Cerca nel blog

i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
.
Visualizzazione post con etichetta CINEMA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta CINEMA. Mostra tutti i post

mercoledì 27 settembre 2017

LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI di Stefano Santarelli




LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI
di Stefano Santarelli



“Chi l'avrebbe detto stamattina quando
mi sono alzato che avrei ucciso un uomo,
io che non ho mai ammazzato nemmeno una mosca?”



Vi sono opere cinematografiche che costituiscono dei veri e propri affreschi artistici e storici, ebbene le “Quattro giornate di Napoli” (1962) diretto da Nanni Loy su soggetto di Vasco Pratolini, Massimo Franciosa, Carlo Bernari, Pasquale Festa Campanile e lo stesso Loy, è indiscutibilmente una di queste opere.
Nanni Loy, un regista dichiaratamente di sinistra e autore di film di denuncia sociale ancora attuali basti ricordare il celebre “Detenuto in attesa di giudizio” (1971), con questo film, che costituisce indiscutibilmente il suo capolavoro, ricostruisce fedelmente l'eroica insurrezione del popolo napoletano contro un esercito perfettamente organizzato come quello nazista.

sabato 27 maggio 2017

LA LA LAND: UN GRANDE MUSICAL di Stefano Santarelli




LA LA LAND: UN GRANDE MUSICAL
di Stefano Santarelli


Brindiamo ai sognatori
per quanto folli possono sembrare.
Brindiamo ai cuori che soffrono.
Brindiamo ai disastri che combiniamo”



E' passato più di un mese dalla notte magica degli Oscar e forse è possibile oggi tracciare una riflessione più serena sul film che indiscutibilmente è stato il trionfatore di quella notte con le sue 14 nomination ed i suoi 6 Oscar e i 7 Golden Globe vinti (tra cui quello della Regia, della migliore attrice protagonista, della migliore colonna sonora e della migliore canzone), ci stiamo riferendo ovviamente a La la land.
Era dai tempi di “Tutti insieme appassionatamente” ((The Sound of Music , 1965) che un Musical non faceva una così grande incetta di Premi Oscar, ma il film interpretato da Emma Stone ha diviso notevolmente la critica cinematografica con stroncature velenose ed ingenerose che più che riguardare questa pellicola puntano a criminalizzare un intero genere, per l'appunto quello del Musical.

lunedì 12 settembre 2016

DIARIO DI UN MAESTRO di Lucio Garofalo




DIARIO DI UN MAESTRO
di Lucio Garofalo




All'inizio di ogni anno scolastico, si rinnova l'abitudine (quasi fosse un rito propiziatorio) di rivedere, con sommo diletto personale, lo sceneggiato televisivo "Diario di un maestro", prodotto nel 1972 da Mamma Rai, che all'epoca assolveva ad un'importante funzione pedagogico-culturale.
Trasmesso in TV l'anno seguente, lo sceneggiato era stato girato dal regista Vittorio De Seta ed interpretato dal compianto Bruno Cirino (fratello maggiore di Paolo Cirino Pomicino, il politico democristiano, noto esponente della corrente andreottiana), un attore versatile e politicamente impegnato, che ha lavorato anche con il teatro di Eduardo De Filippo. Nello sceneggiato TV indossa i panni di un giovane maestro che si trova ad affrontare un'esperienza didattica, umana ed esistenziale a contatto con i ragazzi e gli abitanti di una delle vecchie borgate romane di Pietralata, Tiburtino 3° e La Torraccia. Lo sceneggiato TV è liberamente tratto dal romanzo scritto da Albino Bernardini, "Un anno a Pietralata", che narra una vicenda autobiografica, realmente accaduta.

Al centro del racconto si staglia la contraddizione tra una scuola conservatrice, obsoleta, retrograda, gestita da ottusi ed antiquati burocrati ed una scuola viva, più aderente alla vita ed all'ambiente sociale dei ragazzi. Per tale motivo ritengo che il documentario, per quanto "datato", sia attuale più che mai. Assai istruttiva ed illuminante è la scena finale in cui emergono apertamente le divergenze, che sfociano in scontro frontale, tra le idee e le proposte innovative messe in campo dal maestro e le posizioni assai rigide e retrive del direttore didattico, che non riesce a cogliere, riconoscere ed apprezzare il valore, le competenze e le ragioni del maestro. In questa sequenza cruciale dello sceneggiato si evidenzia con nettezza l'atteggiamento ottuso e reazionario tipico del burocrate.

Insomma, "Diario di un maestro" è un'opera di alto contenuto pedagogico e politico, che induce a rimpiangere la TV monocolore governata dalla DC di quegli anni. Una Rai che, tutto sommato, sapeva produrre cultura ed educazione, mandando in onda questo tipo di sceneggiati e programmi televisivi, all'avanguardia per quei tempi. Questo rimpianto è l'indice più sintomatico di come oggi si siano ridotte la TV "pubblica" ed in generale la cultura di questo Paese, dopo un rovinoso ventennio berlusconiano e quanto ne è conseguito.

Ricordo ancora con enorme piacere il bellissimo "Pinocchio" di Luigi Comencini (grandissimo regista) con un cast nutrito di attori a dir poco magistrali: da Nino Manfredi, nei panni di Babbo Geppetto, a Gina Lollobrigida (la Fata Turchina), da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, interpreti del Gatto e la Volpe, fino ad una breve, ma significativa apparizione del Maestro Vittorio De Sica, e tanti altri ancora. Né bisogna sottovalutare o dimenticare alcuni sceneggiati che la Rai ha prodotto ispirandosi a celebri romanzi del genere "esotico" o "avventuroso", di autori straordinari quali, ad esempio, Emilio Salgari: su tutti cito lo sceneggiato "Sandokan", un vero cult.

Sempre a proposito di TV di altri tempi, ricordo che qualche tempo fa, su Rai 3, hanno mandato in onda la replica di una puntata di "Blitz", un programma TV cosiddetto "alternativo" condotto da Gianni Minà durante la prima metà degli anni '80. Il tema centrale della trasmissione era la nuova cultura partenopea (arte, cinema, musica, teatro, e via discorrendo) di quegli anni. Non a caso, quasi tutti gli illustri ospiti della puntata, tranne Roberto Benigni, erano di origine napoletana: Massimo Troisi, Lello Arena, Lina Sastri, James Senese e Napoli Centrale, ed altri artisti della "nuova Napoli".

Oggi si avverte una sincera e profonda nostalgia verso quel tipo di programmi televisivi cosiddetti "alternativi", che riuscivano a coniugare, con garbo e sapienza, l'intelligenza raffinata e la leggerezza, la cultura e l'intrattenimento, l'impegno e l'ironia, senza scadere nella pedanteria noiosa o nell'esercizio sterile di una falsa ed accademica erudizione.
Si avverte un'amara e profonda nostalgia per un periodo creativo, entusiasmante e stimolante, in quanto la TV odierna dispensa solo lordume e spazzatura, mediocrità e stupidità. Come, d'altronde, è una tendenza che attraversa ed investe l'intera società italiana.

Post Scriptum. "Diario di un maestro" è ormai un classico. Come tutti i classici, ha ancora tanto da comunicarci, è un "evergren". Benché un po' "datato", lo sceneggiato TV è sempre vivo ed attuale. Non a caso, rientra tra i cento capolavori del cinema italiano da conservare e salvare.






martedì 10 maggio 2016

IPAZIA: ASTRONOMA, FILOSOFA, MARTIRE PAGANA ED EROINA DEL LIBERO PENSIERO di Lucio Garofalo







IPAZIA: 
ASTRONOMA, FILOSOFA, MARTIRE PAGANA ED EROINA DEL LIBERO PENSIERO
di Lucio Garofalo



"Agorà" è un film a dir poco stupendo, la cui proiezione andrebbe proposta in tutti gli ordini di scuola tranne, per ovvie ragioni di età, l'infanzia e i primi anni della primaria. Giusto per far comprendere ai ragazzi che il fondamentalismo religioso non è un fenomeno che appartiene solo al mondo islamico, ma è trasversale a tutte le esperienze di culto ed alle confessioni di qualsiasi origine e latitudine. 

Quando, all'alba del V secolo dopo Cristo, i talebani erano soprattutto i cristiani, in un impero (quello romano) ormai diventato "cristiano". 
Nel 392 d. C. l'imperatore Teodosio emanò una legge speciale contro i culti pagani nel tollerante Egitto. Da quel momento in poi, i quadri dirigenti del Cristianesimo, assorto ormai a religione di Stato, intrapresero una mobilitazione punitiva proprio nella capitale della cultura ellenica dov'era nata e dove insegnava Ipazia. 
All'origine dell'ostilità di Cirillo, il vescovo di Alessandria d'Egitto, più che la misoginia o l'astio confessionale, era l'invidia - secondo il bizantino Suidas - per la sua influenza politica. Era una partita a tre quella che si giocava per il potere ad Alessandria tra l'antica élite pagana, stretta alla rappresentanza del governo imperiale, i dirigenti cristiani che aspiravano a soppiantarla e la comunità giudaica, la prima lobby dominante, gruppo di pressione rivale. 

Il primo atto tragico dell'episcopato di Cirillo fu il pogrom anti-ebraico, che anticiperà l'assalto verso l'establishment pagano, incarnato nella figura di Ipazia. 
Se la ragione e la fede costituiscono i due binari paralleli lungo i quali si è mossa la storia dell'Occidente nel corso degli ultimi duemila anni, i testi che meglio ne rappresentano l'immutabile distanza sono senza dubbio gli Elementi di Euclide e la Bibbia, cioè le due summe del pensiero matematico greco e della mitologia religiosa giudaico-cristiana, la cui efficacia ispirativa è testimoniata proprio dall'incredibile numero di edizioni raggiunte da entrambi (duemila, una media di una all'anno dalla prima "pubblicazione"). 

L’episodio più emblematico dell'irriducibile contrasto fra le due ideologie, accadde nel marzo del 415 d. C., quando un assassinio impresse, come disse Gibbon in Declino e caduta dell'impero romano, "una macchia indelebile" sul cristianesimo. La vittima fu una donna: Ipazia, detta "la musa" o "la filosofa". Il mandante fu un vescovo: Cirillo, il patriarca di Alessandria d'Egitto. 

Ipazia fu massacrata da un gruppo di monaci cristiani, i parabolani, una sorta di talebani dell'epoca, che costituivano la milizia personale del vescovo. Ipazia divenne così una martire del paganesimo, ma soprattutto un'eroica paladina della libertà di pensiero. 

È assai improbabile che con il battage pubblicitario e la serie di dibattiti promossi attorno al film "Agorà" di Alejandro Amenabar, qualcuno non abbia mai sentito nominare Ipazia. In una Alessandria dove si scontrarono l'ultima aristocrazia legata al paganesimo, il nuovo potere religioso rappresentato dal vescovo Cirillo ed una vasta comunità ebraica, visse ed insegnò questa straordinaria filosofa neoplatonica, matematica ed astronoma, che si diceva fosse bellissima ed idolatrata dai suoi allievi. Una banda di parabolani, talebani ante litteram al servizio del vescovo Cirillo, si scagliò sul corpo di Ipazia e lo fece letteralmente a pezzi.


venerdì 29 aprile 2016

"IRPINIA MON AMOUR" Recensione di Lucio Garofalo





"IRPINIA MON AMOUR"
Recensione di Lucio Garofalo



Ieri sera, presso la multisala di Mirabella Eclano ho seguito con curiosità la proiezione del film "Irpinia, mon amour", per la regia di Federico Di Cicilia, alla sua terza opera filmica, credo. Al termine del film si è svolto un dibattito con il regista: erano anni che non intervenivo in un cineforum e questo rappresenta già un elemento positivo. 
L'autore, originario di Villamaina, ha girato una sorta di focus sull'Irpinia. La pellicola ha l'indubbio merito di indurre gli spettatori a riflettere, a prendere consapevolezza della realtà che li circonda. Di questi tempi non è affatto poco. 

Senza esagerare, il film riesce a scuotere le menti intorpidite, le coscienze assopite, lasciando perplessi, generando un miscuglio di sensazioni, stati d'animo e pensieri controversi. L'effetto emotivo è intenso. 
È un film di denuncia politico-esistenziale? Non solo. È una sorta di docufilm, di dossier o inchiesta cinematografica su un territorio devastato, ma che si può estendere anche ad altre periferie o altri Sud del mondo. 
La rappresentazione è a tratti ironica, grottesca e surreale, a tratti cruda e persino "paranoica", ma in ogni caso è efficace. La colonna sonora dei Jambassa ed altri musicisti irpini si impone ad infondere un'atmosfera paranoica e delirante. Come, d'altronde, è l'Irpinia post-sismica. 

Puntuale è l'accostamento tra il sisma del 1980 e la guerra in Afghanistan, con scenari spettrali e desolanti, le violenze provocate su entrambi i fronti. Le vicende dei vari protagonisti, narrate secondo una struttura ad episodi, si intrecciano in una trama il cui denominatore comune è la noia o paranoia esistenziale. Per vincere la quale si inventano qualsiasi espediente: dalla militanza politica al rapimento di X, al suicidio in diretta streaming e via discorrendo. Con un sottofondo amaro di riferimenti espliciti (non casuali, bensì intenzionali) alla realtà, al macabro primato dei suicidi detenuto dall'Irpinia sul versante nazionale. 
I personaggi che si muovono in un contesto sociale desertificato, circondato da paesaggi naturalistici spettacolari (da apprezzare le immagini fotografiche di alcuni luoghi irpini), sono interpretati da attori non professionisti, provenienti dalla strada e dalla vita reale, recitando sé stessi, secondo la tradizione del cinema neorealista italiano. Ma non è un film neorealista in senso classico. È un coacervo di contaminazioni, di influenze varie e molteplici, di citazioni e richiami cinematografici. 
Ed ai cinefili provvisti di una minima cultura storico-cinematografica non sfuggono tali riferimenti. È facile coglierli sin dall'inizio, già nel titolo, ispirato ad Hiroshima mon amour. Citando poi l'Armata Brancaleone nella scena esilarante (parodiata e paranoica) di Don Chisciotte e Sancho Panza contro le pale eoliche. Ed I Soliti Ignoti di Mario Monicelli. Fino ad Ovosodo di Paolo Virzì, con immagini di repertorio delle mobilitazioni del 2003 contro la guerra in Iraq. Forse sono ravvisabili pure richiami stilistici ad Ecce Bombo di Nanni Moretti. E via discorrendo. 

Un prodotto indipendente come questo film, senza fini commerciali, non può avere la pretesa di racchiudere troppi contenuti estetici o sociali, ed ancor meno di suggerire ipotesi di soluzione dei problemi sollevati. Proposte che spetterebbero alle autorità competenti, ovvero alla sfera politico-amministrativa, ma non vengono elaborate, né applicate da chi dovrebbe. A riprova della grave latitanza degli enti pubblici locali, dell'indifferenza e dell'apatia, dell'impotenza delle istituzioni e delle amministrazioni di fronte ai drammi della precarietà e della disoccupazione giovanile, della nuova emigrazione, del triste record dei suicidi detenuto dalla nostra provincia, del crescente spopolamento e dell'invecchiamento delle popolazioni locali, dello spaesamento, ossia dello svuotamento di senso e di valore esistenziale che si avverte in comunità che un tempo potevano vantare un tessuto di reciproca solidarietà interpersonale ed una società a misura d'uomo. 

Ma il dramma più profondo, allarmante, è precisamente la perdita di peso incisivo della politica, l'assenza delle istituzioni pubbliche, rinchiuse in un teatrino sempre più autoreferenziale, la loro distanza siderale dai bisogni concreti del territorio e delle popolazioni che lo abitano. Probabilmente, corro un po' troppo e rischio di valicare le intenzioni del regista stesso.



23 Aprile 2016


 

venerdì 8 gennaio 2016

LA CAMPANA HA SUONATO di Stefano Santarelli




LA CAMPANA HA SUONATO
di Stefano Santarelli



Esistono film completamente dimenticati ma che meritano di essere ricordati non solo per l'opera cinematografica in sé, ma anche per il messaggio politico e sociale che trasmettono.
In questa categoria rientra sicuramente un western girato nel 1954 “La campana ha suonato” (Silver Lode) girato in piena epoca maccartista e che solo ad un osservatore distratto può apparire come un classico B Movie. Al contrario grazie alla perfetta sceneggiatura di Karen Dewolf che si caratterizza per lo stile asciutto e sintetico è invece una lucida denuncia del clima di caccia alle streghe che venne lanciato dal senatore Joseph McCarthy.

In una piccola cittadina del West, Silver Lode, quattro uomini guidati dallo sceriffo federale McCarthy (un cognome evidentemente non scelto a caso) giungono proprio nel giorno in cui deve essere celebrato il matrimonio di un tranquillo e rispettato cittadino, Dan Ballard, con l'accusa di avere due anni prima assassinato proprio il fratello di questo sceriffo.
Dan Ballard cercherà con l'aiuto iniziale del fratello e del padre della sposa di scagionarsi da questa accusa, ma in brevissimo tempo lo sceriffo federale McCarthy riuscirà a convincere tutta la popolazione ad eccezione della promessa sposa e di una signora di “facili costumi” della colpevolezza di questo onesto cittadino. La popolazione di Silver Lode ne è così convinta che in neanche un'ora passerà dall'apparente sostegno al tentativo di linciarlo.
Dan Ballard riuscirà solo alla fine grazie all'aiuto della fidanzata e di questa altra signora a mandare un telegramma ricevendone una immediata risposta: non solo lui non è ricercato per omicidio, ma McCarthy non è uno sceriffo federale ma solo un volgare bandito e ladro di bestiame.
Il film termina con Ballard ferito, non solo fisicamente, che abbandona amareggiato la città insieme alla sua fidanzata.

sabato 10 agosto 2013

IL TESORO DELLA SIERRA MADRE di Stefano Santarelli



IL TESORO DELLA SIERRA MADRE
di Stefano Santarelli

Nella sterminata produzione cinematografica hollywoodiana vi è un film che può vantare uno strano e fino ad oggi impareggiabile record: è l’unica opera in cui un padre ed un figlio hanno vinto entrambi un Oscar per lo stesso film. Ci stiamo riferendo, ed il lettore più informato se n’è già accorto, al “Tesoro della Sierra Madre” che nel 1948 permise al giovane John Huston di vincere il Premio Oscar per la Regia e la migliore sceneggiatura e al padre, Walter,  quello come migliore attore non protagonista.
Tratto da un romanzo di un misterioso ed enigmatico autore, B. Traven la cui identità non era nota neanche al suo editore, pubblicato in tedesco negli anni ’20, costituisce una spietata denuncia al materialismo e al capitalismo. Questo sconosciuto autore riteneva che se la gente non avesse avuto proprietà e non avesse avuto illusorie ambizioni non vi sarebbero state guerre ed il capitalismo sarebbe stato sconfitto. Inoltre in questo romanzo viene duramente contestata l’oppressione degli indiani da parte degli spagnoli ed è duramente critico sul ruolo della Chiesa cattolica in questa ingiustizia. Esso narra la storia di due avventurieri che nel Messico rivoluzionario coinvolgono un anziano cercatore d’oro in una caccia a questo metallo prezioso, ma quando verrà trovata una ricca vena d’oro nonostante il duro lavoro per estrarlo alla fine prevarranno l’avidità, il tradimento ed il furto e di questo tesoro non rimarrà più nulla.
Ma chiunque sia stato l’autore, questo romanzo venne pubblicato negli Stati Uniti nel 1935 e richiamò l’attenzione di un giovane sceneggiatore e regista della “Warner Brothers”: John Huston,  il quale nel 1941 aveva diretto e scritto la sceneggiatura di un capolavoro del cinema noir  “Il mistero del falco”  tratto dal celebre romanzo di Dashiell Hammett il quale già era stato portato sullo schermo nel 1931 e 1936 , peraltro senza successo.
In questo film il giovanissimo Huston con un budget molto limitato che lo obbliga a girare questa pellicola tutta in interni, realizza questo leggendario film grazie anche all’eccezionale interpretazione di Humphrey Bogart, il quale diventerà il suo attore preferito.
Huston fece di tutto per assicurarsi i diritti del romanzo di Traven volendo fare del “Tesoro della Sierra Madre” una continuazione ideale del celebre film tratto dal romanzo di Hammett.
Il  romanzo di Traven era già stato scartato dai dirigenti della Warner Brothers in quanto era troppo triste. Non vi sono intrecci amorosi, non vi sono ruoli femminili e non vi è neppure un lieto fine. Oltretutto sia nel romanzo come nel film vi è un’atmosfera impregnata da una profonda malinconia. Insomma tutte caratteristiche negative per un film degli anni ’40/50.

sabato 23 marzo 2013

1943: LO SCENOGRAFO E IL GARGANO di Stefano Macera




di Stefano Macera




Mario Chiari (1909-1989), in qualità di scenografo attivo con De Sica, Visconti, Pietrangeli ed altri, è stato un protagonista del nostro cinema. Pochi conoscono la sua attività di regista, che lo ha portato, negli anni ’70, a firmare un lungometraggio di finzione (Prete fai un miracolo) in genere maltrattato dalla critica, ma che rinvia anche ad una serie di documentari realizzati nei primi anni ’40. Tra questi vi è il sorprendente Lo sperone d’Italia (1943), che dura solo 10 minuti ed è stato prodotto dall’Istituto Luce. Nel 2007 la Provincia di Foggia ne ha curato l’edizione in dvd. Dunque, un’opera risalente al periodo bellico, però avulsa da quel contesto tragico, quasi si fosse alla ricerca di un’oasi di pace coincidente con la natura ed i paesaggi di quello che allora era tra i luoghi più incontaminati d’Italia: il Gargano. Questo distacco dalla cronaca dolorosa del proprio tempo, non toglie a Lo sperone d’Italia il suo carattere di documento storico di assoluto rilievo. Guardando le immagini delle carbonaie fumanti nelle radure dei boschi o quelle dei giovani contadini sugli asinelli, ci si sente trascinati in un’altra dimensione. Che, in larga misura, svanirà non molto tempo dopo, con quei processi di modernizzazione e meccanizzazione della produzione agricola che interverranno, negli anni ’50, in tutto il mezzogiorno.

martedì 12 marzo 2013

DALTON TRUMBO: UN COMUNISTA AD HOLLYWOOD di Stefano Santarelli





DALTON TRUMBO: UN COMUNISTA AD HOLLYWOOD
di Stefano Santarelli

La prima guerra mondiale cominciò come una festa d’estate, tutte gonne al vento e spalline dorate.
Milioni e milioni di persone sventolavano i fazzoletti dal marciapiede mentre le piumate altezze imperiali, le serenità, i feldmarescialli e altri idioti del genere sfilavano per le strade delle principali città d’Europa alla testa dei loro scintillanti battaglioni.
Era un momento generoso, il momento delle vanterie, delle bande, delle poesie, delle canzoni, delle innocenti preghiere. L’agosto palpitava e ansimava per le notti prenunziali dei giovani nobili ufficiali e delle ragazze che avrebbero lasciato per sempre dietro di sé. Un reggimento delle Highlands alla sua prima battaglia marciò fin sulla cima della collina al seguito di quaranta suonatori di piva in gonnella che trombettavano a più non posso … contro le mitragliatrici.
Nove milioni di cadaveri si contarono alla fine quando le bande si zittirono e le serenità cominciarono a scappare, mentre il lamento delle cornamuse non sarebbe stato più lo stesso. Fu una guerra romantica, l’ultima del suo genere; e probabilmente l’ultimo romanzo americano sull’argomento fu proprio questo, E Johnny prese il fucile, prima che avesse inizio quella storia totalmente diversa che si chiama seconda guerra mondiale.”

martedì 21 agosto 2012

UN UOMO TRANQUILLO di Stefano Santarelli



UN UOMO TRANQUILLO
Le radici irlandesi del cinema di John Ford

di Stefano Santarelli

Siamo nel 1950, in piena era McCarthy, e ci troviamo in una riunione della Associazione dei registi convocata da Cecil B. De Mille con lo scopo di pretendere dai suoi iscritti un giuramento di fedeltà in funzione anticomunista, oltre che per destituire Joseph L. Mankiewicz dalla carica di Presidente di questa Associazione colpevole per le sue comprovate tendenze politiche di sinistra. Non contento di questo De Mille attacca inoltre anche altri registi sospettati di simpatie comuniste come William Wyler e Fred Zinneman.
Ebbene in questo clima teso da caccia alle streghe, avvolto in un gelido silenzio, prende la parola un uomo che con una benda sull'occhio, un berretto da baseball e scarpe da tennis non poteva certamente passare inosservato:
Mi chiamo John Ford. Faccio western. Penso che non ci sia nessuno in questa stanza che sappia meglio di Cecil B. De Mille quello che il pubblico americano vuole. E certamente lui sa come darglielo.
Ma tu non mi piaci, C.B., e non mi piace quello che hai detto qui questa sera!”.
Come si può intuire da questa dichiarazione ci troviamo di fronte ad un uomo che non aveva paura di andare controcorrente, ma al di là della sua presentazione John Ford non è solo il regista di celebri film western (Ombre rosse, Sfida infernale, Sentieri selvaggi, ecc.). Ma nella sua sterminata produzione cinematografica composta da quasi 100 film nell’arco di ben 52 anni, Ford si rivela indiscutibilmente non solo come uno dei più grandi registi della storia del cinema, ma anche come uno dei più eclettici.
Gira infatti film di profonda denuncia sociale (La via del tabacco, Come era verde la mia valle, Furore), ma anche deliziose commedie (Un uomo tranquillo, Mister Roberts, I tre della Croce del Sud).
Di origine irlandese, John Ford nacque a Cape Elizabeth, presso Portland, nello stato americano del Maine, il 1 febbraio 1895. Il suo vero nome è Sean Aloysius O’Fearna (O’Fienne o O’Feeney nella ortografia anglicizzata con cui la pronuncia americana cerca un equivalente fonetico dell’irlandese).
Quando raggiunse nel 1920 ad Hollywood il fratello maggiore, allora celebre attore teatrale e cinematografico, il quale aveva adottato come nome d’arte Francis Ford e che lo aiutò ad inserirsi nel mondo cinematografico adottò anche lui questo cognome. E’ da notare che Francis apparirà come caratterista in alcuni celebri film del fratello minore tra cui Sfida Infernale e l’Uomo tranquillo.
E’ difficile riassumere tutte le tematiche del cinema fordiano, in questo breve articolo ci vogliamo soltanto soffermare sul profondo amore che lega John Ford alle sue radici irlandesi, un amore che si intravede in quasi tutti i suoi film. 
Come non ricordare infatti il simpatico e burbero sergente irlandese Quincannon  interpretato da Victor McLaglen nei “Cavalieri del Nord Ovest” ed in “Rio Bravo”. Lo stesso attore che nel 1935  aveva diretto nel “Il traditore” e che gli aveva permesso di ottenere il suo primo premio Oscar alla regia oltre che di offrire al bravo McLaglen la possibilità di dare una grande interpretazione che gli valse il premio Oscar quale migliore attore protagonista.
Ed “Il traditore” non è solo una parabola moderna sulla figura di Giuda, ma è anche un omaggio alla lotta per l’indipendenza dell’Irlanda.
Si deve ricordare che l’immigrazione irlandese in America (avvenuta soprattutto dopo l’epidemia di carbonchio del 1845 e le successive carestie dovute alla dominazione inglese che avevano provocato più di un milione di morti) fu insieme a quella italiana ed ebraica quella che  provocò la rottura del dominio dei W.A.S.P. (White Anglo-Saxon Protestant) trasformando così gli Stati Uniti.

In questo articolo però vogliamo soltanto soffermarci forse sul film più intimo e sentito che John Ford abbia mai girato. Un film che ha avuto una genesi molto travagliata, vale a dire “Un uomo tranquillo”che tra l’altro gli fruttò anche il suo quarto Oscar.
Questo film è tratto da un breve racconto del 1933 di Maurice Walsh pubblicato nelle pagine del Saturday Evening Post. Tre anni dopo Ford ne acquista i diritti per la sceneggiatura dall’autore per soli dieci dollari con la promessa di pagare di più se fosse riuscito a realizzare il film.
Ma questo progetto non rientrava nei programmi delle più celebri maior hollywoodiane e questo nonostante i successi e la grande fama che circondava Ford.
Semplicemente non si riteneva che una leggera storiella irlandese potesse trascinare il pubblico nelle grandi sala cinematografiche. Non aveva quel pathos di “Come era verde la mia valle” ambientato in un villaggio gallese. Un film che aveva permesso a Ford di conoscere ed apprezzare quella grande attrice che è Maureen O’Hara la quale oltretutto è una irlandese purosangue e le offrì subito il ruolo della protagonista femminile nel caso fosse riuscito a girarlo. La O’Hara accettò immediatamente con una semplice stretta di mano e anzi aiutò in seguito lo stesso Ford a stenografare la sceneggiatura.
Ma come si è detto nessuna delle grandi maior era disposta a finanziare questo film. Fu quindi John Wayne a suggerire a Ford di rivolgersi ad una piccola casa cinematografica specializzata in modesti film western  con cui era sotto contratto: la “Republic Pictures”. 
Ma anche questi produttori erano estremamente scettici su questo progetto e chiesero ed ottennero da John Ford che girasse prima un film western con John Wayne e Maureen O’Hara come protagonisti.
Questo film, che ottenne un grosso successo ai botteghini, è “Rio Bravo(1) con il quale idealmente il grande regista termina una trilogia sulla cavalleria americana in lotta contro gli Apache iniziata con “Il massacro di Fort Apache” ed “I cavalieri del Nord Ovest”. Rispetto ai due film precedenti è girato con più povertà di mezzi, ma francamente lo spettatore non se ne accorge, questo grazie alle magnifiche interpretazioni di John Wayne e Maureen O’Hara i quali per la prima volta recitano insieme costituendo una delle più celebri coppie del cinema americano e non va dimenticata l’eccezionale interpretazione di Victor McLaglen. Questi tre attori saranno l’anno successivo, insieme a Barry Fitzgerald, tra i protagonisti di “Un uomo tranquillo”.
Il successo di “Rio Bravo” permette quindi a Ford di girare il suo agognato film.
Effettivamente lo scetticismo dei produttori era più che giustificato.

La storia è francamente esile:
un ex campione statunitense dei pesi massimi, Sean Thorton, che dopo aver ucciso sul ring un suo avversario decide di ritornare in Irlanda, nel paese natio dei suoi genitori per vivere finalmente in pace. Qui si innamora di una bellissima contadina Mary Kate Danaher. Si sposano, ma il fratello di lei si rifiuta di pagare la dote promessa che verrà data soltanto dopo un epica scazzottata con Thorton. Soldi che verranno bruciati immediatamente da Mary Kate e da suo marito.

Come si può vedere è una trama non certamente paragonabile a “Via col vento” o ad “Uccelli di rovo” eppure questo permette a Ford di sviluppare il suo film certamente più personale ed ispirato. 
Richard Llewllyn, l’autore di “Come era verde la mia valle” ne sviluppa il breve racconto di Walsh permettendo a Franck S. Nugent di firmare la sceneggiatura finale che non vedrà volutamente nessun riferimento alla lotta per l’indipendenza irlandese.
E’ una Irlanda quella disegnata da Ford bucolica ed immaginaria, ma nonostante ciò si inizia a sentire l’influenza del neorealismo.
Dobbiamo ricordare che in quel tempo il cinema statunitense  era abituato a girare tutto in interni e per quanto riguardava gli esterni non ci si muoveva dagli Stati Uniti. Per esempio “Come era verde la mia valle” che è ambientato in un villaggio del Galles venne girato da Ford a Malibù in California. Ma già nel 1948 con “La città nuda”, un solido e realistico poliziesco interpretato proprio da Barry Fitzgerald, fece allora scalpore perché per la prima volta un film venne girato interamente nelle strade di New York.



Ford si batte con la produzione affinché il suo film venisse girato negli esterni proprio in Irlanda ed in Technicolor e senza avere nessun taglio (il film infatti dura più di due ore, cosa anomala in quei anni). 
Si porta tutta la sua famiglia e facendo in modo che anche tutto il suo cast portasse a Cong (il paesino irlandese dove venne girato il film) le loro rispettive famiglie.
Infatti il figlio di Ford, Patrick fece da assistente alla regia, l’altra figlia Barbara fece da assistente di montaggio e il già citato fratello Francis recitò nella parte del vecchio Dan Tobin.
Il figlio di Victor McLaglen e futuro regista, Andrew, sarà il secondo assistente alla regia.
Barry Fitzgerald porterà il fratello minore, Arthur Shields che interpreterà la parte di un pastore protestante senza fedeli visto che quella cittadina irlandese è composta unicamente da cattolici.
Anche due fratelli di Maureen O’Hara apparvero nel film: James Lilburn nella parte di Padre Paul, il giovane vice parroco e Charles Fitzsimons nella parte dell’ufficiale Forbes.
John Wayne porta invece i sui giovanissimi figli che recitano brevemente con Maureen O’Hara nella scena della gara equestre.
Tutto questo a dimostrazione che Ford amava circondarsi di persone con cui aveva un rapporto di stima e amicizia, dagli attori a tutta la troupe.  Infatti egli era solito girare i sui film con gente con cui era abituato a lavorare, ma che soprattutto era abituata a lui.
D’altronde una delle caratteristiche del cinema di Ford era quella che non vedeva tanto protagonisti degli individui singoli, ma delle comunità e queste potevano essere sia la Cavalleria degli Stati Uniti come i Cheyenne del “Il grande sentiero
A Cong, Ford riesce a costruire una specie di famiglia allargata: tanto per fare un esempio John Wayne era effettivamente un amico intimo di Ward Bond (che interpreta in questo film la parte del parroco) un amicizia di lunga data, da quando entrambi erano giocatori di football, un rapporto così stretto che li ha portati a fare da testimoni nei loro rispettivi matrimoni e sarà proprio Wayne che farà l’orazione funebre al funerale di Bond.
Questo clima di vera amicizia si sente in tutto il film ed è questa forse la vera chiave per potere comprendere il suo successo.
Questa amicizia permette anche agli attori di girare, tranne che in pochissime scene, senza l’uso di controfigure.  Così la O’Hara per molti metri viene trascinata violentemente per terra da Wayne in un campo pieno di sterco di pecora e McLaglen, allora sessantunenne, non esita a lottare con Wayne di ben 21 anni più giovane (a parte la scena della caduta nel fiume).

Il film quando usci nel 1952 ebbe un grandissimo successo nelle sale cinematografiche ottenendo due Premi Oscar oltre a 5 Nomination vincendo tra l’altro anche il Festival di Venezia.
“Un uomo tranquillo” non è in tutta onestà il miglior film di Ford, non è all’altezza di “Ombre rosse” o “Sentieri selvaggi” tanto per fare dei nomi, ma è sicuramente il film che mostra più di tutti l’anima e il vero volto di questo grande regista.



Note

(1) Come in molti paesi europei, Italia in testa, vi è il pessimo costume di modificare i titoli dei film girati all’estero. Emblematico il caso di questo film di John Ford del 1948 il cui titolo originario era Rio Grande e che per qualche strano mistero in Italia uscì con il titolo di Rio Bravo. 
Così quando  nel 1959 uscì il film di Howard Hawks intitolato per l’appunto Rio Bravo e con lo stesso John Wayne come protagonista ci si trovò costretti nel circuito italiano a modificarne il titolo in Un dollaro d’onore.





mercoledì 16 maggio 2012

O.K. CORRAL: QUANDO LA LEGGENDA DIVENTA STORIA di Stefano Santarelli



              O.K. CORRAL: QUANDO LA LEGGENDA DIVENTA STORIA
                                                   di Stefano Santarelli



I trenta secondi più famosi nella storia del West si verificarono il 26 ottobre del 1881 a Tombstone, una città allora importante dell’Arizona, e sono stati ricordati come la celebre sfida dell'O.K. Corral.
Questo duello è stato celebrato in moltissimi film western alcuni dei quali sono dei veri e propri capolavori dell’arte cinematografica. Ricordiamo solo alcuni dei più famosi: Sfida Infernale di John Ford (1946), Sfida all’O.K. Corral di John Sturges  (1957), L’ora delle pistole –Vendetta all’O.K. Corral sempre di John Sturges (1967), Tombstone di George Pan Cosmatos (1993), Wyatt Earp (1994) di Lawrence Kasdan, ma questo elenco ovviamente potrebbe continuare  con altri film di buona qualità.
Sono film che però non rispettano la verità storica.
Il Wyatt Earp interpretato da Burt Lancaster nella Sfida all’O.K. Corral è un vero e proprio boy scout che non gioca nemmeno a poker mentre nella realtà storica era un giocatore d’azzardo le cui ricchezze economiche erano dovute anche al giro della prostituzione.
Ma ovviamente i film non devono essere per forza dei documentari storici.
Bisogna però sottolineare che nel celebre e bellissimo  Sfida Infernale di John Ford vi sono grosse inesattezze come quella che fa morire in questa sfida il pistolero “Doc” Holliday che in realtà sopravisse a questa sparatoria, oppure la morte all’O.K. Corral del patriarca del Clan Clanton (interpretato dal bravissimo Walter Brennan)  che in realtà era già deceduto di morte naturale prima di questo duello.
Oltre alla data sbagliata che si può trovare nella tomba di James Earp, morto secondo il film nel 1882 esattamente un anno dopo la mitica sfida dell’O.K. Corral.



                                                
Questi film hanno quindi completamente deformato i veri avvenimenti avvenuti a Tombstone e quasi tutte le versioni cinematografiche hanno capovolto l’ordine cronologico dei fatti. Infatti la sfida all’O.K. Corral  non è avvenuta a causa dell’assassinio di uno dei fratelli Earp, ed è solo l’inizio, e non quindi la fine, di un micidiale conflitto dovuto a motivi politici che vedono contrapporre il locale Partito democratico a quello repubblicano.

Quindi cerchiamo di ricostruire la verità dei fatti.

Tombstone nacque grazie alla cocciutaggine di Ed Schieffelin, un giovane minatore di 32 anni. che  riuscì  nel giugno del 1879  a scoprire una miniera di argento nonostante gli sberleffi dei soldati di Fort Huachuca, l’unica guarnigione presente nel Sud-Est dell’Arizona, i quali sostenevano che “là fuori avrebbe potuto trovare solo una pietra tombale” e quando la registrò al distretto minerario gli diede proprio il nome di “Pietra tombale”.
Come era avvenuto precedentemente in altri luoghi del West la notizia della scoperta del metallo prezioso trasformò questo distretto minerario in una vera e propria città e dal centinaio scarso di abitanti arrivò nel 1881 ad ospitarne  più di 7.000 divenendo così meta di migliaia di avventurieri provenienti da ogni parte degli Stati Uniti.
Ora contrariamente alla versione del celebre Sfida infernale di Ford i fratelli Earp non avevano bestiame a Tombstone e si trovavano in questa città già due anni prima della sparatoria essendo arrivati il primo dicembre del 1879.
I fratelli Earp erano guidati da Virgil, 36 anni, un veterano della guerra civile e sceriffo federale in carica, poi vi era Wyatt, 31 anni, che era indiscutibilmente il leader del gruppo e che era stato sceriffo a Dodge City ed infine Morgan, 28 anni, ex agente della Wells Fargo e anche lui pistolero e giocatore d’azzardo. Un altro fratello, James, il maggiore (38 anni) anche lui veterano della guerra civile non sarà protagonista di questa faida limitandosi a svolgere a Tombsone il suo lavoro di padrone di un saloon.
Bisogna citare per la cronaca altri due fratelli : Warren, il minore (26 anni) che verrà ucciso in un saloon nel 1900 e che non era invece presente a Tombstone, ma stava in California con il vecchio padre. E Newton, nato dal primo matrimonio del padre che però non svolge nessun ruolo in questa storia.
I fratelli Earp non erano giunti a Tombstone per caso, ma erano stati chiamati dal locale Partito repubblicano per riportare l’ordine nella città dove i mandriani, che si riconoscevano nel Partito democratico, erano protagonisti di innumerevoli risse e sparatorie. Questi mandriani non erano certamente favorevoli al rispetto della legge anche perché temevano che avrebbero finito per privilegiare la borghesia locale.
Queste due fazioni politiche si rispecchiavano anche nei rispettivi quotidiani, i Repubblicani stampavano il “The Tombstone  Epitaph” mentre i Democratici avevano il “The Daily Nugget”.
Dal punto di vista puramente elettorale i Democratici erano più numerosi e riuscirono a fare eleggere un loro rappresentante, Johnny Behan come sceriffo della Cochise County il distretto a cui apparteneva Tombstone. Mentre i repubblicani ottenero per Virgil Earp la stella di sceriffo di Tombstone.
Ma questa situazione politica era veramente esplosiva ed è proprio questa la vera causa della sparatoria dell’O.K. Corral. Tra l’altro O.K. sta per Old Kinderhook un nomignolo dato all'ex  presidente democratico Martin Van Buren. Il Democratic O.K. Club era infatti la sezione del partito democratico di Tombstone.

Dobbiamo adesso fare entrare in scena il personaggio forse più emblematico di tutta questa vicenda: “Doc Holliday”.
Questo personaggio ha permesso a molti attori di ottenere nei film dedicati a questo episodio della storia americana performance superiori alla loro media proprio per la figura complessa e tragica di questo pistolero.
Victor Mature, in fondo un mediocre attore, offre nel film di John Ford una interpretazione eccelsa da lui mai più eguagliata. Kirk Douglas nella Sfida all’O.K. Corral da anche lui una delle sue migliori recitazioni meritevole di un Premio Oscar che questo straordinario attore non vinse mai dovendosi solo accontentare di quello alla carriera. E Dennis Quaid nel film diretto da Lawrence Kasdan ci offre forse il miglior “Doc” Holliday di tutti i tempi.
Infatti  John Henry Holliday (28 anni) è un personaggio molto complesso rispetto ai fratelli Earp. Proviente da una famiglia della ricca borghesia della Georgia si laurea dentista nel 1872 presso il Pennsylvania College of Dental Surgery di Filadelfia. Quando si ammala di tubercolosi  si rifugia nel Kansas dove vi era un clima più secco. Ed è proprio a Dodge City che conosce lo sceriffo Wyatt Earp. Effettivamente tra i due si stabilisce una profonda amicizia causa questa della sua decisione di stabilirsi anche lui a Tombstone. Gode di una fama di pistolero velocissimo che gli riconosce lo stesso Wyatt, ma storicamente prima della sfida dell’O.K. Corral sembra che non avesse mai ucciso nessuno.

Virgil Earp, coadiuvato dai fratelli Wyatt e Morgan suoi vicesceriffi, punta a ristabilire l’ordine a Tombstone e per questo emana un provvedimento che vieta l’uso delle armi nella città. E’ un provvedimento questo che crea un profondo malumore tra i mandriani peggiorato anche dal fatto che il Clan Earp ha preso nel frattempo un enorme potere all’interno di Tombstone. Infatti sono comproprietari di alcune miniere d’argento e lo stesso Wyatt diventa il proprietario del più importante saloon della città: l’Oriental Saloon.
E come tutte le storie degne di questo nome non possono mancare anche gli intrecci amorosi.
Infatti Wyatt Earp si fidanza con Josephine Sara Marcus che sposerà in seguito. La Marcus lascia quindi il suo precedente fidanzato che era proprio lo sceriffo distrettuale Johnny Behan.
Per questo motivo, per il peso crescente che gli Earp avevano preso in questa città, i malumori contro questo Clan aumentano e nel vecchio West questo era già motivo sufficiente per risolvere tali problemi con le pistole.
Il 26 ottobre 1861 nel recinto dell’O.K. Corral si radunano cinque mandriani armati spargendo la voce che avrebbero ucciso gli Earp i quali colgono immediatamente questa occasione per eliminare i propri nemici.
Alle 14.30 in un gelido pomeriggio autunnale quattro uomini, tutti quanti di altezza intorno al metro e 85, si dirigono silenziosamente attraversando Freemont Street verso questo recinto di cavalli.
Sono i tre fratelli Earp accompagnati da “Doc” Holliday, anche lui con il grado di vicesceriffo.
Sono tutti armati di Colt 45  “Peacemaker” ad azione singola, il cui percussore deve essere sollevato manualmente per potere sparare. Holliday dispone anche di una doppietta che gli aveva prestato Virgil Earp che nasconde sotto il suo pastrano grigio.
Lo sceriffo Behan tenta inutilmente di dissuadere i mandriani da questo scontro. Questo gruppo è formato dai fratelli Robert e Thomas Mc Laury (33 e 28 anni), William Claibourne (21 anni) e dai fratelli William Harrison Clanton (19 anni)  e Joseph Isaac “Ike” Clanton (34 anni).
Lo sceriffo Behan vedendo Wyatt e Morgan Earp con già le pistole in mano, soltanto Virgil l’aveva nella fondina,  tenta di dissuaderli dall’avviare questo scontro armato. Ma Virgil basandosi sul divieto di portare armi in città sostiene che è suo dovere disarmarli.
Behan comprendendo che non vi è nessun margine per una trattativa cerca subito un rifugio.
A  neanche un metro di distanza Holliday spara con la sua doppietta a Frank McLaury iniziando così questa leggendaria sfida.
Dopo trenta secondi di una infernale sparatoria tre uomini giacciono a terra: sono i due fratelli Mc Laury ed il diciannovenne William Clanton.
Virgil e Morgan Earp sono feriti mentre Wyatt e “Doc” Holliday sono incolumi come “Ike” Clanton e Claiburne che si danno immediatamente alla fuga.
Per la cronaca anche due cavalli muoiono in questa sparatoria.
Josephine Marcus corre subito ad abbracciare il suo Wyatt mentre lo sceriffo Behan, uscendo dal suo rifugio, prova ad arrestare gli Earp e Holliday, ma in quella giornata era una impresa impossibile per un uomo solo.
Contrariamente a tutte le trasposizioni cinematografiche la città non offre nessuna solidarietà al Clan degli Earp e al funerale dei tre caduti un corteo di ben quattrocento persone con la banda in testa accompagna i feretri al cimitero di Boot Hill, la celebre collina degli stivali.
Wyatt Earp e “Doc” Holliday trascorrono in carcere l’attesa del processo che li vede comunque assolti con la motivazione che hanno compiuto una legittima azione di polizia.
La sera del 28 dicembre 1881 due colpi di fucile vengono sparati contro Virgil Earp il quale rimane gravemente ferito e dopo questo attentato perderà l’uso del braccio sinistro.
Tre mesi dopo, il 18 marzo del 1882,  Morgan Earp viene colpito a morte da un colpo di pistola che gli spezza la colonna vertebrale mentre giocava a biliardo.
Oramai il clima a Tombstone rende impossibile la vita agli Earp che lasciano definitivamente la città con le loro famiglie.
Ed inizia a questo punto la vendetta di Wyatt Earp e “Doc” Holliday, una vendetta che solo poche versioni cinematografiche hanno raccontato.
Earp e Holliday insieme ad altri tre pistoleri si mettono sulle tracce di coloro che avevano ferito Virgil ed ucciso Morgan.
Frank Stilwell, l’assassino di Morgan viene raggiunto ed ucciso a Tucson.
Johnny Ringo, il pistolero più micidiale dei mandriani di Tombstone viene ucciso da “Doc” Holliday con un colpo di fucile.
William Claiborne e “Ike” Clanton trovano la morte poco dopo senza probabilmente la responsabilità di Wyatt Earp e “Doc” Holliday.
Lo sceriffo Behan lancia un caccia all’uomo contro Earp e Holliday, ma senza nessun esito poiché sono riusciti a rifugiarsi nel Colorado.
L’8 novembre del 1887 muore a soli 36 anni “Doc” Holliday in una misera locanda di Grenwood Spring . Era riuscito a sfuggire ai suoi nemici, ma non alla tubercolosi.
Wyatt Earp morirà invece il 13 gennaio del 1929 a novant’anni dopo essere stato una vera icona vivente. Al suo funerale parteciperanno migliaia di persone tra cui il celebre attore western Tom Mix.
Virgil Earp, nonostante la perdita del braccio sinistro, continuerà invece la sua carriera di sceriffo morendo il 20 ottobre del 1905 per una polmonite.

In modo molto sintetico è questa la vera storia della Sfida dell’O.K. Corral.
Ma come sostiene, in un altro celebre film di John Ford L'uomo che uccise Liberty Valance (1962), il giornalista che intervista il senatore Stoddard (interpretato da James Stewart) che gli aveva appena confessato che non era stato lui ad uccidere il bandito Liberty Valance, impresa con la quale aveva costruito tutta la sua carriera politica, ma invece uno sconosciuto pistolero di nome Tom Doniphon (John Wayne), questo giornalista ammetterà che non potrà pubblicare questa confessione perchè:

"Qui siamo nel West, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda".





                                                                                       I fratelli Earp

Bibliografia:

-           R. Di Stefano- Resa dei conti all’O.K. Corral – STORIA e DOSSIER- Giunti Editore- settembre 2000
-          P. Mitchell Marks – And Die in the West: The Story of the O.K. Corral Gunfight –University of Oklahoma, Press, Norma 1996


Si consiglia anche di visitare il bel sito http://www.farwest.it/  che è storicamente molto preciso 


Stampa e pdf

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...