LO SCIENZIATO KEYNES E GLI STREGONI NEOLIBERISTI
di
Norberto
Fragiacomo
Va di
moda, oggi, esaltare - o demonizzare - Keynes dipingendolo come una via di
mezzo tra un filantropo e un criptosocialista o, al contrario, come un
visionario spendaccione, ma la caricatura mal si sposa con la verità storica:
John Maynard K., nato mentre Marx moriva, fu per tutta la vita un ricco
gentiluomo inglese, dai gusti raffinati, che le rivoluzioni preferiva evitarle
e dell’autore de Il Capitale non aveva particolare stima.
Prima
di essere un liberale borghese, tuttavia, Keynes era uno scienziato, che studiava il mondo dell’economia per quello che era,
non per quello che gli sarebbe piaciuto fosse: per motivi nient’affatto
ideologici, bensì prettamente scientifici, egli si oppose alla pace punitiva di
Versailles, e furono sempre lo studio dei fatti, il pragmatismo a guidarlo
quando, dopo il rovinoso incendio del ’29, si accinse a riscrivere le leggi
della macroeconomia. Fino ad allora si credeva (e negli ultimi decenni si è ripreso
a credere) ad un certo Say, a detta del quale l’offerta complessiva di prodotti
determina la domanda: in pratica il pubblico compra ciò che trova al mercato,
ed eventuali squilibri sono immediatamente compensati dalla variazione dei
prezzi, flessibili (e dunque adattabili) per definizione. Una mano invisibile,
intravista da Adam Smith dopo qualche pinta al pub, rimette sempre le cose a posto.
