BERLINGUER (NON) TI VOGLIO TANTO BENE
di Mario Michele Pascale
Verrò linciato, lo so. Ma l’onestà
intellettuale ha un prezzo che pago volentieri. Tutto nasce da un
dialogo on line con il compagno Pierluigi D’Emilio, il quale imputava a
Craxi l’avvio della crisi della sinistra. Io risposi che era una
questione di punti di vista: secondo me la stessa crisi si avvia con
Berlinguer.
Berlinguer è un mito. Capace di procreare
miti di secondo livello (l’immagine di Benigni che prende in braccio il
segretario del Pci, ad esempio). Ma perché l’ex segretario è stato
capace di penetrare così in profondità nel nostro ricordo? Anzitutto è
morto combattendo. Ferito gravemente, in maniera metaforica, durante un
comizio. Compie, romanticamente, con la morte, ma ancor di più con il
suo resistere sul palco, caparbiamente, nonostante un ictus in corso, la
sua esistenza dedicata all’ideale. Risuonano potenti le sue parole
mentre incespicano in una morsa di dolore: “Compagni, lavorate tutti,
casa per casa, strada per strada, azienda per azienda”. E lo fa davanti
al suo popolo, con la Tv che lo riprende e lo proietta nelle case degli
italiani. Berlinguer e la sua immagine sofferente sapientemente
riprodotta a ridosso delle elezioni europee del 1984, hanno avuto un che
di sacrale. Il sangue del segretario, esattamente come il sangue dei re
dei popoli antichi, precristiani e pre romani, feconda il mondo. E di
fronte a questa sacralità, nulla si può opporre. Sandro Pertini, allora
presidente della Repubblica, volle trasportare il corpo con l’aereo
presidenziale, dicendo: “Lo porto via come un amico fraterno, come un
figlio, come un compagno di lotta”.


