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sabato 13 agosto 2011

Podolinsky, chi era costui? di Tiziano Bagarolo


Podolinsky, chi era costui?

Quasi un diario di una scoperta e di una ricerca

Esattamente il 31 luglio di 160 anni fa (il 31 luglio del 1850) nasceva a Yaroslavka, in Ucraina, Sergej Podolinskij (o Sergei Podolinsky, secondo la grafia utilizzata in francese e in inglese), un nome ancor oggi sconosciuto ai più, che sarebbe diventato, prima di andare incontro precocemente a un tragico destino, un attivista rivoluzionario e un pensatore originale al quale dobbiamo alcune intuizioni precorritrici, tuttora attuali e in parte ancora incomprese o sottovalutate.


Alla figura di Sergeij Podolinskij ho dedicato una parte importante dei miei sforzi di approfondimento della storia del marxismo e dell'ecologia. Sulla sua opera sono tuttora, di nuovo, al lavoro, nella speranza di arrivare presto a pubblicare in italiano alcuni dei suoi scritti inediti, corredati da una presentazione del suo pensiero e del suo significato per i nostri attuali problemi ecologici.
E' questa una storia anche personale che voglio rievocare qui.
Mi sono imbattuto in Sergej Podolinskij vent'anni fa. Dopo laboriose ricerche ero riuscito a mettere le mani su una delle poche copie, o forse l'unica copia, de La géochimie di Vladimir Vernadskij esistente a Milano. L'avevo rintracciata nella biblioteca del bellissimo Museo di Storia Naturale di Milano. In quel periodo i miei interessi erano focalizzati sulla storia dell'ecologia e sulla sua sorte in Unione Sovietica dopo la rivoluzione. Vernadskij, di cui allora non era disponibile in italiano nessuna delle opere maggiori, era un po' il trait d'union fra queste due storie.
Ucraino d'origine, autore del concetto moderno di biosfera (ne parla l'ecologo statunitense George Evelyn Hutchinson in un saggio su "Scientific American" nel 1970, ripubblicato anche in italiano nel volume La Biosfera che avevo letto alcuni anni prima), era stato uno degli scienziati più influenti della Russia zarista prima e dell'URSS poi fino alla seconda guerra mondiale. Cercavo dunque nelle biblioteche di Milano di recuperare disperatamente una edizione della Biosfera, o di qualche altro suo scritto, per approfondire queste idee e la loro storia sui testi originali. L'interesse per Vernadskij lo avevano suscitato altre letture di quel periodo. Avevo appena terminato la Storia dell'ecologia di Pascal Acot (Lucarini, Bologna 1989), che stranamente non ne parla ma fa cenno al lavoro di un altro studioso sovieticoV. N. Sukachev, autore nel 1940 del concetto di "biogeocenosi", di fatto un equivalente di quello di "ecosistema". E soprattutto avevo per le mani un altro libro straordinario che racconta una vicenda pressoché sconosciuta fino ad allora e davvero affascinante, ossia la storia dell'ecologia in Unione Sovietica dopo l'Ottobre: Robert Douglas Weiner, Models of Nature. Ecology, Conservation and Cultural Revolution in Soviet Russia (Indiana University Press, Bloomington 1988). Del libro di Weiner ero venuto a conoscenza da un'ampia e bella recensione comparsa sul "La Bréche", giornale dei trotskisti svizzeri, che avevo tradotto e riproposto a mia volta su "Bandiera rossa", la rivista dei trotskisti italiani di Maitan e Turigliatto e a cui collaboravo, in particolare sui temi del nucleare e dell'ambiente, dopo averla anche diretta per alcuni anni nei primi anni Ottanta.
Nel corso delle mie ricerche, invece della Biosfera, trovai La géochimie, ma la scoperta non fu meno interessante. Pubblicata in Francia nel 1924, La géochimieraccoglie le lezioni tenute da Vernadskij alla Sorbona nel 1922-23. Vi si parla di temi quali i grandi cicli biogeochimici che costituiscono la trama della vita sul e del nostro pianeta, l'origine biogena dell'ossigeno atmosferico, l'effetto serra creato dell'anidride carbonica... Contiene, insomma, la prima esposizione delle idee che sarebbero state successivamente al centro della Biosfera (Leningrado 1926 e Parigi 1929), ma è anche arricchita da preziose annotazioni personali. Vernadskij vi parla ad esempio delle sue fonti di ispirazione (Alexander Von Humboldt,Charles DarwinEduard Suess), della sua visione olistica della natura, dei modi e dei tempi in cui le sue idee sono maturate (fra il 1917-1921, negli anni in cui in Ucraina infuriava una terribile guerra civile; vedi nota p. 54)...
E' dunque leggendo le fotocopie sbiadite di questo scritto che mi imbattei in Sergej Podolinskij, a pagina 334, paragrafo 20, "Energia della materia vivente e il principio di Carnot": «Un savant ukrainien mort jeune, S. Podolinsky, a compris toute le portée de ces idées et a tâché de les appliquer à l'étude des phénomèmes économiques». E nella nota a piè di pagina si aggiungono queste indicazioni: «S. Podolinsky. La Revue Socialiste, L, 1880, p. 353. Die Neue Zeit, I, St. , 1883, p. 422, 456. Sur S. Podolinsky, un savant et politicien russe ukrainien (1851-1889?), voir M. Gruševskij. Dragomanov et le grupe socialiste de Genève. Vienne, 1922, p. 10 s. (en ukrainien).» (alle pagine 119-120 de La géochimie si trova un passo che ricorda da vicino le idee di Podolinskij e alcune righe hanno una stretta assonanza con la sua definizione di "lavoro utile": «La materia vivente può esser vista come una materia attiva, un'accumulatore dell'energia solare. Essa trasforma l'energia solare, radiante e termica, in energia chimica, in movimento molecolare.» ivi, p. 120; ma allora non potevo rendermene conto).

L'annotazione de La géochimie dedicata a Podololinskij suonava strana e intrigante. Invece che uno scritto di scienze naturali Vernadskij vi citava le idee di un rivoluzionario riportate in riviste socialiste; parlava poi di «applicazione all'economia» (al socialismo?) del principio di Carnot, ossia delle leggi della termodinamica, qualcosa che fino a quel momento avevo incontrato solo negli scritti di un economista "eretico" come Nicholas Geogescu-Roegen, di cui diversi anni prima avevo letto Analisi economica e processo economico ed Energia e miti economici, le cui idee erano state valorizzate da Enzo Tiezzi in un'altra opera di rottura come Tempi storici tempo biologici (Garzanti 1984) che avevo letto due anni prima. Di economia ecologica forse non avevo ancora sentito parlare...
Insomma, avrei voluto saperne di più.
Tuttavia non riuscii ad andare oltre fino a quando, nella primavera dell'anno successivo, aprii il voluminoso scritto di 
Juan Martinez-Alier, appena pubblicato da Garzanti, e dal titolo quanto mai stimolante: Economia ecologica. Energia, ambiente, società. Di questo libro Sergei Podolinskij è, in qualche modo, l'ispiratore e il protagonista centrale. Non descrivo qui cosa ne dice Martinez-Alier; dico soltanto che il suo libro fu come un'epifania.
Immediatamente mi misi in caccia per biblioteche degli scritti di Sergej Podolinskij.

Recuperai rapidamente il saggio citato da Vernadskij nel 1924 e quello pubblicato in italiano nel 1881 su "la Plebe" e commentato da Engels con Marx nel dicembre dell'anno dopo. Collegai le idee di quegli scritti a quanto già conoscevo; cercai di approfondire altri legami, altre implicazioni; andai a rileggere certe pagine delCapitale e della Dialettica della natura; mi convincevo dell'interesse della proposta di Podolinskij, malgrado alcuni difetti evidenti, come l'allusione a una dubbia teoria del valore-energia al posto della marxiana teoria del valore come forma sociale del lavoro astratto in una società mercantile-capitalistica. Cercai in Weiner e altrove possibili influenze di Podolinskij sullo sviluppo delle idee ecologiche. E pensai di aver trovato delle tracce più che interessanti: puntavano dritto, attraverso Vernadskij, a Vladimir V. Stanchinskij (il più importante teorico dell'ecologia sovietica fra le due guerre), alla nascita dell'approccio trofico-dinamico in ecologia e al lavoro di Raymond Lindeman, autore di un saggio fondamentale pubblicato nel 1942 nella rivista "Science".
Il problema era: come andare avanti? era un lavoro alla mia portata?
Non ero in condizione di farlo. Decisi che la cosa più utile da fare subito era di mettere per iscritto le idee che mi ero fatto, segnalando con la dovuta prudenza quella che vivevo come "la mia scoperta". Così, nel luglio di diciannove anni fa, scrissi quasi di getto un saggio su tutta quella storia, prima ancora di sapere bene cosa ne avrei fatto e dove lo avrei pubblicato. Sottoposi lo scritto all'amico Stefano Masson, allora caporedattore del "Calendario del popolo", che lo accettò subito. Così, in autunno, il mio primo contributo alla conoscenza di questo studioso geniale e sfortunato vedeva la luce nelle pagine del "Calendario del popolo" con il titoloMarxismo ed ecologia: un'occasione perduta? Il lettore può leggerlo ora in questo blog col titolo Sergej Podolinskij: un precursore ottocentesco del socialismo ecologico.
Nel frattempo, parlando con lo storico Luigi Cortesi, direttore e animatore della rivista "Giano. Ricerche per la pace", nacque il progetto di pubblicare nella rivista un "punto" dedicato al tema "marxismo ed ecologia" con al centro la "faccenda Podolinskij", secondo la formula impiegata da Engels nella sua lettera a Marx del 19 dicembre 1882. Furono mesi di lavoro intenso e appassionato. Nacquero così il saggio, che si può ora leggere anche in questo blog, Marx-Engels-Podolinskij: una traccia teorica perduta?, e soprattutto il materiale che servì a introdurre il dibattito e che fu sottoposto a una dozzina di studiosi italiani di diverse discipline e orientamento con la richiesta di dire la loro (accettarono l'invito Giorgio Nebbia,Laura ContiGianfranco Pala e Giuseppe Prestipino; altri, pur interpellati, comeSebastiano Timpanaro, Vittorio Silvestrini o Marcello Buiatti, declinarono).
Il cuore di questo materiale è la prima traduzione italiana della versione tedesca dello scritto di Podolinskij – dovuta prevalentemente all'amico poliglotta Fernando Visentin (purtroppo prematuramente scomparso qualche anno fa) – per preparare la quale anch'io faticai non poco con l'aiuto di una grammatica e di un buon dizionario di tedesco.
Ma la vera fatica di cui vado orgoglioso è l'"apparato critico", ossia la mole di note al testo che cercano di spiegarlo e di inquadrare i problemi storici, teorici e scientifici che esso pone. I risultati di tutta questa fatica, purtroppo, non avrebbero visto la luce fino a un anno fa, quando pubblicai il tutto su "red&green" nel Dossier Podolinskij a cui rimando il lettore interessato.

Negli anni successivi cercai in diverse occasioni di trovare un editore per quei materiali, forse senza la necessaria convinzione. Nel frattempo infatti altri interessi e altre incombenze occupavano il mio tempo. Dal 1993 era cominciata un'altra avventura piuttosto assorbente, quella di dirigente della sinistra di Rifondazione comunista e di curatore delle riviste "Proposta" prima e "Marxismo rivoluzionario" poi.
Cominciai inoltre a coltivare il progetto di una raccolta ragionata e commentata degli scritti di Marx ed Engels sui temi ecologici. Lavorai con una certa continuità a questo progetto nei primi anni Duemila, soprattutto nei mesi estivi. Di questo progetto conservo molti appunti, una cartella con decine di files su vari hard diske due raccoglitori della parte cartacea del lavoro preparatorio. Che era giunto a buon punto: avevo già definita la scaletta della pubblicazione e selezionati gli scritti da includervi, almeno la più parte; molti li avevo addirittura già digitalizzati. Cominciavo a fare calcoli sui tempi necessari per completare il lavoro e mi stavo ponendo il problema di cercare un editore. Mentre mi ponevo questi problemi mi ricordo di aver pensato: «Dovrei fare copia di tutti i files di questo lavoro. Non si sa mai.»
Premonizione? Fatto sta che nel febbraio o nel marzo del 2005 subisco un furto in casa. Dalle modalità mi sono fatto l'idea che sia stato un tossico in cerca di qualcosa da rivendere. Purtroppo l'attenzione del ladro cadde sul portatile in bella mostra: un oggetto facile da portar via e da piazzare. E così quel ladro si portò via anche tutto il mio lavoro memorizzato sull'hard disk di quel computer! Purtroppo non avevo fatto ancora copia di tutti i materiali preparatori. Mancavamo i filesproprio di quella parte – l'ultima a cui avevo intensamente lavorato nei mesi precedenti – che mi aveva richiesto più tempo e fatica: comprendeva estratti dal II e dal III libro del Capitale, dai Grundrisse e dalle Teorie del plusvalore.
Questa perdita mi pesò in misura incomparabilmente maggiore del furto del computer. Ne fui così amareggiato che, di fatto, abbandonai il progetto.
Per fortuna fra le parti che si sono salvate, perché avevo copia dei files o il cartaceo, c'è – fra tante altre che ho già pubblicato o che spero di pubblicare in questo blog – anche la prevista appendice dedicata al "caso Podolinskij" e preparata non ricordo se nell'estate 2003 o 2004.
Fino a pochi mesi fa giudicavo l'introduzione a quei materiali la mia "parola definitiva" in questa materia. Una materia – va detto – che ha sollevato in questi vent'anni attenzione e controversie fra gli studiosi di mezzo mondo (ma nella sinistra di questa Italia provinciale quasi non se ne sono accorti...). Credo, in effetti, di poter confermare ancora la validità dei miei giudizi espressi in quel testo, in particolare quello sull'interpretazione di questa storia data da Juan Martinez-Alier, che attribuisce a Engels la responsbilità del presunto "divorzio" fra il marxismo e l'ecologia:
Il giudizio di Martìnez-Alier combina una decisa sopravvalutazione della proposta di Podolinskij con una netta sottovalutazione dell’intrinseco valore ecologico della riflessione marx-engelsiana e una considerazione piuttosto disinvolta dei fatti e della cronologia. Gli scritti di Podolinskij furono pubblicati in varie riviste di ispirazione marxista fra il 1880 e il 1883; le lettere incriminate di Engels, invece, non furono conosciute che negli anni Venti, ed è piuttosto dubbio che esse abbiano esercitato una qualsiasi influenza.
La verità storica a noi sembra un’altra. Podolinskij – a cui va l’indiscutibile merito di aver visto con larghissimo anticipo una linea di indagine che si sarebbe rivelata di grande fertilità – ebbe il grande “torto” di essere troppo in anticipo sui tempi e di ammalarsi e morire senza aver potuto sviluppare adeguatamente il suo pensiero.
Per altro, sul significato innovatore e attuale del pensiero di Podolinskij e sul suo contributo a un possibile "marxismo ecologico", penso che quanto c'è da scrivere in proposito l'ho già scritto nel primo saggio di diciannove anni fa, là dove esamino ciò che il suo punto di vista apporta di nuovo rispetto all'indubbia sensibilità ecologica del pensiero di Marx e di Engels:
C’è quindi nel marxismo originario un’apertura e una potenzialità di integrare anche la consapevolezza dei problemi ecologici tutt’altro che trascurabile o secondaria.
Tuttavia quel che si perde, con la mancata comprensione
 [oggi userei il termine "analisi"] della dimensione energetica dei processi economici e di quelli naturali, non è cosa da poco.
Quel che si perde è la natura entropica dei processi economici, il fatto cioè, che a dispetto dell’apparenza (secondo l’apparenza il lavoro trasforma materie non immediatamente utilizzabili per il consumo umano in oggetti consumabili), ogni attività economica è sempre in qualche modo una perdita da un punto di vista termodinamico: è degradazione di una certa quantità di energia.
L’analisi energetica ci dice inoltre che la radiazione solare è l’unica vera “ricchezza” su cui gli uomini possono contare a lungo termine. Le fonti fossili, su cui si basa il nostro modello di sviluppo, sono soggette ad un rapido esaurimento dal momento che, una volta bruciati, un barile di petrolio o una tonnellata di carbone, sono irrevocabilmente perduti; e la loro energia, esaurito un certo numero di conversioni più o meno efficienti, è irrimediabilmente dissipata, perduta per i nostri utilizzi.
Se l’economia è concepita come processo ciclico, il problema si riduce a fare attenzione a “chiudere il cerchio”, cioè a rispettare i cicli naturali e a riciclare le risorse non riproducibili. Ci può essere, rispettate queste condizioni, l’illusione di una illimitatezza dello sviluppo.
Ma se il processo economico è sempre anche degradazione entropica, allora i limiti sono più percepibili e più vincolanti. Ed è più facile cogliere l’irrazionalità degli attuali modi di produzione e di consumo che stanno dissipando risorse preziose e finite di energia fossile per il benessere effimero e falso di una ristretta minoranza, senza la preoccupazione di quel che può accadere quando sarà finita la festa, senza preoccuparsi di predisporre la possibilità di utilizzare al meglio, e in modo che tutti gli uomini possano goderne in maniera egualitaria, l’unica fonte inesauribile della nostra ricchezza, oltre che della nostra vita.


Negli ultimi anni il nome di Podolinskij ha ricominciato a circolare anche in Italia sull'onda della diffusione del cosiddetto movimento per la "decrescita" che si ispira agli scritti del francese Serge Latouche. Il quale ha letto Martinez-Alier (ma forse non ha letto Podolisnkij) e ne ha sposato i giudizi critici a carico di Marx, di Engels e del marxismo in generale. Così Podolinskij si ritrova trasformato in un'icona della decrescita e dell'antimarxismo. Un utilizzo che non condivido, che mi pare poco rispettoso di Marx e di Engels, del marxismo e di Podolinskij stesso; in ultima analisi poco rispettoso della verità.
Na questa storia non si chiude qui. Pochi mesi fa il fatto nuovo. In seguito alla pubblicazione del mio saggio Aleksandr Bogdanov, un bolscevico eretico nel primo volume dell'opera L'Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico, a cura di Pier Paolo Poggio (Jaca Book, Milano 2010), entro in contatto con un piccolo editore a cui sottopongo l'idea di pubblicare il "mio" Podolinskij, ovviamente con una introduzione aggiornata. Proposta subito accolta. Per la terza volta mi trovo alle prese con questo soggetto. Potendo utilizzare questa volta le opportunità messe a disposizione dalla rete.
In effetti non mancano le novità di cui dar conto. Non posso presentarle qui adesso, anche perché sono oggetto del progetto di pubblicazione in corso. Anticipo solo per titoli di cosa si tratta.
La prima è la possibilità di trovare in rete la versione in russo del suo scritto sul lavoro e l'energia, Trud cheloveka i ego otnoshenie k raspredeleniiu energii (il lavoro umano in relazione alla distribuzione dell'energia), pubblicato originariamente nella rivista “Slovo”, n. 4/5, 1880, San Pietroburgo, pp. 135-211 e ripubblicato in Russia nel centesimo anniversario della morte (Nauka, Mosca 1991; nella foto la copertina). Oggi inoltre è accessibile in rete anche la versione in tedesco comparsa sulla "Die Neue Zeit" nel 1883 (quella che noi abbiamo tradotto e che il lettore trova in questo blog).
La seconda è il fatto che tutta la materia è oggi sotto verifica, in seguito alla polemica sviluppata negli ultimi anni da due studiosi marxisti statunitensi, John Bellamy Foster e Paul Burkett, a proposito del "mito Podolinskij", o per dir meglio contro la discutibile interpretazione e l'utilizzazione della figura e del pensiero del socialista ucraino in chiave antimarxista operate da Juan Martinez-Alier e dagli studiosi che condividono il suo punto di vista. Ho trovato nei loro argomenti molte conferme a ciò che io stesso penso e ho affermato nei miei lavori, anche se trovo troppo aspri e ingenerosi alcuni loro giudizi su Podolinskij. Questi scritti di J.B. Foster e P. Burkett, comparsi su diverse riviste negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, sono facilmente accessibili in rete (in genere a pagamento).
La novità più importante di tutte è però un'altra. E' stato rinvenuto fra le carte di Marx custodite presso l'ex Istituto Marx-Lenin di Mosca il commento dello stesso Marx allo scritto inviatogli da Podolinskij nell'aprile 1880. Purtroppo non è finora ricomparso lo scritto di quest'ultimo. Il commento di Marx è costituito da una serie di estratti, con sottolineature e note a margine, per un totale di circa 1800 parole.
Purtroppo la pubblicazione – prevista nel volume 27 della IV sezione delle MEGA(la sigla indica le Marx-Engels Gesamtausgabe: l'edizione storico-critica di tutti gli scritti di Marx ed Engels, rilanciata con spirito scientifico e interdisciplinare una decina d'anni fa e a cui partecipano studiosi di tutto il mondo e di tutti gli orientamenti filosofico-scientifici) – secondo un'autorevole collaboratore delleMEGA (Marcello Musto) non è imminente: non uscirà prima di due anni. Non occorre aggiungere che mi auguro di poter avere al più presto fra le mani una copia di queste annotazioni di Marx.
Insomma, non mancano i buoni motivi per tornare su tutta questa faccenda. Il progetto di edizione dei miei vecchi materiali si è dunque ampliato e sviluppato. E' presto per dire come sarà definitivamente. Non solo la presentazione dovrà essere aggiornata sulla base delle novità emerse nel frattempo. Probabilmente il cuore sarà la pubblicazione della prima traduzione italiana del saggio in lingua russa del 1880, opportunamente presentata, commentata e confrontata con le altre versioni uscite in francese, in italiano e in tedesco fra il 1880 e il 1883. Ma il suo senso generale dovrebbe essere quello di collocare il pensiero anticipatore di Podolinskij nel quadro degli sviluppi filosofici e scientifici del secolo e più che ci separa da lui. E, ovviamente, nel quadro dei drammatici problemi ecologici del nostro presente.
Anche in tali ambiti molti sono gli elementi nuovi da considerare emersi in questi ultimi anni. Non ultimo fra gli elementi di ricostruzione storica una conferma significativa del nesso, suggerito dal mio saggio del 1991, fra l'approccio di Podolinskij e gli sviluppi successivi del pensiero ecologico. I nomi di Sergej Podolinskji e di Vladimir Stanchinskij, assieme a quelli di Alfred Lotka, diRaymond Lindeman, di Geoge Hutchinson e di Howard Odum compaiono nella pagina di Wikipedia che da conto dello sviluppo storico dell'energetica ecologica.
Insomma, alla vigilia del centoventesimo anniversario della morte, possiamo dire che il pensiero di Podolinskij non è morto e anzi solo oggi comincia ad essere apprezzato come merita.
[t.b., 31 luglio 2010]

Per il lettore incuriosito do qui sotto alcune informazioni sulla vita di Podolinskij (maggiori informazioni in questa nota biobibliografica).
Originario di una famiglia benestante (il padre era un importante funzionario dell’amministrazione postale russa), Sergej Andreevič Podolinskij nasce a Yaroslavka il 31 luglio 1850. Durante gli studi superiori a Kiev entra nell’orbita del movimento populista. Durante un viaggio in Europa occidentale con l'economista Ziber (1844-88), uno dei primi accademici ad aderire alle idee marxiste, ha modo di incontrare Marx ed Engels a Londra, nell’estate 1972, presentato la Pëtr Lavrov (1823-1900). Nel settembre dello stesso anno assiste da osservatore al congresso dell’Aia della I Internazionale, simpatizzando per gli anarchici. Successivamente collabora alla rivista degli esuli russi raccolti attorno a Lavrov, “Vpered”. Intanto frequenta a Zurigo medicina con l’importante fisiologo Ludimar Hermann (1838-1914). Dopo un breve rientro in patria nel corso del quale ha modo di partecipare alla’“andata al popolo” dei narodniki, nel 1876 si laurea in medicina a Breslavia (oggi Wroclav in Polonia) con Rudolf Peter Heinrich Heidenhain (1834-97), importante studioso di istologia in rapporti con Hermann a Zurigo. Nel 1877 sposa a Kiev la figlia di un proprietario terriero. Subito dopo è costretto a rifugiarsi all'estero per sfuggire al giro di vite repressivo del governo zarista. Si stabilisce a Montpellier nel sud della Francia da dove partecipa attivamente alla vita del movimento democratico ucraino animato da Michail Dragomanov (1841-95), col quale fa uscire a Ginevra la rivista “Hromada” (Comune), e da dove collabora con i circoli socialisti europei: è redattore della rivista francese “Revue Socialiste” animata di Benoît Malon (1841-93), e scrive anche per la stampa di altri paesi. E' anche in rapporto, forse tramite Anna Kulischov, con la rivista milanese “La Plebe” di Enrico Bignami che raccoglie il primo nucleo di socialisti "marxisti" in Italia. Negli anni 1878-1881 pubblica vari lavori su temi diversi (uno sull’industria e un altro sull’agricoltura e la proprietà fondiaria in Ucraina, uno studio sulle condizioni sanitarie delle popolazioni ucraine, un articolo contro il darwinismo sociale). Fra il 1880 e il 1883 compaiono in varie riviste europee diverse versioni (in russo, francese, italiano e tedesco) della sua opera sul lavoro umano e i principi dell'energia che rappresenta il suo contributo teorico più originale. Il 30 marzo scrive la prima delle lettere a Marx con cui sottopone al grande rivoluzionario tedesco un abbozzo delle sue idee. Il commento di Marx allo scritto di Podolinskij è stato ritrovato solo pochi anni fa fra gli inediti ed è in attesa di pubblicazione nel volume 27 della IV sezione dell'edizione storico-critica delle MEGA. I commenti di Engels, invece, sono in due lettere a Marx del dicembre 1882, edite negli anni venti e pubblicate in italiano nel Carteggio.
Nel 1881 la vita di Podolinskij viene sconvolta da vari lutti e disavventure. La sua salute psichica ne risente e nel gennaio del 1882 (a trentun'anni!) viene colpito da una malattia mentale che gli toglie ogni capacità di lavoro e lo conduce a una fine precoce. Muore a Kiev (è rientrato in patria nel 1885 per intercessione della madre presso le autorità zariste) il 12 luglio 1891 (il 30 giugno, secondo altre fonti).
Un'utile avvertenza per il lettore interessato a cercare in rete altre informazioni su Podolinskij. Noi abbiamo utilizzato qui la grafia Sergej Andreevič Podolinskij, che è la grafia corrispondente alla traslitterazione usuale del suo nome dall'alfabeto cirillico all'italiano. Ma nella letteratura si trovano anche altre grafie. Sono di uso comune le seguenti grafie: Сергі́й Подоли́нський in ucraino, Сергей Андреевич Подолинский in russo, Serghij Podolynskyi in tedesco, Sergei (o Serge) Podolinsky nei testi in francese e Sergei Podolinsky in inglese. Se ne tenga conto utilizzando i motori di ricerca.

domenica 12 giugno 2011

Dossier Chernobyl. Colloquio con Ludovico Geymonat (a cura di Tiziano Bagarolo)

Dopo Chernobyl.
Interrogativi per la sinistra

Progresso, natura, società.
Colloquio con il filosofo Ludovico Geymonat


a cura di Tiziano Bagarolo

Non pochi commentatori, a proposito della sciagura di Chernobyl, a corto di argomenti fondati sui fatti, hanno fatto ricorso ad immagini mitiche: l'uomo che cerca di conquistare il fuoco (nucleare) quale moderno Prometeo; la fuga radioattiva dalla centrale nucleare quale moderna punizione per i nuovi apprendisti stregoni che, evocato il mostro malefico, non lo sanno più controllare. Al di là della retorica – che non fa certo difetto a buona parte della cultura italiana, cresciuta alla scuola idealistica di Croce e Gentile – c'è un fatto reale: i radionuclidi fuoriusciti dal reattore di Chernobyl hanno provocato, tra le altre cose, un'estesa inquietudine e riproposto molti degli interrogativi di fondo sulla nostra epoca: il senso e la direzione dello sviluppo scientifico e tecnologico, il rapporto tra scienza e potere, la drammatica attualità dei problemi ambientali.
Questioni per l'intera società, ma prima di tutto per la sinistra; se la sinistra vuole dare una risposta a questi problemi deve innanzitutto conoscere la risposta.
Su questi temi abbiamo voluto aprire una riflessione anche sulle pagine di “Bandiera rossa”. Cominciamo con un colloquio con Ludovico Geymonat, filosofo, marxista, da moltissimi anni studioso del pensiero scientifico e dei suoi fondamenti. Un primo contatto con le questioni per “fissare i punti di riferimento” è quanto gli abbiamo chiesto, non avendo la presunzione di poter dare risposte esaustive e conclusive nel breve spazio di una pagina.






















TB. Una sorta di ottimistica fiducia nell'onnipotenza della tecnologia (e della scienza) è forse uno degli elementi di fondo, se non il principale, dell'ideologia corrente del capitalismo contemporaneo, sotto tutte le latitudini. Tutti i problemi possono essere risolti dalla tecnologia contro la quale, d'altra parte, e vano schierarsi perché significherebbe soltanto opporsi al “progresso” o allo “sviluppo economico”, cercare di fermare l'inarrestabile cammino della storia.
Pensiamo ad esempio al modo in cui il mito delle nuove tecnologie è stato usato: per giustificare l'offensiva capitalistica contro la classe operaia, per legittimare le ristrutturazioni e i licenziamenti. Salvo poi quando si verificano catastrofi come Bhopal, come Chernobyl, ricordare che siamo nell'era nucleare, ricordare il tremendo impatto ambientale di molte di queste tecnologie onnipotenti, ricordare come queste siano pronte in ogni momento a trasformarsi da forze produttive in forze distruttive; distruttive al punto da minacciare la stessa vita sulla terra. Non mancano allora i giudizi sommari che liquidano, ad un tempo, l'attuale organizzazione sociale, lo sviluppo industriale, il progresso tecnico-scientifico. Il marxismo ha un punto di vista capace di superare questa contraddizione?


La dimensione planetaria dei problemi attuali

LG: Certamente. Il marxismo non condivide le posizioni luddiste; le ha combattute. Ma non accetta neppure questa ideologia della scienza e della tecnica secondo cui esse possono risolvere tutti i problemi. I problemi che tu indicavi sono in primo luogo problemi di ordine sociale, riguardano l'organizzazione della società, la lotta tra le classi. Non va attribuita alla scienza e alla tecnologia alcuna potenza magica; vanno trattate come tutti gli altri fattori della società, cioè con un esame delle forze che le determinano e che se ne servono, degli interessi economici che vi sono intrecciati ecc. Né alla scienza né alla tecnologia, in quanto tali, in quanto attività sociali umane, noi possiamo attribuire le responsabilità delle catastrofi, ma ai rapporti sociali concreti entro i quali, in un determinato momento, vengono a svilupparsi e ad esplicare i loro effetti.
Esistono certo molti malintesi a questo proposito favoriti anche dai mass media e dal grande capitale. Ad Agnelli, per fare un esempio, fa certo comodo che la gente pensi che lo sfruttamento del lavoro non è colpa sua ma della scienza. Ma questa è veramente una grande mistificazione.
Tornando all'incidente di questi giorni. Esso ha dimostrato un'altra cosa importante: il carattere internazionale, mondiale di questi problemi e della lotta che ci troviamo a fare. Si è visto, ad esempio, che la nube nucleare non rispetta i confini tra un paese e l'altro, tra “l'impero d'Occidente” e “l'impero d'Oriente”; se ne va per conto suo e ci obbliga a fare una riflessione sul carattere internazionale della civiltà umana, dei problemi che la riguardano. E' sempre più superata la divisione tra regione e regione, fra Stato e Stato; i problemi si pongono su scala planetaria.

TB. La dimensione planetaria, la punto di vista capace di superare qualità nuova del problema ambientale – oggi non è più solo questione di fenomeni localizzati di "inquinamento"; siamo spesso di fronte a fenomeni globali, tendenzialmente irreversibili di impatto ambientale dello sviluppo umano: crescita demografica, esaurimento di alcune risorse, minacce di morte di interi ecosistemi (le foreste distrutte dalle piogge acide, l'eutrofizzazione dei mari, per esempio) – possono essere esaminati con le categorie dei classici del marxismo, di Marx, di Engels, di Lenin? Molti, anche a sinistra, ormai lo negano apertamente: alcuni si spingono ad accusare il marxismo di aver condiviso il cieco ottimismo industrialistico del positivismo filo-capitalistico...

LG: Possiamo certamente partire dal marxismo per esaminare queste questioni, ma tenendo conto che la situazione di oggi non è quella di allora Non si può accusare Marx di non essere stato un profeta. I profeti lasciamoli alle religioni. Marx ha esaminato scientificamente, con molto rigore, la situazione dell'industria e dell'economia della sua epoca. Noi possiamo – e dobbiamo, secondo me – usare gli stessi strumenti per fare altrettanto con l'economia, l'industria, le tecnologie di oggi.
Non possiamo invece chiedere al testi di Marx la formula valida allora come oggi. Non possiamo più cancellare la meccanica di Newton; essa è stata un passo fondamentale nello sviluppo della scienza. Ma da quel momento si è andati avanti, si è arrivati ad Einstein ad Heisenberg e oltre, alla fisica moderna.
Questo è normale. Possibile che solo nei riguardi del marxismo si faccia colpa a Newton-Marx di non avere risolto i problemi di oggi? Secondo me c'è in questo un errore di impostazione.


Una cultura indifferente al pensiero scientifico-tecnico

TB. Indubbiamente non si può rimproverare a Marx di non essere stato un profeta. Dobbiamo invece riconoscere che fin dai suoi inizi il marxismo ha avuto una considerazione peculiare della natura e del rapporto tra uomo e natura. Nei testi di Marx ed Engels, ricorre una formula molto pregnante, emblematica della concezione che hanno gli autori del rapporto tra l'uomo e la natura. Marx ed Engels parlano di un “ricambio organico” tra l'uomo e la natura che avviene nel contesto di determinate forme sociali. Da un lato, cioè, c'è il riconoscimento dell'uomo come ente naturale che dipende dalla natura; dall'altro, però, questa dipendenza assume forme che non sono “naturali” ma determinate dal modo “sociale” in cui l'uomo organizza il “ricambio organico”. Tutt'altro quindi che l'unilateralismo del positivismo. E in più punti dalle opere di Marx e di Engels si rivengono riferimenti alle devastazioni ambientali provocate dall'approccio di rapina del capitalismo, mosso dalla logica del profitto, alle risorse naturali.

LG: Lo stesso Lenin aveva compreso la portata del problema e aveva cercato – malgrado l'arretratezza russa – di impostare anche dal lato teorico il problema dei rapporti tra progresso scientifico e progresso civile, con opere esemplari. Ma in Italia opere come Materialismo ed empiriocriticismosono del tutto ignorate, quando non si giunge a dire che si tratta di opere minori, di scarso valore, come ha scritto Luciano Gruppi.

TB. Dalla teoria alla prassi del movimento operaio italialo. Non si può negare che c'è molto da fare per dare alla sinistra una coscienza della questione ambientale. Le scelte tecniche, scientifiche, economiche fatte dal capitale sono troppo spesso accolte come inevitabili, se non proprio come le migliori. Quale può essere la ragione di fondo?

LG: Ci sono due ragioni, a mio modo di vedere. La prima è che nella nostra società resta dominante la borghesia, il capitale, e quindi ciò condiziona il formarsi dell'ideologia degli scienziati e 1'uso della scienza; di riflesso anche il movimento operaio assorbe questi punti di vista su queste questioni.
La seconda è l'ignoranza. Anche nelle file della sinistra italiana troppo spesso per cultura si intende solo quella letteraria-umanistica, con un'attenzione marginale a quella scientifica. Lo stesso Gramsci non aveva capito l'importanza della cultura scientifica e anche il PCI ha continuato a privilegiare, anche nel secondo dopoguerra, un tipo di cultura del tutto indifferente a quella scientifico-tecnica.

TB. In questa ignoranza c'entrano anche le scelte politiche e strategiche? Voglio dire: è forse casuale che il PCI che sceglie con convinzione le centrali (rivendendo tutte le mistificazioni di parte capitalistica sulla necessità di questa scelta per il progresso industriale e tecnologico del paese) abbandoni nel contempo perfino sulla carta l'idea del “superamento” del capitalismo?

LG: No certo. Ormai il PCI si guarda bene dal voler “superare” il capitalismo. Si accontenta di migliorarlo un po'. Si adatta a viverci dentro. In una situazione del genere è chiaro che il capitalismo ha ragione di dire “sono io il progresso”. Che cosa gli può contrapporre, infatti, il PCI?

TB. Eppure tra il '68 e la metà degli anni settanta ci sono state alcune esperienze significative sul terreno della lotta per la salute, contro la nocività dell'ambiente di lavoro, per la tutela del territorio (Marghera, Castellanza...). Ma oggi è rimasto ben poco; le grandi organizzazioni burocratiche sono rimaste impermeabili...
Un qualche sforzo di elaborazione su questi temi, a partire da un punto di vista marxista, o tenendo conto del punto di vista marxista, è stato fatto da alcuni studiosi, talvolta tecnici animati da spirito militante, che hanno prodotto una “ecologia politica” peculiare del nostro paese. Anche Democrazia proletaria ha fatto dei tentativi in questa direzione, con convegni come “Coscienza di classe e coscienza di specie” ad esempio...


E' necessario ritornare a Marx

LG: Il tentativo non è molto riuscito; non ancora almeno. E' certo maturata una maggiore sensibilità... C'è stata una qualche influenza deformante dei francofortesi. Un autore come Cini (L'ape e l'architetto), per fare un esempio, imposta la questione nei termini estremisti, infantili di “lotta contro la scienza” (e Cini è peraltro un bravo fisico...). Alcuni di costoro, naturalmente, si dichiarano contrari a Engels, se non a Marx. Credo invece che sia necessario un ritorno a Marx, ai testi di Marx. Naturalmente come si ritornerebbe a Newton. Ma questa resta una tappa fondamentale senza la quale non si può capire lo sviluppo successivo e non si può fare la rivoluzione oggi.

[Pubblicato in “Bandiera rossa” n. 8, 1 giugno 1986, p. 5]


martedì 3 maggio 2011

Unidad Popular: il fallimento del riformismo e di una rivoluzione democratica da uno scritto di Tiziano Bagarolo



Si ripercorre l'esperienza di Unidad Popular in Cile evidenziando il fallimento di una transizione al socialismo per vie pacifiche e democratiche, in un contesto di forte contrasto da parte della borghesia e dell'imperialismo USA, non potendo avere successo nemmeno come esperimento riformista, stante la forte coscienza rivoluzionaria che il proletariato cileno aveva maturato. Dimostra come quando vi sia una coscienza rivoluzionaria matura nelle masse, ogni tentativo di imbrigliarla dentro un assetto democratico e borghese è destinato al fallimento. Evidenzia altresì come lo spontaneismo delle masse, non guidato da una direzione politica rivoluzionaria determinata e preparata, è fallimentare.

Gli antefatti
Nel 1964, il democristiano Eduardo Frei viene eletto con un programma riformista. Punto saliente è la nazionalizzazione delle risorse minerarie, con congrui indennizzi per le società straniere espropriate. Con la riforma agraria, si fissa alle proprietà un tetto di superficie possedibile. Il resto deve essere redistribuito. La riforma agraria provoca a Frei problemi crescenti. L’annuncio ha suscitato aspettative fra i piccoli contadini, che si tramutano però rapidamente in scontento per la lentezza con cui la riforma procede. Nel contempo essa è contrastata, anche con il terrorismo, dall’oligarchia latifondista. Più che soddisfare i bisogni, le riforme di Frei legittimano le aspettative dei settori sfruttati, stimolando lo sviluppo dei movimenti, mostrando così che i bisogni delle masse vanno oltre il riformismo borghese. Dal 1965 si succedono lotte proletarie soffocate dalla repressione, mentre si deteriora il quadro economico.

L'ascesa al potere: i primi compromessi con la borghesia
La strategia democratica di Unidad Popular combina propositi antimperialisti e antioligarchici con un progetto avanzato di riforme, avendo come referenti la classe operaia, i contadini, ma anche i settori borghesi interessati alla modernizzazione del paese, al controllo delle risorse nazionali, allo sviluppo del mercato interno. Le proposte sul terreno economico (riforma agraria, redistribuzione del reddito, nazionalizzazioni) sono in continuità con la politica di Frei. UP cerca di rassicurare la borghesia con dichiarazioni di lealtà democratica. Nel contempo prospetta un allargamento della democrazia attraverso nuovi organismi di poder popular, a lato delle istituzioni esitenti, così da trasformarle in un estado popular che avvii la transizione pacifica al socialismo. Viene annunciata una nuova Costituzione, che “incorpori il popolo al potere”, da approvare con referendum.
Allende però non ottiene la maggioranza assoluta, e per diventare Presidente necessita di un accordo politico con la DC. Dopo un fallito golpe organizzato da CIA ed estrema destra, il Congresso ne ratifica l’elezione, non prima di aver approvato le riforme costituzionali proposte dalla DC, con cui Allende si vincola: ad applicare la riforma agraria di Frei; a non ostacolare le scuole private cattoliche; a non modificare i testi scolastici; a non espropriare i mass media; a non ammettere “organismi che operino in nome del poder popular”; e a riconoscere l’autonomia delle Forze Armate e la loro funzione di “garanti della convivenza democratica” (un “diritto di ingerenza” nella vita politica). Viene così precostituito, con la firma dello stesso Allende, l’appiglio per il golpe del settembre 1973. L’accettazione delle condizioni pretese dalla DC per conto della classe dominante contraddice qualsiasi dichiarazione sulla “transizione al socialismo” di Unidad Popular, svelandone la vera natura di collaborazione di classe fra i gruppi dirigenti del movimento operaio e la classe dominante nel contesto di una acuta crisi politica e sociale (“fronte popolare”). La borghesia accetta di cedere momentaneamente la massima carica dello Stato in cambio della garanzia di conservare sotto il proprio diretto controllo gli strumenti fondamentali del proprio dominio. I dirigenti di UP minimizzarono il valore di questo accordo il cui testo fu nascosto alla base.

Il primo periodo di governo: l'ascesa
Fra le misure realizzate nel primo anno: la refezione per gli alunni della scuola di base; la concessione gratuita di latte a ogni bambino e alle madri in attesa; l’istituzione di asili nido e l’apertura di nuove scuole; la distribuzione gratuita dei libri di testo nella scuola dell’obbligo; l’aumento delle borse di studio; l’apertura di consultori ed ospedali; un programma di edilizia popolare e l’imposizione di un tetto per il pagamento dei debiti ipotecari; una campagna di alfabetizzazione degli adulti; l’estensione della pensione di vecchiaia e l’innalzamento dei minimi salariali e pensionistici e degli assegni familiari; l'adeguamento automatico dei salari all’inflazione; incentivi per le attività culturali e la ricerca.
Sul terreno democratico il Governo di UP estende il diritto di voto ai diciottenni e agli analfabeti; riconosce i diritti terrieri negati ai popoli indigeni; introduce meccanismi di democrazia partecipativa. Sono inoltre allargati i diritti sindacali.
Viene attuata una politica economica fortemente espansiva che consente al Paese di uscire dalla recessione degli ultimi anni del Governo Frei. L’utilizzo degli impianti risale dal 75 al 95%, la disoccupazione scende in due anni dal 9 al 4%, la crescita raggiunge nel 1971 il 7,7%.
Nelle elezioni amministrative del 1971, Unidad Popular ottiene un successo storico. E’ questo il momento favorevole, se Allende e Unidad Popular lo volessero, per convocare il referendum per una nuova costituzione, “per incorporare il popolo nel potere dello Stato”. Ma evidentemente l’accordo con la DC nell’ottobre precedente impone di accantonare simili propositi.
L’11 luglio 1971 il Parlamento approva all’unanimità la nazionalizzazione delle miniere del rame. Si completa in tal modo un progetto di Frei; alle compagnie straniere espropriate è concesso un adeguato compenso. Analogamente si nazionalizzano le miniere di salnitro, carbone e ferro. Entro gennaio’71 il Governo nazionalizza banche ed assicurazioni, allargando così i prestiti ai piccoli produttori e alle cooperative ed abbassando i tassi di interesse.
Le nazionalizzazioni dell'industria endogena procedono invece con conflitti aspri con i proprietari. In molti casi i lavoratori autonomamente occupano la propria fabbrica e poi rivendicano la sua inclusione nell’Area de Propiedad Social, in cui confluiscono le imprese che passano sotto il controllo dello Stato, sottoponendosi a una guida nazionale centralizzata. Nei fatti, le nazionalizzazioni di Unidad Popular non sono diverse da quelle di un qualsiasi governo borghese. Non solo prevedono l’indennizzo dei capitalisti espropriati, ma non si inseriscono in un progetto di rovesciamento del capitalismo. La gestione delle singole imprese è affidata a comitati paritetici di rappresentanti dei lavoratori e di funzionari governativi. Ma mentre i primi decadono ogni anno, i secondi sono irrevocabili e spesso agiscono con l'arroganza dei vecchi padroni. Questo conflitto diventa aperto nel corso del 1972, a fronte della restituzione di alcune aziende occupate dai lavoratori.
Sul terreno della riforma agraria il governo di Unidad Popular si limita ad accelerare la riforma-Frei, mettendo fine al latifondo incolto. Un risultato significativo, anche se tutto interno al quadro democratico-borghese. Le possibilità rivoluzionarie di questo intervento sono indebolite dal modo in cui è attuato. Le terre espropriate sono assegnate secondo tre modalità principali: gli asentamientos, le assegnazioni individuali; i centros de reforma agraria, ossia grandi aziende collettive; e i centros de producción, grandi imprese statali. La maggior parte delle terre sono assegnate direttamente alle famiglie contadine. Il governo cerca di incentivare i contadini a unirsi in cooperative, ma queste non incontrano massicce adesioni. La riforma viene attuata per via burocratico-amministrativa, non attraverso la mobilitazione diretta dei contadini, che tende a scontrarsi con i funzionari del governo. Ciò provoca malcontenti, offrendo il destro ad attacchi demagogici dell’opposizione.
Una iniziativa complementare alla riforma agraria è la creazione di imprese statali nel settore della commercializzazione, per rompere il quasi monopolio detenuto da grandi compagnie spesso straniere. Parallelamente vengono istituite le juntas de abastecimientos y precios, elette a livello comunale, con il compito di incentivare forme di autogestione nella distribuzione dei beni di base. Questi strumenti, coordinati a livello locale dai comandos comunales, diventeranno un canale importante della mobilitazione popolare per contrastare il paro padronale dell’ottobre ’72.

La seconda fase: l'inizio del declino
A livello internazionale, Allende continuerà a pagare il servizio sul debito estero; solo alla fine del 1972 chiederà una moratoria. Nonostante ciò, Allende è ritenuto una minaccia dall’imperialismo nordamericano, allarmato per le possibilità di contagio di un governo “marxista” che “va al potere” con legittimità “democratica”. Washington progetta una controrivoluzione: provocare il caos economico, suscitare un clima di insicurezza e di violenza atto a giustificare un golpe per ristabilire l’ordine. A fine del 1971 la situazione economica peggiora, per il pagamento degli indennizzi, il blocco degli USA contro le esportazioni cilene, il taglio dei crediti imposto anche alle istituzioni internazionali sotto il controllo USA, la caduta degli introiti del rame, provocata dalla vendita della riserva strategica statunitense. Per evitare una recessione, il governo continua nella politica monetaria e creditizia espansiva, inducendo un’accelerazione dell’inflazione. Cominciano a scarseggiare i beni di prima necessità nei negozi, fanno la loro comparsa le code e il mercato nero. Il 1 dicembre 1971 ha luogo un cacerolazo: soprattutto le donne dei ceti medi protestano per la mancanza dei beni.
Di fronte alle difficoltà crescenti, UP si divide. A Lo Curro, nel giugno 1972, si scontrano due posizioni. La prima è sostenuta dal PC e dalla maggioranza allendista del PS: bisogna cercare un nuovo accordo con la DC ed evitare l’aggravarsi di una crisi. La seconda posizione spinge invece per completare il programma appoggiandosi sulla mobilitazione delle masse. Alla fine si realizza un accordo con la DC per le nomine nelle banche nazionalizzate e per escludere dall’area sociale imprese di dirigenti della DC. L’UP nel suo insieme non comprende la nuova situazione. La borghesia è sempre più preoccupata del fatto che le masse “rompono le dighe” ed è perciò sempre meno disposta a concedere altro tempo alle direzioni riformiste. Per un verso, dunque, è destinata a fallire la politica di accordo di Allende. Per un altro, è inadeguata la posizione di chi vuole procedere con le riforme senza rendersi conto che la dinamica rivoluzionaria non può risolversi che con mezzi rivoluzionari.
Le masse vanno a sinistra, il governo va a destra e dalla metà del ’72 si moltiplicano le lotte proletarie contro il “governo popolare”. Nasce così nel giugno 1972 il primo organismo di tipo “sovietico” della rivoluzione cilena, il cordon industrial (coordinamento di settore industriale, costituito da delegati eletti dai lavoratori), il quale si dichiarerà “a favore del controllo operaio della produzione” e per una “assemblea dei lavoratori al posto del Congresso”. I cordones non coordinano soltanto gli sforzi economici fra le diverse fabbriche. Sono in nuce una nuova organizzazione del potere politico, fondata sull’azione diretta delle masse. Nello stesso senso va l’asamblea popular nata a luglio a Concepción, con rappresentanti di fabbrica, dei partiti di sinistra e delle organizzazioni sociali. Il PC accusa l’assemblea di essere una “manovra della reazione che utilizza come schermo l’ultrasinistra”. Anche Allende la attacca perché “nessun rivoluzionario può ignorare il sistema istituzionale, di cui fa parte il governo di UP”.
Su questo sfondo, il 9 ottobre comincia lo sciopero dei camionisti con lo scopo di far cadere Allende. Il loro leader è dirigente del gruppo fascista Patria y Libertad. Il blocco armato dei camionisti dell’unica arteria che collega il nord e il sud del paese provoca rapidamente la penuria di molti generi. Ai camionisti si uniscono altri settori piccolo borghesi e gli imprenditori, sostenuti dalla Cia. Ma di fronte al sabotaggio economico della borghesia i lavoratori occupano e riaprono le fabbriche chiuse, riorganizzano la produzione e i rifornimenti. Si dispiega una guerra civile strisciante che però non ha, dal lato delle masse, una direzione cosciente. Infatti, invece di mettersi alla testa delle mase, il governo proclama la legge marziale, che l'Esercito ovviamente utilizza piuttosto per reprimere le masse che per far rispettare la “legalità”. Dopo 26 giorni, lo sciopero dei padroni può dirsi sconfitto. Ciononostante, Allende chiama il 3 novembre i militari a far parte del governo. La volontà è di imporre una tregua al movimento delle masse vittoriose.


La perdita di contatto di UP con le masse
La radicalizzazione della classe operaia si manifesta anche in un salto nella coscienza politica dei lavoratori. Si legge nel Pliego del Pueblo: “L’esperienza di queste giornate ha dimostrato che i lavoratori non hanno bisogno dei padroni per far funzionare l’economia” Rispetto all’Unidad Popular: “Nessun funzionario può dimenticare che la sua prima responsabilità è verso il popolo e che, pertanto, è obbligato a sottostare al suo controllo”. Sul piano politico, “non si può risolvere la crisi con alleanze con i militari”.
La divaricazione fra le masse e le direzioni si accentua. Per convincere i lavoratori e lasciare le imprese occupate, il governo non esita a far intervenire i Carabineros con arresti. Nel gennaio 1973 il ministro dell’economia elabora un piano di restituzione ai padroni di un centinaio di imprese nazionalizzate o occupate dai lavoratori, suscitando immediatamente la risposta dei cordones industriales. In poco più di un anno la coscienza dei lavoratori ha fatto un enorme balzo in avanti. Si pone ora l’esigenza di coordinare a livello nazionale i cordones per costruire un’alternativa di potere, ma la “spontaneità” delle masse, da sola, non può assolvere questo compito. Il governo stesso si pone il compito di controllare questa dinamica che rischia di travolgere la ricerca del dialogo con la borghesia. In un discorso del maggio 1973 Allende osserva: “Si deve creare il poder popular, ma non indipendente dal governo.”
Mentre Allende e il governo lanciano la parola d’ordine “No alla guerra civile”, la borghesia e l’imperialismo si preparano al golpe, i cordones colgono la situazione: “Noi lavoratori sappiamo che si avvicina l’insurrezione finale dei padroni e ci prepariamo per stroncarla, poiché non ci può essere pace sociale fra sfruttati e sfruttatori.”. Il 19 aprile comincia lo sciopero per ragioni salariali dei minatori di rame di El Teniente, miniera nazionalizzata da Allende, dando una dimensione dirompente alle contraddizioni fra Unidad Popular e la sua base sociale. Lo sciopero, sconfessato da tutta UP, va avanti per due mesi perché il governo, temendo gli effetti destabilizzanti di una possibile rincorsa salariale, si rifiuta di negoziare. Con il loro appoggio strumentale agli operai, DC e Patria y Libertad riescono a trasformare un conflitto sindacale in uno scontro politico fra operai e UP.

La fine
A primavera del 1973 la crisi si avvita. Il conflitto che oppone la borghesia a Unidad Popular è subordinato all’evoluzione dello scontro principale fra la borghesia e il proletariato. E' il fallimento di Unidad Popular nel compito di controllare le masse, e non il suo “estremismo”, che fa decidere la borghesia per la “sovversione”. Questa decisione matura a seguito del fallito sciopero dei camionisti e dello scacco del fronte borghese alle elezioni di marzo 1973. Avendo esaurito i mezzi “ordinari” per ristabilire la situazione, la borghesia supera le residue remore circa il golpe. I lavoratori tentano di contrastare le tendenze del “proprio” governo alla resa e di rafforzare la propria organizzazione in vista dello scontro. Ma mentre la controrivoluzione si dà una strategia e un’organizzazione centralizzata, questi fattori fanno difetto al proletariato cileno.
Anche nella DC prevale l’opzione pro-golpista con l’elezione a segretario di Aylwin, esponente della destra intransigente. Le posizioni dei militari lealisti sono sempre più precarie e la macchina del golpe è avviata. A giugno alcuni marinai incontrano dei senatori di UP, fornendo informazioni sui piani di golpe. Ma l’incontro viene spiato e vengono incarcerati dalla Marina 400 sottufficiali. Benché Allende sia informato della cosa, non interviene.
Il 29 giugno si verifica una sollevazione militare. Fallisce ma, come scriverà Pinochet, sarà utile per saggiare le capacità difensive del governo e il suo sostegno popolare. La reazione popolare è imponente ma UP opera per ricondurla nella “legalità”, spargendo illusioni sulla “lealtà democratica” delle forze armate, facendosi carico delle esigenze repressive della borghesi. Paradigmatica la Ley de control de armas, che consente all’esercito perquisizioni senza mandato alla ricerca di armi. La legge, non avendo ricevuto il veto del presidente, diventa esecutiva. Il giornale del Partito socialista attribuisce il fatto all’“omissione di un funzionario”, ma costui spiega che “tanto il presidente Allende che la maggioranza di Unidad Popular consideravano positivo il progetto di legge”. Di fatto l’esercito utilizzerà questa legge per scatenare perquisizioni ed arresti volti a prevenire la resistenza operaia. Pochi giorni prima del golpe, durante delle perquisizioni nelle fabbriche dell’Area social, l’esercito fucila un operaio. Allende non prende provvedimenti. Il 27 luglio comincia un nuovo sciopero dei trasporti, mentre un’assemblea di ufficiali chiede al generale Prats, ministro della difesa, un accordo fra il Governo e la DC, l’assegnazione delle imprese dell’Area social alle forze armate, la messa fuori legge dei cordones industriales. E’ un ultimatum al governo. Come risposta, il 23 agosto, Allende sostituisce Prats con il generale Pinochet, facilitando il prevalere dei settori golpisti dell'esercito, ma continua a rassicurare sulla “lealtà democratica delle forze armate”. A settembre si uniscono allo sciopero dei camionisti medici, farmacisti, avvocati, commercianti. La stampa borghese chiede al presidente di suicidarsi.
Nel terzo anniversario della vittoria di Allende si svolgono enormi manifestazioni. E’ una prova di forza, ma non troverà una direzione che la orienti all’azione. I lavoratori sfilano armati di bastoni, perché il governo si rifiuta di consegnare loro le armi che essi chiedono, consapevoli di ciò che sta maturando. Poche ore prima del golpe, il presidente annuncia di volere un referendum confermativo sul governo. Allende pensa di non poterlo vincere, trattandosi di un modo per uscire di scena con una parvenza di “legalità”. E' una dichiarazione di resa inutile. Il giorno dopo Allende è morto.

Le ragioni della sconfitta
UP finisce per consegnare disarmato il movimento operaio ai suoi carnefici. I militanti di Unidad Popular sono impreparati ad affrontare il golpe. Il Mir dispone di armi leggere e di un embrione di struttura militare. Ma la resistenza a un colpo di Stato non si può improvvisare, e sostanzialmente non sarà attuata. Nonostante le promesse sul “poder popular”, per UP i lavoratori non avevano il diritto di armarsi.
II governo Allende, fin dalle sue premesse, non si pose sul terreno della transizione al socialismo, anche graduale e pacifica. Il suo orizzonte fu la modernizzazione delle strutture economico-sociali e la democratizzazione entro il quadro borghese. Questo passaggio venne presentato come la precondizione per avviare, in un secondo momento e nel quadro della legalità, una transizione “pacifica e democratica” al socialismo. Ma anche se questo fosse stato il convincimento di Allende, rimane che Unidad Popular è stata un “fronte popolare”, una formula sperimentata con esiti negativi.
Il riformismo di UP fu radicale, ma si fermò davanti alla sacralità dello Stato borghese, che non reputò sufficienti le garanzie politiche offerte da Allende. Pinochet si mosse per schiacciare una classe operaia che aveva umiliato la borghesia durante il paro del 1972, dimostrando di voler andare oltre i limiti fissati dal governo. Si è trattato del fallimento di una strategia riformista. Ma per vincere non basta l’azione spontanea delle masse. Occorre una direzione politica che non la voglia frenare o deviare ma guidare e portare a compimento. Non ci può essere una rivoluzione vittoriosa senza un partito rivoluzionario capace di conquistare la maggioranza dei lavoratori alla prospettiva della conquista del potere. Una rivoluzione che si ferma a metà strada si scava la fossa.


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