DALL'AUTONOMIA PROLETARIA ALL'AVANGUARDIA ARMATA:
LA TENTAZIONE DELLA VIOLENZA DOPO L'AUTUNNO CALDO
di Deborah Ardilli
G. Donato, «La lotta è armata». Estrema sinistra e violenza: gli anni dell’apprendistato 1969-1972, Edizioni dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, Trieste 2012, pp. 404.
Secondo un pungente referto stilistico pubblicato da Pier Paolo Pasolini nel novembre del 1973, in occasione di uno scambio con Adriano Sofri a proposito del dramma Calderón, per i militanti di Lotta Continua «il pensiero non è pensiero se non si manifesta come azione. Nel caso che esso sia parlato o scritto, la sua struttura linguistica deve avere l’instabilità e la provvisorietà di una struttura che ambisca a divenire immediatamente altra: cioè la struttura dell’azione». Per sintonizzarsi alla sensibilità politica dei «giovani nati col ‘68», la parola deve anzitutto «essere pervasa dal senso della propria fuggevolezza, della propria mansione utilitaristica, della propria funzione puramente pragmatica che consenta, al massimo, una forma di espressività sentimentale». Ecco perché, proseguiva lo scrittore, «a Sofri e ai suoi compagni piacciono unica-mente gli atti d’accusa, le ‘querelles’, le melopee, le documentazioni di parte, le oratorie vibranti, le condanne spietate e indiscriminate». Ed ecco pure perché, concludeva impietosamente il verdetto, «la scrittura è per loro tanto più politica quanto più è piatta, banale, elementare, corretta da una certa ironia demagogica (che consenta anche fughe nell’ambiguità dello scher-no)».
Una struttura linguistica che vuole essere altra struttura: al di là dei caretteri di polemica occasionale, la diagnosi formulata da Pasolini fornisce una preziosa indicazione di lettura, che potrebbe essere pertinentemente estesa a un’altissima percentuale della pubblicistica prodotta dalle formazioni dell’estrema sinistra sorte in Italia tra l’estate e l’autunno del 1969. Avvilita nella propria autonomia espressiva dall’allusione continua a un’opera da realizzare, la scrittura della sinistra che si diceva rivoluzionaria appartiene, per effetto dell’imprescindibile rimando al «da farsi», a un genere inassimilabile (anche solo per accostamento analogico) alle forme tradizionali della comunicazione letteraria e tenacemente resistente alle relative tecniche di analisi. Impermeabile ai valori messi in gioco da una sollecitazione di carattere formale, quella scrittura affidata ad articoli di stampa periodica, «autointerviste» e relazioni congressuali si accende tuttavia di un nuovo e diverso interesse se recuperata a uno sguardo che si sforzi di passare al setaccio la graduale sedimentazione di un «ordine del discorso» destinato a incidersi in profondità nei comportamenti ― e non solo nei linguaggi ― di uno strato (minoritario: non per questo trascurabile) di militanti determinato a sfidare il «Sistema» da posizioni indisponibili a progettarsi altrimenti che all’offensiva.
È precisamente questo «povero» materiale linguistico, inseguito nel momento in cui la sua indispensabile integrazione pragmatica comincia a riconfigurarsi in rapporto alla questione della violenza, a comporre l’ossatura documentaria del lavoro che Gabriele Donato dedica alle origini dell’opzione armata a sinistra.
