevichi senza per altro mai coincidere, al contrario andavano aumentando quelli con l’Spd tedesca. Fin dal 1905, con Sciopero di massa, partito e sindacati, Rosa aveva subodorato l’opportunismo di Kautsky e compagni che avevano confinato lo “sciopero generale” solo ad un particolare decreto burocratico da usare ogni morte di Papa. Proprio per questo nel 1910, con l’articolo La teoria e la prassi, la rottura con l’opportunismo della socialdemocrazia fu completa, violenta e definitiva. Ma non fu una rottura con l’ala destra, tutto il contrario. È con Kautsky in persona che ruppe Rosa, col centrismo che almeno a parole avrebbe dovuto essere il custode dell’ala sinistra. Del resto Kautsky andava sempre più avvicinandosi a Bernstein, il primo grande bersaglio della Luxemburg, e Bernstein non era certo un destro, infatti si ritrovò poi con Kautsky nei centristi dell’Uspd. Ed è con questi due che si concentrano le memorabili polemiche della Luxemburg, non con altri. Perché erano questi che avevano il dovere di tenere alto l’onore della socialdemocrazia, e furono questi che più di ogni altro portavano la responsabilità del suo ignobile crollo. Il pensiero marxista, e non filosofico della Luxemburg, come sostiene impropriamente il compagno Giudice, fu agli antipodi da quello di Kautsky. Se infatti per Rosa, pur nelle divergenze, i bolscevichi erano quelli a cui si doveva «la riabilitazione del socialismo internazionale», i socialdemocratici tedeschi erano dei «miserabili vigliacchi» che avrebbero lasciato «dissanguare i russi, stando tranquillamente a guardare». E perché questa codardia dei socialdemocratici tedeschi nel 1917? Perché già nel 1907 Rosa aveva avvertito proprio dal ritorno dalla Russia, dal ritorno dai grandi bolscevichi, «la pusillanimità e la grettezza di tutto il nostro partito […] La situazione è semplicemente questa: Augusto (Bebel, Nda), e tanto più gli altri, si sono totalmente buttati via per il parlamentarismo e nel parlamentarismo». Non poteva che finire così la pomposa tradizione di un Partito “marxista” il cui capo indiscusso, Kautsky appunto, era fatto soltanto di «epigonismo teorico abbarbicato alle formule del maestro nell’atto stesso in cui ne rinnegava lo spirito vivente». Proprio per questo, all’interno della socialdemocrazia tedesca, è l’ala sedicente sinistra, nei fatti centrista, la vera responsabile dell’assassinio di Rosa Luxemburg. I comunisti non si sono affatto sbagliati, perché mentre i riformisti tendono a nascondersi dietro l’atto formale, tirando la pietra e nascondendo come loro costume la mano, i marxisti chiedono loro conto dell’atteggiamento prono alla destra che hanno tenuto per tutto il corso della guerra. Chi è che ha lasciato campo libero alla destra nel Partito, opponendosi solo per rifarsi la faccia quando ormai era troppo tardi? Liebknecht fece un errore quando votò i crediti di guerra, ma Kautsky fece una vera e propria scelta di campo. Da allora il riformismo, specie quando è ora, sta coi padroni contro di noi. Tra i tanti delitti che i socialisti e comunisti possono aver compiuto, non ce n’è uno più grande di questo. Chi commette questo crimine non ha diritto di giudicare e mettere alla sbarra quelli che hanno commesso altri ma sempre all’interno del nostro campo. Il massacro di Kronštadt può essere condannato solo da chi, a suo modo, ha spinto sinceramente per la rivoluzione, non certo da chi ha le mani lordate del sangue ancora freschissimo di oltre otto milioni di proletari mandati al macello della Prima Guerra Mondiale per gli interessi dei Krupp. Kronštadt, nel bene e nel male, a torto o a ragione, indubbiamente a torto, fu una pagina orrenda del bolscevismo che aprì le porte allo stalinismo, ma forse se al posto della Repubblica di Weimar ci fosse stata la Repubblica dei Soviet di Germania, Kronštadt non ci sarebbe neanche stata. E non è tanto alla luce di quello che fecero i bolscevichi che vanno giudicati gli edificanti discorsi di Kautsky e compagni, ma di quello che non fecero loro, per meschina rinuncia e opportunismo.


LIBERTÀ, DEMOCRAZIA E DITTATURA

Pur di staccarla dai bolscevichi, il compagno Giudice, avvicina Rosa Luxemburg a tutti i riformisti onesti, dimenticando però che lei fu una rivoluzionaria, non una socialista da Parlamento. È strano che una donna che fece ruotare tutta la sua vita attorno al successo della rivoluzione, sia stata così distante dagli unici che nella sua epoca l’abbiano fatta e abbia invece continui punti di contatto con coloro che l’hanno scansata, quando non addirittura sabotata. Nel suo articolo, il compagno socialista, tiene Rosa a distanza incommensurabile dai 21 punti della III Internazionale, in compenso la avvicina a Kautsky, a Matteotti e persino a Bauer, forse perché attribuisce volutamente più importanza a questioni che nella storia di Rosa Luxemburg furono non dico secondarie ma certamente minori.
Il contributo più importante della Luxemburg, non fu, quello dato al rapporto tra democrazia e partito. Il contributo per cui Rosa passa alla Storia è la demarcazione teorica definitiva tra riformisti e rivoluzionari. Per Rosa i riformisti riformano all’infinito il capitalismo, stanno quindi nel campo borghese, i rivoluzionari lo abbattono, stanno perciò nel campo avverso. Diversa e opposta, quindi, è anche la valutazione di parole come libertà, democrazia e dittatura. Se non si aggettivano queste parole, senza specificazioni, si rischia di interpretare male tutto quanto detto da Rosa.
Rosa Luxemburg nel suo scritto La rivoluzione russa, non parla di estensione progressiva della democrazia come fanno Kautsky e Bauer, perché non è sulla democrazia pura che sta polemizzando coi bolscevichi, ma sulla democrazia proletaria. È questa e solo questa che deve essere allargata. E lo sapevano anche i bolscevichi, e se la restrinsero sotto il peso delle circostanze è perché valutarono che senza quel giro di vite, in quel momento, si sarebbe anche richiusa la prima finestra che avevano aperto nel muro senza fori proletari della democrazia borghese. Rosa li incitava ad aprire anche tutte le altre. I riformisti invece li accusavano di aver chiuso tutte quelle che Rosa era ben felice che avessero chiuso, a cominciare dall’Assemblea Costituente. Allargare la democrazia, per i riformisti, significa riempirla di finestre borghesi che continueranno a far veder al proletariato il mondo dietro le sbarre del capitalismo. Per i rivoluzionari, tutta la democrazia borghese con le sue finestre e i muri maestri, deve essere abbattuta e rasa al suolo come Cartagine. L’allargamento della democrazia proletaria deve passare da questa frattura netta con la democrazia borghese, non ha niente a che vedere con l’armonica progressione di Bauer e Kautsky, che è solo l’armonica progressione delle loro sinecure parlamentari.
Il diverso fine cui tende la democrazia riformista rispetto a quella rivoluzionaria, fa cambiare anche la concezione del Partito. La libertà, la democrazia e altri paroloni non c’entrano nulla. È l’interesse che fa divergere Lenin da Kautsky. Per non fare la rivoluzione bisogna allargare le maglie del partito, fare entrare cani e porci, burocratizzandolo da cima fondo. Il partito delle riforme, cioè, anche se parla continuamente di democrazia, deve essere fondamentalmente antidemocratico, chiuso, cinico ed ottuso. Da partito di azione deve diventare un partito di chiacchiere. Di qui la deriva verso un Partito cosiddetto di opinione che in realtà non ne ha nessuna in particolare, tranne l’odio per ogni teoria coerente e ponderata. In questo la Storia dell’Spd non è molto diversa dalla degenerazione del partito bolscevico. Anche Stalin dovette far entrare di tutto nel partito bolscevico per annacquarne e infine spezzarne l’ossatura rivoluzionaria. Le due concezioni approdano ugualmente al verticismo, ma la concezione rivoluzionaria lo fa dichiarandolo e perseguendolo, quella riformista negandolo e facendo finta di perseguire un rapporto democratico orizzontale. Inoltre il verticismo riformista è fatto per staccarsi effettivamente dalle masse, quello rivoluzionario per avvicinarsi il più possibile. Dietro il verticismo rivoluzionario, ci sta quella che i liberali definirebbero gerarchia meritocratica. Nel democratismo riformista, verticistico quanto l’altro solo più ipocrita, ci sta una gerarchia capovolta. In questo caso però, la gerarchia capovolta, esprime un preciso interesse, quello della casta parlamentare, nel secondo l’unico modo finora storicamente vincente, di portare avanti gli interessi del proletariato. Indubbiamente è un gioco difficile e irto di pericoli, ma i cattivi risultati ottenuti subito dopo la rivoluzione d’Ottobre, non devono far dimenticare o addirittura cambiare le regole giuste con cui Lenin e i bolscevichi si giocarono la partita. Certo, se la si gioca nel campo avverso, le concezioni di Kautsky diventano o possono apparire giuste, specialmente se si è convinti di essere dalla nostra parte.
Analogamente al discorso appena fatto sulla democrazia e la dittatura, si può dire la stessa cosa sulla libertà. È indubbio che la libertà per chi la pensa diversamente è anche un principio valevole in generale, ma nello specifico dello scritto, non è separabile dall’esproprio dei capitalisti e dal controllo proletario dei mezzi di produzione. È lì che comincia la libertà di pensiero per Rosa Luxemburg. Ed è proprio lì che non la fa mai arrivare il riformista, che si ricorda sempre della sua libertà di parola, ma si dimentica altrettanto facilmente della libertà del proletario di poter parlare da uomo libero e non da eterno schiavo del capitale. Anteponendo la prima libertà alla seconda, il riformista è al di qua dei nostri problemi e non ci può aiutare. Rosa invece con le sue critiche dal lato dell’esproprio ci aiutò non poco, perché capì che il problema della libertà poteva essere risolto solo partendo da lì o sarebbe rimasto insolubile. Kautsky e soci protestavano contro la censura e la restrizione della libertà di parola, ma rifiutavano di ammettere di farlo dalla parte dei nostri carcerieri. Era la libertà di parlare da dietro le sbarre e col pigiama a righe. Perché, in effetti, la libertà è sempre e soltanto la libertà di chi la pensa diversamente, ma se la libertà deve diventare una palla al piede, noi proprio come Rosa Luxemburg siamo contro la (loro) libertà.



STORIA IDEALE E STORIA DI CLASSE


Se proviamo a guardarla dal lato degli interessi di classe, allora scopriremo che anche la Storia come la racconta il compagno Giudice, non è così giudiziosa e lineare come appare. È qui che sta la maggior debolezza dello scritto del compagno socialista, nel voler far coincidere le idee dei socialisti riformisti con le loro azioni.
Rosa Luxemburg non ha mai sostenuto che la rivoluzione russa non avrebbe potuto essere esportata in Occidente. Anzi era convintissima che fosse relativamente facile, se non fosse stato per l’intralcio della socialdemocrazia tedesca. Proprio il tradimento della socialdemocrazia tedesca, getta tutta un’altra luce sulle considerazioni ipocrite di Kautsky. Non è il dispotismo dei bolscevichi a far condannare la rivoluzione russa da Kautsky, tanto meno l’immaturità delle condizioni russe, ma la pura e semplice ripulsa contro l’esproprio dei capitalisti. Lo si capisce dal fatto che se in Russia le condizioni erano immature per la rivoluzione, non si capisce perché in Germania, dove invece lo erano, Kautsky non solo abbia rinunciato a farla, ma abbia anche contribuito a sostenere la controrivoluzione. Inoltre, l’involuzione dei bolscevichi non può essere disgiunta da quello che avveniva attorno a loro. Se la socialdemocrazia tedesca fosse loro venuta in soccorso, colpendo alle spalle l’imperialismo, l’Urss avrebbe conosciuto purghe e Gulag? Non lo sappiamo ma sappiamo cosa pensava Rosa Luxemburg: «La colpa degli errori dei bolscevichi la porta in ultima analisi il proletariato internazionale e innanzitutto la bassezza pertinace e senza precedenti della socialdemocrazia tedesca». E la bassezza senza precedenti della socialdemocrazia, è la bassezza pertinace di quei rammolliti piagnucolosi di Kautsky, di Bernstein, di Ströbel e di tutta la ciurmaglia di eunuchi menscevichi della II Internazionale (i corsivi sono ovviamente espressioni della Luxemburg). È strano che si lamentino del dispotismo antidemocratico, socialdemocratici che nel momento stesso della rivoluzione bolscevica avevano trasformato il loro partito in un covo di censori e di stalinisti ante-litteram che proibivano ogni discussione e chiudevano la stampa in onore e gloria del Reich tedesco a cui avevano promesso obbedienza. È sulla burocratizzazione della socialdemocrazia tedesca che Michels ha scritto la più grande sociologia dei partiti che si conosca, non sull’apparato “bolscevico-stalinista”. È doppiamente strano che per evitare il dispotismo sovietico, Hilferding e soci abbiano lasciato praticamente campo senza fiatare all’ascesa di Hitler, cioè al dispotismo della reazione. Tutto lo strologare di Kautsky e compagni su democrazia e dispotismo non è che una copertura per nascondere la loro natura controrivoluzionaria. L’Uspd, infatti, non nacque contro la guerra, visto che a guidarla erano i “pacifinti” che fino al giorno prima in nome della pace votavano la guerra, ma contro la rivoluzione. La radicalizzazione delle masse procedeva troppo rapidamente perché l’ala maggioritaria potesse contenerle continuando a proclamare apertamente la guerra. Per imbrigliarle era necessario che una parte della socialdemocrazia cominciasse ad alzare i toni restando sempre però seduta e prona alla volontà padronale. Sempre, quando si avvicina la rivoluzione, la borghesia ha bisogno di confondere le acque dandosi anche lei un linguaggio rivoluzionario. Parare gli spartachisti, questo fu il ruolo storico dell’Uspd, non altro. Infatti, passato il momento di burrasca, di fronte ai 21 punti della III Internazionale, messi alle strette da Lenin e Trotsky, i compagni pacifinti, preferirono tornare all’ovile. Pacifisti e sostenitori della guerra, le due anime dell’unico fetido cadavere socialdemocratico, si ritrovarono di nuovo riunite a braccetto nel sarcofago parlamentare. E non saremo noi marxisti a riaprire ciò che la Storia ha richiuso per sempre nella sua stalla naturale.
La Storia non ha dato ragione a Kautsky e Hilferding, è solo la lotta di classe che ha detto bene alla borghesia sul proletariato. Lenin e i suoi son rimasti sconfitti perché oltre alla borghesia davanti, hanno dovuto lottare anche con la socialdemocrazia tedesca che li colpiva alle spalle, a tradimento. È lo stesso compagno Giudice a riconoscerlo, quando ricorda i tentativi fatti da Ebert e Noske nella «speranza di riportare l’ordine e di evitare quello che che era accaduto in Russia». E l’ordine dei Noske, s’è solo dimenticato di aggiungere il compagno socialista, era il loro ordine, l’ordine sopra Berlino. Così infatti, titolava Rosa Luxemburg il suo ultimo, sarcastico, bellissimo articolo: L’ordine regna sopra Berlino. Regnava sulle macerie ancora fumanti della rivoluzione e sui cadaveri caldi di lei e di Karl Liebknecht. Rosa, è vero, si era espressa contro l’assalto al cielo, perché lo giudicò non ancora maturo. Ma questo non basta a metterla sullo stesso piano dei Kautsky nell’analoga relazione con i bolscevichi. Rosa fu contraria all’assalto ma essendo in minoranza accettò di sostenerlo e di lasciarci le piume. Questo prova inequivocabilmente che si mosse sempre nel solco della rivoluzione. Pagò di persona errori non suoi, esattamente come Kautsky presentò sempre ad altri il conto dei suoi tradimenti. La differenza tra il coraggio di una rivoluzionaria e la codardia di un riformista, è forse tutta qui. Infatti, cosa fecero Kautsky e soci mentre gli spartachisti almeno ci provavano? Stettero a guardare naturalmente, come per la guerra, come per la rivoluzione bolscevica, come sempre. Stettero cioè dall’altra parte nonostante si riempissero la bocca di belle parole, dal vago sapore socialista.



Lorenzo Mortara
Delegato Fiom-Cgil
Stazione Dei Celti
Gennaio 2012


Nota – Le citazioni di Rosa Luxemburg, per quanto riguarda la rivoluzione d’Ottobre e il crollo della II Internazionale sono tratte da La rivoluzione russa e «La tragedia russa», Massari Editore, Bolsena 2004; i giudizi sui miserabili vigliacchi dell’Spd e sui pacifisti bolscevichi, si trovano nelle lettere a Luise Kautsky sempre nello stesso volume; il giudizio sul cretinismo parlamentare di Bebel e soci è riportato in una lettera a Clara Zetkin citata nell’introduzione di Lelio Basso agli Scritti politici di Rosa Luxemburg, Editori Riuniti, Roma, 1970; nella stessa introduzione si ritrovano i giudizi su Kautsky e sugli altri capi della socialdemocrazia; infine altri articoli citati si trovano negli Scritti Scelti, a cura di Luciano Amodio, pubblicati dall'Einaudi, nel 1975.

mercoledì 10 agosto 2011

UNA ROSA PER LENIN: ancora sull'autodeterminazione delle nazioni

di Lorenzo Mortara

A ulteriore dimostrazione di quanto siamo andati indietro, c’è anche l’arretramento di quelli che dovrebbero essere, nel bene e nel male, i nostri teorici: quelli reali che passa il convento, non altri, perché altri purtroppo per ora non ce ne sono.

Non avevo ancora visto nessuno difendere Rosa Luxemburg contro Lenin per quanto riguarda l’autodeterminazione dei popoli. Nell’ultima settimana, invece, nella dependance del blog, il gruppo omonimo di fb, sono fioriti i partigiani di Rosa Luxemburg. A parte qualcuno che si è schierato con Lenin, per poi flirtare anche con posizioni opposte, ho visto solo cori di elogi per la posizione di Rosa. La cosa mi ha stupito perché di norma delle tre grandi divergenze tra Rosa Luxemburg e Lenin, sul partito, sulla teoria del crollo e sull’autodeterminazione delle nazioni appunto, è sempre stato quasi unanime riconoscere la ragione a Lenin almeno su quest’ultimo punto. Lenin ha ovviamente ragione anche sugli altri due, e massimamente sulla questione del partito, dove effettivamente la sua grandezza si stacca rispetto agli altri due sommi marxisti dell’epoca, e cioè rispetto alla Luxemburg stessa e a Trotsky. Solo per la questione del partito, Lenin ha dimostrato che la sua superiorità è così schiacciante che Rosa Luxemburg e Trotsky messi assieme non fanno la sua grandezza. Perché, come ha scritto Trotsky da qualche parte, Lenin anche da solo avrebbe fatto la rivoluzione; coi soli Trotsky e Rosa Luxemburg, invece, la rivoluzione non sarebbe sfuggita al suo fallimento, proprio per l’incomprensione dei due per la concezione del partito dell’altro. E tuttavia, con la deriva dello stalinismo, si può benissimo comprendere come sia facile arretrare fino a Rosa Luxemburg sulla questione del partito, invece di fronte alle guerre attuali, ai governi fantoccio e ad altri colpi di Stato, riesce un po’ più difficile accettare la solita indifferenza di tanti compagni in materia di autodeterminazione delle nazioni. Gli alfieri di Rosa Luxemburg non potevano che provenire dalle fila del settarismo. In prima linea, come capita da un po’ di tempo a questa parte, bordighisti di tutte le varianti della loro invarianza. Presi dai loro soliti “astratti furori”, c’è chi dà ragione a Rosa per l’incoscienza del proletariato, chi lo fa perché ha scoperto un nuovo imperialismo sconosciuto a Lenin come a noi, chi infine nella miglior tradizione del centrismo fa un misto di tutte le posizioni. In mezzo a questo guazzabuglio, i termini della questione spariscono e vengono sommersi, rischiando così di non affiorare più. Tocca quindi al solito bastian contrario, a me, ripristinarli un attimo. Lo faccio con la speranza che, colate a picco le loro teorie sbagliate, restino almeno a galla, malconci ma ancora aggiustabili, i teorici di cui abbiamo un estremo bisogno.


L’AUTODETERMINAZIONE METAFISICA

E QUELLA STORICA

Come quasi sempre accade, le questioni di marxismo, sono molto più semplici di quanto le complichino gli esponenti della sua ala estrema.

Per degli internazionalisti, difendere il principio di autodeterminazione delle nazioni, può sembrare una contraddizione. E in effetti è proprio per questo che molti compagni contestano il principio difeso strenuamente dal Lenin. Ed è in fondo proprio da qua che muoveva la sua critica, la nostra Rosa. Gli è che il nostro internazionalismo è la logica conclusione del movimento reale del capitalismo che tende a sorpassare gli Stati nazionali, stringendo il mondo in un tutto unico. Ma questa tendenza di fondo, non sarà mai realizzata pienamente sotto il capitalismo. Solo la rivoluzione socialista darà pieno significato all’internazionalismo. Fino ad allora, la contraddizione reale tra Stato nazionale ed economia mondiale, sarà qualcosa con cui il nostro internazionalismo dovrà misurarsi. Dire no al principio di autodeterminazione dei popoli, sarebbe un po’ come dire no alle sezioni nazionali del nostro partito, solo perché siamo internazionalisti. Lo stadio nazionale non l’abbiamo creato noi, ma la Storia, e più precisamente la Storia del capitalismo. Saltare il principio di autodeterminazione delle nazioni, vuol dire saltare direttamente allo stadio finale del processo storico che noi stessi spingiamo avanti. Naturalmente, mentre noi lo saltiamo, la Storia salti non ne fa e resta inchiodata dov’è, col risultato che l’internazionalismo tutto d’un pezzo, negando il principio di autodeterminazione, allontana ancora di più il giorno in cui potremo farne a meno.

Nel principio di autodeterminazione delle nazioni, Rosa Luxemburg vedeva quel che in effetti è: il solito pomposo diritto borghese che dà piena liberà politica ai borghesi di lasciare nella schiavitù economica dello sfruttamento i proletari. L’autonomia delle nazioni emancipava al massimo i borghesi di un dato paese, giammai i proletari. Proprio per questo Rosa invitava i compagni a non perdere tempo con principi astratti e a concentrarsi sull’unione dei proletari per abbattere gli stati borghesi e procedere più speditamente possibile sulla strada della rivoluzione proletaria.

Lenin, accusato di idealismo metafisico, rinfacciava a sua volta a Rosa di aver enunciato solo vuoti principi generali senza mai calarsi nella concretezza della realtà storica. Lenin non negava che, con l’autodecisione delle nazioni, il proletariato avrebbe continuato a sottostare sotto il giogo della borghesia, ma per lui il problema era vedere quanto stretto fosse il cappio e quanto fosse possibile allargarne la morsa per avvicinare il giorno in cui ce ne saremmo infine liberati. Infatti, l’emancipazione dei lavoratori era strettamente collegata allo sviluppo del capitalismo. E la formazione dello Stato nazionale era la condizione ideale perché il capitalismo potesse svilupparsi. Quindi anche il proletariato aveva interesse alla formazione di Stati nazionali indipendenti. Ma indipendenti da che? Dall’imperialismo dei grandi Stati nazionali che minavano la formazione degli Stati nazionali minori costretti sotto il loro dominio. Era quindi compito elementare del proletariato russo, in quel frangente storico, pronunciarsi a favore dell’autodeterminazione per contrastare lo sciovinismo grande russo con cui lo Zar opprimeva le popolazioni limitrofe a cominciare dalla Polonia stessa. Se quindi il principio di autodecisione della nazioni doveva essere riconosciuto alla Polonia dal proletariato russo, tanto più doveva essere incluso nel programma del partito socialdemocratico polacco, come in tutti gli altri partiti socialdemocratici. Rosa riteneva invece che il proletariato polacco avrebbe dovuto disinteressarsi della questione, unendosi soltanto agli operai russi contro il comune nemico dello zarismo. Ed è proprio qui che si vede l’errore di Rosa. Infatti, in un paese schiacciato dal giogo dell’imperialismo straniero, chi non si pronuncia per l’indipendenza nazionale, di fatto lascia libero l’imperialismo di continuare a schiacciarlo.

Lenin era ben consapevole che l’imperialismo avrebbe sempre caratterizzato il capitalismo, che l’indipendenza nazionale non avrebbe mai e poi mai potuto eliminarlo, ma non si trattava di eliminarlo di colpo, ma di prepararne l’eliminazione. Per chi non ce l’aveva, l’indipendenza nazionale, era una tappa sulla via della rivoluzione. Senza indipendenza politica formale, lo sfruttamento economico del proletariato di un determinato Paese, era ancora più intenso. Si trattava di rendere l’imperialismo il meno opprimente possibile. Il principio di autodeterminazione delle nazioni, è appunto necessario per spuntare il più possibile gli artigli dell’imperialismo. Chi nega il principio di autodeterminazione, allunga ancora di più le sue unghie1.

I marxisti, naturalmente, non incitavano alla separazione, al contrario invitavano all’unione, ma sapevano che questa era possibile solo sul piano dell’uguaglianza politica o di minore disuguaglianza possibile. Quanto più i marxisti erano indifferenti all’indipendenza nazionale dei paesi schiacciati dall’imperialismo, tanto più avrebbero favorito le spinte alla separazione; quanto più si sarebbero battuti contro l’oppressione imperialistica, tanto più avrebbero favorito l’unione dei proletari su scala internazionale. Non c’è forse maggior prova storica di quanto Lenin abbia avuto ragione e sia stato lungimirante, della Rivoluzione d’Ottobre e dei suoi successivi sviluppi. Fin che fu vivo Lenin e il principio di autonomia fu sostenuto davvero, l’integrazione dei paesi russi fece enormi progressi; con l’avvento dello stalinismo, costretti con la forza a stare dentro il blocco sovietico, i paesi dell’Est svilupparono incessantemente, fino al crollo, le nefaste spinte centrifughe favorevoli all’autonomia2.


L’AUTODETERMINAZIONE OGGI

I fan di Rosa Luxemburg, tra i quali e sfegatato mi ci metto pure io, ma non per i suoi (pochi) errori, quando non le diano ragione fin da allora, le danno certamente ragione oggi in cui la fase degli stati nazionali è, a loro dire, conclusa e quindi nessun proletario ha necessità di battersi per l’indipendenza nazionale. Altri, più sofisticati, negano la validità del principio di autodeterminazione perché l’imperialismo oggi avrebbe in pratica soppiantato lo Stato nazionale con nuovi centri finanziari globali, rendendolo di fatto superfluo. Questa in fondo non è che una variante della tesi di Negri, colata a picco, per i più creduloni, nell’anno 2008, quando col crollo delle borse, ogni Stato ha cominciato a chiudersi a riccio, dimostrando una volta per tutte che è l’Unione Europea ad andare a carretta degli Stati nazionali e non viceversa. Alla stessa maniera è il capitale finanziario del mondo ad essere sottomesso agli Stati nazionali, non il contrario. Se i governi appaiono impotenti di fronte ai diktat delle banche centrali, è semplicemente perché ogni borghesia nazionale ha carattere transnazionale e ha più da perderci che da guadagnarci non sottostando alle direttive degli speculatori. E in effetti non è la borghesia col suo personale politico che sottostà alle direttive dei centri finanziari, ma solo il proletariato su cui vengono scaricate, perché in realtà gli speculatori internazionali e i governi nazionali non sono altro che i due lati delle stessa medaglia che ha la faccia di bronzo della borghesia.

Se ad esempio prendiamo il caso greco, scopriamo che la borghesia di quel Paese è tutta unita e compatta con il piano di salvataggio. Per forza, trattasi di salvare, con le sue chiappe, anche i glutei della sua sorella tedesca e delle altre sorelle che vogliono continuare assieme la crapula sulle nostre spalle. Il governo greco non ha dovuto allinearsi ai mercati finanziari, questo è quello che danno a bere i politici per conto della borghesia, la realtà è che ha voluto, e non è affatto la stessa cosa. Papandreou ha voluto, perché è preciso interesse della borghesia greca sostenere il piano del suo salvataggio, visto che non sborserà un soldo, scaricando il debito con gli ulteriori interessi sulle spalle del proletariato. Solo le anime più tonte e ingenue del marxismo militante possono credere che i governi, cioè la borghesia da Parlamento, semplice manovalanza della borghesia industriale, sia schiava dei mercati finanziari. Gli schiavi siamo noi, la borghesia ne è padrona. Animare i mercati, senza chiedersi chi ci sia dietro a tirarne i fili, lo può fare solo il militante di quella versione superstiziosa della nostra dottrina che è il marxismo animista! La famosa litania «ce lo chiede l’Europa, ce lo chiedono i mercati», ripetuta come un mantra ogni volta che i politici hanno bisogno di infilarci in quel posto una nuova supposta, significa unicamente «ve lo chiediamo noi». E noi ovviamente sono sempre loro! Perché mercati finanziari transnazionali e governi nazionali, cioè potere economico internazionale e potere politico nazionale, sono la stessa cosa. Più precisamente, ogni borghesia nazionale dei paesi più progrediti ha una sua quota nel mercato finanziario globale. Ecco perché “sottostà” volentieri, con tutti i suoi servi, siano questi Obama, Papandreou o Zapatero o qualsiasi altra nullità pretenziosa, ai diktat dei centri finanziari, cioè ai diktat di sé stessa in combutta con le sue copie internazionali. Perché ribellarsi, oltre a non aver senso, in quanto controproducente dal punto di vista del suo stesso interesse economico, significherebbe mettere a rischio quella quota, o metterla più a rischio di quanto già non sia nel gioco mortale della concorrenza a cui non può sottrarsi. Epperò ogni borghesia vuole aumentare tale quota, non diminuirla. E la condizione per aumentarla è rimanere agganciata il più possibile alla crapula globale, avendo come minimo comune denominatore con le altre borghesie, lo sfruttamento praticamente illimitato del proletariato tutto, da quello di casa propria fino a quello degli angoli più remoti del mondo. Se la “cura da cavallo” non farà che dare ulteriori possibilità all’imperialismo tedesco di penetrare nel mercato greco, impadronendosi del tutto o in comproprietà delle future svendite, abbassando di qualche cresta la potenza greca, per altro abbastanza modesta, questo non significa che la borghesia greca abbia sbagliato ad appoggiare il piano, significa solo che questa era l’unica maniera che aveva per ottenere il massimo nelle condizioni date. Se non potrà ampliare le sue quote nel mercato mondiale, spartirà il più possibile quelle che gli altri le vorranno sottrarre. Solo col proletariato non potrà mai accordarsi la borghesia greca, ma con gli imperialisti un accordo lo troverà sempre. Perché accordandosi col proletariato in sciopero, con la diminuzione dello sfruttamento diminuirà anche il profitto; accordandosi invece con l’imperialismo globale, aumentando lo sfruttamento generale, la borghesia greca avrà almeno assicurata la possibilità di veder aumentare il suo profitto assoluto, pur nella diminuzione di quello relativo alla spartizione con le altre borghesie. Questo i paladini dei mercati finanziari, padroni degli Stati, se lo dimenticano. In realtà, quanto più avanza il capitalismo, quanto più il ritardo della rivoluzione favorisce l’imperialismo e l’inasprimento a livello mai visto della concorrenza tra capitali, tanto più ogni borghesia resta aggrappata con tutte le forze allo Stato nazionale, perché ha bisogno, nello scontro inevitabile con le altre potenze, almeno di un rifugio sicuro contro i rovesci dell’economia e delle contraddizioni stesse che è costretta a suscitare. Ed è proprio qui che il principio di autodeterminazione torna prepotentemente attuale e alla ribalta. Perché la fase della formazione degli Stati nazionali è solo apparentemente conclusa. In realtà, con l’entrata in scena dell’imperialismo, e soprattutto con il ritardo della rivoluzione, entra soltanto in una nuova fase. Infatti, l’oppressione sempre più schiacciante dell’imperialismo e lo scontro sempre più aspro tra le potenze per la spartizione dei mercati, ricaccia indietro di secoli Stati nazionali già formati che vengono occupati militarmente. Come si può parlare di esaurimento dell’epoca della formazione degli Stati nazionali, quando nel giro di dieci anni abbiamo visto l’occupazione di ben due Stati, un numero imprecisato di missioni di pace imperiale, e svariati colpi di stati borghesi diretti sottobanco dalle maggiori potenze internazionali? Se per fine della formazione degli stati nazionali, intendiamo la fine della riunione di staterelli in unico spazio di mercato statale, quest’epoca è indubbio che sia passata, ma questo non significa che sia finito anche il tempo dell’autodeterminazione. Chi rinuncia al principio di autodeterminazione perché dà per esaurita la fase storica di formazione degli Stati nazionali borghesi, di fatto dà un ulteriore appoggio alle invasioni dell’Iraq, dell’Afghanistan e all’occupazione della Palestina, nonché a tutti gli artigli che l’imperialismo sta per conficcare nei Paesi a rischio di fallimento. Alla stessa maniera, un proletario degli Stati Uniti che sia contrario all’autodeterminazione dei popoli latinoamericani, non fa che dare un ulteriore sostegno a chi negli States vuole che il Sud America continui ad essere il cortile di casa dei predoni a stelle e a strisce.

Nella maggior parte degli Stati nazionali, inoltre, la formazione è rimasta incompleta. La rivoluzione borghese non è stata portata a termine e mai più lo potrà per l’inossidabile legge della rivoluzione in permanenza. L’imperialismo è arrivato prima che la borghesia autoctona potesse giungere a una piena indipendenza. Ciò significa che in tutti questi Paesi, il principio di autodeterminazione, conserva tutta la sua importanza. Non certo per portare a termine la rivoluzione borghese, visto che solo la rivoluzione proletaria potrà farlo, ma perché quanto più il proletariato mondiale sarà intransigente nel sostenere il principio di autodeterminazione, più diritti democratici riuscirà a strappare all’imperialismo per proseguire la sua lotta per il socialismo, cioè la rivoluzione borghese sarà meno incompleta e raggiungerà così il massimo sviluppo possibile nelle condizioni date. Fino a che ci sarà l’imperialismo, ci sarà sempre un Paese occupato o qualche azione militare che renderà necessario il principio di autodeterminazione delle nazioni. Ma siccome il proletariato mondiale, come classe, è un unico grande Paese, e poiché l’economia mondiale è ormai strettamente interdipendente, ogni sezione nazionale della nostra classe avrà il dovere di far suo il principio di autodeterminazione, perché solo così, facendo tutto ciò che le è possibile fare, avrà fatto pienamente il suo dovere per rendere meno pesante il fardello imperiale che altre sezioni dovranno sopportare.

Infine, sfugge ancora una cosa ai profeti della fine della storia delle nostre fila. Popoli e patrie non sono fissati una volta per sempre, ma così come cambiano continuamente i confini tracciati, così cambia anche la composizione per così dire “etnica” di un popolo. A parte le questioni tuttora irrisolte delle tante minoranze presenti e non riconosciute nel mondo, come curdi, baschi eccetera o i sempre dimenticati pellerossa d’America, solo per i quali bisognerebbe vergognarsi di considerare chiusa la questione dell’autodeterminazione, non è nemmeno detto che il flusso migratorio non crei ghetti o sacche di persone che a lungo andare potrebbero sentirsi un nuovo gruppo a sé. Non solo, il ritardo della rivoluzione socialista, facendo tornare indietro la Storia, può combinare la disgregazione del tessuto sociale mischiandola con l’arretramento della coscienza, favorendo così spinte autonomistiche che fino al giorno prima sembravano assurde. Il caso italiano è emblematico. Oltre ai tradizionali movimenti per l’indipendenza sarda e di altre regioni che, qualora diventassero un sentimento diffuso tra quelle popolazioni, avrebbero lo stesso diritto all’autonomia degli altri popoli, il continuo deteriorarsi della situazione sociale senza sbocco rivoluzionario, potrebbe mettere davvero all’ordine del giorno la secessione tra Nord e Sud, vero spauracchio della retorica militante dell’Unità borghese d’Italia.

Noi marxisti bolleremo sempre come reazionaria la secessione, spiegheremo per filo e per segno la natura piccolo-borghese dei leghisti padani, voteremo sempre contro e faremo tutto ciò che è in nostro potere per impedirla, ma qualora il proletariato del Nord si faccia irretire dalla propaganda del “Sud come palla al piede del Nord” e voglia a tutti i costi separarsi, esattamente come il Sud vorrà ritornare ai Borboni, allora noi non potremo opporci alla volontà di massa della nostra classe. È molto difficile che una separazione avvenga, per la semplice ragione che è avversata in primis dal grande capitale, ma non è detto che in un momento particolare di crisi, la borghesia, per salvare la pelle, non trovi altra strada che deviare il malcontento verso la secessione. In ogni caso, noi, contrari alla separazione, dall’eventuale sconfitta referendaria dovremo trarre comunque la seguente lezione: meglio un’Italia divisa per convinzione che unita per forza. Perché? Perché dal punto di vista della rivoluzione, o riusciamo a togliere al proletariato, prima della secessione, tutti i suoi pregiudizi, o solo la secessione sarà in grado di spazzarglieli via. Qualora non ci riesca di convincerlo perché più cocciuto di un mulo, costringerlo all’unità ritarderà la sua presa di coscienza sull’illusorietà della separazione. Una volta separato invece, quando vedrà che il ricco Nord liberato dalla palla al piede meridionale, lo terrà più incatenato di prima alla schiavitù salariale, allora sarà più disponibile alla riunificazione con le masse sfruttate del Sud, le quali, nel frattempo, avranno fatto un’analoga esperienza fallimentare con il ritorno dell’epoca d’oro dei Borboni.

Come si può vedere, dare ragione a Rosa Luxemburg per l’incoscienza dei proletari, è del tutto erroneo, perché significa abbassarsi al loro livello, l’esatto contrario di quello che un’avanguardia dovrebbe fare: sforzarsi di elevarlo. Dire no all’autodeterminazione delle nazioni, perché Lenin si sarebbe sbagliato sulla maturità dei lavoratori, significa abbandonare i lavoratori alla loro immaturità, ritardare ancora di più la loro presa di coscienza su questo importante aspetto. Messa allo specchio, naturalmente, questa concezione, non dimostra quanto Lenin si sia illuso sulla maturità dei lavoratori, i quali non erano affatto immaturi, quanto piuttosto abbia avuto ragione nel fustigare l’immaturità dell’avanguardia dei sinistri che si credevano tanto avanti. E che, par quasi inutile dirlo, ancora si credono tali.


LA LORO AUTODETERMINAZIONE E LA NOSTRA

Quando i marxisti parlano di autodeterminazione, hanno sempre alla loro sinistra chi gli ribatte che chi difende l’autodeterminazione delle nazioni, difende in realtà la sovranità della borghesia sul proletariato. Non avendo capito niente del discorso di Lenin, e non sapendo mai cogliere gli aspetti transitori della lotta di classe, i sinistri applicano sempre le verità massime ed ultime della nostra dottrina. Credono di esprimere un disaccordo smascherando il carattere borghese di tale diritto, quasi che noi marxisti ne avessimo fatto un principio socialista. In realtà, i marxisti sono perfettamente d’accordo con la loro ombra settaria sul carattere borghese del principio di autodeterminazione dei popoli. Quello che la nostra ombra rossa non capisce, incapace di scendere dalle nuvole della metafisica al terreno concreto della realtà, è che il nostro modo di difendere il principio borghese di autodeterminazione delle nazioni, è radicalmente diverso da quello usato da sua maestà il Capitale. Innanzitutto, come abbiamo visto perfettamente con lo smembramento della ex Jugoslavia, per la borghesia l’autodeterminazione dei popoli non serve per liberarli da una tirannia, ma per aggiungerci quella dell’imperialismo. La borghesia invoca l’autodeterminazione per meglio spartirsi le zone d’influenza. Non si batte per l’autodeterminazione per dare vera indipendenza politica nazionale, ma dare maggior dipendenza economica transnazionale Al contrario, per il proletariato, l’autodeterminazione dei popoli serve per avere sulla sua testa il minor numero di padroni possibile. L'indipendenza politica nazionale, è la premessa per dipendere il meno possibile dalla sfruttamento economico internazionale. Perciò, chi non difende l’autodeterminazione delle nazioni, non solo consegna i popoli alle loro rispettive borghesie, ma vi appioppa sopra anche la cappa di piombo dell’imperialismo. Chi difende l’autodeterminazione dei popoli, sa bene che questo non basterà per liberare il proletariato di un determinato Paese dal padrone che si ritrova sul collo, ma è l’unico modo per far sì che di padroni né abbia uno solo e non due o più ancora.

Così come è radicalmente diverso il principio di autodeterminazione, se sostenuto dal proletariato o dalla borghesia, alla stessa maniera è anche radicalmente diverso il modo in cui noi marxisti lo difendiamo rispetto ai servi dei padroni. Per i nostri sinistri – sciagura eterna del marxismo! – essere ad esempio per l’autonomia del Tibet, significa automaticamente essersi schierati col Dalai Lama e prostituiti con la Nato. Non gli viene in mente, a codeste zucche, che si può difendere l’autonomia del Tibet senza fare appello ad altri che alle masse tibetane. E per forza non gli viene in mente, perché proprio come la Nato, gli estremisti, le masse, col loro fardello di oppressione e di sopportazione, non le considerano nemmeno. Eppure, la differenza tra noi e i borghesi è proprio qui. Per i borghesi, il principio di autodeterminazione va difeso dall’alto, con corpi armati esterni alle masse, le quali devono essere coinvolte il meno possibile, perché solo così alla fine della “liberazione”, si troveranno schiave più o meno come prima e senza nessun reale potere tra le mani. Al contrario, per i marxisti, nessuna vera e propria forza esterna al proletariato può essere coinvolta nella liberazione nazionale. Questo significa condannare ogni intervento esterno spacciato retoricamente come missione di pace, lotta al terrorismo e altre edificanti espressioni del cretinismo liberal imperante. Compito del proletariato, naturalmente, è condannare, non solo a parole, ché questo riesce a farlo anche qualche piccolo borghese inconcludente. Per noi, il principio di autonomia per il Tibet, come per l’Iraq, per l’Afghanistan o per la recentissima Libia, significa non dare tregua all’imperialismo, boicottare le sue industrie di guerra, scioperare contro il “proprio” governo per fiaccarne la potenza economica su cui si basa ogni suo intervento umanitario. Significa anche stare al fianco degli insorti smascherandone le illusioni su presunti amici, sia autoctoni che stranieri. Significa infine lottare fianco a fianco agli oppressi, lottando in pari tempo per la trasformazione di ogni ribellione o di ogni guerra di liberazione nazionale in guerra civile per la rivoluzione socialista. Quanto più il proletariato cinese si batterà in questo modo per l’indipendenza del Tibet, tanto meno il proletariato tibetano sentirà il bisogno di separarsi dai fratelli cinesi, e l’unione contro i rispettivi tiranni borghesi sarà più semplice. Analoga esperienza avrebbero fatto i rivoltosi di Bengasi se la condanna dell’intervento straniero non fosse rimasta sulla carta, ma fosse seguita da scioperi e lotte concrete contro i padroni di casa nostra. In mancanza di tale lotta, la rivolta libica è stata spinta più facilmente sotto una direzione borghese, e non è stata capace per ora di collegarsi né col proletariato italiano, né soprattutto col resto del proletariato libico per l’abbattimento del tiranno libico e di quelli che si erano subito attribuiti la corona di successori.

Resta appena da aggiungere che, per noi, il fattore fondamentale in quest’epoca storica è l’enorme ritardo del partito rivoluzionario sulla maturità delle masse. Ciò significa che ci toccherà vedere ancora parecchie rivolte incanalarsi sotto direzioni borghesi, incapaci di andare più in là di un ennesimo rivolgimento nazionale. Solo appoggiando queste rivolte, smascherando contemporaneamente le illusioni delle masse, potremo aver qualche speranza di trasformare rivolgimenti nazionali in rivoluzioni. Standoci ai margini, bocciandole come inutili richieste di autonomia, il Partito della rivoluzione anziché accorciare le distanze, continuerà ad accumulare ritardo.



Stazione dei Celti, Agosto 2011

Lorenzo Mortara Delegato Fiom

1 La controversia tra Rosa Luxemburg e Lenin si trova nei rispettivi testi, La questione nazionale e l’autonomia e Sul diritto di autodecisione delle nazioni. I testi citati si possono reperire in Scritti scelti di Rosa Luxemburg a cura di Luciano Amodio, Einaudi, 1976, e in L’autodeterminazione dei popoli, libro intelligente pubblicato dalla Massari che raccoglie praticamente tutti i testi di Lenin dedicati all’argomento.

2 È, tra i tanti, il feroce storico antibolscevico Robert Conquest a confermarlo. Nei suoi libri elementari, nonostante la continua equazione con la quale mette lo stalinismo sullo stesso piano del leninismo, da buon storico qual in fondo è, non può che registrare la differenza documentaria. Nel suo Raccolto di dolore, il libro dedicato all’holodomor della collettivizzazione forzata delle campagne, dopo aver sostenuto che Lenin era indifferente a una vera indipendenza dell’Ucraina, non può che registrare come nell’Aprile del 1923, al XII Congresso del Partito Comunista, «per la prima volta fin dal Diciottesimo secolo, un solido governo ucraino includeva nel proprio programma la difesa e lo sviluppo della lingua e della cultura ucraine». Per alcuni anni venne ristampata la letteratura ucraina da tempo censurata, fiorì insomma l’autonomia dell’Ucraina che, proprio per questo, non trovò ragioni per separarsi dal resto dell’URSS.

Ho citato questo episodio solo per fare un esempio, ma nello stesso libro si trovano tante altre testimonianze del periodo leniniano in cui Conquest è costretto a registrare che vennero fatti davvero tutti gli sforzi per garantire piena indipendenza alle nazionalità “minori”.

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