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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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mercoledì 12 ottobre 2016

MIA NIPOTE,BENIGNI E PINOCCHIO di Angela Rizzica

  


MIA NIPOTE,BENIGNI E PINOCCHIO
 di Angela Rizzica




Mia nipote, l’altra sera a cena, ha detto di non aver rotto la Barbie della sorella salvo rendersi rea confessa pochi minuti dopo, chiedendo perdono come solo una bambina di quattro anni sa fare. La sera stessa, mettendola a letto, mi chiede di leggerle una fiaba per farla addormentare. Memore dei miei giorni d’infanzia, prendo il mio libro di racconti preferito e scelgo una favola in particolare: “Pinocchio”, del sommo Collodi. Mi sembrava una scelta dovuta, tenendo conto di quello che era successo a cena, tanto per farle capire sin da piccola come le bugie abbiano le gambe corte e l’incoerenza non venga mai premiata. Mi siedo accanto al suo lettino tutto rosa con il copripiumino delle Principesse Disney, aggiusto la voce e mi preparo a narrare questa meravigliosa storia a quegli occhioni nocciola spalancati nell’attesa ed assetati di magia.

Comincio a leggere, salvo rendermi subito conto che qualcosa non va: il burattino vivente non è più fatto di legno ma di pelle ed ossa, non ha più abiti di carta bensì indossa pantaloni e camicia, il suo nome è Roberto ed ad essere tradito non è più Babbo Geppetto ma Mamma Costituzione. L’unica caratteristica ad esser rimasta intatta è l’accento, ineluttabilmente toscano.

giovedì 2 giugno 2016

LA MORTE MERITOCRATICA: NON CHIMIAMOLO "FEMMINICIDIO" di Angela Rizzica





LA MORTE MERITOCRATICA: 
NON CHIMIAMOLO "FEMMINICIDIO" 
di Angela Rizzica


Un viso che, timido, si imbarazza all’obiettivo. Non era bellissima, ma aveva uno sguardo di una dolcezza infinita: la classica ragazza della porta accanto in cui tutti possiamo riconoscere una sorella, un’amica, una fidanzata o una figlia. 
Sara Di Pietrantonio aveva 22 anni ed una vita davanti ma l’ex fidanzato Vincenzo Paduano, 27 anni, ha deciso di cambiare le carte in tavola bruciandola viva insieme alla sua macchina. 
Potremmo a questo punto pensare che si tratti della più bassa azione di uno squilibrato mentale, l’extrema ratio di un compagno geloso che non si era rassegnato alla fine di una storia, ma manca un pezzo importante: Sara poteva essere salvata. Fuggendo dal suo carnefice, ha tentato di fermare diverse auto lungo il tratto della Magliana dove poi è stata ritrovata la sua macchina carbonizzata. 

E’ stata l’indifferenza ad ucciderla, non solo l’alcol di cui Vincenzo l’ha cosparsa per farle prendere fuoco più velocemente una volta tornati nella Toyota. L’indifferenza, omertosa e vigliacca, da sempre crea più vittime della morte stessa. Così, giustamente, pensiamo che per combatterla sia necessario chiamare questo e tanti altri omicidi con un nome diverso per distinguerli, per riconoscerli, per renderli più importanti. Il mostro non è più solo un mostro ma un “femminicida” perché uccide le donne ed una morte non è più tale ma un “femminicidio” perché a morire è stata una donna. 

sabato 23 aprile 2016

INDIMENTICABILE a cura di Angela Rizzica





  

INDIMENTICABILE

A cura di Angela Rizzica 




I colori di un cielo primaverile; la natura che si sveglia dal suo torpore sbadigliando indolente; il vociare concitato dei colleghi che si affrettano a prendere i posti migliori dell’aula; sguardi che si corteggiano alla fine della lezione; la Cattedrale di San Gerardo, riscaldata dal sole di Potenza; il sapore della cimmotta e della frittelle di riso che sanno di casa, che sanno di buono. 

Un suono sordo, cupo seguito dall’odore della polvere da sparo trascinato dal vento; qualcuno comincia ad urlare ma sembra di essere in un film muto perché nulla ha più voce. Delle ciglia tremanti si accasciano stanche sugli occhi della sconfitta, li sigillano nella quiete eterna dell’oblio. Eppure, a ben vedere, tra quelle ciglia uno sguardo attento noterebbe brillare le schegge rimaste impigliate dei sogni andati in frantumi ma che ancora c’erano, delle speranze pronte a spiccare il volo, del futuro che si stava dischiudendo insieme all’equinozio sulla testa di un ventiseienne. Troppo giovane per morire, ma non per soffrire. 

Nella mattinata di ieri, uno studente di Ingegneria di Roma Tre si è tolto la vita con un colpo di pistola davanti alla sede della facoltà in Via della Vasca Navale. Un gesto, a quanto sembra, premeditato, come pare fosse voluto anche il fatto di spararsi in mezzo ai suoi colleghi, davanti a quell’ingresso che tante volte aveva varcato. Per gli esperti del settore si tratterebbe di un incontrovertibile messaggio, l’ultimo urlo di disperazione di un fuori sede indietro con gli esami e frustrato dalla carriera universitaria che faticava a decollare. 
Uno come noi, uno di noi. Un nostro amico, un ragazzo che abbiamo visto in qualche serata capitolina, nostro fratello, il nostro fidanzato, noi. 
Un giovane adulto con la paura di crescere, con la paura di deludere dei genitori che fanno tanti sforzi per farti frequentare l’università migliore. 
Un ragazzo che tante volte ha sentito lo stomaco stringersi prima del suo turno all’esame, che ha passato notti insonni sopra i libri per essere preparato al meglio. Quel paio d’occhi che si è incupito davanti ad una bocciatura e che ha sorriso davanti ad bel voto, è come quello di ognuno di noi. 

Lui è noi. Lui è il nostro specchio: ci restituisce l’immagine riflessa della nostra stanchezza, della tristezza e del terrore, delle cose che vanno male e che a mo’ di valanga, ci spingono negli anditi più reconditi della nostra insicurezza. Quello che fa rabbia, e che dovrebbe farci rabbia, è che nessuno ne ha parlato adeguatamente, nessuno ha speso più di qualche parola al telegiornale o in un anonimo articolo del web. La disperazione di un corpo pieno di vene, pieno di battiti, pieno di pensieri, è stata svilita diventando struggente e banale cronaca. 
Lui era una importantissima, unica, irripetibile particella del Big Bang; era composto della stessa sostanza delle stelle, ma non lo sapeva. Forse dovremmo ricordarci più spesso di quanto siamo speciali, di quanto un voto sul libretto non possa neanche lontanamente dipingere che meravigliosa briciola di Universo ognuno di noi sia. A causa di questa dimenticanza un misero, trascurabile proiettile ha avuto l’ardire di squarciare l’Infinito; quel proiettile ha fatto piangere le galassie. 

Tutti sappiamo quanto la vita dello studente possa essere pesante, piena di scadenze, piena di prove da dover superare per non deludere. E se una particella del Cosmo è fragile, potrebbe anche pensare di non farcela. Non fatelo mai, non pensatelo: ce la farete ovunque voi siate e qualsiasi cosa voi stiate affrontando. Siamo tutti destinati a grandi cose, a rendere felici le persone che amiamo ed a raggiungere i nostri obiettivi, anche se per farlo dobbiamo metterci qualche anno in più. Ciò che permette di non ripetere gli errori passati è la memoria, e non dare il giusto risalto ad un gesto così estremo e terribile può avere delle ripercussioni inimmaginabili, facendo sentire sola qualche altra stella in Terra. 
La morte non può e non deve essere mera cronaca, ed il suicidio non può essere lo scoop sulla bocca degli sciacalli del pomeriggio televisivo italiano. 
Il suicidio necessita della sua dignità, necessita rispetto ed ha bisogno di essere ricordato. Io lo ricordo perché ognuno di noi è insostituibile.

Ognuno di noi è una particella di stella indimenticabile, non dimenticatelo.




20 aprile 2015




 

sabato 26 marzo 2016

GISELA: LA FRECCIA ED IL MOSTRUOSO di Angela Rizzica





GISELA: LA FRECCIA ED IL MOSTRUOSO
di Angela Rizzica





Il nome Gisela ha di per sé un’origine incerta ed altrettanto incerto è il suo significato. Per alcuni deriva dal termine germanico gisil, freccia; per altri è un diminutivo dei nomi Adalgisa, Gismonda o Gisa comunque aventi la stessa radice e riconducibili al significato di “eroina” e di “campionessa”.
Certo è che sempre di guerra si tratta, sempre sembra evocare gesta eroiche e d’altri tempi. Ed è strano che, per determinati individui, il proprio nome sembri predire la storia personale quasi come se nel momento stesso in cui viene imposto, Làchesi venisse facilitata nel lavoro di dispensatrice di destini. O almeno così è stato per Gisela Mota, trentatré anni, nata e cresciuta a Temixco, ridente cittadina dello stato messicano di Morelos. E sempre nella sua amata cittadina ha trovato la morte, trucidata a colpi di arma da fuoco. 

Non stiamo parlando dell’ennesimo caso di cronaca nera, di femminicidio, di un marito geloso o di un fidanzato disperato per la fine di una relazione. Parliamo di una donna che ha fatto della lotta ai narcotrafficanti la sua freccia, e della elezione a sindaco della città il suo arco. Gisela era stata eletta il 1° gennaio del 2016, dopo una vincente campagna col suo partito (il Partido de la Revolución Democrática, PRD, ndr.) incentrata sulla lotta al narcotraffico, da sempre piaga dello stato di Morelos, ancora e nonostante tutto terra di nessuno in mano ai cartelli della droga, in mano ai “Guerreros Unidos”. 
Questi rappresentanti del “Potere del Cane”, per dirla alla maniera di Don Winslow, hanno atteso poche ore dall’inizio del suo mandato per coglierla di sorpresa in casa e ridurla in brandelli. A nulla è servito l’intervento della polizia, che comunque è riuscita ad uccidere due dei sicari e ad arrestarne altri tre di cui un 18enne ed un minore a riprova di come la criminalità, in alcuni ambienti, sia diluita nel latte materno. Ma non voglio soffermarmi su quello che potrebbe essere letto come un semplice, scontato e sterile fatto di cronaca. 

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