Cerca nel blog

i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
.
Visualizzazione post con etichetta Evtušenko Evgennij. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Evtušenko Evgennij. Mostra tutti i post

sabato 9 aprile 2011

GLI EREDI DI STALIN


di Evgennij Evtušenko


Taceva il marmo e il vetro taceva
baluginando; in piedi,
nel vento bronzea la guardia taceva.
E la bara fumava.
Fumava appena e un respiro colava
dalle fessure, quando
lo portarono via dal Mausoleo.
E la bara nuotando,
scorreva lenta e urtava coi suoi orli
le cime dei fucili.
Ed anche lui taceva, ma taceva
cupo, con viso ostile.
Cupo serrava i pugni imbalsamati.
Si strinse a una fessura
un uomo che fingeva di dormire
il sonno della morte.
Quel morto non voleva scordare più
i volti di coloro
che lo rapivan: di Rjazàn, di Kursk
reclute giovinette.
Reclute folli che dovran pagare
quell’onta, prima o poi,
quando da terra, raccolte le forze,
di nuovo sorgerà.
Egli di nuovo macchina qualcosa,
attenti, in quella bara
soltanto a riposar s’è accovacciato;
ed io prego il governo,
prego di raddoppiare, triplicare
la guardia a questa tomba,
perché Stalin non s’alzi e insieme a Stalin
non s’alzi anche il passato,
non il passato valoroso e intatto,
dov’è Turksib, Magnitka,
il vessillo a Berlino, ma il passato
dov’è il popolo affranto,
dov’è calunnia e innocente arrestato,
abbiamo seminato
e i metalli saldato onestamente,
e stretti in lunghe file,
onestamente noi abbiam marciato.
Ed egli ci temeva,
credendo in un gran fine non credeva
alla necessità
che i mezzi sian degni di tal fine.
Ed egli era previdente,
le leggi della lotta conosceva:
molti eredi ha lasciato.
Ed agli eredi un filo immaginario
s’allunga dalla bara:
telefona le direttive Stalin:
No, non si è arreso Stalin.
Stalin crede la morte rimediabile.
L’abbiam portato via
dal Mausoleo. Ma come toglier Stalin
dagli eredi di Stalin?
Taglian rose gli eredi, licenziati,
ma credono in cuor loro
d’esser solo in pensione provvisoria;
ci son poi altri Credi,
altri eredi che gridan contro Stalin
Da pulpiti e da spalti,
e poi piangon di notte sui bei tempi.
Oggi piovono infarti!
Per forza essi di infarti sono pieni!
Un dì furon sue ruote
ed or non aman questo tempo in cui
i lager sono vuoti
e son colme le sale, ove la gente
ascolta la poesia.
Mi ordina il Partito: “Non star calmo!”
Ed altri: “Basta, calma!”
Star calmo non so; finché esisterà
un erede di Stalin,
a me sembrerà che nel Mausoleo
ancora Stalin stia.

martedì 5 aprile 2011

ARRIVEDERCI BANDIERA ROSSA



Moni Ovadia legge Arrivederci bandiera rossa




Arrivederci, bandiera rossa –
            dal Cremlino scivolata giù
non come ti innalzasti,
                                     agile,
                                              lacera,
                                                         fiera,
sotto il nostro esecrare
                         sul fumante reichstag,
sebbene pure allora,
                            intorno all’asta, truffa si attuasse.



Arrivederci, bandiera rossa…
                             eri metà sorella, metà nemica.
Eri in trincea speranza
                          unanime d’Europa,
ma tu di rosso schermo
                             recingevi il GULAG
E sciagurati tanti
                           in tuta da carcerati.



Arrivederci, bandiera rossa.
                                          Riposa tu,
                                                           distenditi.
E noi ricorderemo quelli 
                                       che dalle tombe
                                                                 più non si leveranno.
Gl’ingannati hai condotto
                                         al massacro,
                                                              alla strage.
Ricorderanno anche te –
                                        ingannata tu stessa.



Arrivederci, bandiera rossa.
                                            Non ci portasti bene.
Grondavi sangue
                           e te
                                 noi col sangue togliamo
Ecco perché adesso
                                lacrime non ci sono da detergere,
così brutalmente sferzasti,
                                          con le nappe scarlatte, le pupille.



Arrivederci, bandiera rossa…
                                  il primo passo verso la libertà
lo compimmo d’impulso
                            sulla nostra bandiera
e su noi stessi,
                       nella lotta inaspriti.
Che non si calpesti di nuovo
                           «l’occhialuto» Živago.



Arrivederci, bandiera rossa…
                         Da te disserra il pugno,
che ti serra di nuovo,
                         ancora minacciando fratricidio,
quando all’asta
                        si afferra la marmaglia
o la gente affamata,
                          confusa dalla retorica.



Arrivederci, bandiera rossa…
                         Tu fluttui nei sogni,
rimasta una striscia
                       nel russo tricolore.
Nelle mani dell’azzurrità
                          e del biancore
forse il colore rosso
                        del sangue sarà liberato.



Arrivederci, bandiera rossa…
                         Guarda, nostro tricolore,
che i bari di bandiere
                      non barino con te!
Possibile anche per te
                          Sia lo stesso giudizio:
pallottole proprie e altrui
                                        ne hanno la seta divorato?



Arrivederci, bandiera rossa…
                      Sin dalla nostra infanzia
noi giocavamo ai «rossi»
                          e i «bianchi» battevamo forte.
Noi, nati nel paese
                      che più non c’è,
ma in quella Atlantide
                         noi eravamo,
                                             e noi amavamo.



Arrivederci, bandiera rossa…
                      Ora, nel gran bazar d’Ismajlovo,
ti smerciano per pochi dollari,
                                               alla meglio.
Io non ho preso il Palazzo d’inverno.
                                             Non ho assaltato il reichstag.
Non sono un «kommunjak».
                                             Ma guardo la mia bandiera e piango.



23 Giugno 1992, Irkutsk  

EVGENNIJ EVTUŠENKO




Stampa e pdf

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...