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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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venerdì 7 luglio 2017

MIGRANTI, CITTADINI DEL MONDO di Fausto Rinaldi




MIGRANTI, CITTADINI DEL MONDO
di Fausto Rinaldi




Dopo 500 anni di predazioni coloniali e neocoloniali, il problema dell'immigrazione non si risolve con qualche misura poliziesca (o con una di quelle tante, immonde proposte che si possono sentire in questi giorni...).
Intanto, bisognerebbe cominciare a rinunciare ai sontuosi interessi che l'Occidente riceve dal debito dei Paesi africani (inutile dirlo, "odioso") maturato grazie ai buoni uffici del Gatto (il Fondo Monetario Internazionale) e la Volpe (la Banca Mondiale).
Poi, bisognerebbe rinunciare al furto di materie prime che società multinazionali e transnazionali continuano bellamente a perpetrare (petrolio in Nigeria, Ghana e Liberia; oro in Ghana, Tanzania, Mali, Guinea e Burkina Fasu, Sudafrica; gas in Tanzania e Mozambico; cobalto e diamanti nel Congo e in Botswana; uranio in Namibia e Niger; bauxite in Guinea; etc. ), per presentare relazioni di bilancio trimestrali capaci di far esultare i CdA e ricoprire di gloria e denaro qualche sprezzante CEO. Poi, bisognerebbe continuare, spazzando via tutte quelle corrotte classi dirigenti locali, cresciute a prebende, privilegi e bustarelle, messe a gestire la sottrazione di ricchezze al popolo per conto di società o fondi speculativi; requisendo i loro conti miliardari, nascosti in qualche paradiso fiscale, e distribuendoli ai legittimi proprietari: alle popolazioni. E ancora, sarebbe il caso di finire di provocare guerre, guerre civili, conflitti etnici (hutu e tutsi, dicono qualcosa?), dispute di confine, etc. per ingrassare l'industria e i mercanti di armi. Bisognerebbe non bombardare le loro città, non uccidere i loro "leader", non stuprare la loro terra, non rovesciare i loro governi per insediare quelli "amici". Tutto questo, e molto altro ancora, bisognerebbe fare...
Ecco, solo dopo aver fatto tutto questo, tra qualche generazione, statene certi, questa gente non attraverserà deserti con donne e bambini; non salirà su imbarcazioni pericolose e fatiscenti; non vedrà morire affogati migliaia dei propri fratelli; e tutto questo per venire a chiedere l'elemosina o a essere sfruttata nella civile, ricca e ordinata Europa: resterà nella propria terra, nella propria cultura, a contatto con le proprie radici, lasciandoci soli con i nostri razzisti, con gli ignoranti o i senza memoria, con i fascisti e i leghisti. Ecco, probabilmente, allora saremo tutti più contenti.


domenica 5 luglio 2015

PRODUCI, CONSUMA, CREPA di Fausto Rinaldi





PRODUCI, CONSUMA, CREPA
di Fausto Rinaldi




A seguito dell’ urbanizzazione di grandi masse di individui (inaugurata dalla legislazione inglese che, tra il 1700 e il 1810, emana gli “enclosure acts”), sorge la necessità di irreggimentare e controllare le moltitudini: a partire dalle “poor house”, passando per le “work house”(che prefigurano quella che sarà la struttura del penitenziario, inteso sia come centro di punizione che di recupero sociale), il carattere di istituzione disciplinare assunto dalle strutture statali collettive risulta evidente: sulla base di queste istituzioni, si organizza un sistema di controllo sociale destinato a diventare una colonna portante delle moderne società complesse, che si sono dotate, come centro unificante, dell’ ideologia del lavoro.


La cornice ideologica all’interno della quale è stato imprigionato l'immaginario collettivo ha dissodato il terreno nel quale coltivare i semi della cultura d’impresa, del liberismo dogmatico, della celebrazione del “self-made man”, del produttivismo compulsivo, di una esiziale reificazione della vita. A tal uopo, la “società disciplinare” foucaultiana si incarica di normare eticamente e concretamente i processi di sviluppo e di rafforzamento degli equilibri di potere interclassistici.
I meccanismi attraverso i quali l’individuo viene trasformato in “macchina desiderante” (Deleuze) sono del più classico patrimonio capitalistico: pletorico sistema pubblicitario ad inchiodare sul ruolo di consumatore le aspettative esistenziali del cittadino.
Sofisticati apparati di controllo sociale (primo fra tutti quello della “segregazione aziendale”) si incaricano di normalizzazione i comportamenti individuali, di favorire la coesione sociale e di contrastare disaffezione e dissenso.
Tutto questo, nelle moderne democrazie rappresentative occidentali, si prefigge sostanzialmente la funzione di garantire la sopravvivenza del capitalismo.


Compito dei dispositivi di controllo, messi in essere da un sistema di potere, è quello di creare soggettività in grado di conformarsi ai dettami propri dei meccanismi di riproduzione sociale; la soggettività è quell’ entità che muove alla formazione ed all’ interazione dell’ individuo con la propria realtà di prossimità, e la cui costituzione presiede alla formazione di desideri, necessità, relazioni sociali.

La materializzazione e la mercificazione delle vite diventano punti di propulsione sociale particolarmente forti, e vettori di connotazione dei rapporti che si sviluppano all’ interno dei gruppi sociali: gli equilibri di una società costruita su queste basi sono scanditi dalla capacità di spesa degli individui.
La “lex mercatoria” ammanta ogni anche più intimo recesso della convivenza collettiva, generando società di individui spinti a costruire e valutare i rapporti interpersonali sulla unica base dell’ interesse materiale.
Il principio di redditività muove le meccaniche di sviluppo delle società, orientando i percorsi lungo i quali gli equilibri sociali maturano e modificano le loro rispettive relazioni con i dogmi del produttivismo capitalista.
Alla base del capitalismo sta la celebrazione del concetto di “processo produttivo”, che consta di quell’insieme di attività volte alla pianificazione, all’ organizzazione, alla gestione e alla realizzazione di un determinato bene o servizio; e che vede al proprio centro il concetto di “impresa”, elevato a significante assoluto nello sviluppo dei rapporti economico-politici dell’ attuale società – definibile, perciò, come “società di mercato”.
E’ l’ implicazione del soggetto nel “processo produttivo” che genera quell’ invincibile meccanismo di corruzione esistenziale e che, via via, ne assorbe tutte le risorse.


Il “processo produttivo”, frutto di una pianificazione eterodiretta, è il fulcro della degradazione dell’ esistenza umana. 
Per la dotazione di senso, vengono incaricati gli strumenti propri dell’ inculturazione e della socializzazione e che, principalmente, si servono dell’acuminato strumento di un’ etica del lavoro pervasiva e totalizzante.
Il lavoro è diventato lo strumento di mediazione sociale supremo (che arriva in ultima istanza e si colloca al di sopra di tutto).
Questa “mediazione” sociale sottintende anche il controllo, per mezzo dei regimi “disciplinari”, dell’ individuo-massa.


Come suggerisce il barbuto di Treviri, il processo di produzione è, nel contempo, anche processo di “riproduzione”: questa notazione sottolinea l’ identità di “ciclo” del processo di valorizzazione capitalistica; all’ interno di questo ciclo, intere generazioni di esseri umani hanno visto le loro vite ingoiate dalla logica della produzione (predazione?) capitalistica.



mercoledì 14 gennaio 2015

CRISIS? WHAT CRISIS? di Fausto Rinaldi



CRISIS? WHAT CRISIS?

di Fausto Rinaldi




In un sistema ove i meccanismi di accumulazione del capitale facciano riferimento a un unico principio generatore – quello della massima redditività – e dove la valutazione morale del dogma del profitto sia, in quanto tale, sistematicamente espunta dalla stima del comportamento economico dei soggetti - , l’origine delle crisi sistemiche non può che essere ricondotta alle intime contraddizioni che il modo di produzione capitalistico racchiude in sé.

La grande maggioranza degli economisti (liberisti, neoliberisti, keynesiani, neokeynesiani, ricardiani, neoricardiani, regolazionisti, etc.), dei politici e dei governanti, ritiene che questa crisi sia il prodotto di una crisi finanziaria sfociata a gravare sull’economia reale (l’agitare la coda della finanza che muove il cane dell’economia reale di keynesiana memoria), sottovalutandone la profonda connotazione sistemica.
In un’economia capitalistica, le ricorrenti crisi sono il modo in cui si manifestano gli attriti interni ai meccanismi di accumulazione.
Il principale problema che affligge un’economia fondata sul famigerato modo di produzione capitalistico è dato dalla contrapposizione tra produzione e mercato; infatti, scopo delle imprese è quello di produrre merci il cui costo di produzione sia il più basso possibile e venderle al prezzo più alto possibile, allo scopo di massimizzare i profitti. La riduzione dei costi di produzione passa anche attraverso la realizzazione di “economie di scala”, cioè per la produzione di un maggiore quantità di merci nello stesso tempo di lavoro e a costi decrescenti (e, compatibilmente, con le condizioni della concorrenza, riducendo anche la qualità del prodotto). Per fare ciò, vengono introdotte tecnologie produttive sempre più sofisticate, macchinari più moderni a sostituire la forza lavoro e la razionalizzazione dei flussi produttivi, unitamente all’aumento di ritmi e intensità di lavoro da parte dei lavoratori.
Questa corsa all’aumento dei margini di profitto - e alla competizione concorrenziale tipica del mercato aperto - , conduce fatalmente la produzione ad eccedere le capacità ricettive del mercato, causando un permanente squilibrio tra capacità produttive e limiti di assorbimento dei potenziali acquirenti.

giovedì 13 marzo 2014

SOLLEVAZIONI PROSPETTICHE di Fausto Rinaldi




SOLLEVAZIONI PROSPETTICHE 

di Fausto Rinaldi




Al punto in cui è giunta la società borghese occidentale, il "che fare" non può che incentrarsi su come le masse debbano partecipare a titolo pieno nella conduzione politica, sociale ed economica di una nazione. E' necessaria una modificazione profonda degli equilibri che hanno originato l'attuale subordinazione degli interessi della collettività rispetto a quelli provenienti da minoranze elitarie, saldamente alla guida dei processi di governo nelle democrazie occidentali.
Il termine "democrazia" è un significante assurdo, il cui senso compiuto si disperde nella defezione nascosta della verità, inoculata dal potere dei media, e che si sostanzia nella sistematica falsificazione ideologica, nel ribaltamento, "ad usum Delphini", di una cosa nel suo contrario.

La belva neoliberista divora le nostre esistenze perché anestetizzati e distratti dalla pressante corruzione mentale perpetrata dalla propinazione di contenuti mediatici avvelenati e strumentali.
La non identificazione dell'individuo in una determinata classe è lo scopo manifesto della propagazione di un io racchiuso in un individualismo proprietario in grado di rendere il singolo incapace di traguardare i confini dell'interesse personale.

martedì 11 marzo 2014

MASSA E MEDIA di Fausto Rinaldi




MASSA E MEDIA
di Fausto Rinaldi


Il "vulnus" da sanare è quello relativo alla negazione sostanziale di una efficacia nei processi in cui viene chiamata in causa la partecipazione alla politica da parte delle masse, condizione che non può, storicamente, essere soddisfatta dalle declinazioni del concetto di "democrazia" che sono state ammannite, nel corso della storia, a collettività sopite.
L' organizzazione dello Stato democratico presiede alla conservazione ed alla perpetuazione degli interessi di élites economiche, che, legate alle entità delegate alla rappresentanza politica della cittadinanza (partiti politici ed associazioni anche locali di vario genere) da interessi politico-economici e di prossimità sociale o familiare, vengono a formare oligarchie che danno luogo a sistemi di "governance" il cui ruolo repressivo nei confronti delle masse popolari si inasprisce in occasione delle crisi sistemiche originate dal capitalismo, nelle varie forme da questo via via assunte.
Siamo, "de facto", in presenza di uno Stato liberale che, "de jure", si presenta alle masse come Stato democratico.

sabato 8 febbraio 2014

SUPPLY SIDE ECONOMICS di Fausto Rinaldi





SUPPLY SIDE ECONOMICS
di Fausto Rinaldi


Commissione Europea e istituzioni finanziarie europee, in ottemperanza ad uno dei dogmi più rispettati della “ratio” neoliberista, quello della “Supply Side Economics” -  cioè di iniziative governative intese unicamente a determinare uno  stimolo dell'economia dal lato dell’offerta - , stanno promuovendo unicamente iniziative che spingano ad un abbassamento dei fattori di costo della produzione.

Questa impostazione – tra l’altro, coerente con i principi del pareggio di bilancio – prevede che lo Stato intervenga agendo sui fattori che influenzano la competitività dell’offerta (ricerca e sviluppo, infrastrutture strategiche, istruzione e formazione, reti Ict ed energetico/ambientali) e relativi effetti sulla produttività,  
nell ipotesi che vi soggiace e, cioè, che lo shock di produttività comporti effetti di sostituzione (aumento delle quantità acquistate a seguito della diminuzione del prezzo del bene) e di reddito (i prodotti costano meno e, pertanto, aumenta il reddito relativo) capace di far crescere l’economia e, quindi, domanda e occupazione.
Il supporto scientifico all’approccio neoliberista dell’economia europea viene dato dai moderni schemi della teoria neoclassica,  forniti da Lucas e Sargent nella Nuova Macroeconomia Classica (una scuola macroeconomica, sorta negli anni ’70 del secolo scorso, che costruisce la propria analisi unicamente sulla base di modelli neoclassici, in opposizione alla teoria keynesiana), e perfettamente coerenti con le teorie del “Real Business Cycle” – emerse negli anni ’80 come applicazioni della NMC e della cosiddetta “critica di Lucas ai modelli macroeconomici utilizzati dalla programmazione economica keynesiana”. Questi modelli, oltre ad aver dato origine a una classe di metodi statistici di previsione (anche legati alla matematizzazione della disciplina economica), intendono affermare che le fluttuazioni del ciclo dipendono da shock esogeni, cioè, da perturbazioni esterne al ciclo economico (in base alle loro teorizzazioni, tendente all’equilibrio naturale), relative al lato dell’ offerta e che comportano, quindi, una risposta efficiente da parte di agenti considerati razionali e dotati di tutte le informazioni necessarie; quindi, sono attese decisioni produttive, di consumo, di investimento o di risparmio in grado di generare una fluttuazione del ciclo economico.

In sostanza, la fase recessiva attuale rappresenterebbe una risposta efficiente ad uno shock esterno al ciclo e che influenza negativamente la competitività
Ecco svelato il modello al quale Merkel, Barroso, Monti e accoliti (istituzioni economiche europee, FMI, mainstream mediatico) fanno riferimento: la recessione è un meccanismo di aggiustamento – una sorta di risposta immunitaria -  che il sistema economico mette in atto per rispondere a una perturbazione proveniente dall’ esterno. Questa perturbazione esogena è stata lo scoppio della bolla immobiliare e finanziaria statunitense legata ai mutui “sub-prime”, e ha generato ripercussioni sul credito e sulla struttura dei tassi di interesse. Questo ha prodotto, inteso come risposta razionale da parte degli agenti economici, una contrazione degli investimenti, che ha generato una riduzione dell’ attività produttiva, con effetti negativi sull’ occupazione e sulla domanda. Quindi, le teorie del “Real Business Cycle” non escludono interventi da parte dello Stato; la discriminante è che queste non intervengano a favorire la “domanda”, bensì, si dispieghino a migliorare le condizioni di effettivo esercizio della libera concorrenza, intervenendo su quei fattori che permettano di assorbire gli effetti negativi indotti dallo shock esogeno.
Una delle condizioni ritenute preliminari per riassorbire lo shock esogeno (e sul cui perseguimento paiono essere particolarmente agguerriti i vertici UE), è quella relativa al miglioramento del rapporto tra efficienza produttiva e costo del lavoro. Questo obiettivo richiede tutto quell’insieme di iniziative che hanno caratterizzato le manovre economiche dei Paesi del sud economico europeo: smantellamento dei diritti acquisiti dai lavoratori, precarizzazione dei posti di lavoro, predazione degli accantonamenti pensionistici, distruzione dei sistemi di "welfare", etc.. Sono evidenti i caratteri profondamente “classisti” di queste operazioni che, richieste sulla base del rientro dal debito onde far tornare appetibili i titoli di Stato da parte della speculazione internazionale, fondano le loro ragioni su menzogne tanto grandi quanto spregevoli. Queste logiche producono inenarrabili sofferenze al corpo sociale delle nazioni cui sono applicate.
Abbattimento del costo del lavoro e della sua capacità rivendicativa, aumento della ricattabilità dei lavoratori e della precarizzazione degli impieghi da un lato e, dall’altro, la volontà di riassorbire gli effetti dello shock sul sistema creditizio, sono le istanze fondamentali sulle quali verte l'architettura della pianificazione economica dell’ Unione Europea.
Le autorità economiche europee hanno, in più occasioni e con manovre inequivocabili, manifestato la volontà di procedere a un risanamento degli effetti della crisi per mezzo di interventi statali volti a sanare gli effetti dell’ esplosione della bolla dei “subprime”. Questa strategia ha permesso di assolvere ad una doppia funzione: da un lato, mettendo in atto una serie di garanzie e tutele nei confronti degli istituti di credito carichi di crediti inesigibili (“titoli spazzatura”), quali l’apertura di fondi di garanzia sui depositi, l’acquisto dei titoli tossici, la temporanea nazionalizzazione, a prezzi "politici", degli istituti falliti, etc., mentre, dall’altro, produrre un incremento grave dell’ entità dei debiti pubblici, elemento sul quale, in base ai trattati costitutivi della UE, far vertere la necessità di un risanamento che obbligasse i governi locali a mettere in atto le terapie neoliberiste suggerite dalla “troika” e pericolosamente simili ai famigerati piani di Aggiustamento Strutturale, strumento con il quale il Primo mondo si è incaricato di dare corpo, nel Dopoguerra, ad una sorta di ricolonizzazione a sfondo economico dei Paesi del sud del mondo. Con grande gioia delle élites finanziarie, adesso anche l’ Europa ha un proprio sud economico: è costituito da un insieme di Paesi (i PIIGS) che si candida a diventare una periferia manifatturiera, ma con caratteristiche particolarmente appetibili: una professionalità alta, capace di produrre merci ad alti livelli qualitativi; inoltre, una dislocazione geografica vicina alle necessità di un nuovo Primo mondo consumatore. Quindi non siamo lontani dalle logiche di competizione-predazione che gli Stati capitalisti, da sempre, improntano con base dei rapporti internazionali.
Le autorità economiche europee, come detto, preoccupate per la stabilità del sistema creditizio hanno varato manovre di “quantitative easing” (creazione di denaro “fiat” da immettere nel circuito bancario a tassi di favore), come quella del 2011 da parte della BCE, che non hanno prodotto effetti anticiclici nell’ economia reale (e così come non produrrà effetti l’ attuale, limitato acquisto di titoli a breve termine e sul mercato secondario da parte della BCE) perché le banche hanno preferito utilizzare questi capitali per lanciarsi in attività speculative nei confronti dei debiti sovrani di quelle nazioni, entrate nel collimatore degli strali neoliberisti della UE, il cui “spread” era salito a livelli siderali.
Queste manovre, prodotte a favore degli istituti di credito da autorità politiche per la grande maggioranza popolate da metaboliti di quello stesso mondo bancario (in una apoteosi conclamatoria della “teoria delle porte girevoli”), non hanno altra funzione se non quella di tenere in piedi un sistema creditizio, il cui equilibrio è stato gravemente compromesso da comportamenti assai colpevoli da parte delle istituzioni finanziarie. 
Come si diceva,  questi tentativi sono esclusivamente legati alla volontà di rianimare il sistema bancario e non di rilanciare la crescita: infatti, i mercati europei si ritrovano in una condizione simile alla “trappola della liquidità” (un insieme di sfiducia e aspettative negative che, nonostante denaro a buon mercato, conduce a meccaniche recessive), cioè, le iniezioni di liquidità nel sistema bancario non producono modificazioni nei comportamenti di concessione del credito da parte delle banche, troppo preoccupate per i propri assetti finanziari e patrimoniali e con l’ inestinguibile tendenza a utilizzare i capitali entranti per risollevare sorti e destini di AD e C.d.A.. Inoltre, lo stato di depressione economica prodotto dalle iniziative di austerità non induce le imprese a contrarre prestiti (comunque, gravati da uno “spread” “ad usum sistema bancario” che finisce per strangolare l’ economia nel suo insieme).
Si noti, in subordine, come ogni iniziativa economica passi attraverso il circuito privato delle banche, e accordata in relazione alle congiunture legate allo stato patrimoniale di queste entità private: questa è un’ altra conseguenza dell’ esautorazione degli Stati dalla determinazione delle politiche economiche nazionali.
Come visto, i modelli del “Real Business Cycle” proibiscono tassativamente il ricorso a metodi di incentivazione della “domanda”, cioè, ad incentivare i consumi: questo perché il riaggiustamento del ciclo dopo lo shock esogeno dipende dai meccanismi di prezzo e di salario sui quali una politica di sostegno ai redditi e ai consumi provocherebbe effetti perturbativi sulle aspettative degli operatori.
Stante che l’ attuale crisi del capitalismo planetario sia  una crisi “sovrapproduttiva” (indipendentemente dal fatto che questa origini dai primi anni ’70 oppure come conseguenza della grande bolla dei “sub-prime”) e che si vogliano riconoscere come validi e attendibili i meccanismi propri del capitalismo occidentale, una possibile soluzione potrebbe essere quella di far rientrare all’ interno del  ciclo della domanda aggregata – e quindi del consumo – tutta quella parte di popolazione che ne è stata espulsa nel corso degli ultimi anni; quindi, una risoluzione “keynesiana” ottenuta attraverso l’ incremento delle capacità di spesa della popolazione (e con le relative conseguenze sull’inflazione, il cui automatico aumento, secondo molti economisti, non sarebbe un male per l’economia).
Inutile dire che questa strada non verrà mai intrapresa da una Unione Europea guidata da nazioni come Germania, Francia e Paesi del Nord sempre più motivati a sfruttare convenientemente il loro ruolo egemonico intraeuropeo. La resa che le classi politiche europee hanno opposto ai modelli liberisti è stata pressoché totale; per cui, ci si deve aspettare che le politiche intraprese ( e rese estreme, a seguito dell’ approvazione del “Fiscal Compact”) verranno perseguite anche negli anni a venire, producendo una fatale “terzomondizzazione” delle economie deboli del sud europeo.
In ultimo, per quanto bisognerà attendere che gli equilibri e le ragioni proprie del sistema di accumulazione capitalistico siano superati da una concezione dell' economia non "produttivistica" (basata, cioè, sui "valori 
d'uso"); intelligentemente pianificata, allo scopo di ridurre gli esiziali danni ambientali prodotti dalla dannata "mano invisibile"; orientata al soddisfacimento di necessità reali, e non inoculate da pervasive campagne pubblicitarie e culturali?
A quando l' approdo ad una concezione dell' economia come di una scienza votata al raggiungimento di un benessere distribuito, e non come  gendarme al soldo di oligarchie planetarie?
Nel panorama attuale, stante l' incontrastato dominio dei dogmi neoliberisti, non si vede come si possa giungere ad invertire questa tendenza.
A queste derive le sinistre europee hanno risposto allineandosi alle interpretazioni consegnate alle moltitudini dalle élites economiche globali: un arretramento grave delle classi popolari, alle quali non resta che l’estrema risorsa della sollevazione per non vedere il proprio destino, e quello delle generazioni future, consumato ed estinto dalle volontà di potere assoluto manifestato dalle classi dominanti.


giovedì 6 febbraio 2014

BREVIARIO CAPITALISTICO di Fausto Rinaldi




BREVIARIO CAPITALISTICO 
di Fausto Rinaldi


Nella definizione di Werner Sombart, il capitalismo è "un'organizzazione economica di scambio, in cui collaborano, uniti dal mercato, due gruppi diversi della popolazione, i proprietari dei mezzi di produzione (...) ed i lavoratori nullatenenti, e che è dominata dal principio del profitto e del razionalismo economico".
Secondo Max Weber "il capitalismo si identifica con l’aspirazione al guadagno nell’impresa capitalistica razionale e continuativa, e ad un guadagno sempre rinnovato, ossia alla redditività.
Il capitalismo è un sistema economico in cui la produzione di beni e servizi viene prevalentemente svolta da imprese private, le quali scambiano questi beni e servizi sulla base di un sistema di prezzi che si forma (almeno in base alla teoria) liberamente sul mercato, in ragione del rapporto esistente tra domanda e offerta. Nel modo di produzione capitalistico, il mercato è al centro degli equilibri di sistema (pur non rappresentandone la condizione ultima: quindi, necessaria ma non sufficiente); gli scambi sono regolati dalla legge della domanda e dell’offerta; i fattori di produzione (compresa la forza lavoro) sono pagati in moneta, la quale diventa un elemento fondamentale per il funzionamento dell’economia capitalistica e per il relativo calcolo razionale di costi e ricavi (la ratio contabile).

sabato 25 gennaio 2014

IL FALLIMENTO SOCIALE DEL CAPITALISMO di Fausto Rinaldi



IL FALLIMENTO SOCIALE DEL CAPITALISMO 
di Fausto Rinaldi




La crisi del 2007 ha sancito – anche per i più disattenti -  un clamoroso fallimento del mercato; meno evidente, ma ugualmente bruciante (almeno per la pletora di economisti neoliberisti “organici”, corifei del consolidato ordine borghese), quello della proprietà e produzione privata. 

Come ampiamente dimostrato in occasione di passate crisi sistemiche, il capitale, fiero osteggiatore dell’ intervento statale a tutela delle fasce più deboli della popolazione, torna a concepire un intervento dello Stato per soccorrere il sistema creditizio e industriale attraverso forme di finanziamento che possano “aggiustare” i danni prodotti dagli eccessi degli “spiriti animali” incarnati dagli imprenditori rampanti e, nel caso in questione, finiti con le chiappe a bagno. Quindi, ecco che si invocano interventi per ripianare i buchi di bilancio dell’ allegro sistema bancario, lanciatosi a capofitto nel vortice della finanza strutturata e riempitosi di titoli del tutto inesigibili; oppure, richiedere provvedimenti legislativi a sostegno della produzione, incentivi, sgravi, etc..: il più classico degli esempi di privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite.

domenica 24 novembre 2013

IL “COSTITUZIONALISMO”, FASE SUPREMA DELL’ ASSOGGETTAMENTO DI CLASSE di Fausto Rinaldi




IL “COSTITUZIONALISMO”, FASE SUPREMA DELL’ ASSOGGETTAMENTO DI CLASSE
di Fausto Rinaldi



Sulla considerazione che i principi declamati nella nostra Costituzione repubblicana altro non siano che un’ipocrita elencazione di buoni intendimenti, validi unicamente per carpire la tradizionale credulità popolare, sarebbe il caso che non si dovesse più intervenire. Caso vuole, purtroppo, che fatti recenti abbiano riportato di attualità il tema di una Carta costituzionale posta come  ultimo, estremo, baluardo a difesa degli interessi della classe lavoratrice.
Indubitabilmente, si tratta di una pratica buona per pifferai magici alle prime armi (Landini) o per vecchi marpioni sul limitare del pensionamento politico (Rodotà); un vessillo da agitare per coprire una rovinosa mancanza di contenuti ideologici, o per sancire una sostanziale adesione alle logiche classiste di un sistema dal quale si traggono, pasciutamente, corpose sostanze.
Laddove i principi, con tanta prosopopea declamati, vengano storicamente disattesi o palesemente contravvenuti, si impone l’ obbligo morale di contestare questa discrasia semantica, disvelando il vero ruolo che ogni Costituzione borghese riveste nel processo storico di assoggettamento delle masse, da parte di élites, di volta in volta, mercantili, industriali, finanziarie, militari, etc...

Gli equilibri che sono stati costruiti sulla base della Costituzione Italiana – ed anche di una certa sua continuità con la legislazione fascista -  sono equilibri di dominio borghese e capitalistico: non credo servano dimostrazioni per suffragare come, quantomeno, questi dettati non siano sufficienti a determinare un minimo di giustizia sociale e di simmetrie dirittuali.
Tra l’altro, l’ Assemblea Costituente si è riunita sotto l’occhiuta sorveglianza del gendarme yankee con, in una mano, una cornucopia colma di dollari e, nell'altra, i simboli del dominio militare - quelli, per intenderci, che avevano vaporizzato un bel numero di giapponesi pochi anni prima - a decretare i sinistri progetti di un capitalismo predatorio impegnatone l’atto di conficcare bandierine a stelle e strisce nell’immenso Risiko del predominio imperiale planetario strappato al Regno Unito, nella conclamazione della seconda grande transizione capitalistica.

Poi, la storia è sempre quella, le sedicenti grandi democrazie costituzionali hanno sempre avuto bisogno di grandi simboli, di grandi modelli identitari per poter costruire e consolidare il proprio sistema di potere eminentemente classista.
Gli insigni giuristi, i costituzionalisti illuminati altro non sono che l’ avanguardia del potere ideologico messo in campo dal sistema borghese.Una società strutturalmente ben organizzata  e votata ad una autopoièsi organica e lineare, non potrà rinunciare alla formazione di una classe di intellettuali (tecnocrati) in grado di consegnare un solido substrato culturale e scientifico ai progetti di consolidamento del potere esercitato dalla società stessa; una categoria di esperti che, ben remunerati, svolgano una mera funzione di conversione del consenso attraverso la persuasione scientifica. Pertanto, questa categoria di ineffabili pensatori si vedrà consegnata la possibilità di diffondere i propri prezzolati dettami attraverso la massiccia partecipazione a programmi televisivi, articoli su giornali a grande tiratura, libri editi da grandi case editrici, partecipazione a premi di autoreferenziali istituzioni magari facenti capo a fondazioni appartenenti a banche o a grandi centri di potere istituzionale: una partita di giro in cui ogni partecipante conclama e certifica il ruolo e la partecipazione di ogni altro.

Se non vorremo condividere i nostri ideali fondanti con “strani compagni di letto” come Scalfari, Napolitano, Ingroia e tutta quella pletora di benpensanti borghesi vessilliferi, e portatori insani, di valori quali lo sfruttamento e l’ impoverimento di masse spossessate, faremo bene a mantenerci ad una salvifica distanza di sicurezza da questa indegna corruzione di quella pura idea di giustizia ed eguaglianza che è patrimonio culturale inviolabile per ogni vero comunista.
In questo tranello non si deve cadere, ancora.




mercoledì 6 novembre 2013

MONEY SUPREMACY di Fausto Rinaldi





MONEY SUPREMACY 
di Fausto Rinaldi



Non c’ è posto per tutti sulla Terra: il capitalismo, affermatosi a livello planetario, decide, in funzione dei meccanismi propri del mercato iper-liberalizzato ed autoregolante, chi viva e chi muoia; chi abbia diritto ad una casa calda e confortevole e chi, invece, sia costretto ad vivere in una baracca; chi possa accompagnare verso un futuro promettente la propria progenie e chi la debba abbandonare ai perigli del mondo.
Queste le logiche appartengono ad uno spietato conflitto distributivo, che sancisce inesorabilmente il confine tra “sommersi” e “salvati”.
Le regole a fondamento della società sono chiare: il valore delle persone viene misurato sulla base della loro capacità di produrre un “profitto”, alla predisposizione del soggetto di farsi strumento di interessi estranei; siamo evidentemente di fronte ad uno scadimento di quei rapporti relazionali che dovrebbero essere posti a fondamento della società stessa.
Bisogna chiedersi se questo sistema produttivistico-consumistico, che si origina su basi economiche e finisce per colonizzare culturalmente gli assetti sociali, sia, in qualche modo, accettabile. Quale forma di legittimazione è possibile, di fronte alle clamorose distorsioni e asimmetrie alle quali, quotidianamente, siamo chiamati ad assistere? E quali forme possibili di rifiuto e di protesta abbiamo a disposizione?

lunedì 7 ottobre 2013

IL FALLIMENTO SOCIALE DEL CAPITALISMO di Fausto Rinaldi






IL FALLIMENTO SOCIALE DEL CAPITALISMO 
di Fausto Rinaldi




La crisi del 2007 ha sancito – anche per i più disattenti -  un clamoroso fallimento del mercato; meno evidente, ma ugualmente bruciante (almeno per la pletora di economisti neoliberisti “organici”, corifei del consolidato ordine borghese) quello della proprietà e produzione privata.
Come ampiamente dimostrato in occasione di passate crisi sistemiche, il capitale, fiero osteggiatore dell’ intervento statale a tutela delle fasce più deboli della popolazione, torna a concepire un intervento dello Stato per soccorrere il sistema creditizio e industriale attraverso forme di finanziamento che possano “aggiustare” i danni prodotti dagli eccessi degli “spiriti animali” incarnati dagli imprenditori rampanti e, nel caso in questione, finiti con le chiappe a bagno. Quindi, ecco che si invocano interventi per ripianare i buchi di bilancio dell’ allegro sistema bancario, lanciatosi a capofitto nel vortice della finanza strutturata e riempitosi di titoli del tutto inesigibili; oppure, richiedere provvedimenti legislativi a sostegno della produzione, incentivi, sgravi, etc..: il più classico degli esempi di privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite.
In ogni Paese capitalista, la funzione subordinata dello Stato nei confronti degli interessi del capitale è sistematicamente sottintesa; anche laddove l’ aiuto statale preveda l’ acquisizione di quote di maggioranza di una banca o di una società, la prassi è quella di un non coinvolgimento nella loro diretta gestione.
E’ evidente che, fino a quando non si porrà termine a questi squilibri, la speranza che la collettività possa prendere possesso delle sorti macro economiche dei Paesi resterà confinata nell’ ordine di una mera, improbabile possibilità.
Il tentativo di risolvere la crisi attraverso aiuti agli imprenditori privati (pronti, al momento opportuno, ad aumentare il metraggio degli scafi dei propri yacht con i denari pubblici) o dilapidando fortune di soldi pubblici nel pozzo senza fondo della smisurata insolvenza delle banche - che, comunque, continuano a tesaurizzare questi fondi senza immetterli nel circuito del credito – non può che condurre ad un ulteriore peggioramento dei conti statali, sulla base dei quali l’occhiuta UE determina politiche di sanguinolento rigore a carico delle popolazioni.
E’ di assoluta priorità la creazione di un sistema pubblico che sia in grado di competere convenientemente con quello privato, soprattutto nelle produzioni di merci e servizi di primaria importanza per il benessere della collettività (sistema bancario, sanità, energia, infrastrutture, servizi di pubblica utilità, etc.); sarà decisivo slegare il management dal controllo partitico – sistema ad alta corruzione aggiunta che ha caratterizzato il malaffare e la commistione con gli “interessi di corridoio” delle grandi imprese private - creando un’ etica che abbia come base fondativa quella del perseguimento, bilanci alla mano, degli interessi della popolazione; in funzione, cioè, di tutti quei principi dimenticati nella deificazione anarchica della ricerca del profitto ad ogni costo, come, ad esempio, la salvaguardia dell’ ambiente e della salute morale, psicologica e fisica delle comunità; inoltre, curando che le meccaniche di funzionamento del sistema siano scandite da rigorosi principi di rotazione da parte dei vertici aziendali, allo scopo di evitare quei fenomeni di sclerotizzazione partitica, di stampo para feudale, che hanno condotto a contaminare la gestione politica dell’ esistenza dei cittadini.
Inoltre, va affrontato con decisione il problema dello sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione: infatti, le scoperte tecnologiche degli ultimi anni hanno dischiuso enormi possibilità di liberare tempo vitale per gli individui, anziché declinarne gli effetti verso la creazione di drammi sociali, attraverso l’ esclusione dal mondo del lavoro e la crescita di una disoccupazione buona solo a ridurre il costo del lavoro, ad uso e consumo del capitale.
Laddove, quindi, non si vorranno cedere tutti i vantaggi ad esclusivo appannaggio all’ interesse privato, sarà possibile ridurre considerevolmente l’ orario di lavoro, per includere nei processi produttivi anche quella fascia di persone che ne sono escluse, ampliando, nel contempo, le possibilità esistenziali di lavoratori che potranno così usufruire di più tempo libero che, sgravato da obblighi forzosi, potrà permettere di ricreare un modello esistenziale più soddisfacente ed equilibrato, liberato dalle eterne catene della produzione coatta di plusvalore.
Esistono enormi possibilità di creazione di benessere pubblico; se solo fossimo capaci di liberarci delle gabbie ideologiche innalzate dal sistema di potere capitalistico e dai suoi prezzolati corifei, appartenenti all’ intellighenzia borghese, al mondo accademico e scientifico, al giornalismo di regime.
Si tratta, una volta per tutte, di strappare tutte le ricchezze prodotte dalla società dalle rapaci mani dell’interesse privato, rovesciato nell’ estorsione da quelle istituzioni che dovrebbero limitarne la vocazione predatoria.
In una parola, vanno scardinati quei principi di stampo neoliberista attraverso i quali le popolazioni sono state inchiodate al complesso di colpa originario del “debito pubblico”, e alle quali è stata avvelenata l’ esistenza perché inesorabilmente sottoposte alle perverse logiche vomitate dall’imperio capitalistico.
La via verso un socialismo non produttivista e solidale è, più che mai, reale.
Solo attraverso la capacità di prospettare un modello sociale ed economico diverso e innovativo si potrà dare una risposta alla crisi culturale e civile, prima ancora che economica, che attanaglia le società occidentali a capitalismo avanzato.

Si sarà capito, leggendo fin qui: aveva ragione Marx quando osservava che la borghesia tutto traduce in termini economici; che, nella modernità borghese, il denaro è, finalmente e in senso assoluto, la misura di ogni valore; che, nel mondo borghese, i rapporti sociali non sono altro che l’organica e coerente manifestazione del processo di accumulazione del capitale.
E aveva ragione GuyDebord quando descriveva la società contemporanea a capitalismo maturo come “teatro della merce”, dove lo spirito del valore monetario domina, ridefinendo tutti i valori a partire da sé.
Nella mente borghese alberga solamente la logica dell’utile, del conveniente, del profittevole; il mondo borghese è il mondo dei calcoli economici e del mercato; la borghesia esiste, pensa, lavora, si ingegna per l’ unico estremo fine dell’accrescimento del capitale, stella polare di una vita degna e operosa.
E’ in questo buio antro di prospettive esistenziali recise che l’uomo moderno deve riprodurre la propria vita, con le devastanti conseguenze di fronte ai nostri occhi.
I valori borghesi hanno invaso e pervaso la coscienza collettiva, asservendo alle proprie logiche le vittime stesse della società capitalistica. Attraverso la sublimazione dei consumi a scopo ultimo dell’esistenza, si sono corrotte menti e distrutte esistenze.

domenica 28 aprile 2013

FETICISMI



di Fausto Rinaldi



Preso a prestito dall’antropologia e dalla storia delle religioni, il termine “feticismo” vuole indicare la tendenza a proiettare sugli oggetti una serie di significati e di valori ideali, assumendone una sorta di dipendenza funzionale, prodotta dall’accumularsi di suggestioni, di induzioni valoriali provocate dalla manipolazione ideologica attuata dalla società, intesa nella sua sostanziale essenza organizzativa.

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