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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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venerdì 31 ottobre 2014

UN FUTURO A CASTE E STRISCIE di Francesco Salistrari




UN FUTURO A CASTA E STRISCIE



Il disegno neoliberista di dominio sociale che porterà all'implosione della democrazia come sistema politico. 



di Francesco Salistrari



Certo, il Potere è geniale.

Dopo aver progressivamente azzerato le conquiste operaie degli anni ’70, spazzato via ogni velleità di cambiamento nel mondo occidentale ed occidentalizzato (globalizzazione, sic!) l’intero pianeta, inebetito gran parte della popolazione mondiale attraverso la distruzione della scuola, la tv e il cinema, dopo aver convinto la maggioranza silente che è più desiderabile possedere uno smartphone luccicante che usufruire dei propri diritti, dopo tutto questo e molto altro, il disegno è compiuto.

Prendiamo l’Italia.

Un paese che solo agli inizi degli anni ’80 era tra i primi 4 paesi più ricchi del mondo, seconda potenza industriale d’Europa, come si ritrova oggi?

Con una democrazia azzerata, il welfare state sventrato, un Parlamento e una Costituzione smantellati e un popolo governato da tre, e dico tre, governi consecutivi NON eletti democraticamente.

Il “Piano di Rinascita Democratica” piduista si è trasformato in realtà, senza colpo ferire, senza la minima opposizione, in maniera scientifica e indolore. Ed il tutto con il beneplacito della “sinistra” italiana, cioè di quella parte politica che avrebbe dovuto rappresentare proprio l’unico baluardo di difesa di democrazia, diritti e giustizia.

Com’è andata? Che le peggiori riforme, quella che hanno dato avvio allo sfacelo a cui assistiamo, sono state varate proprio da governi borghesi spalleggiati dalla nostra pseudo sinistra politica e sindacale. E’ un caso secondo voi che il primo governo Prodi, quello che ha dato via alla precarizzazione del lavoro nel nostro paese, distrutto scuola e sanità, che ha smantellato il comparto pubblico a suon di privatizzazioni (meglio dire svendite), è stato anche il governo che ha registrato ilpiù basso numero di ore di scioperi della storia repubblicana?

E che cos’è oggi il PD, con il suo “leader” Renzi? Non è forse un partito connotato da politiche padronali, di destra, con quella patina di “sinistra” che gli assicura il consenso proprio in quelle fasce sociali da cui naturalmente sarebbe avversato?

Il disegno è geniale. Mettere un uomo (ed un gruppo dirigente) profondamente di destra a guida del partito di maggioranza della sinistra italiana, perseguire programmi e obiettivi delle elite finanziarie e politiche europee ed di oltreoceano (USA) con il minimo possibile di opposizione reale.

Ma in tutto questo esiste un aspetto sociologico davvero incomprensibile, o per meglio dire inconcepibile, ma che pur si sta verificando e sta dipandando pienamente i suoi effetti deleteri sulla società italiana in maniera indelebile. Tale aspetto è quello che ha portato una fetta importante di popolazione, quella che si rifaceva alla vecchia tradizione comunista italiana incarnata dal PCI, ad appoggiare incondizionatamente un progetto simile. Ripeto di DESTRA.

Un intero gruppo sociale inebetito e rimbecillito a tal punto da non rendersi conto che le politiche portate avanti da questo PD, da questo gruppo dirigente, imbeccato ed eterodiretto dalle elites finanziarie, bancarie e politiche occidentali, sono esattamente le stesse politiche, gli stessi disegni e gli stessi obiettivi che hanno combattuto per decenni a colpi di scioperi, serrate, manifestazioni, raccolte firme, scontri con la polizia, subendo arresti, persecuzioni, interdizioni, umiliazioni.

Tutto quello che gli anni ’70 avevano conquistato alla classe subalterna italiana in tema di tutele, diritti e benessere, viene oggi smantellato proprio con il benestare di chi per quelle conquiste ha lottato duramente. Un’intera generazione di italiani, oggi, sta facendo la figura di un branco di cerebrolesi.

E a subirne le conseguenze disastrose saranno proprio le future generazioni. I figli dei figli di quel ’68 che verrà ricordato come l’anno in cui ebbe inizio la più grande sconfitta della storia di quella possibilità (allora soltanto accarezzata e sussurrata) di rendere il mondo un posto più vivibile e libero.

Mentre attraverso il Job Act, avviene il definitivo cambiamento del mercato del lavoro italiano portandolo agli standard di quello statunitense e tedesco, e di concerto viene completamente azzerato il ruolo e la stessa ragione d’esistenza della rappresentanza sindacale, mentre vengono ratificate e attuate le politiche volute e imposte dalle elites finanziarie europee e americane, ci si prepara ad entrare, sotto la guida di questo partito reazionario che si fregia del nome di “democratico”, in una nuova era di rapporti internazionali ed economici attraverso la sottoscrizione del T.I.I.P, mentre quello che restava della legittimità democratica nel nostro paese e degli strumenti di difesa sociali nei confronti della distruttività del neoliberismo economico vengono cancellati, il popolo italiano “dorme” sonni tranquilli.

Con quel minimo di benessere che rimane, con la ricchezza che continua a polarizzarsi verso l’alto, con la forbice sociale che si allarga sempre più, i segni del risveglio sociale stanno praticamente a zero. E questo perché la stragrande maggioranza della base di consenso del partito designato al governo del paese, appoggia in maniera acritica qualsiasi decisione piova dall’alto.

In questo fenomeno sociologico tanto strano, c’è sicuramente un’eco della più becera tradizione comunista occidentale, direttamente ereditata da oriente: la dirigenza ha sempre ragione. In questo modo vengono azzerate le discussioni e tutto viene accettato in maniera acritica.
Che manna!

Ma c’è anche un aspetto più inquietante nella nostra situazione attuale: ed è il fatto che, tutte quelle formazioni politiche e sociali che si schierano apertamente contro questo disegno, contro il governo, contro i sindacati marci e filogovernativi (nonostante la manfrina dell’ultima manifestazione di parata a contenuto politico pari a zero), tutto quel marasma di società e di politica attiva di alternativa, hanno due problemi fondamentali da affrontare e risolvere (e alla luce dei fatti sono ancora molto lontani sia dalla comprensione di tali problemi, sia ovviamente dalla loro risoluzione).

Punto uno: sono frammentarie e non riescono a coordinarsi e unirsi in vista di obiettivi comuni non solo di breve, ma anche e soprattutto di lungo periodo.

Punto due: non possiedono alcuna proposta politica complessiva di reale alternativa.

Una bella fregatura.

Anche perché, nel mondo del nuovo accordo di partnership economica che passa sotto il nome di T.I.I.P. che vedrà la luce nel 2015, senza un’alternativa credibile, radicale e complessiva di società, di economia, di democrazia, in una parola senza una vera prospettiva di cambiamento, le possibilità di opporsi al disegno di dominio sociale che passa sotto il nome di neoliberismo, saranno praticamente nulle.

Non ci meravigliamo se poi tra qualche decennio ci troveremo a vivere in un sistema di caste indiane dove la parola “dittatura” sarà solo un termine obsoleto che descriverà un vecchio e superato, quanto ingenuo, modo di gestione sociale, ormai sorpassato in maniera brillante.




lunedì 9 giugno 2014

STORIA DI UN'ESPERIENZA COLLETTIVA di Francesco Salistrari



La battaglia della discarica di Celico (Cs): un esempio di rivendicazione popolare autonoma


di Francesco Salistrari


Il Comitato Ambientale Presilano rappresenta un’esperienza unica per i nostri territori.

Nato dalla sinergia e dalla collaborazione di diverse componenti politiche e sociali attive in Presila, come i gruppi dei Giovani Democratici, le associazioni territoriali dei vari Comuni e dalla volontà e dall’azione di singoli cittadini, si è posto immediatamente come centro di aggregazione e di proposta politica intorno alle tematiche ambientali. Tematiche fortemente sentite per un territorio, come il nostro, devastato da decenni e decenni di politiche insulse e criminali.

L’esempio più evidente e più drammatico, sicuramente rappresentato dall’apertura della discarica di proprietà della Mi.ga srl individuata dalla Regione come valvola di sfogo per le annose problematiche di smaltimento degli RSU calabresi, ha rappresentato il momento cementificante di tutta una serie di sensibilità presenti da decenni nei nostri territori ed ha visto l’insorgere di un nuovo protagonismo sociale inedito per la Presila.

domenica 13 aprile 2014

MANIFESTARE LA VIOLENZA di Francesco Salistrari






MANIFESTARE LA VIOLENZA 
di Francesco Salistrari


Non basta più gridare la volontà di cambiamento, bisogna rivoluzionare gli strumenti di lotta



Ancora scontri con la PoliziaIeri a Roma. Di nuovo guerriglia tra manifestanti e poliziotti, di nuovo l’eterna guerra tra poveri voluta e cercata dai tanti che hanno interesse solo a che le proteste finiscano in massacro, che le idee vengano cancellate dal dibattito, che quello che resti, di una manifestazione, siano solo gli schizzi di sangue ed il disgusto.

Basta!

Il mondo è cambiato. E’ cambiato tutto. La sacrosanta protesta di un popolo contro le ingiustizie, i soprusi, i diritti negati, la protervia e la corruzione del potere, non può non cambiare con esso. Pena l’annientamento, l’annichilimento, la sconfitta, l’oblio.

Gli anni Settanta sono finiti. Non si può più continuare ad usare gli strumenti e i metodi di lotta di un’epoca passata, seppellita sotto un cumulo di cambiamenti che hanno stravolto rapporti di forza e condizioni sociali, abito mentale ad un intero corpo sociale, che hanno mutato le stesse risposte del potere.

Il corteo, la manifestazione, la sfilata di protesta, intese classicamente, non servono più a nulla. Per ragioni pratiche, prettamente pratiche, ma anche teoriche, ideologiche.

lunedì 20 gennaio 2014

UNA NUOVA PROSPETTIVA ANTICAPITALISTA di Francesco Salistrari


UNA NUOVA PROSPETTIVA ANTICAPITALISTA
di Francesco Salistrari


Questa sinistra italiana… che rabbia.

Una sinistra davvero sinistra, nel senso di inquietante. Una sinistra che nel corso degli ultimi trent’anni ha completamente mancato due appuntamenti storici cruciali: la caduta del muro di Berlino (1989) e l’ingresso nell’euro (1999). Due appuntamenti cruciali, periodizzanti, in cui alla sinistra non è mancato solo il coraggio e l’ardire politico che ci si aspetterebbe da chi, a parole, vuole “cambiare il mondo”. Ma è mancato qualcosa di ancora più importante, qualcosa che ad una sinistra degna di questo nome non dovrebbe mancare mai: la capacità di analisi.

Un’incapacità davvero imbarazzante considerato ciò che stava succedendo realmente, visti gli sviluppi successivi. Anzi, alle inquietanti prospettive che si stavano già dal 1989 delineando dinnanzi a questo paese (e al mondo occidentale), alla sinistra non è mancata solo la capacità di predirle, intuirle, pensarle, ma è mancata anche la capacità di elaborare il “lutto” della caduta del mondo sovietico. Un mondo che per decenni era stato presentato come il contraltare migliore al capitalismo, come la prospettiva auspicata, il “sol dell’avvenire” anche per il mondo occidentale, nascondendo, negando e non comprendendo il profondo abisso nel quale quell’esperienza avrebbe gettato tutta la sinistra antagonista mondiale e di conseguenza l’intero pianeta, spianando la strada alla “globalizzazione della finanza” che ha condannato il mondo al neoliberismo teologico dominante. Che ha portato alla vittoria definitiva di questo capitalismo assoluto nel quale viviamo.

mercoledì 17 aprile 2013

COME CI GIUDICHERANNO? di Francesco Salistrari.




COME CI GIUDICHERANNO?
di Francesco Salistrari


Mentre tutti parlano delle bombe di Boston, quando ancora non si sa nulla, ma proprio nulla, su chi, come e perchè, mentre tutti parlano di banche, di crisi, suicidi, governo, PDL, PD, Movimento 5 Stelle, elezioni del Presidente della Repubblica, voglio andare controtendenza e parlare di altro.
In effetti, gli argomenti da trattare sarebbero tanti, come tante le opinioni da esprimere, ma siamo davvero sicuri che siano quelle le cose importanti? Beh, forse si, sono importanti. Ma, per esempio, 3 morti americani a Boston, contro 60 bambini maciullati in Siria, quali sono i più meritevoli di attenzione? O un attentato (Boston), contro 15 (solo quelli di ieri) a Bagdad? C'è una scala di valori?

Per questa pseudo cultura occidentale, certamente si. Alcuni morti hanno più importanza di altri. Alcuni episodi vengono condannati, altri meno, altri nemmeno considerati. Ed in questa morale autoreferente occidentale, si scorda sempre più spesso che è il mondo intero a soffrire, a vivere una crisi che non è solo economica, a vivere situazioni orribili, sofferenze indicibili, soprusi, sfruttamento, devastazione ambientale ed umana. Cose tutte il più delle volte causate, volute ed alimentate proprio dal nostro “evoluto” occidente.
Quindi di cosa dovrei parlare? Di tutto e di niente, in fondo.

giovedì 14 marzo 2013

€UROCRAZIA di Francesco Salistrari




€UROCRAZIA

di Francesco Salistrari


Tutti i più grandi giornali internazionali vedono nell’affermazione del Movimento 5 Stelle alle elezioni politiche italiane, una chiara espressione del popolo italiano contro le politiche di “austerity” imposte dalla Germania. Che poi tali politiche siano pienamente avallate da decenni da tutta la classe politica italiana ed in qualche modo, da un punto di vista sostanziale, siano perfettamente confacenti alle scelte obbligate a cui il paese si trova di fronte permanendo nel sistema monetario unico, questo conta poco. Perché si, è vero che questa classe politica è la principale responsabile dello sfacelo in cui ci troviamo, ma il punto nodale è che tale sfacelo non è determinato, così come ciancia Grillo da anni, semplicemente da corruzione, rimborsi elettorali, privilegi di casta e vitalizi. Certo si tratta di cose assolutamente inaccettabili e a cui andrebbe trovato un rimedio in tempi rapidi. Ma il problema deldebito pubblico italiano è tale, e questo Grillo non lo spiega né lo ha mai detto, principalmente perché il paese si trova nell’Euro ed essendo costretto a vincoli di bilancio (3% deficit-Pil con ilTrattato di Maastricht, pareggio di bilancio dal 2013 con il Fiscal Compact), l’unica strada percorribile, nella condizione data è in poche parole “l’agenda Monti” (svalutazione salariale, armonizzazione del mercato del lavoro agli standard tedeschi, limitazione dei diritti e delle tutele, innalzamento età pensionabile, tagli a scuola e sanità, (s)vendita del patrimonio pubblico ecc. ecc.).

venerdì 1 marzo 2013

STORIA DI UNA MORTE ANNUNCIATA di Francesco Salistrari.





STORIA DI UNA MORTE ANNUNCIATA
di Francesco Salistrari.

Stiamo assistendo in queste ore all'agonia di un moribondo.
Ne osserviamo gli strepiti, il colorito cinereo, le parole insensate, il respiro pesante, assorbiamo l'aria tesa che si respira intorno a questo cadavere politico.
Sto parlando del PD, cioè di quell'esperimento mal riuscito di far convivere in un unico contenitore politico le due anime dell'Italia, quella di matrice comunista e quella democristiana. E benchè ormai di queste anime se ne avvertano solo eco lontane, non solo nel PD, ma all'interno della stessa società italiana, pur tuttavia il tentativo di conciliare cinquant'anni di contrapposizione ideologica e culturale, filosofica e morale, politica e sociale, non è andato a buon fine.

venerdì 22 febbraio 2013

DOVE NACQUE LA DEMOCRAZIA di Francesco Salistrari.





DOVE NACQUE LA DEMOCRAZIA
di Francesco Salistrari


Nikitas Kanakis, a capo della maggiore ONG operante in Grecia Médecins du Monde, riferisce di una lettera formale con richiesta di intervento all’ONU per il disastro umanitario. Gli stessi greci ormai da diversi mesi denunciano condizioni di vita peggiori addirittura al regime dei colonnelli o all’occupazione straniera (qui)”.

sabato 29 dicembre 2012

Il fiscal cliff è un diversivo, di Paul Craig Roberts


Per gentile concessione del blog "Memorandum di uno Smemorato" del compagno Francesco Salistrari pubblichiamo questo interessante articolo. 



Il “fiscal cliff” è un'altra bufala per distogliere l'attenzione di politici, dei media e del pubblico più attento, sempre che ce ne sia, da problemi piccoli e grandi.
Il fiscal cliff è un taglio automatico alla spesa ed un incremento delle tasse, con il fine di ridurre il deficit di una cifra insignificante nei prossimi 10 anni, se il Congresso non prenderà direttamente l'iniziativa di tagliare la spesa ed aumentare le tasse. In altre parole, il fiscal cliff ci sarà comunque.
Guardando il problema dal punto vista dell' economia tradizionale il fiscal cliff consiste in una doppia dose di austerità in un' economia già vacillante ed in recessione. Da John Maynard Keynes in poi molti sono gli economisti che hanno capito che l' austerità non è la risposta a recessioni e depressioni.
In ogni caso, il fiscal cliff è poca roba se comparato allo tsunami dei derivati, o alla bolla del mercato azionario o a quella del dollaro. Il fiscal cliff richiede tagli da parte del governo federale di 1,3 trilioni di dollari in 10 anni. Il Guardian riporta che questo significa che il deficit federale deve essere ridotto di 109 miliardi di dollari ogni anno cioè del 3% del budget annuo. Più semplicemente basta dividere 1300 miliardi per 10 e otteniamo i 130 miliardi di dollari di saving richiesti ogni anno. Ma si potrebbe ottenere tranquillamente lo stesso risultato se Washington si prendesse tre mesi di ferie l'anno dalle sue guerre.
Lo tsunami dei derivati e la bolla delle obbligazioni e del dollaro invece hanno un peso diverso.
Lo scorso 5 giugno, su “Collapse At Hand”, feci notare che secondo il rapporto del quarto trimestre dell’ Office of the Comptroller of Currency del 2011, circa il 95% dei 230 trilioni di dollari di esposizione sui derivati degli Stati Uniti erano detenuti da quattro istituti finanziari statunitensi: JP Morgan Chase Bank, Bank of America, Citibank e Goldman Sachs.
Prima della deregolamentazione finanziaria, in pratica l' abolizione del Glass-Steagal Act e la non-regolamentazione dei derivati – un risultato ottenuto dalla collaborazione tra l'amministrazione Clinton con il Partito Repubblicano – Bank of America e Citibank erano le banche commerciali che prendevano i versamenti dei depositanti e facevano prestiti al mondo degli affari e ai consumatori poi, con i fondi residui, compravano i titoli del Tesoro .
Con l' abolizione del Glass-Steagall queste oneste banche commerciali hanno cominciato a giocare come in un casinò, come la Goldmann Sachs che, pur essendo una banca di investimenti, si è messa a scommettere non solo i suoi soldi, ma anche quelli dei depositanti facendo scommesse senza avere i soldi, sui tassi d' interesse, sul mercato dei cambi, sui mutui, sulle materie prime e sulle azioni.
Questo giochetto in breve tempo non solo ha superato di molte volte il PIL degli Stati Uniti, ma addirittura il PIL mondiale. Infatti le scommesse della sola JP Morgan Chase Bank sono pari al valore di tutto il PIL mondiale.
Stando al rapporto del primo quadrimestre del 2012 del Comptroller of the Currency, l'esposizione delle banche statunitensi sui derivati è diminuita, a 227 trilioni di dollari, in modo insignificante rispetto al trimestre precedente. E l'esposizione delle 4 banche statunitensi ammonta quasi al totale dell’esposizione e supera di molte volte il loro asseto il loro capitale di rischio.
Lo tsunami dei derivati è il risultato della manipolazione di un gruppo di ufficiali pubblici pazzi e corrotti che hanno deregolato il sistema finanziario statunitense. Oggi soloquattro banche americane hanno una esposizione sui derivati pari a 3,3 volte il PIL mondialez. Quando ero un funzionario del Tesoro USA , una circostanza come questa era considerata fantascienza.
Se tutto andrà bene, gran parte delle esposizioni sui derivati in qualche modo si compenseranno tra loro, così che l'esposizione netta, che rimarrà comunque sempre superiore al PIL di molti paesi, non è dell'ordine di centinaia di miliardi di dollari. Comunque, la situazione sta preoccupando molto la Federal Reserve che dopo aver annunciato un terzo QE, che consiste nello stampare soldi per comprare titoli – sia del Tesoro degli Stati Uniti che dei derivati-a-fregatura delle banche – ha appena annunciato che raddoppierà i suoi acquisti del QE3.
In altre parole, l' intera politica economica degli Stati Uniti è basata sul salvataggio di quattro banche troppo grandi per fallire. Le banche sono troppo grandi per fallire solo perchè la deregolamentazione ha permesso una concentrazione finanziaria, come se l' Anti-Trust Act non fosse esistito.
Lo scopo del QE è quello di mantenere alti i prezzi dei debiti, che supportano le scommesse delle banche. La Federal Reserve dichiara che lo scopo di questa massiccia monetizzazione del debito è quello di aiutare l' economia facendo scendere i tassi di interesse ed facendo aumentare la vendita delle case. Ma la politica della Fed sta facendo male all'economia perché sta togliendo ai risparmiatori, e sopratutto ai pensionati, il reddito dei loro interessi sui risparmi, forzandoli a prosciugare il loro castelletto di risparmi. Infatti i tassi reali di interesse pagati sui certificati di deposito, sui fondi di investimento e sui titoli sono inferiori al tasso d' inflazione.
Inoltre, i soldi che la Fed sta creando nel tentativo di salvare le quattro banche sta facendo innervosire i possessori di dollari, sia in patria che all’estero. Se gli investitori abbandoneranno il dollaro ed il suo cambio crollasse, anche il prezzo degli strumenti finanziari che gli acquisti della Fed stanno sostenendo crollerebbe ed il tasso di interessi aumenterebbe. L' unico modo che ha la Fed per sostenere il dollaro è quello di aumentare il tasso di interesse. In quel caso, i detentori di titoli verrebbero spazzati via, e l'indebitamento per interessi del debito del governo esploderebbe.
Con una catastrofe come quella che seguirebbe al collasso della borsa e della bolla immobiliare, la residua ricchezza della popolazione verrebbe spazzata via. 
Ma gli investitori stanno già abbandonando le azioni per “salvare” il Tesoro. È per questo che la Fed può mantenere i prezzi dei titoli così alti mentre il tasso di interesse reale è negativo.
La paventata minaccia del fiscal cliff è nulla se comparata con il rischio che incombe con i derivati, con la minaccia sulla tenuta del dollaro e con quella di un mercato azionario che dipende dall’impegno della Fed a salvare le quattro banche americane.
Ancora una volta, i media e il loro maestro, il governo degli Stati Uniti, nascondono il problema vero dietro un problema fasullo.
Il fiscal cliff per i Repubblicani è diventato l'unico modo di salvare la nazione dalla bancarotta, distruggendo così la rete di aiuti sociali messa in piedi negli anni '30 e migliorata dalla “Great Society” di Lyndon Johnson a metà degli anni '60.
Ora che non c'è lavoro, che i redditi delle famiglie sono stagnanti se non addirittura in declino da decenni, ed ora che i redditi e la ricchezza sono concentrati in poche mani è il momento, dicono i Repubblicani, di distruggere la rete di aiuti sociali: in questo modo si eviterà di cadere sotto il fiscal cliff.
Nella storia umana, questo modo di governare ha prodotto rivolte e rivoluzioni, e questo è quello di cui gli Stati Uniti hanno disperatamente bisogno.
Forse, dopo tutto, i nostri stupidi e corrotti politici ci stanno facendo un favore. 

martedì 4 dicembre 2012

L'Uomo ha perso. Ha vinto la farfalla



di Francesco Salistrari.



L'umanità è stata sconfitta.
Sconfitta da sé stessa e dalla propria incapacità a comprendere quanto grandioso fosse il compito al quale essa avrebbe dovuto assurgere. Un compito che la natura, Dio, l'universo, chiamatelo come vi piace, le aveva affidato: quello di proteggere il mondo, la Terra, la sua casa, sua madre. Proteggere i suoi figli. La vita.
E invece l'umanità si è sconfitta da sé.
Ed il suono di questa sconfitta si ode in ogni angolo del mondo.
Nei rantoli di sofferenza di uomini, donne e bambini che muoiono di fame, di cancro, di stenti, di lavoro, di depressione. Nei lamenti di animali sgozzati a milioni. Nel suono di ferro delle industrie inquinanti. Nel suono del cemento che cade in pezzi sotto le sferzate del tremore della Terra. Nel rumore assordante delle auto incolonnate su strade di città infestate dal bruciare di benzina. Nel boato che fa un albero quando schianta a terra, ormai senza vita, col suo grido di dolore inimitabile. Nel suono dello sciacquettìo delle onde di un mare inquinato.
L'umanità si è vinta da sé.
E la sconfitta la senti in un odore.
Nell'odore putrescente di una discarica. Nell'odore di morte di un campo di battaglia o di una città distrutta dalle bombe. Nell'odore acre del fumo di una foresta in fiamme. Nell'odore nauseabondo del petrolio che sgorga dalle viscere della terra. Nel tanfo di una casa di disperati. Nel puzzo dell'acqua di un rubinetto. Nel profumo costoso di una signora che fa shopping.
L'umanità ha perso.
Ha perso l'occasione di dare un senso alla propria esistenza. L'ha sprecata nel costruire immense fabbriche dove ammassare carne da macello. L'ha sprecata nel distruggere il senso del vivere insieme, l'uno per l'altro. L'ha buttata a mare nel pensare il denaro come regolatore della vita sociale.
L'umanità ha perso.
E la sua sconfitta è tanto più grande quanto mette a repentaglio il mondo nel suo complesso, gli altri esseri viventi, che si estinguono a ritmo mai visto, nel mettere in crisi la stessa vita umana. La sua sconfitta è la sconfitta dell'intelligenza, dell'amore, della misericordia, della dignità, della dolcezza.
L'uomo non è ciò che è perchè pensa, ma pensa per essere ciò che vorrebbe che fosse. E senza di questo, l'uomo è la negazione, ciò che recide il legame con il creato, con il senso del mondo, con il senso ultimo della vita.
L'uomo deve, necessariamente, pensare a ciò che vuol essere. E se vuole essere ciò che è stato fin'ora, allora merita la sconfitta e la morte.
Perchè è impossibile accettare che la missione dell'uomo su questa terra sia quella di vivere una vita di stenti, solo per permettere ad altri, pochi, uomini di vivere nel lusso. Non è possibile accettare che l'uomo sia venuto al mondo per morire di fame, di cibo scadente, di radiazioni da esso stesso create, in catene. La missione dell'uomo non può essere quella di distruggere il pianeta in nome di un principio economico da esso stesso creato, un principio che ha soppiantato completamente quello di Dio, della Dea Madre, ancora più antico, o del culto della Vita, di molte civiltà primordiali. Il denaro non può essere il fine dell'agire umano. Se lo è diventato può significare solo una cosa: che l'uomo è caduto nell'autoinganno. Ed autoingannarsi è degli stolti, non degli intelligenti.
Lavorare, usare la propria creatività, plasmare la realtà, inventare, sognare, interpretare il mondo, scoprire, immaginare, non possono essere ridotti al freddo calcolo alchemico di un sudicio pezzo di carta.
Sudicio di sofferenza.
Sporco di sangue.
Contrassegno di tormenti e lamenti.
Assassino di passioni umane.
L'uomo è nato per altro. E' nato per venerare il mondo, prendersene cura, renderlo più bello, accudirlo, sorreggere i suoi abitanti, rendere loro grazie per ciò che sono e rappresentano.
Il mondo è una poesia che non è stata ancora scritta. E' una melodia non ancora composta. Una preghiera non ancora invocata. E' un quadro non ancora dipinto. E' un giardino ancora da coltivare. Un capolavoro di immane bellezza.
Ed il sommo cantore dello splendore di questo spicchio di universo avrebbe dovuto essere l'uomo. Che è nato ed ha acquisito l'intelligenza essenzialmente per questo, non per altro.
La Vita è unica. Indistinta. Microscopiche molecole di DNA che evolvono nel tempo.
La Vita è il Tempo.
E l'uomo avrebbe dovuto esserne il poeta più eccelso.
Come fa con i suoi colori il Pappagallo Ara o il Pesce Mandarino.
Come fa con il suo canto l'Usignolo all'imbrunire o il Verzellino al mattino.
Come fa con il suo volo leggiadro e spensierato la farfalla.
L'uomo avrebbe dovuto imparare a parlare con la voce del mare, con quella del vento, con la parola delle fronde degli alberi, con il sussurro del silenzio.
Lo ha fatto solo a sprazzi. Incantando per sempre con la sua grandezza. E quanti grandi uomini sono stati dimenticati. O ne viene solo celebrato l'immenso valore delle opere, dimenticando o ignorandone il più delle volte il messaggio.
Ma non bisogna dipingere un capolavoro per essere artista, o comporre un verso d'amore capace di commuovere per dirsi poeta. Basta una zappa e curare la terra, vederne crescere i frutti. Basta immaginare qualcosa che vada a vantaggio di tutti. Basta regalare un sorriso a chi in quel momento non ce l'ha.
E ognuno di noi può esser poeta, cantore, genio, artista.
Quando doniamo una carezza. Quando abbracciamo qualcuno. Quando regaliamo dolcezza.
Siamo tutti mirabili artisti nel condividere ciò che abbiamo, con gli altri.
Guardandoti intorno, però, scopri miseria, sofferenza, guerra, distruzione, angheria, individualismo, menefreghismo, cinismo, paura, rassegnazione, arrivismo, avarizia, avidità, morte.
Scopri la morte dell'uomo nel suo sguardo assetato di potere. Nel suo disprezzo. Nella sua indifferenza.
Scopri la morte, proprio laddove avrebbe dovuto esserci vita.
In fondo all'anima. Nei recessi di un tempio ormai distrutto.



lunedì 26 novembre 2012

MAFIA, POLITICA, POTERE, ECONOMIA di Francesco Salistrari







MAFIA, POLITICA, POTERE, ECONOMIA. Ambiti non separabili.
di Francesco Salistrari



Mafia, termine di antichissime origini e dalle disparate tradizioni e interpretazioni, che tende a connotare nell’accezione più comune, un’organizzazione criminale, antagonista all’ordine legale imposto dallo Stato sul proprio territorio.
Le origini etimologiche del termine “mafia” sono talmente varie e disparate e talmente tanti sono i significati attribuiti nel corso della storia a tale termine, che diventa oggi difficile condensarli in un significato univoco.
In realtà, oggi, il termine “mafia” tende ad indicare quell’organizzazione che adotta comportamenti basati su un modello di economia alternativo e convergente a quello legale e governativo per definizione. 

L'organizzazione mafiosa trae profitti da numerosi tipi di attività criminali: traffico d'armi, contraffazione, contrabbando di sigarette, traffico di stupefacenti, traffico di profughi clandestini, gioco d'azzardo, prostituzione, sequestri di persona, racket delle estorsioni, furti e rapine, appalti pubblici e privati, frodi agricole ai danni della UE, usura, traffico rifiuti (tossici e ordinari), riciclaggio denaro sporco, aziende legali e società quotate in borsa, investimenti finanziari, turismo, commercio con l'estero.
Come si può ben comprendere la vastità dell’attività e degli interessi gestiti e difesi, traccia la figura di un sistema vero e proprio, più che di un’organizzazione. Non a caso, riferendosi alla mafia, molte volte si è sentito usare proprio il termine “sistema mafioso”, appunto per definire e condensare in un’espressione, una struttura molto articolata che comprende all’interno di se stessa una determinata cultura politica, economica e sociale. La difesa e la gestione dei suoi interessi peculiari, è proprio ciò che fa della mafia un modello sociale perfettamente integrato nella società in cui prospera e si evolve ed è capace, grazie ad una serie di strumenti, di influenzare (e anche di indirizzare) l’evoluzione stessa della società nel suo insieme.
Il principale di questi strumenti è senza dubbio, la capacità di interagire e soprattutto di diventare parte attiva ed influente del sistema politico di riferimento. La compenetrazione tra apparato statale ed apparato mafioso, non è tanto una “venuta a patti” tra due sistemi divergenti e antagonisti che raggiungono un equilibrio, ma è più che altro il raggiungimento di quell’equilibrio grazie alla fusione dei propri apparati proprio in direzione di alcuni fini comuni che ne caratterizzano gli interessi. Tale fusione, evidente ma non ammessa, resta il tratto caratteristico della capacità di conservazione del sistema mafioso all’interno delle varie società nel corso del tempo. Senza questa compenetrazione profonda, il potere mafioso, seppur potente, radicato e pericoloso, sarebbe senz’altro giunto (soprattutto nei momenti di profonda crisi sociale e di consenso del potere politico) ad uno scontro frontale e mortale con lo strapotere dell’apparato Statale. L’organizzazione e la presenza capillare dello Stato sul territorio, avrebbe senz’altro permesso l’eliminazione o quanto meno un fortissimo contenimento del potere mafioso (si pensi a quello che è successo con la “lotta al terrorismo” politico degli anni '70).

La capacità adattiva e la forza persuasiva del potere mafioso, ne hanno fatto e ne fanno da lungo tempo, non già un’escrescenza dello Stato e del sistema politico, ma un vincolo al quale questi ultimi devono necessariamente rifarsi. Lo stato, ed il sistema politico in particolare, per perpetuare il proprio potere in modo funzionale alla tenuta del sistema sociale, deve per forza di cose favorire, appoggiare e ad accettare il cancro della criminalità organizzata.
A questo punto è utile inserire un termine nuovo per individuare le caratteristiche ed i modus operandi del sistema mafioso. Quello di fenomeno mafioso.
Il fenomeno mafioso, a differenza del sistema mafioso, è l’humus sul quale quest’ultimo cresce e si rafforza. Questo humus, altro non può essere che la società dal quale si genera. L’emergenza del fenomeno mafioso, storicamente ha visto l’avvio proprio nei periodi di cambiamento del tessuto sociale. I periodi storicamente definiti di “crisi” hanno rappresentato in determinate aree geografiche, l’adattamento sociale ai cambiamenti più vasti del sistema economico nel corso della sua evoluzione. Tali cambiamenti, capaci di rappresentare delle sorte di fratture nella continuità del sistema economico, hanno permesso e favorito da sempre l’insorgenza e l’affermazione (e il successivo rafforzamento) del fenomeno mafioso in quanto fenomeno sociale e politico.
Il radicamento di tale fenomeno, in una determinata società, non rappresenta altro che il grado di controllo che il sistema mafioso acquista nel corso del tempo all’interno della propria società di riferimento e in relazione con il proprio sistema politico.
Il fatto che queste considerazioni di carattere generale, sono perfettamente applicabili alle diverse società e ai diversi periodi storici, rappresenta la prova che il fenomeno mafioso ed il sistema mafioso non sono, come si tende a credere, qualcosa di estraneo alla struttura sociale, ma ne sono parte integrante e in taluni contesti necessaria. In altri termini, la società e la sua evoluzione, senza un potere mafioso, strutturato in sistema e capace di influenzare e il più delle volte indirizzare la vita sociale di un paese, non potrebbe essere e non sarebbe quella che è attualmente oggi.
La compenetrazione profonda tra sistema mafioso e sistema politico comunque risponde all'esigenza primaria del primo, di controllare, gestire, inserirsi, diventare attore principale, del sistema economico e finanziario. E' evidente che senza una convergenza di interessi e una condivisione di obiettivi (anche sociali) tra potere “legale” e potere “mafioso”, il sistema economico resterebbe meno permeabile alle influenze del sistema mafioso e verrebbe condizionato in maniera evidentemente minore dai suoi peculiari interessi.
I connotati del rapporto finanziario tra mafia e Stato possono identificarsi nella facoltà della prima di inserirsi all’interno del processo di accaparramento delle risorse pubbliche, ciò avviene attraverso delle specifiche modalità incentrate sulla capillarità e persistenza di collegamenti continuativi e rinnovabili nel tempo con i settori dell’amministrazione pubblica, in deroga palese all’ordinamento legale. Questi collegamenti consentono alla mafia, in quanto gruppo sociale di pressione, di influire attivamente sul processo di allocazione delle risorse pianificato dallo Stato. Essa si pone, così, nelle condizioni di esercitare un controllo che ben presto è divenuto la cappa – paradossalmente protettiva – di fette importanti della società.

Il rapporto di scambio, dal canto suo, si realizza grazie alla capacità delle mafie di porsi come soggetto politico. Un soggetto capace di diventare protagonista all’interno dello scenario politico nazionale, grazie alla facoltà di esercitare un potere in proprio, nel senso che esso è configurabile come una vera e propria signoria territoriale. Questo controllo territoriale si afferma, in effetti, come parziale deroga da parte dello Stato al monopolio della forza. Una deroga che si è spinta fino alla delega di compiti repressivi propri dell’autorità statuale. Il rapporto, dunque, si sviluppa e si articola nell’interazione tra due sistemi di potere che raggiungono un equilibrio attraverso l’individuazione di determinati fini comuni che ne caratterizzano gli interessi.
E’ in questi termini che deve intendersi il processo di formazione e consolidamento, in Italia, di un blocco dominante al cui interno opera un soggetto criminale. Questa formazione è stata, in primo luogo, funzionale alla tenuta dell’assetto politico venuto fuori dalla contrapposizione Est-Ovest della “guerra fredda”, ma non di meno alla conservazione della posizione di predominio e di privilegio di determinati gruppi sociali, soprattutto meridionali.
Alla luce di tante condivisioni e di così articolate convergenze, si può affermare che la mafia non è semplicemente un’organizzazione, è una prassi (politica, istituzionale, economica), è una cultura, è un atteggiamento condiviso.
La mafia, così, appare oggi totalmente inserita nel sistema economico dominante, capace di interpretare e sfruttare al meglio gli strumenti che questi è in grado di fornire. In questo senso, l'evoluzione del fenomeno mafioso può essere vista come un intreccio di continuità e trasformazione: aspetti persistenti, come la signoria territoriale, convivono con aspetti innovativi, come le proiezioni finanziarie internazionali, in un rapporto di apparente contraddittorietà ma, in realtà, di reciproca inclusione. 
L'inserimento sempre più massiccio della “mafia” nel sistema finanziario, attraverso investimenti legali, successivi al meccanismo gigantesco ed illegale del riciclaggio, fanno oggi dell'organizzazione criminale, un attore estremamente presente e influente nel panorama finanziario internazionale. Compartecipazioni in borsa, investimenti immobiliari, controllo di aziende e imprese anche quotate in borsa, gestione e controllo delle attività legate al turismo, sono solo alcuni degli aspetti più evidenti di questo strapotere. I “capitali mafiosi” sono parte integrante e fondamentale delle grandi multinazionali, animano i templi di un'economia finanziaria che governa il nostro mondo sfruttando rendimenti fittizi frutto di capitali virtuali. 
Ma è proprio in questo che si evidenzia, nella maniera più manifesta e non ammessa, la compenetrazione profonda che esiste tra il potere politico e quello mafioso, tra il sistema “legale” e il sistema “criminale”. Sarebbe infatti impensabile una tale preponderanza, presenza e pervasività nelle attività economiche e finanziarie, senza i dovuti e necessari collegamenti con il mondo c.d. legale, statale, politico, senza le connivenze e alleanze con i personaggi e le lobby chiave del mondo politico e finanziario. Connivenze ed alleanze che, nella loro evoluzione storica, si sono sempre più caratterizzate come “unioni organiche”, fino a diventare perfettamente funzionali e imprescindibili per la tenuta stessa del sistema politico ed economico nel suo insieme.

Questo porta ad una considerazione molto importante nella comprensione delle mafie e del sistema da esse rappresentate: il sistema economico dominante, basato sul mercato, diventa parte essenziale del potere mafioso e dell'influenza da esso esercitato, diventa cioè lo strumento necessario attraverso il quale questo potere si esprime. In altre parole, è il sistema economico stesso a fornire quesgli strumenti necessari e irrinunciabili tali da garantire e mantenere un Potere Mafioso. E' in questo che va scorta e rintracciata l'insorgenza della necessità, da parte della mafia, di un legame organico con la politica.
Legame che, oggi, dopo decenni di “ottimo” collaudo, appare fortemente strutturato e difficilmente estirpabile.
Il rapporto di scambio che così si articola, mostra come la natura delle relazioni, delle condivisioni e delle convergenze abbia creato un doppio binario di relazioni reciprocamente interlacciabili e strutturabili. Se da un lato nella dinamica dei rapporti tra mafia e politica, la prima sfrutta tali relazioni per conseguire un'influenza sempre crescente ed una occupazione di posizioni di potere sempre maggiori, garantendo l'accesso (quasi l'elezione) tra le fila della borghesia imprenditrice; dall'altro lato, la politica vede in tanta capacità di influenza la cassaforte in cui custodire i segreti di un successo che, nel caso della Democrazia Cristiana, è stato emblematico.

Ma non è tutto. Il potere mafioso si esplica e si esprime anche attraverso meccanismi e modalità operative più sottili e subdole, fino a configurarsi come parte integrante della cultura stessa di una nazione, fino a contaminarne atteggiamenti e modi di pensare, di comportarsi, di vivere. E' evidente come, date queste immense premesse, sarebbe impensabile, qui, analizzare compiutamente tutti gli aspetti e le problematiche poste dal sistema mafioso nell'economia e nell'ambito sociale di un paese come l'Italia. Alcuni aspetti non sono nemmeno stati accennati, come ad esempio il controllo del mercato del lavoro di determinate aree del paese o l'uso della minaccia armata, o ancora l'infiltrazione mafiosa nel sistema giudiziario o l'influenza e il condizionamento sull'Informazione. Aspetti, tutti, che necessiterebbero una trattazione molto approfondita. Aspetti, del resto, cruciali per la definizione e la comprensione di un potere mafioso.
In realtà, questo scritto si propone semplicemente come spunto di riflessione.



4 febbraio 2009


dal sito http://francescosalistrari.blogspot.it/




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