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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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giovedì 7 luglio 2011

LA VAL DI SUSA DI FRONTE AL POTERE


Intollerabili…

Intollerabili violenze, o intollerabili calunnie?

di Antonio Moscato


Napolitano sarà contento: ha ottenuto una vera e assoluta unanimità dei quotidiani del lunedì nel commentare le “violenze” della Val di Susa. Tutti uniti, tutti insieme, nascondendo i fatti, riducendo il numero dei partecipanti perfino rispetto al comunicato della polizia, aumentando quello dei cosiddetti “infiltrati”… Qualcuno poteva esserci, naturalmente, tanto più che quando occorre si trovano (come accadde a Genova, dove in molti vedemmo spuntare poliziotti vestiti da “Black Bloc” da dietro le camionette). E a comandare la “difesa” della Maddalena c’era anche uno dei poliziotti condannati di Genova (per induzione a falsa testimonianza), così è stato più facile trovare nei boschi di tutto, perfino “mortai”! Ma non i famigerati Black Bloc: in tutto sono stati scovati (e duramente pestati) alcuni autonomi di Bologna e Modena, non più di una decina, tutti scandalosamente “non residenti in valle”, annota uno zelante cronista della Stampa, dimenticando che non c’era nulla di strano, essendo una manifestazione nazionale…Di alcuni dei pestati la polizia precisa che avevano diversi "precedenti". Non condanne, semplicemente erano stati segnalati per la partecipazione a manifestazioni, cortei, ecc. Se per questo nel 1969, a Bari, avevo collezionato 14 denunce per picchetti alle fabriche, assemblee, ecc. e quando è arrivata un'amnistia al termine dell'Autunno caldo, tentarono di incastrarmi per un corteo a cui non avevo neppure partecipato. Vecchie tecniche di polizia che servono a scoraggiare chi non ha ancora idee salde ed esperienza e a schedare chi invece tiene duro e non si arrende.

L’importante della messa in scena è far dimenticare la sostanza della protesta, a cui si finge di rendere onore dicendo “possiamo capirli, ma ora basta”, nascondendo però le sue ragioni: non la difesa egoistica del giardino di casa, ma il rifiuto di uno sperpero insensato, che per giunta fa danno all’ambiente solo per costruire un lunghissimo e costosissimo tunnel in una valle in cui esiste già una ferrovia assolutamente sottoutilizzata.

Napolitano è in prima linea, facendo propria la grottesca versione della polizia: in Val di Susa ci sarebbe stata una “violenza eversiva” dovuta a “squadre militarizzate provenienti dal di fuori” allo scopo di “condurre inaudite azioni aggressive contro i reparti di polizia chiamati a far rispettare la legge”. Logico a questo punto il delirio di Maroni (inverosimile ministro degli Interni a suo tempo condannato anche in appello per un’aggressione alla polizia, compreso il morso a un polpaccio dell’agente che tentava di effettuare una perquisizione della sede della Lega), che sostiene che ci sarebbe stato addirittura un reato di tentato omicidio, mentre la Padania, organo del secessionismo, bolla direttamente come “terroristi” quelli che difendono il proprio territorio. È altrettanto logico l’impegno di Enrico Letta a invitare i valsusini e la residua “sinistra radicale” a “dire no alla conservazione”, come Letta definisce il rifiuto di buttare dalla finestra 17 miliardi per costruire un’opera inutile e dannosa.

La pretesa di Napolitano di collocarsi “al di sopra delle parti” (elogiata come sempre dai mass media di regime, a partire dal Corriere della Sera e da Repubblica) gli serve per avallare quasi ogni porcheria giuridica sfornata dai lacché di Berlusconi, ma sparisce anche formalmente quando ricompare qualche piccolo tentativo di resistere al grande capitale. Napolitano, prima di essere presidente, era il leader indiscusso dell’ala destra del PCI (quella dei cosiddetti “miglioristi”), che in nome del “riformismo” riuscì a traghettare quel partito dall’area di una sinistra sia pur moderata e inefficace a quella attuale, impegnata nella difesa attiva, zelante ed esplicita del capitalismo. L’ala a cui apparteneva ad esempio Luciano Lama, che fu il grande regista della truffa dei “quarantamila” che servì per chiudere la lotta della FIAT del 1980, aprendo la strada a trenta anni di sconfitte.

Dietro questa grande unanimità, c’è il pesante coinvolgimento nelle “Grandi Opere”, TAV in testa, dell’area di capitalismo legata al PD, attraverso cooperative come la CMC di Ravenna, ma anche più classici settori capitalisti. [Per rinfrescare la memoria sui precedenti, rinvio ad alcuni degli scritti del sito (Napolitano: non è viltà! eNapolitano: nessuna sorpresa) e soprattutto al più organico scritto di Franco Turigliatto dedicato alla lotta del 1980 Lo spartiacque della FIAT.]

Un aspetto marginale della campagna di intossicazione sulla “violenza inaudita” riguarda il povero Beppe Grillo, presentato da più parti come “complice dei terroristi”. Una buffonata! Personalmente penso che chi ha una notorietà che attira le telecamere, di fronte a un movimento radicato da due decenni, dovrebbe avere maggiore cautela nel parlarne, sapendo che uso i mass media sono pronti a fare di qualsiasi dichiarazione imprudente, stravolgendone il senso. Ma il discorso di Grillo era solo un po’esaltato nei toni come al solito, con scarsa attenzione alle parole, non tanto per l’elogio degli “eroi”, che era pura retorica, quanto per la “guerra civile”, che era manna per le orecchie di chi come Maroni alla guerra civile pensa seriamente per “non mollare” il potere. Imprudenza che ha contribuito involontariamente alla campagna di demonizzazione del movimento e dello stesso Grillo, ma nulla di più. Ricorda molto la messa in scena di Luca Casarini a Genova, con la sua proclamazione di guerra” ai potenti del mondo fatta davanti a 100 tute bianche e… alle telecamere. Insomma sarebbe meglio avere maggiore prudenza e soprattutto rispetto di chi è in prima linea da lungo tempo, che si trova a dover gestire poi le ripercussioni delle dichiarazioni di un non desiderato e improvvisato portavoce. Tanto più se poi le prevedibili aggressioni mediatiche finiscono per costringere l'imprudente a non necessarie condanne degli inesistenti Black Bloc. Ma è inaccettabile presentare la presenza di Grillo alla manifestazione, ovviamente legittima e anzi meritoria, come una colpa.

Viene casomai in mente anche l’incursione di Vendola sulla piazza milanese subito dopo la vittoria di Pisapia, che si irritò per la lettura trionfalistica che l’immaginifico barese aveva dato del suo successo… In questa occasione, invece, l’ossessione di conquistare il PD così com’è ha portato Vendola a rifriggere le sue vecchie prediche sulla non violenza, mentre il movimento, pur sotto uno straordinario fuoco mediatico concentrico, sta invece tentando di spiegare che quelli che hanno resistito alla violenza poliziesca non sono “professionisti militarizzati” ma valligiani indignati e non disposti più a subire passivamente… Gli effetti deleteri delle esternazioni di Vendola si sono comunque fatti sentire subito sul portavoce della SEL in valle, Antonio Ferrentino, sindaco di S. Antonino di Susa, sempre pronto a combattere presunti estremismi.

P.S. Un’ultima considerazione: ho aspettato martedì per vedere il Manifesto, che aveva come immaginavo un’ampia documentazione e molte testimonianze di protagonisti (come Fabiano Di Berardino, uno dei militanti bolognesi pestati e umiliati in stile caserma di Bolzaneto, o il lucido Marco Revelli), ma aveva anche come editoriale una penosa sviolinata di Valentino Parlato a un presidente che ci avrebbe “insegnato che gli ordini ingiusti non si eseguono” e anzi che “agli ordini ingiusti si resiste”. Incredibile: questo presidente sarebbe Giorgio Napolitano! Dove e quando ci avrebbe insegnato queste belle cose? Per giunta Parlato conclude facendo appello al “suo alto senso di giustizia”! Sarebbe auspicabile che i pochi compagni pensanti rimasti nella redazione del Manifesto riuscissero ogni tanto a impedire a Parlato di fantasticare sulla prima pagina del quotidiano, presentando quasi come un rivoluzionario quello che da tempo è il più efficace puntello politico del sistema capitalistico in Italia, con i suoi “preziosi consigli” che a volte riducono un po’ le insensatezze controproducenti del centro destra, e forniscono ulteriori alibi al centro sinistra per la sua politica testardamente suicida.

(a.m. 5/8/11)

martedì 5 luglio 2011

Uno strano caso di psicopatologia politica: il Partito marxista-leninista italiano di Stefano Zecchinelli





1. Che la rivoluzione anticoloniale portata nel 1949 a buon fine da Mao Zedong, sia stata un avvenimento importante e progressivo, è cosa certa per chi sostiene posizioni antimperialiste. Cosa ben diversa è la mitizzazione degli avvenimenti storici; la creazione di un passato eroico da venerare,e proteggere contro possibili contaminazioni.
Questo è il caso di una piccola setta, che, in questo brevissimo intervento, voglio prendere in esame: il PMLI (Partito marxista-leninista italiano).
La riflessione, che sicuramente non sarà lunga, è mirata a focalizzare un esempio di psicopatologia politica, prodotta (e non potrebbe essere altrimenti!) dai dispositivi totalizzanti della attuale società capitalistica.
Prima di affrontare ‘’il caso’’ PMLI  confermo la riflessione, fatta in un suo recente intervento, di Marino Badiale, il quale spiega come molte persone approdano all’anticapitalismo, dopo aver provato sulla propria pelle, gli effetti manipolatori del ‘’nuovo’’ capitalismo assoluto.
Non è una cosa da poco, perché una persona provata psicologicamente, da una parte è fortemente ostile alla distopia liberista, ma dall’altra ha forti problemi ad integrarsi in una comunità politica, e quindi a svolgere lavoro collettivo. Le sette, come il gruppo che voglio esaminare (od anche Lotta Comunista e Socialismo Rivoluzionario 1), sostituiscono la collaborazione fra compagni, e quindi anche il confronto, con il legame di fratellanza, propedeutico alla subordinazione acritica e al culto del capo.
Ma andiamo a vedere, più nello specifico, il Partito marxista-leninista italiano.

2. Il PMLI viene fondato a Firenze, da Giovanni Scuderi, il 9 aprile 1977. I militanti aderirono nel 1967 al Partito comunista d’Italia marxista-leninista, e due anni dopo fondarono l’Organizzazione comunista bolscevica Italiana marxista-leninista.
Il riferimento teorico di questo partito è il ‘’marxismo-leninismo pensiero di Mao’’, considerato il punto più altro di elaborazione teorica m-l (vie nazionali al socialismo). Qui bisogna aprire una parentesi: una cosa è stato il maoismo politico, che ha dato vita a sette folcloristiche come il PMLI (o Linea Rossa, fino a Lotta e Unità), un’altra il maoismo teorico che ha trovato in Europa, i suoi massimi esponenti in Charles Bettelheim e Gianfranco La Grassa.
Il maoismo teorico ha avuto il grande merito di capire che il processo storico segue un percorso multilineare, e quindi lo studio del marxismo cinese non può prescindere dallo studio dei modi di produzione asiatici; non c’è che dire, basta questo per mettere le bandiere sulla inutilità delle sette m-l, un mix di folclore politico e dottrinale.

3. Il PMLI rifiuta il trotskismo, il revisionismo di Cruscev, Deng e Hoxha, considera Gramsci il precursore del togliattismo, e parla di una inesistente Rosa Luxemburg pacifista. Non male, ma andiamo per ordine.
Sicuramente il partito di Scuderi accoglie la tesi di Mao sul revisionismo emerso nel XX Congresso del PCUS, quindi il progressivo ripristino del capitalismo in Urss fino al social-imperialismo di Breznev. Deng ha deviato la via ‘’socialista’’ del ‘’Grande Timoniere’’, e ci siamo, mentre Hoxha, che nel ’79 rompe con la Cina, diventa, assurdamente, un trotskista.
Nel 1975 ‘’i nostri’’ (riferito al PMLI) stringono rapporti con il Partito comunista della Cambogia, e dopo l’invasione della Cambogia fatta dal Vientnam, Dario Granito dirigente PMLI, si reca nella zona controllata dai Khmer Rossi; un simpatico pellegrinaggio.
Poco importa che Pol Pot fosse finanziato dalla CIA, contro un paese (il Vietnam) appoggiato dall’Urss; c’era il social-imperialismo sovietico e un marxista doveva dare priorità alla lotta contro questo (come no, miei cari!).
Nel 1979 dopo la rivoluzione iraniana, ‘’i nostri’’ la festeggiarono come rivolta antimperialista, e, ancora oggi, nelle ‘’Tesi per il quinto Congresso nazionale del PMLI’’ si legge:

‘’La Repubblica islamica dell’Iran tiene testa all’arroganza ed ai progetti dell’imperialismo americano e dei Sionisti di Tel Aviv e tra l’altro difende il proprio diritto allo sviluppo nucleare civile strumentalmente attaccato dai due paesi con l’avvallo della UE’’

Un po’ più sotto troviamo questa gustosa affermazione:

‘’ Un movimento di liberazione nazionale può allearsi tatticamente anche col diavolo, interno e esterno al proprio paese, pur di realizzare la liberazione del suo popolo e del suo paese’’.

Direi che un marxista subito capisce che la categoria di social-imperialismo è un ‘’non-senso’’. L’Urss era un paese estremamente conservatore, per ciò che riguardava le sue capacità di espansione, ed avendo al potere una ‘’nuova classe’’ (Gilas) di burocrati, non si capisce come poteva emulare, in quanto a pericolosità, l’imperialismo americano, caratterizzato dal primato del capitale privato finanziario.
Un marxista capisce ciò, ovviamente non dei preti che come tutti gli aderenti ad una religione devono cercare il nemico assoluto. Il PMLI lo trova, ad occhi chiusi perché la fede è un balzo nel vuoto, nel social-imperialismo e nel trotskismo.
Scuderi non ha cura del massacro che i militanti del Tudeh (Partito comunista iraniano) hanno subito da parte delle teocrazie islamiche: l’Urss era un paese imperialistico (avrebbero, come minimo, dovuto presentare delle analisi), e l’Iran del pretume nero, un baluardo dell’antimperialismo.
L’eroico capo del Tudeh, Noudeddin Kianouri, muore nelle carceri iraniane con le gambe segate, ma per ‘’i nostri’’ era una spia dell’imperialismo sovietico. Ecco dove conducono tutte le religioni, triste destino dei loro adepti!
Per ciò che riguarda il trotskismo la cosa è, a dir poco, tragicomica. Si legge nel loro sito e sul loro giornale ‘’Il Bolscevico’’ del pericolo trotskista rappresentato da Cossutta, da Bertinotti, dai CARC, da storici come Canfora e Losurdo. Insomma chi più ne ha più ne metta, nel loro pentolone c’è sempre posto.
Dobbiamo sempre procedere con un metodo di analisi simile a quello che occorre per capire le sette religiose. Da una parte ci sono ‘’l’invincibile pensiero di Mao Zedong’’ e i ‘’cinque maestri’’, quindi il bene (‘’invincibile'' come per il cristiano Dio è la verità assoluta), dall’altra chi storicamente ha rappresentato una alternativa di cambiamento sociale, quindi il revisionismo, la ‘’deviazione’’, e, usando un linguaggio mistico, ‘’il male’’.
La prassi commemorativa, le parate, le celebrazioni, sono il loro piatto forte. Il militante politico per superare lo stato di cose presente analizza criticamente il suo passato cercando di non ripetere gli errori fatti dai compagni che l’hanno preceduto; chi aderisce ad una setta (come il PMLI e Lotta Comunista), invece, si preoccupa di conservare il passato, imbalsamarlo, con la paura di essere schiacciato dal terribile mondo in cui viviamo.
Ci sono due modi di reagire alle vittorie del neocapitalismo: il primo è quello di adattarsi, cedere all’opportunismo tattico, per poi mascherare la propria adesione a ciò che si era criticato con costrutti teorici deprimenti; il secondo è quello di crearsi un mondo parallelo (come osserva giustamente Costanzo Preve) e rotolare tranquillamente accanto all’inferno attuale.
Per carità, ci possono anche essere convergenze e il lavoro nei sindacati reazionari di Lotta Comunista ne è una prova, ma, non essendo questa una critica attribuibile al PMLI, preferisco fermarmi qua.
Le sette sovrappongo il legame di fratellanza alla collaborazione, e il culto del capo alla democrazia di partito. I compagni diventano dei fratelli (come in Socialismo Rivoluzionario) e il capo, non solo, una sorta di grande (ed infallibile) maestro, ma anche un padre severo, a cui non si può disubbidire.
Nello Statuto del partito leggiamo:

‘’ I membri del Partito devono praticare il marxismo e non il revisionismo, sostenere l'unità e non la scissione, essere sinceri e onesti e non ricorrere agli intrighi e ai complotti, debbono osare andare contro corrente, praticare la critica e l'autocritica, essere modesti e avveduti, condurre una vita semplice e rivoluzionaria, formare una cosa sola col Partito, essere in ogni momento col Partito e del Partito’’ (Capitolo 1 Il Partito).

Ed ancora:

‘’ La denuncia degli errori e la critica dei difetti devono avere lo scopo di ``imparare dagli errori passati per evitare quelli futuri e curare la malattia per salvare il paziente'', occorre saper distinguere fra i due differenti tipi di contraddizione, quelle in seno al popolo e quelle tra il nemico e noi. Non bisogna colpire con violenza e sconsideratamente i compagni che non nascondono la malattia, desiderano curarsi e correggersi e non persistono negli errori. La critica deve essere aperta e leale ed avere lo scopo di unire e non di dividere, tutte le misure disciplinari vanno adottate solo dopo approfondito esame e con una precisa motivazione’’ (Capitolo 5 Misure disciplinari).

Il marxismo ora è una ‘’pratica’’ (ed io che parlavo di metodo marxista), vita monacale (e ci sta!), pericolo di contaminazioni esterne.
Il partito in questo caso è un guscio; l’unità fra compagni è sacrale, e la ‘’pratica’’ del marxismo una sorta di rito religioso per esorcizzare la selezione del mercato.
L’individuo è spersonalizzato sia davanti al capo/maestro, e sia davanti al passato dominato da grandi eroi invincibili e quindi irripetibili; insomma, molto brevemente, direi che si tratta di masochismo politico.
Mi stupisce il gusto con cui questi individui si auto annullano, quasi si fanno vittime sacrificali davanti ad una catastrofe imminente. Slogan e celebrazioni, toni austeri e promesse di vittorie future. È questa la caratterista del PMLI: il fascino di una promessa che passa attraverso la mummificazione del passato.
Concludo questo articolo, che spero faccia seguire ulteriore riflessioni soprattutto fra i lettori, con una citazione del ‘’male’’:

‘’ Per questi sterili profeti non c'è nessun bisogno di un ponte, sotto forma di rivendicazioni transitorie, perché non hanno nessuna intenzione di passare sull'altra sponda. Segnano il passo, si accontentano di ripetere le stesse vuote astrazioni. Gli avvenimenti politici sono per loro l'occasione per fare dei commenti, non per agire. Siccome, al pari dei confusionisti e dei facitori di miracoli di ogni genere, subiscono ad ogni momento ceffoni dalla realtà, i settari vivono in un permanente stato di irritazione, lagnandosi di continuo del "sistema" e dei suoi "metodi" e abbandonandosi a piccoli intrighi. Nei loro ambienti impongono di solito un regime dispotico. La prostrazione politica del settarismo non fa che accompagnare, come un'ombra, la prostrazione dell'opportunismo senza aprire prospettive rivoluzionarie’’ (Leon Trotsky ‘’Contro il settarismo’’ da ‘’Il Programma di Transizione’’).

E che la pace sia con loro! Amen!

P.S. ''Il male'' ovviamente è il meraviglioso capo dell'Armata Rossa Leon Trotsky!

Note:

Consiglio sicuramente il libro curato dal compagno Stefano Santarelli su Socialismo Rivoluzionario, altra setta: ''Dietro la non-politica. Quando il ''socialismo rivoluzionario'' vive di apparati, espulsione e culto della personalità''.

lunedì 4 luglio 2011

La parabola dell'autogestione in Iugoslavia, di Riccardo Achilli



La Rivoluzione del nostro tempo sarà dal basso o non sarà
Daniel Guérin (1958)


Premessa: impostazione del problema

Ho scelto di aprire questa breve analisi sulle caratteristiche e l'evoluzione dell'esperimento autogestionario nella ex Iugoslavia con una citazione di Guérin, perché il grande autore marxista libertario può rappresentare, a mio avviso, una guida per comprendere soprattutto le ragioni del sostanziale fallimento di detto esperimento. Cosa diceva, infatti, Guérin, in proposito? “che la pianificazione potrebbe funzionare efficacemente solo se fosse diretta dal basso verso l’alto e non viceversa, cioé se provenisse dai gradini più bassi della produzione e fosse costantemente sottoposta al loro controllo ... Il futuro, senza alcun dubbio, sta nella gestione autonoma delle imprese da parte delle associazioni dei lavoratori. Ciò che resta da mettere a punto, è il meccanismo, certamente delicato, della loro federazione, dell’armonizzazione dei diversi interessi in un ordine che sia libero”. In questo breve passaggio si riconosce, in nuce, il fulcro del problema di un sistema di autogestione che abbia l'ambizione di superare i rapporti capitalistici di produzione. Tale problema, a mio avviso, si risolve con un approccio basato su tre passi, progressivamente sempre più impegnativi:
- primo passo: l'autogestione deve superare il livello micro-aziendale, cioè non può essere semplicisticamente considerata una modalità alternativa di gestione di imprese in concorrenza capitalistica fra loro, perché non farebbe altro che riprodurre una mera variante del capitalismo manageriale. Occorre quindi, in primo luogo, che le imprese siano non soltanto gestite, ma anche di proprietà, dei lavoratori stessi, in un sistema di proprietà socializzata e condivisa, dove la proprietà privata dei mezzi di produzione sia abolita. Ma ciò non è sufficiente;
- secondo passo: le imprese in autogestione, quand'anche fossero di proprietà dei lavoratori (e quindi in un sistema in cui non esiste più la proprietà privata dei mezzi di produzione), che le gestiscono collettivamente, non possono operare come elemento di rivoluzione socialista dal basso se sono inserite in un sistema in cui il loro finanziamento e lo scambio sul mercato finale dei loro prodotti siano ancora regolati da meccanismi capitalistici, ovvero concorrenziali, e finalizzati alla massimizzazione del profitto. In tal caso, infatti, le imprese socializzate sarebbero ancora sottoposte all'esigenza di estrazione di plusvalore, e si verificherebbe una modalità diversa di alienazione del lavoro, costituita da una competizione fra i consigli operai titolari delle diverse imprese (un caso esemplare. I Cantieri Navali Orlando di Livorno, che per una certa fase, alla fine degli anni Novanta, furono di proprietà dei lavoratori stessi, furono afflitti da problemi tipici delle imprese capitaliste: aumento del saggio di sfruttamento, tramite interventi di aumento della produttività del lavoro e di auto-moderazione salariale, incidenti, anche mortali, sul lavoro, ecc.). Occore quindi che le imprese socializzate operino in un sistema complessivo non capitalistico, dove cioè non vi è plusvalore, e le merci sono scambiate al loro valore d'uso, determinato dal lavoro concreto, diretto ed indiretto, necessario per produrle;
- Ma anche ciò non sarebbe sufficiente. Terzo passo: come specifica Guérin, anche in un sistema non capitalistico, occorrerebbe comunque un meccanismo di coordinamento delle imprese socializzate fra loro (in una logica di filiera, ovvero di interscambio di materie prime e beni intermedi ai vari stadi della produzione del prodotto finale) e di queste con il mercato finale di consumo. Tale meccanismo non potrebbe risolversi, banalmente, in un mero coordinamento orizzontale fra le diverse unità produttive, in una logica di autonomia totale. Infatti, ciò non garantirebbe la necessaria centralizzazione dell'informazione produttiva e di mercato, atta a far funzionare adeguatamente l'intero sistema economico, realizzando una efficiente allocazione dei fattori produttivi e l'incontro fra offerta e domanda ai livelli richiesti. Serve quindi un meccanismo di pianificazione, che però non può essere centralizzato, perché finirebbe (come purtroppo verificatosi nell'Urss) per generare una nuova classe sociale dominante, ovvero la burocrazia, e di conseguenza forme specifiche di alienazione e sfruttamento del lavoro. Occorre quindi inventare (e qui la questione è aperta) forme di programmazione che partano dal basso, siano del tutto de-burocratizzate, e risalgano progressivamente, lungo le filiere produttive, per poi nuovamente ridiscendere verso i mercati finali, in un continuo processo di concertazione e coinvolgimento dei lavoratori associati nella gestione delle imprese, anche nella loro veste di consumatori finali, che esprimono la loro domanda. Tale processo dovrebbe essere quindi connotato dal massimo liveello possibile di partecipazione e confronto, ma anche, d'altra parte, da un necessario momento di sintesi, che tiri le somme del processo partecipativo, e determini i flussi di produzione ed interscambio, verificandone però costantemente l'adeguatezza rispetto alle esigenze produttive di ciascuna impresa ed alle esigenze di consumo dei cittadini, ed adottando meccanismi flessibili per modificare in qualsiasi istante le decisioni assunte. Ciò riviene a creare un meccanismo di consultazione costante fra tutte le singole cellule della società (ovvero fra i vari comitati di gestione dei lavoratori delle singole imprese, e fra questi e le organizzazioni di base dei consumatori). Tale problematica, per Pierre Naville, si traduce anche nel problema della libertà di informazione, ovvero della possibilità di creare un sistema in cui l'informazione viene creata dal basso, e circola fluidamente, senza che vi sia una centralizzazione della stessa, ed una sua distribuzione dall'alto.
La disamina dell'esperienza di autogestione iugoslava è mirata ad evidenziare come, di fatto, il suo fallimento fu legato all'incapacità di rispettare le condizioni sopra descritte.

Breve storia dell'autogestione in Iugoslavia

Il dibattito sul progetto di autogestione si accese già nel 1948, in seno al Quinto Congresso dell'allora Partito Comunista Iugoslavo. La "via iugoslava al socialismo" già si scontrava apertamente con quella stalinista. La Costituzione federativa del nuovo Stato imponeva necessariamente anche un ampio decentramento del potere economico (altrimenti sarebbe stato un federalismo di pura facciata), che non poteva essere garantito dal rigido processo di pianificazione dall'alto tipico delle economie del Patto di Varsavia. In quella sede, Edvard Kardelj dice: "..E' fuori dubbio che nel periodo rivoluzionario di transizione dal capitalismo al socialismo, il ruolo determinante spetta ai dirigenti del partito proletario (...) Ma é altrettanto chiaro che lo stato maggiore rivoluzionario può raggiungere il successo solo a patto di basarsi sull'attività creatrice di larghe masse lavoratrici (...) A nostro avviso non si può lavorare senza commettere errori, ma riteniamo meno pericolosi gli errori che si commettono quando l'iniziativa dal basso si fa liberamente sentire che non quelli commessi dai burocrati che si sono messi in testa di essere infallibili (...) Non tenere conto di questi principi significa giungere inevitabilmente al burocratismo, all'isolamento dell'apparato burocratico rispetto alle masse popolari, all'assoggettamento di tali masse all'apparato burocratico stesso (...) Il delinearsi di questa situazione nell'ambito di un sistema socialista, per quanto breve possa esserne la durata, comporta tutta una serie di fenomeni negativi, quali ad esempio la mania delle ricette belle e fatte, il conservatorismo nei metodi e nelle forme organizzative, il soffocamento dell'iniziativa creatrice proveniente dal basso, l'allevamento di una categoria di burocrati invertebrati, il ristagno ideologico, la deviazione dal retto cammino della politica internazionalista...". Si consuma così la rottura con lo stalinismo, in nome di un progetto che intende rimettere al centro la creatività rivoluzionaria del lavoro nelle fabbriche, assegnando ai vertici di partito un ruolo di accompagnamento verso il socialismo (non vi è dubbio che eccheggi, in tale visione, l'eredità dell'ottica gramsciana del partito “cellulare”, come lo ebbe a definire Damen nella sua critica a Gramsci, quando dice che “nel partito che si formerà a Livorno Gramsci porterà, era inevitabile che ciò avvenisse, la concezione di un partito che basa la sua egemonia su di una struttura cellulare di fabbrica”).
La riforma autogestionale propriamente detta parte con la Legge sulla gestione delle imprese economiche statali e delle organizzazioni economiche superiori, votata il 27/6/1950 dall'Assemblea popolare, che ha formalmente introdotto una prima limitata forma di autogestione operaia nelle imprese iugoslave. In quell'occasione, Tito formulò chiaramente l'ambizione del progetto: "...Socializzando i mezzi di produzione finora gestiti dallo stato, non sono ancora state realizzate le aspirazioni del movimento operaio. - Le fabbriche agli operai e le terre ai contadini - non é un motto astratto e propagandistico, é un motto che contiene un significato pieno e profondo, il programma dei rapporti socialisti di produzione: sia per quanto riguarda la proprietà sociale, sia per fissare i diritti e i doveri dei lavoratori (...) può e dev'essere realizzato se pensiamo di costruire il socialismo (...) Oggi, da noi, saranno gli stessi lavoratori a dirigere le fabbriche, le miniere e il resto. Saranno loro a decidere come e quando lavorare, sapranno perché lavorano e come verranno impiegati i frutti del loro lavoro...".
L'attuazione della legge in questione, però, sollevò notevoli critiche, che portarono ad una più radicale riforma nel 1965. Fondamentalmente, per fare riferimento al nostro schema descritto nell'introduzione, latitava l'attuazione del “secondo passo”, ovvero la costruzione attorno alle imprese autogestite di un sistema realmente socialista, per cui perduravano elementi di capitalismo tali da produrre deviazioni, in particolare il sorgere di una classe di manager, che tendevano a riprodurre forme di borghesia. Afferma infatti Kardelj, all'atto della riforma del 1965: "...La società socialista tende a far sì che le funzioni di organizzatore del processo produttivo siano veramente "al servizio" dei produttori associati (...) Ma i conflitti di interesse, l'insufficiente sviluppo del nostro meccanismo di autogoverno, e il fatto che la classe operaia é ancora relativamente giovane, con la mentalità ancora gravata della coscienza del piccolo proprietario rurale, fa sì che le funzioni direttive nelle organizzazioni economiche acquistino (...) una grande autonomia, tanto che, in maggiore o minore misura assumono le funzioni di rappresentante del colletivo di lavoro. In tali condizioni, accade anche più spesso e facilmente che la forza e l'autonomia del rappresentante favoriscano il soggettivismo tecnocratico, determinati raggruppamenti di interessi (ad es. regionalistici - nazionalistici, ndr), tendenze e privilegi corporativistici, il soffocamento della critica, la degradazione dell'autogoverno, eccetera. Anche queste manifestazioni sociali creano tra gli uomini rapporti specifici che definiamo burocratismo..."
Emerge quindi la principale critica che lo stesso Kardelj avrebbe fatto rispetto al sistema di autogestione, ovvero il sorgere, in seno alle imprese autogestite, di una “strana borghesia”, ovvero una classe di manager sempre più autoreferenziale, e che tende a riprodurre, nei suoi rapporti con i lavoratori, modalità tipiche del capitalismo manageriale. Le cause di tale deviazione sono essenzialmente da imputare ad un insufficiente sviluppo dei meccanismi di autogestione (donde la necessità di una riforma più radicale, come quella implementata nel 1965) ed a problemi di insufficiente sviluppo dell'autocoscienza dei lavoratori, da cui la tendenza a delegare eeccessivamente.
La riforma, quindi, arriverà a delineare nel modo più compiuto ed avanzato il meccanismo di autogestione, che può sintetizzarsi nel seguento modo. Viene ridefinita la partecipazione dei lavoratori al processo produttivo sulla base del principio del lavoro associato. Questo assume valore giuridico e significa, per i lavoratori, la libera associazione del proprio lavoro con mezzi di produzione di proprietà sociale all'interno di entità economiche di base: le OBLA.
Un'OBLA corrisponde ad un reparto di impresa. Essendo le unità minime di lavoro associato, rappresentando cioé solo una parte del processo produttivo, le OBLA sono obbligate ad associarsi tra loro per dare vita alle organizzazioni di lavoro associato (OLA), per dare vita cioé ad unità produttive corrispondenti, a grandi linee, al concetto d'impresa. Le OLA così costituite, dovrebbero presentare, per il modo originale in cui sono organizzate, una certa flessibilità ed una capacità di modificare la propria composizione come il proprio orientamento produttivo. L'ultimo livello d'integrazione previsto dal nuovo sistema è l'associazione di più OLA in organizzazioni composite di lavoro associato (OCLA). Queste ultime, essendo costituite da più imprese, corrispondono in un certo qual modo a dei cartelli o consorzi produttivi veri e propri.
Le decisioni concernenti gli aspetti correnti della gestione - assegnazione di posti, condizioni di lavoro, priorità sociali, distribuzione del plusvalore, assunzioni e dimissioni, ecc. - si possono risolvere entro i confini delle OBLA. Ogni OBLA risolve queste questioni in assemblea; sempre in assemblea ogni OBLA elegge un presidente con il compito di rappresentare l'OBLA nel Consiglio dei Lavoratori. Il Consiglio dei Lavoratori è quindi un secondo livello (più generale) di decisione ed è formato, oltreché da tutti i presidenti di OBLA (interessi di reparto), anche dai presidenti delle varie Commissioni - occupazione, distribuzione del reddito, ricerca e sviluppo, casa, assistenza, ecc. - (interessi generali).
Va precisato che le Commissioni hanno solo potere consultivo, i loro rispettivi presidenti sono eletti per mezzo di un voto generale mentre l'inclusione di qualsiasi lavoratore all'interno di una Commissione è libera e volontaria nonché determinata dalle sue personali attitudini. Le Commissioni, pur avendo solamente un ruolo consultivo, sono importanti in quanto consentono ad ogni lavoratore di essere praticamente coinvolto nella gestione per ciò che riguarda la preparazione delle decisioni.
Il Consiglio dei Lavoratori prende le decisioni sulla base delle raccomandazioni sviluppate dalle Commissioni e dai Comitati. I Comitati sono generalmente tre:
a) Comitato esecutivo, il più importante, la cui presidenza spetta al direttore generale (che riceve l'incarico dal Consiglio dei Lavoratori) è composto dai segretari d'azienda e dai capi dipartimento;
b) Comitato di Gestione, strettamente legato al Comitato Esecutivo, è composto dai dirigenti di OBLA (capi reparto) eletti direttamente in assemblea da ogni sigola OBLA;
c) Comitato di Supervisione, organo di controllo dei lavoratori e supervisore delle attività gestionali. Il Presidente così come i membri possono essere eletti o direttamente con voto generale o dal Consiglio dei Lavoratori. Dal Comitato di supervisione dipendono due commissioni: la Commissione dei Reclami (a cui si rivolge l'individuo colpito da un'azione della collettività), eletta per mezzo di voto generale, e la Commissione per le responsabilità di lavoro (dove vengono attribuite le responsabilità nel caso il comportamento irresponsabile di un individuo abbia leso gli interessi della collettività), eletta dal Consiglio dei Lavoratori.
Di norma, il direttore generale detiene l'incarico per quattro anni; detto incarico viene assegnato dal Consiglio dei lavoratori previa presentazione di un programma di sviluppo. Se il programma proposto viene accettato dal Consiglio e dalle OBLA esso diventa una sorta di legge interna a cui tutti, dal Consiglio ai dirigenti, devono rimettersi mentre il Comitato Esecutivo si assumerà la piena responsabilità per la realizzazione dello stesso.
Questo sistema andava a costruire, di fatto, una programmazione dal basso, dalle OBLA fino ai livelli superiori di aggregazione produttiva, che potevano giungere fino all'intero settore produttivo. Tale sistema era però di tipo competitivo: le singole OLA si facevano concorrenza fra loro, anche quando appartenevano ad una medesima OCLA, con modalità di fatto simili a quelle del capitalismo.
Inoltre, il sistema delle imprese autogestite conviveva con imprese dirette e gestite a livello statale (o di singola Repubblica), con imprese di tipo cooperativo e con imprese miste, dove veniva consentita una compartecipazione di investitori stranieri al capitale sociale. In particolare, le imprese pubbliche erano organizzate secondo un modello oligarchico: Le IES (Imprese Economiche di Stato) dovevano realizzare i piani di produzione preparati, secondo una logica pianificatoria centralizzata, dalle agenzie del governo (le AOR). Il direttore delle IES, al quale spettavano tutte le decisioni, rispondeva direttamente alla sua AOR di competenza, mentre tutti gli addetti, dagli operai ai colletti bianchi, rispondevano direttamente al direttore. Nel 1978, su una popolazione attiva di 9.276.000 persone i salariati erano 5.385.000, i disoccupati 735.000, i lavoratori autonomi (piccoli artigiani, contadini, ecc.) 3.156.000, gli emigrati 800.000. Osservando questi dati possiamo notare che, escludendo i disoccupati, i lavoratori autonomi, gli emigrati e una buona parte dei salariati (impiegati in imprese statali centralizzate, nei servizi, ecc.), i lavoratori interessati da processi lavorativi autogestiti erano una minoranza.
L'esperienza dell'autogestione, come sopra delineata, si concluse virtualmente con la riforma legislativa del 1978, nella quale si avvia un processo di destrutturazione dell'esperimento, che troverà il suo culmine nell'ulteriore riforma del 1981. L'economia iugoslava, a quei tempi, era già caratterizzata da una gravissima crisi strutturale, derivante dalle debolezze del suo modello di sviluppo, intriso di una ingovernabilità politica ed economica crescente, di una difficoltà peculiare nel gestire correttamente la politica monetaria e quella valutaria, che si tradusse in una spirale inflazionistica gravissima, di una propensione all'indebitamento estero, che finì per mettere il Paese alla mercè delle politiche neoliberiste e socialmente distruttive del FMI, di enormi sperequazioni di sviluppo economico fra le varie Repubbliche.
La legge 312 del 1978, non mutando sostanzialmente la situazione di scarsa affluenza di capitale straniero, crea verso la metà degli anni '80 confronti aspri tra gli organi federali e gli ambienti legati al settore "autogestito" interessati ad una modifica della normativa in vigore nel senso di una liberalizzazione pressocché totale dell'investimento estero. Questo dibattito aveva il fine di modificare alcuni aspetti sostanziali della legge n.312 per arrivare concretamente alla definizione di un nuovo quadro giuridico in materia. Benché il dibattito riguardasse solo modifiche da apportare rispetto alla eventuale partecipazione di imprese estere alle imprese autogestite, in realtà la sua portata fu tale da sconvolgere il disegno stesso dell'autogestione iugoslava, e quindi le riforme alla 312 possono considerarsi a pieno titolo il canto del cigno di tale esperimento. In questo senso i settori manageriali chiedevano le seguenti riforme rispetto alla 312:
L'art.10, che nella 312 vietava l'intervento di capitale straniero nelle attività legate al commercio e alla sicurezza sociale. Nella proposta per il nuovo progetto di legge questa barriera si sarebbe dovuta superare. L'art.11 prevedeva che l'ammontare dell'investimento straniero in una impresa iugoslava non potesse superare il 49% del capitale complessivamente investito in quell'impresa. Ciò per garantire la "proprietà collettiva" dell'impresa stessa. Secondo i manager e dirigenti aziendali iugoslavi il nuovo assetto giuridico non avrebbe dovuto porre alcun limite all'investimento di capitale straniero. L'art.15 stabiliva che nell'organo amministrativo dell'impresa mista i rappresentanti del capitale straniero investito non potessero essere in numero maggiore rispetto ai rappresentanti iugoslavi dell'impresa stessa o delle imprese che partecipavano all'attività produttiva. La ragione di questa legge si trova nella difesa del principio dell'autogestione che altrimenti verrebbe compromesso in sede amministrativa da una rappresentanza estranea agli interessi dei lavoratori. Anche questo passaggio della legge 312 viene messo in discussione e le ragioni sono di natura squisitamente capitalistica. L'art.19 della 312 stabiliva che qualora venisse realizzato dall'impresa mista un profitto superiore a quello fissato per contratto, la parte di questa eccedenza attribuibile all'investitore straniero sarebbe servita per rimborsargli parte della sua quota societaria. In questo modo, maggiore era l'efficenza dell'impresa, maggiore la spinta per estromettere (attraverso il rimborso della quota societaria) l'investitore straniero. Nel nuovo progetto di legge verrebbe invece sancita la piena libertà, per l'investitore straniero, di disporre del reddito realizzato e di trasferirlo all'estero. Altra significativa proposta era la "attenuazione" di quelle imposte fisse sul reddito dell'impresa destinate alla costituzione di fondi di solidarietà per alloggi, borse di studio, premi assicurativi e percepite come "improprie" o non direttamente collegate alla gestione congiunta. Ed appare evidente come questo provvedimento sia direttamente speculare a quello volto alla privatizzazione delle attività sociali-assicurative attraverso un intervento del capitale straniero in esse (vedi art.11).
Il 27 novembre 1984 il Parlamento approva la nuova legge sugli investimenti esteri in organizzazioni di lavoro associato. La nuova legge risponde quasi totalmente alle esigenze liberalizzatrici emerse dal dibattito circa la vecchia legge 312 del 1978. L'articolo 11, che fissava nel 49% la soglia massima di partecipazione del capitale estero nelle imprese jugoslave, viene abolito portando tale soglia al 99%. All'investitore viene concesso il diritto di veto che di fatto ne aumenta il potere decisionale. Vengono inoltre previste negoziazioni tra le parti sui parametri gestionali con l'obiettivo di portare a standards "normali" la produttività dell'impresa mista. Viene inoltre stabilito, nella nuova legge del 1984, che il mancato rispetto degli obiettivi pattuiti graverà esclusivamente sulla quota di reddito spettante al partner jugoslavo. L'articolo 19 viene aggirato consentendo all'investitore straniero di trasferire il 100% della sua quota di profitto all'estero. Infine, sempre per rimanere all'interno delle modifiche più significative, gli oneri derivanti dalle imposte destinate alla costituzione dei fondi per la riproduzione sociale, per gli ammortamenti superiori alle quote stabilite per legge, ecc., cioé tutte quelle sottrazioni apportate al reddito finale dell'impresa non direttamente collegati alla produzione verranno sopportati esclusivamente dal partner iugoslavo.
A quel punto però anche gli investimenti direttamente produttivi non avranno ricadute positive né per i lavoratori e per il rilancio dell'occupazione né per ciò che riguarda l'economia nazionale, in quanto la Iugoslavia andrà comunque incontro ad un disastro economico e sociale. Inoltre, sempre più di frequente i nuovi impianti (o i vecchi impianti che ora però lavoreranno su appalto straniero) saranno subordinati alle esigenze del circuito produttivo della multinazionale investitrice piuttosto che alle esigenze del tessuto economico del paese ospitante ed alle esigenze del mercato interno.
Va comunque rilevato che, in primo luogo, le richieste di modificazione della legge 312, che porteranno alla nuova legge del 1984, non provengono da direttive "esterne" (come, ad esempio, dal FMI) ma sono il frutto dello scontro tra il livello politico federale e quelli che potremmo definire gli "ambienti imprenditoriali" cioé le rappresentanze politico-tecnico-scientifiche delle imprese autogestite. In secondo luogo, le proposte di modificazione della legge 312, che provengono direttamente dagli "ambienti imprenditoriali" rappresentanti cioé il sistema di fabbrica ("autogestita" o meno), non appaiono certo come l'espressione degli interessi operai e dei lavoratori. Ciò significa, in pratica, che i gruppi dirigenti delle imprese autogestite, virtualmente eletti dai lavoratori, nella realtà non ne rappresentavano gli interessi e si comportavano, in tutto e per tutto, come spezzoni della borghesia.

Il bilancio dell'esperienza

Quanto detto vale a dimostrare il sostanziale fallimento dell'esperienza di autogestione. Il fallimento non è misurabile tramite gli indicatori economici di crescita o di sviluppo. Fra 1950 e 1980, il PIL pro capite iugoslavo, in termini reali (quindi depurato dall'effetto della variazione dei prezzi) era cresciuto del 74% , arrivando al 22-mo posto nel ranking mondiale. Il tasso di disoccupazione, fino alla crisi petrolifera degli anni Settanta, era molto basso; i parametri misuranti il livello di istruzione e la copertura sanitaria della popolazione erano in costante miglioramento. Tuttavia, tali risultati non sembrano potersi collegare, se non in parte, con l'autogestione in senso stretto (che peraltro come si è visto era una frazione minoritaria dell'economia nazionale). In larga misura, sono da attribuirsi alla strategia di non allineamento, che consentirà alla Iugoslavia di esportare i propri prodotti sia in Occidente che nei Paesi socialisti; di ricevere investimenti diretti dai Paesi capitalisti, ma anche dalla Cina; di incrementare, tramite il turismo, gli introiti di valuta estera pregiata; di utilizzare la possibilità data ai propri cittadini di emigrare, come valvola di sfogo per evitare fenomeni di disoccupazione legati ad eccedenze di offerta di lavoro, anche le politiche monetarie e reali, molto accomodanti (pagate però in un secondo momento da iper infllazione e debito pubblico altissimo) contribuiranno ad alimentare, tramite l'espansione della domanda aggregata (soprattutto sotto forma di grandi programmi di investimento pubblico e di una espansione rapida dei consumi), la crescita rapida del PIL nazionale.
Già nel 1969 Tito ebbe a dichiarare che "in alcune aziende quasi tutto il potere é in mano ad un ristretto gruppo di dirigenti, esperti, uomini di affari che si comportano come un'equipe manageriale. In aziende di questo tipo, ove si trascurano obblighi e responsabilità di fronte al colletivo di lavoro e agli organi di autogestione dei redditi, decide questo ristretto gruppo di persone, spesso senza interpellare gli operai, e si arriva al punto di non chiedere neppure il loro parere. Con una tale prassi l'autogestione operaia si riduce ad una formalità . Nei consigli operai di certe aziende si diminuisce notevolmente il numero degli operai impegnati nella produzione diretta. Essi vengono sempre più sostituiti da persone che mantengono posizioni dirigenti nel processo produttivo o che lavorano nell'amministrazione. A ciò è direttamente collegata la tendenza a diminuire il numero dei membri dei consigli operai in generale e di prolungare il mandato a coloro che già lo detengono di tre oppure quattro anni (...) Come marxisti e leninisti e come comunisti decisamente votati all'autogestione operaia non dobbiamo permettere il realizzarsi di tali tendenze (...) Dobbiamo lottare anche perché gli interessi diretti e storici della classe operaia (...) costituiscano il fattore fondamentale e determinante del nostro sviluppo socialista. Se non porremo così le cose, ci potrebbe accadere che, dietro il paravento dell'autonomia del fatto economico, il vero potere nelle organizzazioni di lavoro venga assunto da questo strato manageriale anche nelle comunità politico-sociali e nell'apparato politico-amministrativo..."Tali dichiarazioni, successive di quattro anni alla grande riforma dell'autogestione del 1965, sembrano identiche a quelle, già analizzate, fatte da Kardely poco prima dell'implementazione della riforma stessa. Sono quindi il miglior barometro della reale dimensione del fallimento dell'esperimento autogestionale: un fallimento sul piano del contributo all'avanzamento in direzione di una società socialista, più che un fallimento economico o gestionale. Di fatto, l'autogestione, anziché consegnare le imprese ad una reale proprietà collettiva dei loro lavoratori, realizzò la nascita di una burocrazia, con comportamenti tipici della borghesia capitalista, per l'appunto ciò che Kardely sintetizzò con l'amara espressione di “strana borghesia”. Ciò era per certi versi inevitabile, atteso che la burocrazia politica iugoslava esercitava comunque, tramite le borghesie burocratiche sindacali, un controllo sui consigli operai e, tramite l'Alleanza Socialista del Popolo Lavoratore (una sorta di associazione rappresentativa della società civile), un controllo sul sistema assembleare. Infatti, i lavoratori dovevano scegliere i propri rappresentanti nei consigli operai all'interno di liste sindacali e, per potersi candidare alle elezioni per l'assemblea relativa ad una qualsiasi "comunità socio-politica" ci si doveva necessariamente iscrivere ad una delle "organizzazioni socio-politiche" costituenti l'A.S.P.L. e, quindi, sottoporsi al controllo, sia pure indiretto, della burocrazia politica della Lega dei Comunisti. Di conseguenza, considerazioni legate più alla fedeltà politica che al merito, imposte dalla longa manu del partito, prevalsero, spesso, nella scelta delle strutture direttive delle imprese autogestite, così come tramite pratiche nepotistiche, consociative, o demagogiche, quando non apertamente di corruzione, i quadri dirigenti delle imprese riuscirono a imporre il loro controllo duraturo sulle stesse. D'altra parte, spesso lo stesso livello di preparazione culturale, tecnica, professionale, rendeva pressoché inevitabile che le oligarchie assumessero un controllo permanente sulle imprese, emarginando i lavoratori.
Più in generale, nello schema che si è delineato nella premessa di questo articolo, ciò che venne a mancare, e che determinò il fallimento dell'esperimento, fu il “secondo passo”, ovvero la creazione, attorno alle imprese autogestite, di un ambiente socialista. Il mantenimento di un sistema concorrenziale impose infatti alle imprese autogestite di affidarsi alla guida di quei personaggi, legati alle reti di conoscenza giuste, nei Ministeri e nel partito, in grado di far ottenere alle imprese stesse finanziamenti e commesse pubbliche. Si creò così una rete di consorterie politico-sindacal-aziendali, che consolidò il potere delle burocrazie, soffocando il significato reale dell'autogestione. Questo conglomerato di potere, a ben vedere, non è molto diverso da ciò che si realizzerebbe in un sistema capitalista.
Josip Zupanov riporta i risultati di un'inchiesta sulle imprese autogestite nel decennio '60-'70:
-viene rilevato un modello oligarchico di controllo sia tra i quadri esecutivi che nel Consiglio dei Lavoratori e nell'Ufficio di gestione;
-viene inoltre sottolineato come la distribuzione dei poteri nel Consiglio dei Lavoratori stesso fosse direttamente connesso alla stratificazione socio-occupazionale dell'impresa: il Consiglio era dominato dai dirigenti mentre i lavoratori avevano un potere molto limitato.
Inoltre, tale sistema che preservava elementi di mercato e di capitalismo, uniti all'autogestione, fece sì che i settori produttivi di base, vitali per far funzionare il resto dell'economia (produzione di energia, metallurgia, petrolchimica e chimica di base, meccanica di base) utilizzarono il loro potere di ricatto per auto-pagarsi salari più alti rispetto a quelli erogati nei settori dei beni di consumo.
Infine, tale sistema ibrido, in cui non si realizzò il famoso “secondo passo”, generò disoccupazione. Le imprese auto gestite avevano infatti interesse a non fare assunzioni fra i giovani alla ricerca di lavoro, perché se aumentava la base occupazionale aziendale, a parità di risorse da distribuire per salari, questi ultimi diminuivano, o non potevano aumentare. Anche questo effetto è molto interessante, perché riproduce una dinamica competitiva fra insiders ed outsiders, sul mercato del lavoro, tipica del capitalismo, che invece in una economia in transizione verso il socialismo, in teoria, dovrebbe scomparire. Anche in questo caso, dunque, in assenza di progressi a livello sistemico verso il socialismo, l'autogestione finì per produrre degenerazioni tipicamente capitalistiche, anziché funzionare da leva per accelerare la costruzione del socialismo.
Sarebbe interessante studiare in quale misura la progressiva svolta liberista della Iugoslavia, costituita dalla sepoltura dell'autogestione nel 1984, e più in generale dalle riforme introdotte da Ante Markovic, sin dal 1982, sotto la pressione del FMI, abbiano ispirato i riformisti sovietici, guidati da Gorbaciov e dal suo collaboratore Gajdar, nell'implementazione della perestrojka nella seconda metà degli anni Ottanta. Certamente, il crollo di quello spirito mutualistico e cooperativo che era alla base della costruzione stessa della Iugoslavia (e che in campo economico si manifestava tramite l'autogestione, mentre in quello politico tramite il federativismo e l'autonomia di ogni gruppo etnico, in un quadro di forte solidarietà reciproca) fu la premessa per il risorgere di individualismi ed egoismi nazionalistici ed etnici, e quindi fu alla radice, insieme al tracollo economico ed alle interferenze neo-imperialiste esterne, della tragedia che di lì a pochi anni si sarebbe scatenata.
Occorre anche chiudere il bilancio con l'evidenziazione che, pure in questo contesto negativo, ebbe l'esperimento di auto governo. Fu il motore di una intensa crescita dei livelli produttivi e di una rapidissima industrializzazione di un Paese che, ad eccezione della Slovenia e di alcune zone della Croazia e della Vojvodina, era di fatto agricolo ed arretrato. Aumentò la disciplina lavorativa e gli indici di produttività schizzarono verso l'alto, perché i lavoratori sentivano l'azienda come una cosa "loro". Ed avevano un incentivo ulteriore a lavorare di più e meglio. Inoltre, generò una importante presa di coscienza dei lavoratori, che parteciparono attivamente alla gestione dell'impresa, crescendo in termini di consapevolezza del loro ruolo di produttori, step di importanza capitale per costruire una coscienza rivoluzionaria. Ciò ha altresì permesso al movimento operaio internazionale di prendere coscienza del fatto che“proprietà statale” e “proprietà sociale”, per dirla con Edvard Kardelj, non sono la stessa cosa, esattamente come non lo sono il socialismo e il capitalismo di Stato.
Naturalmente, tutto ciò non è sufficiente per qualificare positivamente l'esperienza testè rammentata in forma molto sintetica, e richiama la necessità di compiere tutti e tre i passi richiamati in premessa, senza i quali l'autogestione, di per sè, è una parola vuota, inutile, ed anche per certi versi dannosa.

domenica 3 luglio 2011

IL PORCELLUM CGIL di G. Cremaschi


Il porcellum Cgil. Ribellarsi è giusto!

di Giorgio Cremaschi
dal sito Rete28Aprile

L’accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria è stato giustamente accolto da Tremonti, Sacconi, da tutto il mondo del potere economico e governativo e dalle finte opposizioni come un grande successo. Con esso si afferma la centralità dell’aziendalismo e soprattutto si pongono limiti senza precedenti alla libertà sindacale, ai diritti contrattuali, ai poteri dei lavoratori.

Il principio ispiratore di questo accordo è che nel contratto aziendale la maggioranza dei sindacati decide, la minoranza non si può opporre. E’ un mostruoso centralismo burocratico applicato alle relazioni sindacali.



Ma vediamo in concreto i punti che portano a questo disastro.



1. Nella premessa l’accordo assume totalmente l’ideologia confindustriale. L’obiettivo comune è quello di: “un sistema di relazioni industriali che crei condizioni di competitività e produttività tali da rafforzare il sistema produttivo, l’occupazione e le retribuzioni.” E’ la filosofia di Marchionne: prima la competitività e la produttività e poi l’occupazione e, ancora dopo le retribuzioni e chissà quando i diritti.

Che Marchionne sostenga questo è in fondo parte del suo ruolo ampiamente retribuito. Che lo sostenga anche la Cgil è distruttivo per l’autonomia sindacale.

Ma superate queste enunciazioni filosofiche si arriva alla sostanza, cioè a un’intesa che ha lo scopo di rendere “esigibile” il comportamento delle parti, in particolare rispetto al livello aziendale. Infatti sul contratto nazionale, che a parole rimane, si stabilisce solo il principio che chi ha più del 5% delle deleghe e dei voti nelle Rsu, può andare a trattare. Non interessa all’accordo, invece, come si fanno i contratti nazionali, con quali regole e con quali diritti per i lavoratori. Tutto questo è affidato ad accordi tra le categorie, cioè a niente. E’ la dimostrazione che lo spirito di quest’accordo è quella di rendere sempre più forte l’accordo aziendale e sempre più debole il contratto nazionale.



2. Infatti il sistema diventa rigorosissimo quando si parla degli accordi aziendali. La maggioranza di una Rsu eletta dai lavoratori approva un accordo aziendale e questo è valido per tutti, senza bisogno di voto dei diretti interessati. La minoranza ha l’obbligo di accettare l’accordo, perché sono impegnate a rispettarlo: “tutte le associazioni sindacali firmatarie del presente accordo interconfederale operanti all’interno dell’azienda”. Cioè, le strutture della Cgil, e anche naturalmente la Fiom, non possono più opporsi in Fiat da un accordo sottoscritto dalla maggioranza delle Rsu, come è avvenuto a Mirafiori e Pomigliano, ma devono accettarlo e applicarlo in quanto la casa madre confederale si è preventivamente impegnata per loro. Questo significa anche rinunciare allo sciopero perché le “clausole di tregua sindacale finalizzate a garantire l’esigibilità degli impegni” hanno “effetto vincolante” per tutti i firmatari dell’accordo interconfederale. D’ora in poi se Fim, Uilm e Fismic firmano in Fiat, la Fiom deve solo obbedire e non può scioperare, perché la Cgil si è impegnata per essa.



3. Il sistema dei contratti nazionali è ampiamente derogabile. La parola deroghe non compare nell’accordo, per scelta ipocrita e complice. Ma si scrive che i contratti collettivi aziendali possono definire “specifiche intese modificative delle regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro”. Si aggiunge anche che se i contratti non prevedono clausole di deroga, queste si possono fare lo stesso a livello aziendale, in particolare sulla “prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro”. Non si capisce a questo punto di che cosa dovrebbe lamentarsi la Fiat. La Cgil ha messo la firma tecnica agli accordi del passato e, in ogni caso, si impegna ad accettare quelli futuri.



4. I lavoratori non votano mai, se non quando in azienda operano le Rsa. Qui c’è un’altra novità negativa, perché gli accordi del passato non prevedevano più le Rsa, che come si sa sono nominate dalle organizzazioni sindacali e non elette dai lavoratori. In questo caso invece si riscopre la loro esistenza, forse perché gli accordi separati in Fiat prevedono tutti l’istituzione delle Rsa al posto delle Rsu elettive. Solo in questo caso è ammesso il voto dei lavoratori sugli accordi, quando un’organizzazione o il 30% degli interessati lo richiede. Tutto questo chiarisce ancor di più che in tutte le altre situazioni ai lavoratori è negato il diritto al voto sugli accordi. Non si vota più. Non nel contratto nazionale, dove non è prevista nessuna validazione democratica dell’accordo. Non a livello aziendale, dove decidono le Rsu. Insomma, passa una sorta di porcellum sindacale. Come per l’attuale Parlamento c’è un maggioritario che decide per tutti e che obbliga l’opposizione ad adeguarsi. E’ il sogno di Berlusconi.



5. Questo accordo chiede al governo di ridurre le tasse e i contributi sul salario aziendale legato alla produttività. Mentre si promette la riduzione delle tasse sulle retribuzioni, questo accordo chiarisce che essa va solo al salario flessibile che interessa alle aziende e a una minoranza dei lavoratori. Anche qui la Cgil improvvisamente aderisce all’ideologia di Bombassei, Sacconi, Bonanni e del libro bianco.



In conclusione, questo accordo cambia la natura del sindacato, cambia la natura della Cgil, distrugge la libertà e l’autonomia della contrattazione ai vari livelli mentre stabilisce un sistema burocratico aziendalistico governato dalle imprese e dagli accordi corporativi con le grandi confederazioni. E’ il sistema della complicità sindacale auspicato dal libro bianco di Sacconi. E’ bene inoltre ricordare che resta totalmente in vigore l’accordo separato del 2009, che la Cgil non aveva sottoscritto. Ora quell’accordo viene regolato da questa intesa unitaria.

Con questa intesa si opera una rottura profonda con questo anno di lotte e di movimenti, mentre, come ha giustamente sottolineato Tremonti, si dà un vero aiuto alla politica economica del governo e alle banche europee che chiedono flessibilità, aziendalismo e tagli allo stato e ai diritti sociali. La segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, con questa firma è venuta meno allo spirito e alle stesse norme statutarie della confederazione, e come minimo dovrebbe dimettersi. Non lo farà ma sappia che c’è chi glielo chiede e continuerà a chiederglielo. Mobilitiamoci per far ritirare alla Cgil la firma da questa intesa e, in ogni caso, per contrastarla e rovesciarla. E’ una battaglia di democrazia e giustizia sociale contro un modello economico autoritario e aziendalistico che si vuole imporre ai lavoratori perché paghino tutti i costi della crisi. Contro questo accordo bisogna ribellarsi.



Giorgio Cremaschi

venerdì 1 luglio 2011

La manovra finanziaria da 47 miliardi: alcuni appunti, di Riccardo Achilli



In questo breve articolo, si analizzano alcuni dei tratti salienti della manovra finanziaria da 47 miliardi di euro di maggiori entrate e minori spese che il Governo si appresta a definire in questi giorni. L’intento è quello di dimostrare la natura socialmente regressiva di questa manovra, i suoi obiettivi etero-diretti (ovvero stabiliti dai mercati finanziari internazionali, desiderosi soltanto di rientrare rapidamente dalla loro esposizione con il debito pubblico italiano, anche se ciò significa una disastro sociale senza possibilità di risanare in modo strutturale i conti pubblici italiani) a cui sia la Commissione Europea che il nostro Governo sono asserviti. Si evidenzierà quindi come tale manovra finanziaria sia nata, e si sia formata nei suoi contenuti, in un modo del tutto analogo a quanto già fatto per la Grecia. E come, quindi, gli esiti (recessione economica, disastro sociale, ulteriore peggioramento dei conti pubblici, fino al limite del default) non potranno che essere gli stessi della Grecia, che stiamo osservando in questi giorni.

La manovra sulle entrate

E’ ancora prematuro parlare degli effetti tecnici legati alla manovra da 47 miliardi che il Governo si appresta a varare, perché siamo ancora in una fase di progettazione della manovra stessa. Alcune cose però già si possono anticipare. Spezzone importante della manovra è costituito dalla riforma fiscale, che si basa su due assi: la riduzione delle aliquote Irpef, dalle cinque attuali, a solo tre (20%, 30% e 40%) e l’incremento del gettito dell’IVA, aumentando soprattutto le attuali aliquote agevolate.
Vediamo nel dettaglio i singoli interventi, iniziando dall’Irpef. Benché la definizione degli scaglioni di reddito cui applicare le tre nuove aliquote sia rinviata a un successivo decreto attuativo, è chiaro che questa manovra è improntata all'obiettivo di far pagare meno tasse ai redditi medio-alti (infatti l'aliquota massima, oggi, è del 43%, domani sarebbe del 40%). Inoltre, il passaggio da cinque a tre aliquote riduce la natura progressiva del tributo, perché gli scaglioni di reddito che oggi sono sottoposti a tre aliquote (23%, 27% e 38%) domani saranno sottoposti solo a due (20% e 30%). Ciò determina una invarianza di pressione fiscale per redditi che vanno da 15.000 a 55.000 euro (assumendo gli scaglioni di reddito attuali), mentre oggi tali fasce di reddito subiscono pressioni fiscali differenziate, in funzione della loro diversa entità. Di fatto, quindi, riducendosi la natura progressiva dell’imposta sui redditi, viene a ridursi anche l’effetto redistributivo della stessa, con la conseguenza che aumenteranno i divari di ricchezza netta fra titolari di redditi basi e titolari di redditi medio-alti. In sostanza, una “sud-americanizzazione” della società italiana!
Parallelamente, l'incremento dell'IVA (che sarà concentrato soprattutto sui beni sottoposti ad IVA agevolata, generalmente di prima necessità, come carne, pesce, latte, uova, ortaggi e legumi, zucchero, farina, frutta, acqua minerale, ecc.) sposta il carico fiscale dai redditi ai consumi, ed in particolare ai consumi primari. Percentualmente, poiché i consumi primari sono quelli che incidono di più nel paniere dei più poveri, saranno soprattutto questi ultimi, in termini di incidenza relativa, a subire l’onere maggiore dell’incremento del gettito dell’IVA.
In sostanza, quindi, la riforma fiscale prevista dal Governo è connotata da un carattere fortemente regressivo, atto a ridurre la pressione fiscale (intesa come incidenza percentuale dell’imposta sul reddito lordo del contribuente) sui redditi medio-alti, spostandola su quelli medio-bassi. L'assetto è coerente con le teorie neoliberiste di Arthur Laffer, il “guru”, negli anni ’80, della riforma fiscale di Reagan, che credeva che un abbassamento del carico fiscale sui redditi medio-alti (ovvero quelli generalmente prodotti dagli imprenditori e dai professionisti) stimolasse la crescita del PIL, e anche, al contempo, producesse un miglioramento, nel medio periodo, del saldo del bilancio pubblico, tramite l’incremento di gettito derivante dalla crescita del PIL stesso, e da un recupero di evasione fiscale (l’idea sottesa era che, con una pressione fiscale alleggerita, si creasse un incentivo a non evadere le imposte). I risultati di questo modello si sono visti con l'amministrazione Reagan: enorme esplosione del debito pubblico, impennatosi dai 909 milioni di dollari del 1980 ai 2.868 milioni nel 1989, ovvero dal 7,2% al 12,5% del PIL. Ciò perché non è vero che la minore tassazione sui redditi medio-alti implichi automaticamente una maggiore propensione ad investire ed allargare la base produttiva, se, come avviene nell’attuale fase di recessione, non vi sono i mercati di consumo in grado di assorbire l'incremento della produzione. Inoltre, la minore tassazione non induce automaticamente un recupero di evasione, dipendente soprattutto da modelli culturali e civili, e non da incentivi fiscali. Anzi, con la parziale sanatoria delle liti fiscali fino a 20.000 euro di importo introdotta dalla manovra, viene incentivata, perché le sanatorie hanno sempre l'effetto di incentivare comportamenti opportunistici ed illeciti.
Ulteriore effetto di tale politica fiscale reaganiana, che Tremonti mostra di apprezzare (o piuttosto è costretto ad apprezzare) è il devastante allargamento della forbice delle diseguaglianze distributive. L’Ocse certifica, infatti, un progressivo incremento delle diseguaglianze economiche nella società italiana (con un indice del Gini, il parametro generalmente utilizzato per misurare la sperequazione nella distribuzione del reddito, e che è tanto più elevato quanto più alta è la diseguaglianza distributiva, che cresce di 0,4 punti fra la metà degli anni Ottanta e la fine degli anni 2000, mentre tale crescita, per l’area Ocse, è limitata a 0,3 punti, ed in alcuni Paesi, come la Spagna, l’Irlanda o la Grecia, l’indice in questione si riduce, segnalando quindi una diminuzione delle sperequazioni).

La manovra sulle spese

La manovra fiscale rafforzerà tale processo di ampliamento delle diseguaglianze, così come anche la manovra sulla spesa pubblica, che assume chiari contorni regressivi: aumento vertiginoso dei ticket sanitari, taglio con la mannaia dei residui trasferimenti statali agli enti locali (quantificabile in 9,6 miliardi), che si aggiungono ai 14,8 miliardi tagliati e "fiscalizzati", ovvero sottoposti alla futura autonomia fiscale degli enti locali, con il d. lgs. 78/2010.
In quest’ultimo caso, si tratta di una manovra legata all'introduzione del federalismo fiscale, sui cui effetti iniqui, specie per le regioni meridionali a minor base contributiva, e che hanno subito i tagli maggiori dei trasferimenti statali, occorrerebbe un'analisi a parte. Basti rammentare, in questa sede, l’annullamento de facto dei trasferimenti statali alle regioni, su settori strategici, quali la sanità (su questa sola voce, con la manovra del 2010 le regioni perdono 183 Meuro di trasferimenti, nonché altri 559 Meuro sull’edilizia sanitaria), le opere pubbliche (-544 Meuro), le politiche sociali (-371 Meuro), l’ambiente (-274 Meuro), le politiche per il lavoro (-111 Meuro). A tali tagli, riferiti al 2010, occorre aggiungere gli ulteriori 2,4 miliardi di minori trasferimenti previsti dalla manovra 2011. L’abolizione di quasi tutti i trasferimenti statali, sostituiti con la fiscalità locale, come previsto dal federalismo fiscale, imporrà alle regioni a minore base contributiva (essenzialmente quelle meridionali) di portare le addizionali all’Irpef ai livelli massimi previsti dai decreti attuativi del federalismo fiscale, nonché di tagliare con la mannaia le prestazioni erogate in materie fondamentali per i cittadini. Infatti, il meccanismo perequativo previsto per le regioni a minor capacità fiscale coprirà il 100% del costo dei soli servizi essenziali (sanità, assistenza domiciliare integrata, erogazione di acqua, servizi per l’infanzia, raccolta differenziata dei rifiuti, in parte i trasporti pubblici locali). Per il resto delle materie di competenza degli enti locali, ed in particolare le politiche del lavoro, l’infrastrutturazione del territorio, le politiche ambientali, l’edilizia popolare, le politiche contro la disabilità o di contrasto alla povertà, gli interventi per la famiglia, la perequazione sarà solo parziale, ed inevitabilmente le regioni e i comuni a minor capacità fiscale del Mezzogiorno dovranno tagliare i livelli di prestazioni, ai danni delle fasce sociali più deboli.
Accanto al taglio dei trasferimenti agli enti locali, il grosso del risparmio sui costi verrà ottenuto tramite un’ulteriore riforma restrittiva del settore previdenziale. In tale contesto, il colmo dell’iniquità risiede nella previsione di agganciare, a partire dal 2014, l’età di pensionamento alla speranza di vita media, e non più ad un’età-limite. Con la conseguenza che la possibilità di andare in pensione non dipenderà più dallo status soggettivo (avere una certa età) ma da un valore medio desunto da una statistica! Di fatto, per i lavoratori giovani, l’ipotesi di poter arrivare alla pensione, con questo meccanismo, è diventata pressoché irrealistica. Infatti, quando questi giovani arriveranno a 65 anni di età, la speranza di vita media sarà cresciuta al punto tale da rendere l’età di pensionamento per vecchiaia talmente avanzata da innalzare su livelli socialmente insostenibili il rapporto fra anni di vita destinati all’attività lavorativa ed anni di vita destinati alla quiescenza.
Poi naturalmente le misure "compensative" che la manovra prevede (ovverosia i sacrifici che non sono destinati ai comuni cittadini) sono poco più che acqua fresca. A partire da una riduzione minima degli stipendi dei politici, che comunque incide pochissimo sul bilancio, ed è quindi più che altro un provvedimento demagogico, alla vera e propria presa in giro della tassazione al 35% dei titoli finanziari gestiti o intermediati dalle banche. Intanto, si escludono obbligazioni, titoli di Stato e quote dei fondi di investimento, cioè il grosso dei portafogli titoli detenuti dalle banche. Poi l'incremento di tassazione, rispetto al regime precedente, è di soli 3,3 punti, perché tra Ires ed Irap tali attività erano tassate al 31,7%. Infine, oggetto della tassazione aggiuntiva è solo la differenza positiva fra valore ad inizio esercizio e valore a fine esercizio, oppure l'eventuale plusvalenza da vendita, del titolo. Con mercati finanziari ancora depressi, è improbabile che si verificheranno incrementi di valore tali da generare una rilevante pressione fiscale sulle banche. Nonostante ciò, Il Sole 24 Ore è pieno di piagnistei da parte degli operatori bancari e finanziari e delle loro associazioni di categoria, ma non raccoglie certo i lamenti del cittadino, che è il vero tartassato di questa manovra.

I risultati plausibili

Quindi, tramite tale manovra si genera più ingiustizia sociale, ma anche più povertà economica. Naturalmente, poiché è noto che gli strati inferiori di reddito hanno una propensione media al consumo maggiore rispetto agli strati superiori, un impoverimento di chi è già meno ricco, come quello che questa manovra impone, significa minori consumi, minore crescita, quindi minore gettito fiscale, quindi l'impossibilità di raggiungere gli obiettivi di risanamento delle finanze pubbliche. Il nostro Governo, con la complicità di Napolitano e dell'opposizione, ci sta quindi facendo avvitare in una prospettiva "greca": recessione, impoverimento e ulteriore peggioramento dei conti pubblici, fino al rischio di default. Sarebbe il caso di ricordare i risultati sin qui ottenuti dalla Grecia con siffatte politiche: mentre l’area-euro, nel 2010, è entrata in ripresa, con una crescita dell1,8%, ed una previsione di crescita dell’1,6% per il 2011, il PIL greco del 2010 è diminuito, per il secondo anno consecutivo, con una riduzione del 4,5%, ed anche per il 2011 dovrebbe scendere di un ulteriore 3,5%. In conclusione, mentre a livello di area-Euro la recessione porterà ad una diminuzione complessiva del PIL dello 0,7% nel periodo 2009-2011, nel medesimo periodo, grazie all’indovinato, democratico e generoso piano di salvataggio imposto da FMI e UE, il PIL greco sarà tracollato del 10%, un calo in grado di portare rapidamente la Grecia da una condizione di Paese del primo mondo a quella di economia in via di sviluppo. Infatti, con tale riduzione, nel 2012 il Pil pro capite greco, (il Pil pro capite è, grosso modo, una stima del valore della ricchezza mediamente a disposizione degli individui per consumi o risparmio; e fino al 2008 quello greco era il 28-mo più alto del mondo) non sarà molto lontano da quello delle Bahamas (con una differenza di ricchezza media mensile pari a circa 130 euro fra il cittadino greco e quello delle Bahamas). Il tasso di disoccupazione è passato dal 7,7% del 2008 al 12,6% del 2010, e dovrebbe arrivare al 15% a fine 2011. Ma se si conteggiano anche i lavoratori scoraggiati, il vero tasso di disoccupazione è già nell’intorno del 20%.
Naturalmente, poiché le finanze pubbliche sono endogene alla crescita economica, l’obiettivo di questa cura ammazza-cavallo, che è il riequilibrio delle finanze pubbliche del Paese, è già ampiamente fallito. Sul fronte del rapporto fra debito pubblico e PIL, quello greco si conferma il più alto d'Europa, passando dal 127,1% del 2009 al 142,8% del 2010, con una previsione del 157,7% del 2011. E nel 2012 salirà ancora al 166,1%. Con un rapporto deficit/PIL stabile: al 10,5% nel 2010 (cfr. R. Achilli, “Quando Ue e FMI Salvano Gli Investitori Ai Danni Dei Popoli: Il Caso Greco”, su http://bentornatabandierarossa.blogspot.com/2011/05/quando-ue-e-fmi-salvano-gli-investitori_21.html).
Non è un caso, infatti, se questa manovra sia stata anticipata, e resa ancora più salata, dall’azione combinata delle nuove regole del patto di stabilità europeo (le stesse che si applicano alla Grecia) che impongono il pareggio di bilancio entro il 2014 (lo stesso concetto di pareggio di bilancio è un’assurdità in una fase di crescita pressoché stagnante, perché si traduce in una sottrazione netta di risorse per la crescita; il pareggio di bilancio non esercita effetti depressivi solo se la crescita è dinamica) e una riduzione del debito pubblico per quote costanti e predeterminate e dall’intervento di Moody’s, che ha minacciato la riduzione del rating del debito sovrano italiano (esattamente come fecero le agenzie di rating, qualche settimana fa, con la Grecia, al fine di spronare il Governo greco a varare una nuova, pesante manovra finanziaria). Quindi, come si vede, la Commissione Europea opera da agente degli interessi dei mercati finanziari, pesantemente esposti con i titoli del debito pubblico delle economie PIIGS, in stretto raccordo con le agenzie di rating. I Governi, impotenti e deboli, obbediscono e provvedono.
Il segno più tangibile dell’impotenza del Governo Berlusconi di fronte a continue manovre finanziarie restrittive ed impopolari risiede nel fastidio con cui Berlusconi stesso riceve tali provvedimenti, elaborati da Tremonti (che è il vero agente italiano degli interessi dei mercati finanziari globali), senza però poterli modificare (nonostante il fatto che Berlusconi sia il presidente del consiglio, e Tremonti un semplice ministro). Con la manovra del 2010, si arrivò al punto di una vera e propria minaccia di licenziamento di Tremonti, che però si risolse in un nulla di fatto. Con la manovra del 2011, si è aperta una vera e propria spaccatura all’interno del Pdl, con il responsabile economico di quel partito, Crosetto, che ha dichiarato Tremonti “un caso psichiatrico”, e notevoli mugugni della Lega, specie sul versante del giro di vite sulla previdenza. Nonostante ciò, ancora una volta, la manovra sta per essere approvata sostanzialmente senza modifiche rispetto al progetto di Tremonti. E’ un segnale inequivocabile del fatto che la politica economica nazionale non è più diretta dalle istituzioni del nostro Paese, commissariate dai mercati finanziari e dalla Commissione Europea.
In sostanza, quindi, ciò che si va profilando tramite una manovra finanziaria recessiva, iniqua e meramente contabile è uno scenario “ellenico”: nuova caduta in recessione dell’economia (o nel migliore dei casi, prolungata stagnazione della crescita), impoverimento di ampie fasce della popolazione, ulteriore deterioramento degli assetti di finanza pubblica. D’altra parte, gli attori del processo sono gli stessi della Grecia: mercati finanziari bramosi di recuperare i loro crediti da Paesi iper-indebitati, che utilizzano le agenzie di rating da loro dipendenti come armi, e Governi (sia a livello europeo che nazionale) sottomessi a tali esigenze.

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