Cerca nel blog

i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
.

martedì 12 luglio 2011

TED GRANT - L'attualità e la forza nel pensiero di un marxista


di ROBERTO SARTI

dal Sito FALCEMARTELLO



Personalmente devo ammettere di avere sottovalutato

le capacità di Grant di costruire un'organizzazione consistente.

Avevo con lui buoni rapporti personali,

ma ero insofferente per la sua abitudine di citare

puntigliosamente Trotsky quasi in ogni intervento...

Livio Maitan - Per una Storia della IV Internazionale



...non si possono giustificare i crimini settari e opportunisti

che hanno commesso per più di un'intera generazione

i dirigenti della cosiddetta Quarta Internazionale.

Una cosa è commettere un errore episodico [...]

ma con la ripetizione... non si tratta più di semplici errori, ma di una tendenza.

Questa tendenza è letame della Storia che se non viene sparso sui campi

arati non può dare frutti rivoluzionari, bensì inizia a puzzare.

Ted Grant - Il lungo filo rosso



Avanti con la Quinta, con Ted Grant

senza Maitan e suoi degni compari

L.M.



A cinque anni dalla sua scomparsa


Ricorre nel Luglio di quest’anno il quinto anniversario della morte di Ted Grant. Diversi nostri lettori forse leggeranno questo nome per la prima volta, tuttavia Ted Grant è stata una figura fondamentale nello sviluppo del pensiero marxista nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale.


Principale teorico della sezione britannica della Quarta internazionale negli anni quaranta (Rcp, Revolution communist party), dopo essere stato espulso da essa, è stato uno dei principali promotori del Comitato per un’Internazionale operaia (Cwi) poi diventato Tendenza marxista internazionale: il movimento internazionale a cui FalceMartello fa riferimento.

La piena maturazione politica di Ted Grant avviene tra la fine della guerra mondiale e l’immediato dopoguerra. Con la sconfitta del nazismo, la vittoria dell’Armata rossa e l’emergere degli Stati Uniti d’America come incontrastata potenza capitalista nel pianeta, uno scenario totalmente nuovo si apriva dinnanzi all’umanità. Allo stesso tempo, le rivoluzioni mancate in Italia o in Francia, e quelle represse nel sangue come in Grecia fornivano la possibilità di una relativa stabilizzazione per le classi dominanti del continente.


Un mondo nuovo


Questo scenario che oggi assumiamo come scontato, non lo era affatto per i rivoluzionari dell’epoca. Particolarmente la Quarta internazionale, l’organizzazione fondata da Trotskij nel 1938, continuava a basarsi sulla previsione sviluppata da Trotskij nel 1938, secondo cui in caso di guerra mondiale “non una pietra sarebbe rimasta delle organizzazioni staliniste e socialdemocratiche”. La previsione di Trotskij si rivelò sbagliata, ma bisogna ricordarsi come Trotskij concepisse questo scenario sulla base del fatto che la Quarta internazionale emergesse come una forza di massa dal conflitto bellico. Ma le sezioni nazionali della Quarta non compirono alcun salto di qualità e rimasero piccoli gruppi, sostanzialmente ai margini del movimento operaio. A parziale giustificazione ricordiamo la repressione messa in atto dalla classe dominante, come negli Usa, con centinaia di militanti del Swp (la sezione americana) incarcerati per “attività sovversive” e la caccia alle streghe operata dagli stalinisti. Il problema principale dei dirigenti della Quarta internazionale, tuttavia, fu che considerarono le previsioni di Trotskij come un oracolo e non come delle prospettive condizionali, soggette a revisione. Concepivano il marxismo come un dogma e non come una guida per l’azione.

Lo stalinismo e la socialdemocrazia si erano rafforzati e non indeboliti alla fine della Seconda guerra mondiale. Prendiamo l’esempio della Gran Bretagna, dove Ted Grant operava. I lavoratori britannici decisero di riporre la propria fiducia nel Partito laburista che ottenne una vittoria schiacciante nelle elezioni del 1945. Mentre negli anni trenta i governi socialdemocratici e di fronte popolare erano del tutto instabili (basti considerare l’esempio del fronte popolare in Francia), l’esecutivo di Attlee, il primo ministro laburista, godette subito di grande popolarità: intraprese una serie di nazionalizzazioni di fabbriche in crisi e introdusse il servizio sanitario nazionale. Rispetto agli enormi profitti che i capitalisti britannici avevano fatto durante la guerra e nel periodo immediatamente successivo queste riforme erano briciole, e alcune nazionalizzazioni erano necessarie per il funzionamento di un’economia in declino come quella inglese, ma il lavoratore che aveva votato laburista vedeva che le riforme promesse questa volta venivano effettivamente realizzate. Quest’esperienza, ripetutasi in altri paesi, avrebbe rafforzato il riformismo per tutto un periodo storico.

Ciò che si stava realizzando era una stabilizzazione del sistema capitalista, una vera e propria “controrivoluzione in forma democratica”, come descritto da Ted Grant già nel 1946:

“è possibile che l’imperialismo riesca a stabilizzare regimi di democrazia borghese in alcuni paesi grazie al sostegno dello stalinismo e del riformismo classico. (…) A dire il vero non hanno altra scelta: gli sconvolgimenti portati dalla guerra e dal fascismo non lasciano alcuna base di massa per la reazione nell’immediato futuro” (Ted Grant, Il lungo filo rosso, scritti scelti 1942 -2002, AC Editoriale 2007, pag. 314, Il corsivo è dell’autore).

Questa possibilità era stata contemplata da Trotskij in una lettera ai tre membri dell’ufficio politico del Pcd’I che si schierarono con l’opposizione di sinistra, Leonetti, Tresso e Ravazzoli (e che dal partito erano stati espulsi nel 1930), considerando le opzioni possibili dopo la caduta del fascismo:

“Ci fu in Germania nel 1918-1919 una rivoluzione proletaria che, privata di direzione, fu ingannata, tradita e schiacciata. Ma la controrivoluzione borghese si vide costretta ad adattarsi alle circostanze risultanti da questa sconfitta della rivoluzione proletaria, e da ciò nacque una Repubblica parlamentare “democratica”. La stessa eventualità – più o meno – è esclusa per l’Italia? No, non è esclusa. (…) Se anche questa volta [la rivoluzione] non fosse destinata a trionfare (debolezza del Partito comunista, manovre e tradimento dei socialdemocratici, dei massoni, dei cattolici) lo Stato di transizione che la controrivoluzione borghese si vedrà allora costretta a stabilire sulle rovine del suo potere sotto forma fascista, non potrà essere altro che uno Stato parlamentare e democratico.” (Lev Trotskij, Scritti sull’Italia, Edizioni Controcorrente, 1979, pag. 187-188).

La novità rispetto a questa prospettiva delineata nel 1930 era che un simile sviluppo non si applicava solo ai paesi usciti dalle dittature fasciste ma a tutta l’Europa. Ted Grant e compagni parlavano correttamente di “controrivoluzione” perchè si chiudeva il capitolo dell’avanzata del movimento operaio e partigiano in paesi come l’Italia, la Francia, la Grecia. Tale controrivoluzione non sarebbe stata possibile senza il ruolo di appoggio cosciente alle rispettive borghesie dato dai vertici dei partiti socialisti e comunisti.

Emblematico l’esempio italiano, con il Partito comunista italiano che entra nel governo Badoglio (ex generale del periodo fascista) nel 1944 per rimanerci fino al 1947, cacciato da De Gasperi quando, esaurita la grande ondata rivoluzionaria e ricostruite le strutture dello stato borghese, i comunisti non erano più necessari al governo per placare le masse.

Il boom economico

Un elemento decisivo per la stabilizzazione post seconda guerra mondiale fu la crescita economica. Anche in questo caso, lo scenario era cambiato. Un paese era uscito dominante dal conflitto, gli Stati Uniti d’America che nel 1945 potevano godere di una posizione che non si presentava da almeno 50 anni nell’economia capitalista. Washington produceva la metà della produzione mondiale e deteneva il 75% delle riserve auree. Su queste basi potè imporre al resto del mondo il dollaro come moneta di scambio internazionale ed avviare un gigantesco piano di ricostruzione dell’Europa occidentale, denominato “Piano Marshall”.

Scriveva Grant nel 1946: “Oggi in Europa esistono tutte le condizioni classiche per una ripresa: carenza di beni capitali, carenza di prodotti agricoli, carenza di beni di consumo. Così come la ripresa economica segue la crisi che non abbia portato al rovesciamento del sistema, così al caos attuale seguirà il ristabilimento delle forze produttive, anche su basi capitaliste. (…) Tutti i fattori su scala europea e mondiale indicano che l’attività economica in Europa occidentale nel prossimo periodo non sarà di “stagnazione e recessione” bensì di ripresa ed espansione.” (Ted Grant, op.cit. pag 324).

Naturalmente i compagni attorno a Ted Grant non potevano prevedere che il boom capitalista potesse durare 25 anni, ma riuscirono a cogliere la novità della situazione economica perchè comprendevano come funzionava il ciclo dell’economia capitalista. Non può esistere nulla come la “crisi finale del capitalismo”. Il sistema capitalista, se non viene abbattuto, troverà sempre il modo per sopravvivere anche alla crisi più profonda. Nel caso concreto che stiamo affrontando, la borghesia attraverso la guerra aveva distrutto una quantità immensa di forze produttive, che ora era nelle condizioni di ricostruire.

Questa polemica non era nuova, ma era già stata affrontata da Lenin e Trotskij nei primi anni della Terza internazionale. L’idea che il capitalismo potesse implodere su se stesso, lasciando la strada al socialismo quasi automaticamente, fu sviluppata da Stalin durante la svolta settaria del “Terzo periodo”. Ora veniva ripresa anche dai dirigenti della Quarta internazionale, quando insistevano sul concetto che, anche in caso di ripresa ci fosse un tetto, un “limite alla produzione” per l’economia capitalista.

La realtà smentiva tali postulati, e il compito dei comunisti è intervenire nella realtà così come si configura davanti a sè, e non di plasmarne una rappresentazione a proprio uso e consumo.

L’avvio di un periodo di ripresa capitalista non eliminava affatto lo scontro di classe, ma delineava dei compiti diversi per i marxisti.

Per quanto riguardava i conflitti militari, l’ascesa di un’unica grande superpotenza nel mondo capitalista faceva sì che una nuova guerra mondiale era esclusa per tutto un periodo, ancor di più dopo la dotazione anche da parte dell’Unione sovietica della bomba atomica, in quanto una nuova guerra avrebbe comportato non solo la distruzione di questo o quel mercato nazionale, ma dell’intero pianeta.

Questo non significava che non si sarebbero verificate guerre anche molto cruente nei decenni successivi, anzi nei paesi che si liberavano dal giogo coloniale, dalla Corea in poi, ciò divenne praticamente la norma. Ma una terza guerra mondiale era esclusa e si poteva sviluppare solo sulla base di una serie di sconfitte epocali della classi operaie nei paesi avanzati, che però non erano all’orizzonte.

Anche su questo l’errore di valutazione dei vertici della Quarta internazionale fu di non poco conto. Credendo che una terza guerra mondiale sarebbe stata imminente, i dirigenti della Quarta internazionale svilupparono in maniera estrema e distorta la posizione di appoggio critico all’Urss difesa da Trotskij durante il secondo conflitto mondiale. Secondo loro da questa guerra, che avrebbe assunto i contorni di una guerra nucleare, l’Unione sovietica sarebbe uscita vittoriosa e avrebbe portato il socialismo a livello planetario. Lo stato stalinista si sarebbe autoriformato, e quindi quale diventava il ruolo della Quarta internazionale? Quello di un fiancheggiatore, seppur “critico” dei regimi dei paesi dell’Est.

Questa posizione teorica che implicava a medio termine la liquidazione dell’organizzazione, difesa dal gruppo attorno a Pablo, un dirigente greco della Quarta, fu poi sconfitta a metà degli anni cinquanta, ma le conseguenze sulla tattica delle sezioni della Quarta internazionale rimasero. I gruppi trotskisti dovevano infatti applicare una tattica di “entrismo profondo” nei confronti dei partiti comunisti e socialdemocratici, nascondendo le critiche alla direzione di questi partiti e adattandosi alle posizioni della sinistra riformista. Anche in Italia la locale sezione della Quarta internazionale perseguì questa linea per quasi vent’anni, per uscire dal Pci quando esplosero le contraddizioni interne, nel 1969, mentre la logica di adattamento alle posizioni di “sinistra” provocò una scissione maggioritaria che contribuì a costituire Avanguardia operaia.


Marxismo o keynesismo?


Da una posizione secondo cui non sarebbe stato possibile alcuno sviluppo del capitalismo, i dirigenti della Quarta passarono all’errore opposto, quando negli anni sessanta, abbagliati dal boom capitalista che durava da vent’anni, credettero che il capitalismo avrebbe potuto risolvere le proprie contraddizioni attraverso una politica keynesiana.

“Dal punto di vista dei suoi effetti anti-ciclici sia l’enorme sviluppo della spesa militare (delle spese pubbliche in genere) sia l’enorme sviluppo delle assicurazioni (previdenza) sociali svolgono un ruolo identico ‘nell’ammortizzare’ la violenza delle crisi e nel caratterizzare il neocapitalismo”. (E. Mandel “Che cos’è la teoria marxista dell’economia, Ediz. Samonà e Savelli 1972, pag. 82).

Mandel aveva subíto una vera e propria infatuazione nei confronti delle teorie keynesiane, tanto da affermare nella sua opera principale riguardante i temi economici:

“Gli elementi positivi nella ‘rivoluzione keynesiana’ non devono essere contestati. Del resto, almeno oggettivamente, costituiscono in generale un ritorno alle concezioni classiche, se non alle concezioni di Marx.” (E. Mandel, Trattato marxista di economia, vol. 2, Erre emme edizioni, 1997, pag. 1.154).

A questo aveva già ribattuto Ted Grant nel 1960, in pieno boom economico, svelando tutte le contraddizioni di tali politiche:

“D’altro canto le varie ‘soluzioni’ keynesiane per questo problema sono fondamentalmente malsane. Se attraverso una politica di indebitamento pubblico (…) lo stato spende denaro che in effetti non possiede, significa che ci sarà inflazione della moneta e dopo un periodo di tempo questo riporterà a quanto detto in precedenza riguardo la distribuzione del reddito nazionale (vale a dire una contrazione della parte destinata alla classe lavoratrice, ndr), con la sola differenza che la crisi sarebbe aggravata dalla rovina della moneta.” (Ted Grant, op. cit., pag 459).

Questo è ciò che effettivamente avvenne con la recessione del 1973-’74, ma la convinzione dei “teorici” alla Mandel che l’accresciuto ruolo dello Stato avrebbe “impedito un nuovo 1929” portò al vero e proprio disarmo teorico dei militanti, che furono totalmente colti di sorpresa dallo scoppio della lotta di classe e delle contraddizioni capitaliste a cavallo degli anni sessanta e settanta.

Simili illusioni sul ruolo di contenimento delle crisi capitaliste che eserciterebbe l’intervento dello stato in economia lo troviamo anche oggi nei discorsi di tanti economisti “alternativi” che tanta eco trovano a sinistra. È nostro dovere avvalerci della polemica sviluppata a suo tempo da Ted Grant per respingere queste illusioni riformiste, travolte per l’ennesima volta dall’esperienza concreta dei governi socialdemocratici o di centrosinistra nel periodo recente.


Gli avvenimenti in Europa orientale


Oltre alla valutazione corretta dei rapporti di forza nel mondo occidentale e del ciclo capitalista, l’apporto più rilevante allo sviluppo del pensiero marxista da parte di Ted Grant fu senza dubbio l’analisi degli avvenimenti in Europa orientale e nei paesi del mondo coloniale che si emancipavano dall’imperialismo, e la caratterizzazione dei regimi che emergevano da queste rivoluzioni.

Oggi pare quasi banale asserire che paesi come Bulgaria o Ungheria, così come, pur con altri percorsi, Cina o Cuba modellarono la propria economia sull’esempio dell’Urss, ma negli anni quaranta ciò non era affatto scontato.

In Europa orientale dopo il crollo del nazismo si costituirono governi antifascisti, le cosiddette “democrazie popolari”, dove i partiti comunisti erano alleati con partiti borghesi. A prima vista tali esecutivi potevano essere paragonati ai fronti popolari degli anni trenta, ma ne differivano profondamente in quanto le leve dell’apparato statale (l’esercito, la polizia, il potere giudiziario) non erano nelle mani della borghesia ma in quelle dell’Armata rossa. L’apparato statale era letteralmente crollato e la borghesia era scappata con i nazisti, temendo rappresaglie per la sua politica collaborazionista. Tali governi di coalizione erano stati stipulati, nelle parole di Trotskij, letteralmente con l’ombra della borghesia.

Anche se la burocrazia sovietica avesse voluto mantenere lo status quo ante (e all’inizio l’ipotesi era stata senza dubbio considerata), il compito di ricostruire da zero una classe capitalista sarebbe stato assai arduo.

Di fronte alla rottura del patto fra gli alleati attuato dagli Usa con l’espulsione dei partiti comunisti dai governi di coalizione nell’Europa occidentale, l’Urss reagì di conseguenza. Fu posto termine ai governi con l’ombra della borghesia e si procedette all’esproprio delle aziende che rimanevano nelle mani dei capitalisti.

Il fenomeno che si sviluppava in questi paesi era sostanzialmente inedito; Trotskij ne aveva prospettato la possibilità, ma naturalmente solo dal punto di vista teorico. Fu spiegato concretamente nelle parole di Stalin, in una conversazione con Milovan Gilas, un dirigente jugoslavo:

“Questa guerra è diversa da quelle del passato: chiunque occupa un territorio impone anche il suo sistema sociale. Ciascuno impone il suo sistema sociale fin dove riesce ad arrivare il suo esercito; non potrebbe essere diversamente.” (M. Gilas, Conversazioni con Stalin, Feltrinelli 1962, pag 121).

L’approccio di Ted Grant e del gruppo dirigente del Rcp a riguardo fu estremamente scrupoloso. Valutarono infatti diverse ipotesi:

“Al principio su questo punto eravamo completamente aperti. Di fatto Haston e io originariamente avevamo considerato la possibilità che in Russia ci fosse un regime di capitalismo di Stato. Ma prima di assumere una posizione, consideravamo necessario fare un’analisi generale della situazione e ritornare sul materiale dei grandi maestri, Marx, Engels, Lenin e Trotskij e, alla luce di quanto avevano scritto, studiare concretamente gli avvenimenti in corso in Europa orientale. Questo era il solo modo di affrontare una questione dal carattere così fondamentale. Impiegai mesi solo per esaminare le opere fondamentali del marxismo. Analizzai il Capitale di Marx e gli scritti politici di Marx, Engels, Lenin e Trotskij per vedere che luce potessero fare sulla situazione.” (Ted Grant, op. cit., pag 182).

Le conclusioni a cui arrivò Ted Grant sono raccolte nello scritto “La teoria marxista dello Stato” uno dei suoi maggiori contributi alla teoria marxista, un’applicazione brillante del metodo del materialismo dialettico. Il marxista di origini sudafricane spiega come nei paesi dell’Europa dell’Est si erano sviluppati degli stati operai deformati a immagine e somiglianza dell’Urss e che la discriminante per la caratterizzazione di questi paesi era la proprietà dei mezzi di produzione.

“è vero che quando lo stato capitalista è costretto ad assorbire questo o quel settore dell’economia le forze produttive non perdono il loro carattere di capitale. Ma l’essenza del problema è che dove la statizzazione è completa la quantità si trasforma in qualità, il capitalismo si trasforma nel suo contrario”. (Ted Grant, op. cit. pag 411 - 412. Il corsivo è dell’autore).

Il capitalismo era stato abolito e ciò era un aspetto progressista che i marxisti dovevano sostenere. Tuttavia i regimi che si erano costituiti erano una caricatura del socialismo: la proprietà dei mezzi di produzione era nazionalizzata ma la classe operaia era stata espropriata del controllo e della gestione sugli stessi. Era una classe che non disponeva del potere politico che era invece nelle mani della casta burocratica. Una casta parassitaria e non una classe, perché non possedeva i mezzi di produzione né rappresentava una categoria sociale necessaria in un determinato modo di produzione. In questi paesi era necessaria una rivoluzione politica per sostituire la democrazia operaia al dominio burocratico. Non una rivoluzione sociale, perché la classe operaia avrebbe conservato le basi dell’economia, che erano nazionalizzate, e dove l’anarchia del mercato era stata abolita.

Questa posizione faceva a pugni con quella difesa dai vertici della Quarta, che prima definirono questi paesi “capitalisti” e poi quando esplose lo scontro tra Stalin e Tito nel giugno1948, caratterizzarono la Jugoslavia come uno “Stato operaio relativamente sano”. In realtà non c’era alcuna differenza fondamentale tra il regime jugoslavo e quello sovietico. Tito aveva preso a modello l’Urss, ma allo stesso tempo la Jugoslavia godeva di un’indipendenza maggiore rispetto agli altri paesi dell’Europa orientale, in quanto i partigiani avevano liberato il paese da soli, senza l’aiuto dell’Armata rossa. Quest’ultima aveva soggiornato in Jugoslavia solo per un brevissimo periodo, così Stalin possedeva pochi mezzi per esercitare le sue pretese egemoniche su Belgrado, come invece poteva fare con facilità su paesi come la Polonia o la Bulgaria.

Lo scontro tra Tito e Stalin, che avvenne tra scomuniche, attacchi violenti, espulsioni e condanne sommarie, dimostrò il livello di degenerazione dei partiti “comunisti”. Si giunse in seguito ad episodi ben peggiori, come l’esplosione di un conflitto armato al confine tra Cina e Urss nel 1969. Tutto ciò confermava la previsione di Trotskij, sviluppata nel 1928, sull’inevitabile degenerazione nazionalista dei partiti comunisti come conseguenza della teoria del “socialismo in un paese solo”:

“In generale, se è possibile realizzare il socialismo in un paese solo, questa teoria deve essere ammessa non solo dopo la conquista del potere, ma anche prima. Se il socialismo è realizzabile entro il quadro nazionale dell’ Urss arretrata, lo è a maggior ragione nella Germania progredita.

Domani i dirigenti del Pc tedesco svilupperanno questa teoria. (…). Dopodomani sarà il turno del Pc francese. Sarà l’inizio della disgregazione della Internazionale comunista secondo la linea del socialpatriottismo. Il Pc di un qualsiasi paese capitalista, dopo aver assimilato l’idea che nel suo paese esistono tutte le premesse “necessarie e sufficienti” perché costituisca con le sue sole forze “la società socialista integrale”, non si distinguerà affatto, in ultima analisi, dalla socialdemocrazia.” (Lev Trotskij, La Terza internazionale dopo Lenin, Ediz. Samonà e Savelli 1969, pag 75-76).

La difesa del patrimonio delle idee del marxismo non era un priorità per il Segretariato della Quarta internazionale, che appoggiò entusiasticamente Tito, mandando i propri militanti a offrire il proprio lavoro volontario per l’edificazione del socialismo in Jugoslavia.

Una confusione teorica che si sarebbe approfondita ancor di più con l’irrompere sulla scena della rivoluzione nei paesi coloniali. Ad ogni vittoria di una forza guerrigliera i casi di “trotskismo inconscio” da cui erano colpiti leaders come Mao, Castro o Ho Chi Minh si moltiplicavano, salvo poi essere abbandonati nel giro di 48 ore e denunciati come “stalinisti” o “borghesi” alla prima svolta a destra.


Le rivoluzioni nei paesi “coloniali”


Se infatti i paesi capitalisti avanzati poterono godere di un paio di decenni di relativa pace sociale, lo scenario era totalmente differente nel cosiddetto “Terzo mondo”. In un paese dopo l’altro dell’Asia, dell’Africa o dell’America Latina la liberazione dalla dominazione coloniale o imperialista era stata caratterizzata da movimenti rivoluzionari di massa. Tali rivoluzioni non potevano seguire le linee classiche di sviluppo delle rivoluzioni borghesi del XVIII e XIX secolo in Europa o in Usa. Le borghesie nazionali erano troppo deboli e/o totalmente succubi dell’imperialismo, incapaci di giocare alcun ruolo indipendente al fine dello sviluppo di questi paesi. Nei casi estremi, come quello cubano, le multinazionali di Washington possedevano il 90% dell’economia dell’isola. Su basi capitaliste questi paesi erano destinati a un perenne sottosviluppo; allo stesso tempo le masse reduci da una guerra di liberazione non potevano aspettare lunghi decenni che si formasse una borghesia sufficientemente potente da rendersi indipendente dall’imperialismo.

La pressione delle masse produceva un effetto su settori di intellettuali e di giovani ufficiali dell’esercito, che anelavano a un’indipendenza nazionale che il sistema capitalista non poteva garantire. Allo stesso tempo l’Unione sovietica era un esempio potente a cui ispirarsi.

Inoltre nel 1949 un’altra rivoluzione aveva trionfato, quella cinese. In Cina l’Armata rossa sconfisse il Kuomintang, un movimento nazionalista borghese succube delle grandi potenze imperialiste. Mao inizialmente progettava “cent’anni di capitalismo” per la Cina, ma era un compito piuttosto difficile da portare avanti, visto che la borghesia autoctona era fuggita a Taiwan e in altre parti del Sud est asiatico. Allo stesso tempo, a differenza della Russia nel 1917, la classe operaia aveva avuto un ruolo totalmente secondario nella rivoluzione cinese. Gli scioperi, che pure avevano avuto luogo in concomitanza con l’avanzata delle truppe di Mao, non erano stati decisivi nel crollo del regime del Kuomintang. Non fu creato alcun soviet e, una volta giunto a Pechino, il Partito comunista cinese proibì gli scioperi come uno dei primi atti del suo nuovo governo.

Così ci si trovava di fronte a un altro fenomeno che nessun marxista aveva analizzato in precedenza: una guerra contadina non solo travolgeva il vecchio regime ma abbatteva il capitalismo. Ciò avveniva tuttavia senza alcun ruolo cosciente del proletariato, e perciò fin dall’inizio in Cina si consolidò uno stato operaio deformato. Come scrisse Ted Grant nel 1949:

“Come i regimi dell’Europa dell’Est, Mao prenderà a modello la Russia. Indubbiamente ci saranno enormi progressi economici, ma le masse, sia operaie che contadine, si ritroveranno schiave della burocrazia. (…) Tuttavia è abbastanza probabile che Stalin avrà fra le mani un nuovo Tito. Mao avrà una base potente in Cina, con la sua popolazione di 400-450 milioni di abitanti e le sue risorse potenziali, oltre all’indubbio sostegno di massa di cui il regime godrà nelle sue prime fasi.” (Ted Grant, op. cit., pag 367-368).

La rivoluzione cinese ha rappresentato il più grande esempio di emancipazione degli oppressi dopo la Rivoluzione d’Ottobre. È stato un potente fattore di attrazione per i leader delle rivoluzioni nei paesi coloniali che ebbero luogo nei decenni successivi. Ted Grant appoggiò questi movimenti e sottolineò che, ove il capitalismo era stato abbattuto (Cuba, Vietnam, Corea del nord, Siria, Birmania, Angola, Mozambico, ecc.) era avvenuto un gigantesco avanzamento delle condizioni di vita delle masse.

I marxisti non si potevano tuttavia limitare a un appoggio acritico. L’impasse del capitalismo, la debolezza del fattore soggettivo (un partito realmente marxista) e l’esistenza di modelli a cui ispirarsi, avevano dato vita a dei regimi che tuttavia avevano ben poco a che fare con la società socialista prospettata da Marx e Lenin, a parte l’economia nazionalizzata e pianificata.

Lenin delineò quattro condizioni per un regime di democrazia operaia che doveva portare avanti la transizione dal capitalismo al socialismo:

1) tutto il potere ai soviet, cioè ai Consigli degli operai, dei soldati e dei contadini;

2) tutti i funzionari siano eletti e revocabili in qualsiasi momento e non ricevano un salario maggiore a quello di un operaio qualificato;

3) tutte le cariche siano a rotazione. Nelle parole di Lenin, “anche una cuoca deve poter fare il Primo ministro”;

4) nessun esercito permanente, ma la sua sostituzione con una milizia operaia.

Non si tratta di affascinanti questioni teoriche di poca importanza pratica. Ogni sistema economico funziona sulla base dell’interesse che una parte o l’intera società ha di farlo funzionare. Nel capitalismo tale ruolo è giocato dagli stessi capitalisti e dalla loro necessità di accumulare profitti. In un’economia pianificata invece questo compito spetta per forza alla classe operaia, che deve godere della facoltà di gestire, amministrare e controllare ogni istante del processo produttivo e del funzionamento dell’apparato statale. Solo in base a queste premesse una società di transizione come quella sovietica o cinese avrebbe potuto indirizzarsi verso il socialismo. Sulle basi del controllo burocratico sarebbero cresciuti sprechi e inefficienze che avrebbero alla fine portato a un impasse di queste società. Questa prospettiva delineata da Trotskij e poi da Grant si sarebbe poi concretizzata nella controrivoluzione dell’inizio degli anni novanta che condusse al ritorno del capitalismo.

La battaglia per la difesa del ruolo centrale della classe operaia nella rivoluzione proletaria, e quindi della necessità della costruzione del partito rivoluzionario, fu l’ultima che Ted Grant e i suoi compagni condussero nella Quarta internazionale. Presentarono un testo come sezione britannica, “La rivoluzione coloniale e la rottura tra Cina e Urss” all’ottavo congresso del Segretariato unificato della Quarta internazionale nel 1965. Il documento non fu nemmeno distribuito ai delegati da parte dei vari Mandel e Maitan e a Ted Grant furono concessi solo pochi minuti per esporre le proprie tesi. Le tesi di Grant furono respinte e il gruppo britannico fu espulso dalla Quarta, per la terza e ultima volta.

Negli anni successivi la Quarta internazionale pagò a caro prezzo i propri errori teorici.

Interi gruppi nazionali passarono a formare gruppi guerriglieri, come in Argentina dove l’Ejercito Revolucionario del Pueblo (Erp), uno dei principali gruppi guerriglieri del paese, fu creato dal Partido revolucionario de los Trabajadores, sezione argentina della Quarta internazionale. Una delle tattiche per costruire l’esercito guerrigliero era quello di spostare i propri militanti dalle città industriali alle “regioni liberate” dall’Erp.

In Algeria, i seguaci di Mandel appoggiarono acriticamente l’Fln, definendo Ben Bella, uno dei dirigenti della rivoluzione algerina nelle sue fasi iniziali che voleva conciliare il socialismo con l’Islam, un “trotskista inconscio”.

Questi tristi esempi potrebbero continuare all’infinito. Un’altra delle conseguenze pratiche dell’appoggio acritico ad ogni movimento guerrigliero del pianeta come strumento dell’edificazione del socialismo fu la sottovalutazione del potenziale rivoluzionario della classe operaia nei paesi avanzati, ormai imborghesita da vent’anni di boom. Il Maggio francese e l’Autunno caldo italiano colsero completamente di sorpresa la Quarta internazionale.


I successi degli anni settanta e ottanta


Nel frattempo, l’attenzione dedicata alla teoria e alla formazione dei quadri marxisti da parte di Ted Grant e dei compagni attorno a lui cominciò a dare dei risultati.

Nel 1964 fu lanciato un giornale, il Militant, che divenne la voce dei marxisti nel Partito laburista. Nel 1970 i marxisti conquistarono la maggioranza nei Labour Party Young Socialist, l’organizzazione giovanile laburista. Anche la Gran Bretagna fu toccata dalle lotte di classe degli anni settanta e dalla conseguente radicalizzazione fra i lavoratori e i giovani: grazie al corretto orientamento alle organizzazioni di massa e al controllo dell’organizzazione giovanile fu possibile per i marxisti rafforzarsi rapidamente. La tendenza Militant, da essere il più piccolo dei gruppi che si rifacevano al trotskismo negli anni sessanta, crebbe fino a contare ottomila militanti a metà degli anni ottanta. Il Militant poteva contare tre deputati al Parlamento nazionale eletti nelle file del Partito laburista. Attraverso la conquista della maggioranza del partito a Liverpool e la vittoria alle elezioni amministrative del 1983, i marxisti inoltre furono in grado di amministrare per alcuni anni il comune di questa grande città inglese e, per mezzo di una dura battaglia ingaggiata contro il governo Thatcher per ottenere necessari fondi dallo stato, furono in grado di portare avanti riforme significative, fino a quando furono estromessi dalle proprie cariche dopo una condanna da parte della giustizia borghese nel 1987.

Decisivo per l’organizzazione della lotta di massa contro la Poll Tax a cavallo fra gli anni ottanta e novanta che portò alla caduta della Thatcher, alcuni commentatori arrivarono a definire il Militant “il quarto partito della Gran Bretagna”.

Questi successi diedero alla testa a una parte del gruppo dirigente del Militant che, complici la svolta a destra operata dal Partito laburista negli anni ottanta e il relativo riflusso delle lotte operaie, decise di attuare nel 1991 una svolta settaria e di costruire un partito indipendente. Una svolta a cui Ted Grant si oppose con forza, insieme ad Alan Woods ed alla parte sana della tendenza internazionale che si era raggruppata attorno al Militant.

Ancora una volta per Ted Grant si trattava di portare avanti una battaglia per la difesa delle idee e del metodo e la condusse senza sosta, analizzando i nuovi processi, in primis le società che nascevano dal crollo dello stalinismo assieme ai militanti della nuova tendenza internazionale che si era costituita dopo la divisione con il Militant, la Tendenza marxista internazionale.

Nel suo ultimo viaggio in Italia, nel 1999, programmato per presentare il suo libro “Russia, dalla rivoluzione alla controrivoluzione”, accompagnai Ted Grant in diverse città del paese. A 86 anni la sua curiosità e i suoi interessi erano inesauribili: poteva passare da assemblee pubbliche dove si dibatteva animatamente sulla guerra imperialista contro la Jugoslavia (che aveva luogo proprio in quei giorni) fino a discussioni sulla lotta di classe e sulla vita nell’antica Roma mentre ci recavamo in visita ai Fori imperiali. Era instancabile, con osservazioni acute verso ogni domanda che gli rivolgevano i compagni, l’attenzione rivolta soprattutto verso i più giovani di loro.

Valeva per Ted Grant la frase di Publio Terenzio Afro “non ritengo a me estraneo nulla di umano”. Ma questa sua immensa cultura e conoscenza della teoria marxista e della storia del movimento operaio non la utilizzava per un suo tornaconto o per accrescere il suo prestigio personale. Era al servizio della costruzione del partito rivoluzionario del proletariato, unica salvezza dalla barbarie e dalla miseria a cui il capitalismo ci costringe.

Questo è il principale lascito di Ted Grant che vogliamo fare nostro, certi che nel nuovo periodo che si apre davanti a noi, dove lo scontro di classe si acuirà sempre più, le sue idee, le idee del marxismo, troveranno un grande ascolto tra le nuove e le vecchie generazioni di lavoratori e giovani.

sabato 9 luglio 2011

IL CAPITALISMO DI STATO TRA BORDIGA E L’INDUSTRIALISMO DI STATO di L. Mortara

IL CAPITALISMO DI STATO TRA BORDIGA E L’INDUSTRIALISMO DI STATO

-appunti estratti da un dibattito-

di Lorenzo Mortara


Ma voi marxisti in quanti siete rimasti?

Uno uguale milione come diceva Gramsci;

e voi liberali quanti siete? Un miliardo uguale a nessuno

come ogni testa mediamente sottopensante può intuire...

Marxista di provincia del XXI Secolo



Lo scritto Mrs Trotsky contro Mr Trotsky non poteva che incrementare le inesauribili polemiche sulla natura dell’URSS. Buon segno, vuol dire che è stimolante, di più non bisogna pretendere. Tuttavia, non mi aspettavo l’attacco inviperito dei bordighisti, in quanto ho sempre considerato la tesi del capitalismo di Stato una costola del trotskismo, quindi una polemica inter nos. Infatti, le polemiche coi bordighisti, almeno per i marxisti come me, sono finite da quando, questi ultimi, sono usciti dall’orizzonte della classe operaia per richiudersi per sempre nel loro guscio settario. Da allora, i bordighisti, viaggiano paralleli al movimento operaio senza che nulla li tocchi. Perché il bordighismo, in effetti, è l’ala “metafisica” della classe operaia. In ogni caso, siano come siano i seguaci del grande fondatore del nostro Partito, nel batti e ribatti è emersa la questione dell’industrialismo di Stato, versione bordighiana del capitalismo di Stato, che merita un approfondimento.

Se non se ne fa una questione di orgoglio personale, tipico di chi vuole aver sempre ragione su tutti, sicuro di non sbagliarsi mai, si può comunque trarre qualche utile precisazione anche da queste scaramucce e mettere meglio a fuoco la nostra teoria.

Non riporterò i nomi dei vari compagni che sono intervenuti nel dibattito, perché l’eventuale lettore potrebbe non averlo seguito e quindi perdersi in rimandi introvabili. L’importante è riportare correttamente le posizioni. Il resto si capirà da sé.

Quando ho letto per la prima volta Struttura economica e sociale della Russia d’oggi, ho notato che Bordiga usa sia l’espressione capitalismo di stato che industrialismo di stato. Poiché si toccano sulle dita di una mano monca, i passi in cui cerca di farne una distinzione, a fine lettura l’impressione che ne ho sempre avuta è che si tratti sostanzialmente della stessa cosa. Non è vero, però, come ho scritto affrettatamente all’inizio del dibattito che le due espressioni coincidano. D’altra parte, non è nemmeno vero quello che ha sostenuto il mio primo contraddittore che l’industrialismo di Stato sia cosa molto differente dal capitalismo di Stato. Rileggendo meglio il pensiero di Bordiga, in realtà, una sottilissima differenza c’è. Dunque, la verità sta, per una volta, esulteranno i mediocri, a mezza strada. È stato il secondo contraddittore, urtato come una medusa e più col tono di un kapò che quello di un compagno, a metterci sulla giusta strada. Citando il Dialogato con Stalin (per altro non contenuto nel testo classico di Bordiga sulla questione), ha mostrato come Bordiga sosteneva che la Russia non solo non era «nella fase del primo socialismo, ma nemmeno in un completo capitalismo di Stato» (corsivo mio, da tenere bene a mente). Per completo capitalismo di Stato Bordiga intendeva un’economia in cui ogni prodotto fosse commercializzato dallo Stato in grado di fissare, così, tutti i rapporti di equivalenza, compresa la forza lavoro. Ora, in Russia, nel 1938 ma direi anche fino al 1989-91, con «la crescita imponente del capitalismo statale nell’industria e del semicapitalismo statale-cooperativo in agricoltura» – è Bordiga che parla – si era ancora lontani da questo sistema, ed era più corretto parlare di industrialismo di Stato (gli ultimi due corsivi sono sempre espressioni indirette di Bordiga).

Se si è letto però bene questi passaggi, senza genuflettersi davanti a semplici espressioni, cosa ne consegue? Ne consegue che, per Bordiga, l’industrialismo di Stato, non è che un capitalismo (non completamente) di Stato, un suo stadio inferiore. E infatti lo stesso Bordiga, nella Parte seconda del suo famoso libro, al paragrafo 92, nei cinque gradini delle forme russe di economia ai tempi della Rivoluzione d’Ottobre, mette nell’ordine: «patriarcalismo; piccola economia contadina mercantile; capitalismo privato; capitalismo di Stato; socialismo». Come si vede, l’industrialismo di Stato, non è presente. Per forza, essendo soltanto una sottospecie di capitalismo di Stato, in termini marxisti una sua variazione quantitativa. Per essere più precisi, è il capitalismo di Stato che è una modificazione quantitativa dell’industrialismo di Stato, o, che è ancora la stessa cosa, l’industrialismo di Stato è una quantità minore di capitalismo di Stato.

Cosa cambia? Per noi marxisti pressoché nulla, per i bordighisti probabilmente tutto.

Per noi marxisti resta sempre da stabilire a chi appartenga questo benedetto Stato, se al proletariato o alla borghesia. In quest’ultimo caso restano confermate tutte le nostre obiezioni al famoso capitalismo/industrialismo sovietico sui generis senza cicliche crisi, né mercato del lavoro né esercito industriale di riserva eccetera, eccetera.

Per i bordighisti, che mai hanno risposto a queste obiezioni, come gli altri del resto, resterà forse solo da decidere, una volta stabilita la non equidistanza, quale tra i vari imperialismi colpire maggiormente, e quindi innanzitutto gli USA in quanto imperialismo più potente. O forse resterà qualcos’altro, non lo so, e non essendo un bordighista lascio volentieri a loro la risposta definitiva.

Per tutti gli altri compagni, la questione speriamo si chiuda qua. Di buono c’è che il dibattito è almeno servito a scrivere questa brevissima scheda che spero potrà essere utile come vademecum sulla questione, per chi vorrà discutere, come me in fondo, con amore sempre più millimetrico di precisione.


Stazione dei Celti

Sabato 9 Luglio 2011

MRS TROTSKY CONTRO MR TROTSKY di L. Mortara


MRS TROTSKY
CONTRO MR TROTSKY
- ancora sulla natura dell’URSS -


Siamo il solo partito che ha realmente previsto gli eventi,
non nella loro concretezza empirica, naturalmente,
ma nella loro tendenza generale
Lev Trotsky, In difesa del marxismo


La lettera del 9 Maggio 1951 con cui la moglie di Trotsky, Natalia Sedova, comunicava all’esecutivo della Quarta Internazionale di non essere più d’accordo con la tesi del marito che vedevano nell’URSS uno stato operaio degenerato, ma un nuovo capitalismo di Stato, ha riaperto su queste colonne il dibattito su un tema che i più giudicheranno datato o addirittura superato, ma che invece, finché il movimento rivoluzionario non riprenderà il suo corso e risolverà con la lotta il problema, sarà sempre di fondamentale interesse.
Per taluni compagni, sembra che essere la moglie di Trotsky, sia una prova sufficiente per avere ragione. Ma a questo punto i detrattori della teoria del capitalismo di Stato, potrebbero sempre aggrapparsi a Vsievolod Volkov, nipote di Trotsky, che ha invece tenuto alta la bandiera del nonno. Tuttavia, in questo modo, la questione della natura dell’URSS è ridotta a una lite di famiglia e non a questione di classe come in effetti è e come in effetti va risolta.
Per parte mia, l’istinto marxista, mi dice che per risolvere la questione, e cioè per stabilire definitivamente che Trotsky ha avuto ragione fino al crollo dell’URSS, basterebbe osservare che la tesi del capitalismo di Stato è sostenuta ancora oggi da dilettanti alle prima armi, idealisti romantici, delusi del Socialismo Reale, settari bordighisti, anarchici e, ad esempio in Italia, dai Testimoni di Geova Rossi, ovvero i compagni di Lotta Comunista, i “rivoluzionari” più innocui sulla faccia della terra.
Siccome però so che i compagni sono un po’ come San Tommaso e che le simmetrie non gli sono sufficienti come prove, cercherò di riprendere la questione dall’inizio per provare a riportarli ancora una volta sulla retta via.

CHE COSA HA DETTO TROTSKY
Citando qua e là gli innumerevoli articoli e saggi dedicati al tema, si finisce quasi sempre col far dire a Trotsky tutto quello che uno vuole. In realtà il pensiero di Trotsky sulla difesa dell’Urss e sulla sua natura è di una chiarezza cristallina.
Per Trotsky la difesa dell’URSS di Stalin, coincideva con la difesa delle due conquiste fondamentali della Rivoluzione d’Ottobre: la proprietà statale dei mezzi di produzione e la pianificazione economica. Queste due conquiste, secondo Trotsky, erano conquiste del proletariato ed erano storicamente colossali, per questo andavano difese coi denti e con le unghie anche se non costituivano il socialismo, ma solo i suoi prerequisiti minimi. Inoltre, la completa statalizzazione dei mezzi di produzione, rispetto alla statalizzazione parziale dei paesi capitalistici, come ad esempio quella degli USA del New Deal di Roosevelt, non costituiva più per lo Stato una modifica quantitativa, ma qualitativa, di qui la tesi che lo Stato sovietico, per il suo modo di produzione, fosse uno Stato operaio. In effetti, per passare allo Stato operaio, la Rivoluzione d’Ottobre aveva dovuto spezzare lo stato capitalistico dello Zar e sostituirlo con uno nuovo.
Con la controrivoluzione burocratica di Stalin, per Trotsky, la fase di transizione dal capitalismo al socialismo, si era arrestata e non procedeva più per il verso giusto, ma al contrario stava rapidamente tornando indietro, fino al pieno ripristino del capitalismo. Tuttavia Stalin, pur avendo fatto piazza pulita del Partito bolscevico e praticamente di tutte le altre conquiste della Rivoluzione D’Ottobre, non era riuscito a debellare anche la pianificazione e la proprietà statale dei mezzi di produzione, anzi la sua dittatura poggiava proprio su quelle due conquiste rivoluzionarie. Proprio per queste due conquiste non ancora liquidate, l’URSS andava considerata uno Stato Operaio anche se deformato. Fino a che non fossero state debellate, per Trotsky era compito di ogni comunista difenderle dall’attacco dei paesi capitalistici che non vedevano l’ora di invadere l’URSS per debellarle.
La minaccia a quelle due conquiste, però, non veniva solo dall’esterno dell’URSS, ma anche dall’interno, dalla burocrazia stessa che, staccandosi sempre più dalle masse, secondo Trotsky, avrebbe finito per ripristinare il capitalismo. Di qui la necessità di una nuova rivoluzione in Russia, questa volta solo politica, che debellasse la cricca di Stalin, salvaguardando la pianificazione economica e la proprietà statale dei mezzi di produzione.
Queste due conquiste, inoltre, conferivano all’URSS, dal punto di vista storico e della lotta di classe, il suo carattere progressivo. Non solo: fino a che la burocrazia era in grado di sviluppare le forze produttive, tutto sommato sarebbe stata lei la guardiana delle ultime conquiste dell’Ottobre. Tuttavia, la burocrazia avrebbe fatto sempre più da freno allo sviluppo sovietico, e poiché la burocrazia non avrebbe mai rinunciato ai suoi privilegi, piuttosto che togliersi di scena, per salvarsi la pelle, avrebbe finito con liquidare anche le ultime due conquiste dell’Ottobre.
Con la sempre più spinta degenerazione dell’URSS, le purghe di tutti i rivoluzionari, la decimazione dell’Armata Rossa e infine il patto Ribbentrop-Molotov, furono in tanti a contestare a Trotsky la difesa dell’URSS. Secondo costoro l’URSS non era più uno stato operaio degenerato, quindi tra l’URSS di Stalin e gli altri paesi non c’era più alcuna differenza. Allo teoria dello stato operaio deformato, sostituirono quindi la teoria del Capitalismo di Stato o quella del Collettivismo burocratico.
Ai suoi critici, Trotsky, rispose sempre rinfacciando loro di non essere in grado di spiegare dove e quando le ultime due conquiste dell’Ottobre erano state debellate. E ribadiva che fino a che queste due conquiste resistevano in Russia, l’Unione Sovietica continuava ad essere uno Stato Operaio, le cui basi produttive andavano difese contro tutti e contro tutti. La difesa dell’URSS era quello e solo quello, e non pregiudicava affatto la lotta a morte contro la burocrazia di Stalin.

SEDOVA ADDIO!
La storia del marxismo, grosso modo dalla fondazione della Quarta in avanti, è storia di solitudine, di persecuzione, di repressione, di morte, di immenso dolore, di disincanti, di disillusioni, di scoraggiamenti, di rotture e ahimè anche di molti opportunismi e capitolazioni. La distanza siderale che ha separato i marxisti dal resto della classe operaia, ha tolto a molti compagni la forza psicologica di reggere. La controrivoluzione stalinista ha costretto il marxismo nell’ombra per tutto un periodo storico che ancora non è finito. Salvaguardare la teoria, difendendola da ogni sorta di revisionismi, è quanto ci è stato dato dalla Storia. Anche evitando gli errori più grossolani, e la Quarta e suoi seguaci ne hanno fatti a bizzeffe, difficilmente avremmo potuto invertire la rotta. Troppo sfavorevoli ci erano i rapporti di forza. Non tutti i compagni son riusciti a farsene una ragione, moltissimi, nell’attesa di un nuovo flusso storico che mai appariva all’orizzonte, si sono spazientiti capitolando a questa o a quella teoria credendo, forse, di poter accelerare i tempi. Naturalmente era un’altra illusione che, disgregando ancora di più il fronte dei marxisti in mille tendenze, finiva per allungarli ancora di più.
La teoria del capitalismo di stato come quella della collettivismo burocratico, sono appunto una costola del trotskismo, e dimostrano almeno quanto sia stato fecondo il pensiero dell’ultimo grande marxista
Natalia Sedova non fa eccezione, e nel 1951, non avendo più retto alle pressioni enormi dell’isolamento, o forse solo di un passato che le aveva sottratto tutti i suoi cari, ha preso le distanze dalle teorie del marito.
Precedentemente, in una Lettera aperta al Parti Communiste Internazionaliste, la frazione maggioritaria, all’epoca (1947), del movimento trotskista francese, scritta insieme con Benjamin Péret e Grandizio Munis, la Sedova aveva già preannunciato quello che avrebbe poi formalizzato quattro anni più tardi1.
Molti compagni si limitano ad esaltare la grande compagna e pensano che sbandierare le sue lettere sia sufficiente per sbrogliare la questione e gridare vittoria: le nostre tesi hanno finalmente avuto la meglio! Leggere attentamente il contenuto e vagliarlo alla luce del marxismo di Trotsky è invece il compito che dovrebbe assumersi un compagno più serio e preparato. Il sentimentalismo, mai come in questi casi, è deleterio.
Nelle lettere in questione, la Sedova, dopo avere rimarcato giustamente che lo stalinismo secondo Trotsky avrebbe riportato indietro la Russia al capitalismo, ne deduce che nel secondo dopoguerra «sfortunatamente è ciò che è accaduto, sebbene sotto forme nuove e inattese». Subito dopo, però, invece di mostrarci queste forme nuove e inattese, la Sedova ci dice solo che in nessun Paese come in Russia i rivoluzionari sono perseguitati «in modo così barbaro» e spietato. Invece di spiegarci dove la struttura economica dell’URSS si sia modificata, la moglie di Trotsky ci parla del peggioramento della sua sovrastruttura politica. Già questo dovrebbe metter in guardia i sostenitori, con lei, del revisionismo del pensiero di Trotsky.
Nella lettera scritta con Péret e Munis, la Sedova, si era però spinta un po’ più in là nei dettagli. Dopo averci dato altre sacrosante delucidazioni sovrastrutturali, accusando il governo russo di aver contribuito da solo «alla sconfitta della rivoluzione mondiale e allo stato di prostrazione delle masse molto più di tutti i governi capitalisti messi insieme», ai marxisti che le facevano notare l’esproprio dei capitalisti nei paesi dell’Est occupati dai russi, controbatteva che in realtà «la cosiddetta espropriazione non è altro che la nazionalizzazione […] dei mezzi di produzione, nazionalizzazione dei mezzi di produzione che di per sé non è che un risultato automatico della concentrazione del capitale nella fase del suo declino, cioè della sua degenerazione e disgregazione». E qui sta la tomba delle forme nuove e inattese della Sedova, che non sono altro che una combinazione delle vecchie teorie del Capitalismo di Stato col Collettivismo burocratico di Bruno Rizzi.
Trotsky, nel suo libro La rivoluzione tradita, spiegava che in teoria era possibile un capitalismo di Stato che avrebbe diviso semplicemente i profitti tra gli azionisti facendo a meno della concorrenza. In pratica però, la concorrenza tra capitalisti, avrebbe sempre impedito di arrivare a un simile grado. Aggiungeva, inoltre, che lo statalismo alla Roosevelt alla Hitler o alla Mussolini, era un tentativo di salvare la proprietà capitalistica a scapito dello sviluppo delle forze produttive. E mentre Rizzi metteva questi stati sullo stesso piano dell’URSS, vedendo in queste nuove forme di dirigismo una nuova epoca a cui presto tutti si sarebbero adattati, Trotsky lo negava in quanto, a differenza di Rizzi, sosteneva che mai e poi mai gli stati capitalistici si sarebbero spinti fino alla completa nazionalizzazione. Perché tra le altre cose, la completa nazionalizzazione, eliminando la proprietà privata, non avrebbe più fatto da freno allo sviluppo delle forze produttive, al contrario ne avrebbe liberato come in Russia le ulteriori potenzialità. La completa nazionalizzazione socialista russa, era potenzialmente progressiva, quanto quella parziale capitalistica era impotente e reazionaria.
La nazionalizzazione completa, dunque, per ogni marxista che rispetti Trotsky, non è affatto un risultato automatico della concentrazione capitalistica, al contrario, a differenza di quel che sostengono Sedova e compagni, è un salto qualitativo frutto della rivoluzione armata e socialista. Ancora oggi, in effetti, non esiste un solo Paese capitalistico al mondo in cui sia stata nazionalizzata interamente l’economia. E proprio questa caratteristica è la prima che hanno perso i Paesi dell’Est al momento del ripristino del capitalismo. Eppure, dai tempi della Sedova, la concentrazione di capitali non ha conosciuto sosta. Se la nazionalizzazione è un prodotto della concentrazione, oggi invece di privatizzare l’acqua, dovremmo nazionalizzare anche il cielo.
Bisogna ancora aggiungere che la Sedova non comprendeva il carattere delle espropriazioni dei capitalisti nei paesi dell’Est. Accusava i vecchi compagni di attribuire in questo modo alla burocrazia sovietica un aspetto progressista e un «ruolo socialista e rivoluzionario». In realtà, anche in questo caso, è vero il contrario. La burocrazia per i marxisti ha sempre avuto un unico ruolo controrivoluzionario e non ha mai avuto nulla di progressivo. Non era infatti la burocrazia a espropriare i capitalisti, ma era l’effetto ancora vivo delle ultime conquiste dell’Ottobre a costringere i burocrati, che in definitiva si appoggiavano su queste, a farlo. Non era la stessa cosa. Alla Sedova e a quelli come lei sfuggiva il carattere ambivalente e dialettico anche della burocrazia.
Dalle stesse lettere della Sedova, emerge quindi che la struttura dell’URSS nel secondo dopoguerra, nonostante secondo lei non avesse assolutamente più niente «in comune con uno Stato operaio e con il socialismo», non era affatto cambiata rispetto a quella difesa incondizionatamente da suo marito. Dunque, sulla lapide delle forme nuove e inattese, fedeli al verbo in mancanza di meglio, i marxisti ancora nel 1951 non potevano che continuare a scrivere: Trotsky aveva e continua ad aver ragione!

LA NATURA DELL’URSS AI TEMPI DELLA STAGNAZIONE
Abbiamo appurato che almeno fino al 1951, la struttura economica dell’URSS non era né più né meno che quella dei tempi di Trotsky. Ciononostante per qualcuno continuò ad essere un capitalismo di Stato. E lo fu ancora di più quando con Breznev entrò definitivamente nella stagnazione. Eppure anche ai tempi di Breznev l’URSS non presentava alcun sintomo tipico dei paesi capitalistici. I sostenitori della tesi del capitalismo di Stato non hanno in fondo mai risposto alle obiezioni marxiste alle loro teorie. Se l’URSS fosse stata un capitalismo di Stato sarebbe stata né più né meno un paese fascista. Ma nessun Paese capitalista ha mai fatto la guerra fredda né calda a un altro Paese solo perché fascista. Più spesso l’ha sostenuto continuando a farci affari come se niente fosse. Un capitalismo di Stato, inoltre, non avrebbe dovuto cessare di funzionare alla maniera capitalistica, pena non essere più capitalismo. Eppure nel capitalismo di Stato sovietico – in termini marxisti fase di transizione tra il capitalismo e il socialismo con tratti un po’ dell’uno e un po’ dell’altro – non c’era più il tipico andamento capitalistico fatto di boom e recessioni; era sparito il mercato del lavoro; i padroni chiunque fossero non potevano comprare la forza-lavoro; le crisi cicliche erano sparite, cosa che non riusci né a Hitler né a Roosevelt; non vi era un esercito in industriale di riserva e nessuno poteva essere espulso dalla produzione solo perché stagnante. Se lo era, non era per colpa della stagnazione ma di qualche insubordinazione contro i burocrati. In definitiva, il capitalismo di Stato sovietico aveva tutte le caratteristiche di uno sfruttamento, tranne quelle peculiari del capitalismo! Proprio per questo i sostenitori della teoria del capitalismo di Stato, non paghi del primo errore, fecero il secondo parlando, addirittura, di imperialismo sovietico!
Dal 1951 al crollo dell’Urss intercorreva ancora parecchio tempo. Forse, quindi, negli anni seguenti e prima del crollo, i rapporti mutarono, chi può dirlo? Per esempio i marxisti degli anni ’70.
Negli anni ’70, in Italia, portare la bandiera del marxismo, toccò a un gruppo di dissidenti in seno ai Gruppi Comunisti Rivoluzionari (Gcr), la sezione italiana della Quarta Internazionale diretta dal disastroso Maitan. Entrato in rotta di collisione con le posizioni centriste sui generis di Maitan, questo gruppo, chiamatosi Tendenza Marxista Rivoluzionaria (Tmr), fu sbattuto fuori dalla Quarta e costretto a trasformarsi in Frazione Marxista Rivoluzionaria (Fmr). Non starò qui a riportare la vicenda, non è necessario2, quel che conta è che essendo arrivato alla conclusione il processo iniziato con quella lotta, oggi sappiamo con certezza che nella Tmr/Fmr era rappresentato il genuino interesse proletario; in Maitan e soci, visto la fine che hanno fatto come ridicoli scopettoni nei vari governi borghesi, si annidava l’opportunismo che li avrebbe riportati all’ovile.
Purtroppo, una volta usciti dalla Quarta, i dissidenti della Tmr/Fmr, invece di tenere alta la bandiera del marxismo, si persero anche loro nei mille rivoli dei revisionismi, approdando oggi al marxismo libertario, e cominciando da quel giorno a sostenere un po’ tutto e il contrario di tutto.
Nonostante questa deriva di cui non possiamo che rammaricarci, molto del loro materiale è ancora utilissimo. Relazionando sull’URSS di Andropov nel 19833, infatti, la Tmr/Fmr, demoliva ancora una volte le tesi del Capitalismo di Stato e dell’imperialismo sovietico. Dopo averci spiegato che nel Capitalismo di Stato sovietico «il direttore di fabbrica non ne è diventato proprietario, non è diventato un alto burocrate e non è scomparso come figura sociale: è sempre lì, immutabile nel tempo così come lo sono le relazioni industriali nell’Urss dalla sconfitta dei Comitati di fabbrica in epoca leniniana ad oggi», Roberto Massari passava al setaccio anche l’imperialismo russo, scoprendo che nessuno avrebbe potuto trovare «presenza del capitale finanziario sovietico in nessuna grande industria o trust internazionale degni del nome». Qualche traccia si sarebbe potuta trovare in «aziende di credito o nel campo dell’import-export, in genere nel terziario, o magari per costruire dighe, strade, palazzi, e sempre comunque in paesi ai quali i sovietici sono legati da rapporti politici o in cui sperano di stabilirli (l’Egitto, per una fase l’Argentina, oggi obbligatoriamente nell’Afghanistan da loro occupato)». E con questo, i compagni della Tmr/Fmr, tumulavano per sempre le sciocchezze dei maoisti di allora sul presunto socialimperialismo sovietico. Da allora, infatti, essendo ormai a un passo dal crollo dell’URSS, solo degli invasati avrebbero potuto sostenere che i rapporti di produzione in Russia fossero sostanzialmente modificati dai tempi di Trotsky e della sua difesa dell’URSS.
L’unico rammarico per dei marxisti incrollabili, è che dopo un’analisi così accurata e corretta, la Tmr/Fmr pensò bene che le conclusioni da tirare fossero «l’abbandono programmatico della vecchia parola d’ordine di difesa dell’Urss» e la nascita di una nuova Internazionale, la Quinta, la quale però non sarebbe più dovuta essere né un Partito né «un’internazionale di partiti, ma in primo luogo di movimenti». In sintesi, avrebbe dovuto essere un’Internazionale Anarchica. La Quinta Internazionale, per la Tmr/Fmr, avrebbe dovuto raccogliere il meglio delle quattro internazionali precedenti, in realtà in questo modo avrebbe solo preso il peggio della seconda, girandola semplicemente di segno: da un’Internazionale sempre più casella postale, a un’Internazionale senza più alcun indirizzo.
In realtà, come si può vedere, il cambio di impostazione della Tmr/Fmr non fu dovuto tanto alla mutata situazione, visto che la stessa relazione confermava, nel 1983, che la Russia era quella del 1938, quanto alla stessa Tmr/Fmr che cominciava a vedere la Russia e il mondo intero non più con le lenti del marxismo ma con quelle dell’anarchismo, sebbene nella versione sofisticata che è il libertarismo.
Per parte marxista confermo che non abbiamo alcun problema a revisionare Trotsky, ma per revisionarlo bisogna prima averlo compreso. E se la proposta di revisionismo viene da chi non l’ha compreso manco di striscio, è meglio chiudersi una volta di più e a riccio nella sua conferma. Come detto, infatti, per Trotsky finché fosse stata in grado di sviluppare le forze produttive, sarebbe stata la burocrazia stessa a difendere, alla sua maniera e in qualche modo, la proprietà statale e la pianificazione economica. Ma è quando a furia di far da freno avesse finito per impantanare la Russia che sarebbe salito alle stelle il rischio di vedere la burocrazia girarsi verso il capitalismo. È in quel momento che le due conquiste fondamentali avrebbero corso il rischio maggiore di venir travolte. Nel momento del massimo pericolo, la Tmr/Fmr, invece di alzare la guardia, finì per sguarnire completamente la difesa, teorizzando l’equidistanza tra pianificazione operaia dei Paesi dell’Est e competizione capitalistica dell’Occidente. Con simili avversari, per la burocrazia, segnare il gol decisivo del ripristino del capitalismo, fu come segnare a porta vuota. Invece di restare tra i pali e respingere le imminenti cannonate, i compagni della Tmr/Fmr, di fatto, si unirono alla burocrazia in combutta con gli imperialisti e andarono all’attacco degli ultimi resti dell’Ottobre! Complimenti! Per le forze esigue che erano, nessuno può rimproverare ai marxisti di tutte le tendenze, il ritorno del capitalismo in Russia. Anche con la miglior difesa, quella di Trotsky, probabilmente non avremmo potuto far altro che far da spettatori agli eventi. È certo però, che aver impostato correttamente la questione, è almeno utile a discernere tra i compagni da tenere in considerazione e a cui guardare, e quelli da buttar giù dagli spalti con tutti i loro revisionismi.

«L’ASSOLUTISMO BUROCRATICO»:
ULTIMA CONTRONATURA DELL’URSS
In sé e per sé potremmo anche finire qua la discussione. La Storia non ha prodotto altre analisi dell’URSS degne di nota. Qualche settario però ha sempre bisogno di distinguersi. Incapace di stare nel campo teoricamente giusto, dopo un po’ gli sta stretto anche quello sbagliato, così ne inventa uno nuovo che costituisce soltanto la sofisticheria sua personale di quello abbandonato. Per noi, in sé, non riveste alcuna importanza, sennonché dai suoi errori possiamo trarre ulteriori delucidazioni su quel che fu l’Urss fino alla fine dei suoi giorni.
In La rivoluzione è morta! Viva la rivoluzione4, il compagno Alberto Belcamino, sorta di bordighista sui generis, dopo aver abbracciato, come ogni sostenitore del capitalismo di Stato, la teoria degli opposti imperialismi Usa/Urss, scambiando l’epoca della Resistenza italiana addirittura per una guerra civile tra forze borghesi (fascismo/antifascismo)5, spiega che nel secondo dopoguerra lo stato operaio degenerato era scomparso, sin dal 1945-46, sostituito dall’avvento dell’Assolutismo burocratico. Già qui ci sarebbe da chiedersi come ha fatto uno stato operaio a scomparire dopo la seconda guerra mondiale e a costituire, durante, uno stato imperialista! Tutto si spiega naturalmente con la natura tipica del settario che dove c’è un più vede un meno, e dove c’è un progresso vede un regresso e viceversa.
La scomparsa dello stato operaio degenerato, ovviamente, non era dovuta alla soppressione della sua struttura economica, vale a dire delle famigerate ultime due conquiste dell’Ottobre, la proprietà statale dei mezzi di produzione e la pianificazione, ma ancora una volta ad argomenti sovrastrutturali. Non essendo sorto «un nuovo partito di massa che rovesciasse il vecchio partito stalinista, sciovinista e controrivoluzionario» non erano più visibili tracce socialiste, «ormai tizzoni spenti, essendo il fuoco dell’ “iniziativa cosciente” di classe cessato di ardere sui rami fradici d’acqua protesi sulla “palude” della società civile. Quivi, gli operai d’avanguardia non esercitavano più una funzione dominante...». In fondo, non c’è nient’altro nella teoria dell’assolutismo burocratico. Tutto, come si vede, è girato al contrario. Gli operai perdono il controllo definitivo dopo la guerra, anziché molto prima, e la burocrazia anziché essere più asfissiante prima, lo diventa dopo. Tutto il corso storico viene invertito. In realtà, se proprio di assolutismo burocratico si vuol parlare, ci si deve riferire all’epoca di Stalin. Lì l’aspetto burocratico dell’Urss raggiunse l’apice, con purghe e Gulag. Dopo, con Chruščёv, la destalinizzazione e un sensibile miglioramento economico, la burocrazia, che per Belcamino era ormai ritornata una classe senza però diritto di trasmissione, fu meno assoluta. Ma alla teoria dell’assolutismo burocratico questo non interessa. Questa teoria può negare il diritto ereditario e contemporaneamente affermare che i mezzi di produzione erano a titolo di usufrutto personale dei bruocrati! A noi quel che interessa sapere è che, a detta dello stesso Belcamino, la scomparsa dello stato operaio degenerato, andò di pari passo con la conservazione, oltreché di quanto sopra, anche con «le forme esteriori del “socialismo”, proprietà statale, economia di piano, monopolio del commercio estero...». Come si vede, l’assolutismo burocratico, in ultima analisi, è solo l’espressione del settario Belcamino per ridefinire lo stato operaio degenerato. Resta appena da aggiungere che avendo girato le cose al contrario, Belcamino ha chiamato anche forme esteriori del socialismo, quelle che in realtà ne costituiscono l’ossatura. Ecco perché, come ogni buon un settario, prendendole per fronzoli, può abbandonarne la difesa, ed ecco anche perché ogni buon marxista, sapendo, storicamente, quale tesoro immane rappresentino, non lo farà mai neanche sotto tortura.
Se invece di perdersi dietro nuove teorie alquanto deboli, i compagni leggessero più attentamente quelle vecchie, forse troverebbero utili suggerimenti per comprendere appieno anche quel che avvenne dopo la Seconda Guerra mondiale e che per loro resta un giallo avvolto nel mistero più assoluto. In fondo, è lo stesso Trotsky ad anticiparcelo nei suoi ultimi scritti.
L’avanzata nei paesi dell’Est dell’occupazione sovietica, almeno per la fortuna della nostra teoria, non data solo sul finire della guerra, ne abbiamo una interessante anticipazione anche all’inizio, quando Trotsky era ancora vivo e poté analizzarla. Quando Stalin invase la Polonia invitando la popolazione ad espropriare i capitalisti, Trotsky, nel suo ultimo libro, In difesa del marxismo, registrò che «le misure rivoluzionarie in campo sociale applicate mediante metodi burocratici, non solo non hanno nuociuto alla nostra definizione dialettica dell’URSS (il secondo corsivo mio), come Stato operaio degenerato, ma l’hanno innegabilmente rinvigorita»6. Ecco anticipato in quattro righe il secondo dopoguerra, senza bisogno di capitalismi di Stato, collettivismi burocratici, assolutismi burocratici e altre baggianate. L’avanzamento ad Est della pianificazione e della proprietà statale dei mezzi di produzione, rinvigorì gli stati operai sfigurati, specialmente quello russo che ne faceva da perno. Questo non invertì il processo che avrebbe riportato al capitalismo, ma allungò la vita allo stato operaio burocratico che invece di schiantarsi subito dopo o durante la guerra, riuscì a campare altri cinquant’anni. Ecco qua risolto il mistero.
Col crollo dell’URSS, il processo già delineato da Trotsky, giunge comunque a conclusione, con la burocrazia che si gira verso il capitalismo. La ragione evidente di Trotsky, per chi lo vuol ammettere, sta proprio nell’arretramento senza precedenti e su scala mondiale della classe operaia. Nel giro di vent’anni la classe operaia s’è vista ributtata indietro di quasi un paio di secoli. A cosa è dovuto questo arretramento se non alla perdita di quelle due conquiste storiche così enormi e colossali come la proprietà statale dei mezzi di produzione e la pianificazione economica? Il trentennio glorioso della classe operaia occidentale è più dovuto a quello, al riequilibrio su scala mondiale dei rapporti di forza, che al piano Marshall. L’eliminazione da mezzo mondo dei capitalisti è qualcosa di cui, pur in maniera distorta e diseguale, il proletariato mondiale ha beneficiato. Il loro ripristino su scala mondiale, di conseguenza, ha sancito la rapida fine della cuccagna.
Dunque, i marxisti si tengono stretta la lezione di Trotsky, e mettono in guardia i faciloni che la vogliono abbandonare, visto che da qualche parte, queste due conquiste, ci sono ancora.
Abbiamo appena assistito a un Congresso del Partito Comunista Cubano che non vede l’ora di liquidarle. Che sia giunta l’ora anche per la burocrazia cubana di girarsi verso il capitalismo? È probabile, perché senza una rivoluzione politica o l’estensione internazionale della rivoluzione prima o poi è inevitabile, quello che è certo è che la perdita di quelle due conquiste si ripercuoterà anche su tutto il Sud America, segnando probabilmente anche la fine del processo bolivariano in Venezuela e l’arretramento di tutti gli altri esperimenti vagamente progressisti presenti nella ragione. Quindi, chi ha già commesso l’errore di stare equidistante tra il secondo e il primo mondo, che altro non significa che equidistanza tra progresso e regresso della classe operaia, corra ai ripari. Perché come si dice: errare è umano, ma perseverare...


Stazione dei Celti,
Luglio 2011

1 La lettera è riportata in appendice al libro di Grandizio Munis, Lezioni di una sconfitta premessa di una vittoria – critica e teoria della rivoluzione spagnola 1930-1939, Edizioni Lotta Comunista, Milano 2007.
2 Chi vuole può leggersela nel libro di Roberto Massari, Il centrismo sui generis, Massari Editore, Bolsena 2006

3 Trovate il testo di Roberto Massari, La necessità di una Quinta internazionale, sul sito di Utopia Rossa.
4 Libro autoprodotto dallo stesso autore, per le citazioni, quindi, il lettore dovrà fidarsi della mia buona fede.

5 Tra l’altro, quel che successe in Italia nel 1945, non fu nulla di nuovo, ma la riproposizione in chiave italiana del fronte popolare spagnolo del 1936. In Italia come in Spagna, gli esponenti della classe operaia, entrarono a far parte del governo borghese di fronte popolare. L’unica differenza è che, in Italia, gli anarchici, in pratica, non c’erano. Ma così come in Spagna non mi risulta che Trotsky, solo per il tradimento di Stalin CNT e FAI, abbia mai parlato di guerra civile interborghese (sic!), così in Italia non c’è motivo per non parlare di guerra civile rivoluzionaria, deragliata, come sappiamo, da Togliatti e compagni.
6 Lev Trotsky, In difesa del marxismo, Edizioni Giovane talpa, Milano 2004

giovedì 7 luglio 2011

RENATO CACCIOPPOLI - LA MATEMATICA E LA VITA di F. Mercurio


di Francesco Mercurio



Quando ho incrociato il materiale storico, biografico e scientifico che riguardava la figura e le opere di un grande matematico italiano, come fu il mio conterraneo Prof. Renato Caccioppoli, ne ho ricavato una sensazione non tanto di tristezza, di compianto, pensando alla tragica fase finale che concluse la vicenda umana di quest'uomo, ma di una straordinaria esperienza di vita, profonda, specchio di una grande parte di un secolo, quello passato, che ha inciso nella memoria e nel destino di molti.
Caccioppoli è, forse, il matematico su cui più si è scritto, o discusso, al di fuori della stretta cerchia di accademici e docenti che lo hanno conosciuto, nel corso della loro carriera professionale, sia da studenti o da colleghi. E 'stato reso familiare come un personaggio ad un vasto pubblico (anche se i suoi temi di ricerca sono stati appena toccati), nel tentativo di realizzare il difficile compito di comunicare quanto sia complesso e affascinante il pensiero matematico.
In più, ci si è accorti che, lungi dalle importanti referenze scientifiche, la sua personalità, il carattere, gli interessi, l'estrosità e la complessità della persona hanno indotto nel pubblico una certa affascinazione che, però, non fa completamente giustizia del personaggio reale.
In questo articolo, faremo solo un accenno alla parte che Egli stesso riteneva fondamentale nel suo impegno di uomo e di intellettuale: cioè i suoi numerosi contributi alla scienza matematica.
Grave scelta, che però può trovarvi comprensivi, tenendo conto del fatto che il blog cui ho inviato l'articolo per l'eventuale accettazione è orientato, non delimitato, a favorire uno scambio di scritti, di pensieri, di idee, di commenti su argomenti di impegno più strettamente politico.
Che cosa c'entra, dunque, in questo contesto un matematico e, soprattutto, un matematico come Caccioppoli ?
Di certo Caccioppoli non ebbe mai a manifestare un impegno totalizzante nell'ambito politico (il che lo si può anche dedurre), Egli non assunse su di se casacche di alcun genere, ma piuttosto ebbe a suo modo il senso della militanza, dell'appartenenza culturale e sociale in decenni della storia d'Italia in cui importanti e tragici avvenimenti trasformarono lo Stato, le istituzioni e la comunità civile della nostra nazione.
La sua attività militante e la partigianeria nel Partito Comunista Italiano, il suo impegno diretto e talvolta spavaldo contro il regime e la cultura fascista e un indomabile sentimento pacifista e anticolonialista lo caratterizzarono difronte agli altri membri della intellighenzia universitaria e accademica che, per quanto diversi per formazione e carattere, per una parte cospicua ammiccavano all'ideologia dominante, nello strenuo tentativo di conservare le posizioni di prestigio o l'insegnamento superiore.
Seppure potremmo pensare che questo capitasse prima e durante la II Guerra Mondiale, anche nel dopoguerra la controversa figura del nostro matematico, che non smise l'azione militante, fu sottoposta a pesanti denigrazioni, ancora più inaccettabili quando provenienti da ambienti accademici e politici.
Un buon numero di seminari e conferenze, organizzate durante gli anni da matematici suoi colleghi, hanno analizzato il rapporto tra il personaggio di Caccioppoli, il suo intenso lavoro professionale, la sua eredità intellettuale, con la sua città natale, Napoli. Mi sembra ovvio, poi, citare le rappresentazioni cinematografiche e teatrali che hanno guardato, sondato, il personaggio del matematico napoletano, tra cui il film del 1992 "Morte di un matematico napoletano", diretto dall'autore e regista Mario Martone, con tutte le discussioni e i dibattiti che ne sono seguiti, programmi televisivi, libri, biografie, commemorazioni, interviste che hanno rievocato di Caccioppoli e Napoli nel 1950. E poi c'era il romanzo “Mistero napoletano” di Ermanno Rea. Oltre ad una infinità di aneddoti, sempre affascinanti, descritti con sincera partecipazione.

BIOGRAFIA

Renato Caccioppoli era nato a Napoli il 20 gennaio 1904 da Giuseppe Caccioppoli e Sofia Bakunin (figlia dell'anarchico russo Mikhail Bakunin); vi è morto, suicida, l'8 maggio 1959.

Si laureò a Napoli nel 1926 e subito dopo divenne assistente di Mauro Picone, di cui fu uno dei primi e più valenti allievi. Libero docente nel '28, nel 1930 divenne, per concorso, professore di Analisi algebrica all'Università di Padova da dove, nel 1934, fu chiamato a Napoli. A Napoli rimase sino alla tragica fine. E' sicuramente uno dei matematici italiani più importanti della prima metà del Novecento e uno dei più rappresentativi di quella generazione formatasi tra le due guerre mondiali.
Profondo, originale, ha lasciato un'ottantina di lavori di grande importanza (anche se talora giudicati poco accurati nei dettagli). La sua produzione scientifica riguarda prevalentemente l'Analisi funzionale (il teorema di punto fisso di Banach-Caccioppoli), la teoria geometrica della misura, la teoria dell'integrazione, le equazioni differenziali e integrali. Aveva una profonda cultura in campo musicale e cinematografico. Era anche schierato politicamente (a sinistra), con una grande dirittura morale nascosta sotto una maschera d'ironia e non chalance. Negli ultimi anni, dispiaceri familiari e i primi segni di decadenza fisica avevano accentuato certi suoi comportamenti, così che la notizia del suicidio non sorprese troppo quelli che lo conoscevano più da vicino. Le sue Opere sono state pubblicate in due volumi, a cura dell'Unione matematica italiana, nel 1963. Fu socio dell'Accademia nazionale dei Lincei e dell'Accademia delle Scienze di Napoli.
Di Renato Caccioppoli riportiamo alcune righe di A. Guerraggio, tratte dal volume “La matematica italiana tra le due guerre mondiali” (ed. Marcos y Marcos, 1998).
“Caccioppoli deve la sua popolarità (che lo accompagnava anche in vita) al personaggio, a quel misto di genio e sregolatezza che ne ha fatto il protagonista di libri, di interviste che rievocano lui e la Napoli a cavallo della guerra, e persino di un bel film di Mario Martone. Così viene tramandata la leggenda del "vestivamo alla Caccioppoli", del logoro trench bianco,sporco, portato in giro per le strade di Napoli con sempre maggior sciatteria, del matematico geniale e insuperabile che si perde nell'alcool, dell'intellettuale colto e raffinato, intransigente e spietato avversario dell'ignoranza e delle banalità, che affida le sue lunghe notti a compagnie non sempre raccomandabili, del borghese illuminato, "comunista" da sempre che si vede abbandonato dalla moglie che gli preferisce l'importante dirigente del partito.”.


CONTRIBUTI ALLA SCIENZA MATEMATICA

Grazie allo studioso di storia della matematica A. Guerraggio, coautore di un volume pubblicato nei tipi della Springer [1], possiamo svolgere una minima ricognizione dei contributi portati da Renato Caccioppoli alla matematica. Nel libro [1], l'autore citato scrive:
“Abbiamo motivo di celebrare la vita di Caccioppoli - più ancora che la sua tragica morte -, essenzialmente perché la vita di un grande matematico si trova soprattutto nella sua ricerca. Cercando di riassumere 30 anni di lavoro in appena un breve spazio porta inevitabilmente ad alcune scelte arbitrarie, ma ci sono alcuni punti che sono sufficientemente "stabili", utili a dare una prima, breve idea dei contributi di Caccioppoli:
I primi saggi, del 1926, su l'estensione della definizione di un Funzionale lineare utilizzando la tecnica di estrapolazione che avrebbe caratterizzato in seguito il merito del suo lavoro, e avrebbe trovato immediata applicazione nella Teoria integrale.
Studi su una Teoria geometrica della misura per una superficie definita in maniera parametrica, che ha preso in considerazione il lavoro del grande Henri Lebesgue (così come quelli che furono i più recenti lavori di quel periodo, dovuti a Banach e Vitali), e che lo ha portato negli anni 1927-1930 a prendere in considerazione le superfici orientate e gli attributi duplici - di estensione e di orientamento - per l'elemento di area; tali studi furono ripresi nel 1952, quando il testimone di questa ricerca viene passato a Ennio De Giorgi.
Gli studi, a partire dal 1930, sulle equazioni differenziali ordinarie (compresa la generalizzazione di un teorema di esistenza di Bernstein riguardanti tra l'altro un problema di limite di una equazione di secondo grado) e le equazioni differenziali alle derivate parziali, in particolare nel caso ellittico: un teorema di esistenza all'interno della classe di funzioni le cui derivate seconde ​​sono di Holder; vari limiti superiori; la prova che le soluzioni di classe C2 delle equazioni ellittiche analitiche sono analitiche, con la prima risposta al cosiddetto diciannovesimo problema posto da David Hilbert al Congresso Internazionale dei Matematici nel 1900 (ecc..).
La sua "scoperta" dell'analisi funzionale e dei teoremi di punto fisso, all'inizio del 1930, di cui la limitata applicabilità dei teoremi concernenti le soluzioni dell'equazione x ¼ S [x] alle equazioni differenziali e integrali, avrebbe poi portato alla formulazione del principio di inversione di corrispondenza funzionale, il risultato di considerare la trasformazione T [x] ¼ x - S [x].
Gli studi sulle funzioni di più di una variabile complessa, e sulle funzioni analitiche e pseudo-analitiche.
Grazie a questi studi e ad altri, a Caccioppoli deve darsi senza dubbio il merito di aver fatto fare una poderosa avanzata all'approccio italiano all'Analisi Funzionale, verso i fronti più avanzati della ricerca. Il matematico Carlo Miranda ha scritto, "è soprattutto grazie ai corsi che lui ha tracciato, che gli analisti italiani sono stati in grado di superare l'isolamento che hanno vissuto durante gli anni della guerra e quelli subito dopo, senza troppo danno..". La “modernità” di Caccioppoli- rispetto a quello che stava succedendo in campo internazionale in quel momento - potrebbe essere valutata anche indirettamente, per mezzo delle dispute e delle controversie sulle priorità poste dai suoi saggi. I nomi di Dubrovskij (per le funzioni con limitata variazione uniforme o uniformemente additive), Rado (per controversie sulla teoria della misura), Stepanoff (per le funzioni asintoticamente differenziabili), Petrovsky, Perron e Weyl (per il lemma sulla armonicità delle funzioni ortogonali a qualsiasi Laplaciano) testimoniano l'attività di Caccioppoli nella ricerca avanzata aggiornata, destinata a lasciare segni profondi sulla storia dell'Analisi nel XX secolo...”.



POLITICA E ATTIVISMO DURANTE IL FASCISMO E NEL DOPOGUERRA

Sempre con il prezioso ausilio del volume in [1], leggiamo:
“Caccioppoli ha sempre vissuto a Napoli, con la sola eccezione del periodo 1931-1934, quando ha insegnato a Padova, sostituendo Giuseppe Vitali, che si era trasferito a Bologna. Nei circoli culturali di Napoli, era conosciuto per la sua passione per la musica e la sua bravura come pianista (e anche come violinista). Inoltre sono stati leggendari il suo amore e la comprensione della letteratura francese contemporanea, con una passione particolare per Rimbaud e Gide. Dopo la guerra, il suo amore per il cinema lo ha portato a organizzare un gruppo chiamato "Circolo del Cinema a Napoli”, e la presentazione delle pellicole che veniva fatta dallo stesso Caccioppoli era un appuntamento permanente per i molti appassionati di cinema che si riunivano in quel contesto.
Ma prima di arrivare agli anni del dopoguerra, dovremmo dare uno sguardo agli anni del fascismo. Caccioppoli fu un fermo oppositore del regime. Il suo dissenso ironico si espresse in vari modi, e come non ricordare l'episodio del "gallo al guinzaglio", che oramai è ben noto.
Ci furono membri del Partito Fascista che consigliarono allo stesso Caccioppoli di non camminare in compagnia dei cani, perché la sua era una abitudine considerata poco maschile.
Caccioppoli, allora, si mise a camminare lungo la Via Caracciolo, che si affaccia sul Golfo di Napoli, con un gallo al guinzaglio. Molto più grave fu l'episodio che coinvolse l'inno francese, la "Marsigliese", che Ermanno Rea ha così ben descritto nel suo libro “Mistero Napoletano”. All'inizio di maggio del 1938, Adolf Hitler stava per arrivare per una visita a Napoli. Caccioppoli e la sua futura moglie, Sara, era andato in una birreria una sera, sul tardi e, infastidito da un gruppo di fascisti che cantavano "Giovinezza", l'inno ufficiale del Partito Nazionale Fascista, si sedette al pianoforte e cantò l'inno nazionale francese, con la massima estensione dei suoi polmoni. Fu immediatamente arrestato. La punizione era davvero grave per scherzi come questo. Per salvarlo dall'essere gettato in prigione, la sua famiglia sostenne a viso aperto che egli era malato di mente, e lui fu ricoverato in un manicomio piuttosto che nel carcere.
Anche se questa è come la storia viene raccontata, le relazioni ufficiali della polizia di fatto dipingono un quadro più preoccupante. Prima di tutto, si registra l'episodio come abbia avuto luogo il 23 ottobre 1938, e la visita di Hitler non poteva entrarci per niente. Quindi, piuttosto che una birreria, dicono che ha avuto luogo in un pub locale "frequentato da persone di estrazione modesta", "una taverna situata a Napoli sulla Riviera di Chiaia", dove un uomo - Renato Caccioppoli - "di decente aspetto "tuttavia è descritto in un altro rapporto come" malvestito "o" mal vestita " insieme ad una donna - elegante, brioso, vivace, che parlava francese al suo compagno (che faceva finta di essere russo)" di carattere semplice e con buone maniere liberali"-" dopo aver bevuto del vino, ha offerto un altro giro ad un gruppo di operai che si trovavano nella taverna. I due individui hanno fraternizzato con gli operai, e poi si sono accompagnati a loro dopo che avevano finito di ballare ". Non vi è alcuna menzione della Marsigliese nel rapporto della polizia. La sostanza, tuttavia, rimane: "il vino offerto in cambio di pizze. . ., Conversazioni politiche con gli operai. . ., Legature di politica italiana (in confronto ai francesi), che ha continuato sulla funicolare che andava al Vomero ". Poi l'arresto, descritto dal segretario federale del Partito Fascista: "in virtù dell'autorità di Pubblica Sicurezza il loro arresto è stata immediatamente effettuato. Caccioppoli, durante l'interrogatorio finale, ha mostrato segni di squilibrio mentale e, quindi, dopo essere stato esaminato da uno psichiatra che ne ha accertato la diagnosi in pazzia, è stato ammesso in un manicomio ". Il rapporto della polizia usa lo stesso tono, dichiarando che la “persona che ha mostrato segni di squilibrio mentale durante il corso di interrogatorio. . . gli è stata diagnosticata la demenza”. Caccioppoli come antifascista era ben noto. In precedenza la polizia a Padova lo aveva messo sotto "idonea osservazione politica", anche se in un documento datato agosto 1933 è stato ammesso che "data la materia che insegna non può certo essere utilizzato per azioni conformi alle sue idee, ma con i suoi amici più stretti si esprime con violenza contro tutto ciò che ha a che fare con il fascismo". A Napoli non vi è dubbio che era conosciuto tra quelli delle forze di polizia: "Caccioppoli, a parte il suo valore inattaccabile come scienziato, a causa del suo uso smodato uso di bevande alcoliche nella sua vita privata, si mostra essere anormale e senza alcun valore sociale". Dopo l'episodio della "Marsigliese" - se effettivamente ci sia mai stato un episodio di tal genere - il giornale degli espatriati italiani a Parigi, “La Voce degli Italiani”, pubblicò un articolo dal titolo "Prof. Caccioppoli arrestato, torturato, è impazzito", in cui fu riferito che il matematico era stato “torturato così gravemente che è attualmente si trova in un ospedale psichiatrico”.
Proprio negli anni '30, il destino volle che Caccioppoli, appunto per la sua forma di militanza politica e per la già orientata storia familiare, incrociasse di certo, per un periodo, la strada con, già per allora, un ben più noto teorico comunista rivoluzionario, Amadeo Bordiga, che aveva una fondamentale e speciale veste di politico appassionato della scienza (che, per quei tempi, era un tratto di distinzione), che possiamo identificare sia con motivi familiari (la figura del padre Oreste, professore di Economia Agraria, e soprattutto quella dello zio paterno, Giovanni Bordiga, professore di Geometria Proiettiva a Padova) e sia nella sua preparazione e formazione universitaria (iscrizione al Politecnico di Napoli, dove si laurea nel novembre del 1912). Egli era appassionato di scienza, in particolare di fisica e matematica, e questo legava con la concezione politica che andava alimentando.
Infatti [2], “Bordiga sottolineava la necessità del superamento di una conoscenza concepita per compartimenti stagni basati sulla grande frattura tra le “due culture”: quella umanistica da una parte e quella scientifica dall'altra. Questa divisione all'interno del sapere viene intesa in quanto frutto della stessa società divisa al suo interno in classi sociali mentre la scienza marxista della società è intesa come tale in quanto si basa su quelle che noi conosciamo come "scienze esatte", o scienze della natura. Se per Galileo la matematica è il linguaggio della natura, per Bordiga essa è il linguaggio della scienza e il marxismo rappresenta la "scienza storica e sociale umana definitiva" [3]. “L’importanza della scienza in generale, e della formalizzazione in particolare, nel pensiero e nell'azione di Bordiga è sicuramente stata influenzata dalla sua formazione del tutto particolare rispetto alla stragrande maggioranza dei politici a lui contemporanei. Nel 1925, quando il partito è ormai in mano alla corrente “centrista” che gli rinfaccia di essere, oltre che un ingegnere, un intellettuale dogmatico lontano dalla classe operaia,
Egli fa notare, in un articolo su L’Unità, che la direzione del partito è costituita da un’assoluta maggioranza di avvocati e nessun operaio [2]”:
“Se si volesse scherzare -Egli aggiunge - basterebbe far presente che in una società non capitalistica sarebbero sempre indispensabili gli ingegneri e assolutamente inutili gli avvocati” [4].
Sempre da [2] “Oltre agli studi universitari avranno grande importanza per lo sviluppo "scientifico" di Bordiga anche l’ambiente familiare e la grande fioritura della scienza e della matematica italiana tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento.” E' di straordinaria valenza intellettuale il fatto che un uomo come Bordiga abbia percepito in pieno il clima scientifico che subiva tali e profondi mutamenti all'alba del XX secolo. Infatti, proprio in quei primi decenni, la teoria subiva un deciso avanzamento, con lo sviluppo della teoria della relatività di Albert Einstein, da una parte, e della meccanica quantistica dall'altra, con tutto il suo corollario di illustri fisici e matematici che vi hanno contribuito. Fondamentali paradigmi che hanno formato le basi della conoscenza a noi contemporanea del mondo fisico che ci circonda. L'incontro di Bordiga con Caccioppoli, tra gli innumerevoli che lo stesso rivoluzionario ebbe ancora prima negli anni '20, con matematici e fisici di fama mondiale, testimoniano il percorso di due intellettuali che vivevano appieno il loro tempo, senza appiattirsi su astrusità accademiche e stucchevoli posizioni idiosincratiche dell'ambiente politico.
Continuando con il personaggio di Caccioppoli, gli episodi e la messe di sostanziali disavventure con il regime fascista prima dell'avvento del dopoguerra, si sono per certi versi ripetute con altre modalità e sotto altro clima politico, a guerra finita. Da [1] “L'episodio del 1938-1939 non fu l'unica volta che Caccioppoli venne arrestato. Una cosa simile accadde nel 1952, questa volta ad opera della polizia della Repubblica italiana. Caccioppoli sostenne con favore la Repubblica durante il referendum del 1946. Più tardi, formò più strette relazioni con i comunisti a Napoli, che Egli vedeva come l'unica alternativa praticabile per la crudezza e la superficialità dei sostenitori dell'allora candidato del fronte opposto, il populista Achille Lauro. Era un fedele sostenitore del Partito Comunista Internazionalista, anche se non vi aderì ufficialmente. Egli fu coinvolto nelle vicende del gruppo di Gramsci. Si unì ai cosiddetti "partigiani della pace". E' stato fermo avversario, per la sua cultura profondamente pacifista, dell'intervento americano in Corea, e per le sue manifestazioni di dissenso che fu arrestato il 16 giugno 1952. Il rapporto ufficiale questa volta diceva:
“Il 16 giugno 1952, il giorno prima dell'arrivo a Napoli del generale Ridgway, il Prof. Caccioppoli. . . dopo aver raccolto circa 200 studenti provenienti da suo corso, ed altri che vi si unirono, li ha portati al palazzo centrale dell'Università, dove ha pronunciato un discorso che protestava contro la visita del generale di cui sopra in Italia, e in favore della pace. Questo discorso ha dato luogo a una protesta veemente ed ostile, sotto forma di invettive gettate nella direzione di marinai americani che sono stati ricoverati in un albergo di fronte l'università e contro le automobili americane che passavano dinnanzi al corteo.”.
La reazione dell'allora ministro della Pubblica Istruzione, On. Antonio Segni, portò Caccioppoli ad essere severamente rimproverato per aver incitato i disordini che seguirono il suo comizio, e per il comportamento che costituiva un evidente "violazione delle norme disciplinari dell'Università". Tracce dell'orientamento politico e pacifista di Caccioppoli si possono trovare nella sua corrispondenza con il Prof. Mauro Picone, che ha sede nell'archivio dello IAC, dell'Istituto per le Applicazioni del Calcolo fondato da Picone a Roma, e recentemente pubblicato in Pristem / Storia (n. 8 / 9 , 2004).
L'ambiente ostile al matematico partenopeo emerge dall'espressione dei suoi sentimenti negli scritti del tempo, custoditi nell'archivio del matematico Picone, titolare di cattedra, insegnante di Caccioppoli, che ebbe un particolare e controverso rapporto con lo stesso. In una lettera datata 11 agosto 1953, Caccioppoli scrive che “. . . problemi idioti con la polizia mi hanno costretto a rinunciare ad andare a Polonia. Si può credere che dopo settimane di stallo, mi hanno restituito un passaporto che era stata annullato per tutti i paesi (anche in Francia !) ma esteso per la Polonia e i cosiddetti "paesi di transito" (?) fino al 6 settembre, giorno di apertura del congresso. Questo dopo aver trascritto tutte le informazioni dal telegramma di invito. Con questa sorta di "passaporto", sarebbe stato difficile anche andare oltre Tarvisio. Per aggiungere beffa alla beffa, consente "un solo viaggio" !”
In una lettera del 20 agosto 1958 si parla di una manifestazione che ha avuto luogo a Napoli: “In effetti, non ho preso parte alla manifestazione pacifica in Via Roma, che ha provocato la grandine abituale di colpi dalla polizia antisommossa, con manganelli, senza preavviso alcuno ed equamente distribuita tra manifestanti e semplici passanti. Ho seguito il processo, perché mi interessavo di politica e perché tra gli imputati vi erano alcuni dei miei migliori amici.”
La corrispondenza è interessante e va oltre il contenuto delle lettere menzionate, però, essenzialmente a causa del fatto che essa mette in luce le relazioni tra i due matematici. Picone (1885-1977) è noto nella storia della matematica italiana per alcune opere di pregio che hanno a che fare con equazioni differenziali alle derivate parziali, ma soprattutto perché ha fondato una scuola che ha prodotto alcuni dei più grandi analisti italiani della seconda metà del ventesimo secolo. Lo strumento che ha portato alla fondazione di questa scuola è stata l'INAC, Istituto Nazionale per le applicazioni di calcolo, più tardi rinominato semplicemente IAC, o Istituto per le Applicazioni del Calcolo. Fondato a Napoli nel 1927, e poi trasferito a Roma pochi anni dopo, come una parte del Consiglio Nazionale delle Ricerche, lo IAC divenne presto una presenza significativa nel nuovo orizzonte della ricerca matematica. Ha rappresentato una nuova mentalità numerica. Non era più sufficiente a dimostrare un teorema di esistenza, o anche uno solo di unicità, ma era necessario per delineare le modalità di calcolo in modo efficace da ottenere le soluzioni. In altre parole, è necessario che la stessa attenzione e lo stesso rigore da applicare per determinare l'algoritmo numerico, la prova della sua convergenza e il limite superiore dell'errore di approssimazione. L'obiettivo era la sinergia con le applicazioni per le discipline sperimentali, per lo studio dei "loro" problemi matematici, e la determinazione numerica delle soluzioni. Era la prima volta che la ricerca matematica era stata organizzata al di fuori del circuito chiuso accademico. Era la prima volta che i giovani potevano essere avviati su un percorso che ha portato a un numero considerevole di posti di lavoro possibili. Era la prima volta che la matematica è diventata un soggetto e oggetto di consulenza, l'apertura di nuovi rapporti professionali che davano luogo a team di ricerca. E' stato l'inizio di una strada che sarebbe culminata nella conferenza dell'UNESCO a Parigi nel 1951, che ha designato Roma e lo IAC come sede del Centro europeo per il calcolo.
Picone, e questo era noto nei circoli accademici, era un simpatizzante del fascismo, e fu per questo che, con il favore che godeva presso le autorità politiche, riuscì nell'obbiettivo di sostenere e gestire dapprima il progetto dell'INAC. Lui stesso sembra che abbia detto che era stato "una camicia nera fin dall'inizio".
Sebbene, più tardi negli anni, Picone avrebbe negato il suo entusiasmo per i fascisti, non ebbe ad esprimere alcuna autocritica o provare a prendere le distanze dai due decenni di politiche fasciste, con la sola eccezione, quando, anni dopo, commemorando Terracini, parlò del suo "doloroso esilio in Argentina". Data questa situazione, la corrispondenza tra Caccioppoli e Picone è abbastanza sorprendente. Caccioppoli - "comunista" e profondamente impegnato in un sistema democratico - non ha avuto problemi nel continuare a corrispondere con il Picone "fascista", in un periodo post-bellico che in ogni caso è stata caratterizzato da fronti opposti in forte contrasto. Infatti, le sue lettere a Picone sono abbastanza sincere e intrise di un profondo affetto e stima sincera. Lui non fa mai riferimento ai precedenti – ed imbarazzanti - posizioni politiche sostenute dal Picone. Al contrario, in qualche modo vuole contribuire a mettere in una giusta prospettiva gli stessi, riducendoli a un pragmatismo che è inevitabile in un clima, per così dire,"pro-governo": lui stesso ebbe a scrivere "non ci facciamo coinvolgere in politica, lo so, e forse, dedicato come sei solo al tuo lavoro, si può essere disposti a legare l'asino al proprietario che si vuole, ma non io "(lettera del 19 luglio 1954).
Il primo elemento che emerge dalla lettura delle lettere è l'affetto quasi filiale che Caccioppoli dimostra verso Picone, che esprimeva, naturalmente, dato il suo temperamento, senza alcuna mellifluità o atteggiamento servile. E Picone sicuramente ha restituito sia l'affetto che la stima. Egli scrive di "un grande matematico che, solo in Italia, è il padrone, a forza di senso critico e invenzione, dei fondamenti e degli avanzamenti, di tutte e tre le aree di analisi, topologica, reale e complessa, così come delle loro applicazioni e dei problemi concreti ". Egli non esita a dichiarare più di una volta che l'allievo aveva superato il maestro. E le cose andarono nel senso che Picone si impegnò nello sforzo di assicurarsi che i meriti di quello studente potessero essere riconosciuti dalla comunità scientifica ! C'è stato un periodo, nel 1951, dove Picone cercò di garantire che a Caccioppoli venisse assegnato il Feltrinelli International Prize, seguito da un secondo tentativo nel 1956, nonché portare avanti la campagna per averlo eletto membro nazionale della famosa Accademia dei Lincei: scrisse Picone come riflessione "..invece di ricevere gli onori, da tempo (Caccioppoli) è stato costantemente sottoposto ad una campagna di insinuazioni delle più volgari e ingiustificabili da parte di alcuni matematici abbastanza affidabili. Qui l'Accademia dei Lincei ha l'obbligo di intercedere, dal momento che sono soprattutto sostenitori fervidi dei valori della nazione, disconoscendo quei denigratori volgari".
Un altro elemento che spiega perché il rapporto tra Caccioppoli e Picone continuava ininterrottamente e sempre cordiale, malgrado le loro molte differenze, era quello che entrambi appartenevano alla comunità matematica. Forse in questo caso, per questa generazione e per Caccioppoli, in particolare, il termine comunità non era vuoto di significato. Non è retorica, né fare riferimento a un fatto puramente sociologico. Significa una razionalità comune, una sensibilità comune e valori comuni – anche se non condivisi da tutti i matematici. Caccioppoli era piuttosto lontano da un indiscriminato apprezzamento dei suoi colleghi, infatti, questi valori venivano a contare quasi più di quanto contassero per lui le idee politiche (alle quali, comunque, anche Caccioppoli era molto legato). D'altra parte, questa era la posizione che Egli aveva preso durante il tempo dei licenziamenti nelle Università, nelle fasi convulse che seguirono gli eventi del 25 settembre. Le misure adottate dal rettore Adolfo Omodeo, presidente della Commissione per l'epurazione, la Commissione per la Purificazione, colpirono tra l'altro - tra i matematici - solo Giulio Andreoli. La lettera che gli comunicava la sua destituzione, gli venne notificata il 7 ottobre 1943..... I professori vennero poi reintegrati tutti nel 1945.
Ciò che non poteva sopportare Caccioppoli - che si tratti del caso dei sostenitori del fascismo, o il caso dei sostenitori del populista Achille Lauro, anche se più indulgente verso i suoi colleghi matematici - è l'arroganza dell'ignoranza, cioè l'unione delle due. Non credo che si possa parlare di snobismo nel caso di Caccioppoli: Egli era un intellettuale che, attraverso la vicinanza alla società e la sintonia con il Partito Comunista Italiano, si sentiva legato alla classe operaia che - di fatto, durante la guerra – fece di tutto per sostenere in alcuni eventi di lotta, come una volta nel caso di organizzare uno sciopero dei lavoratori dei trasporti. La sua è piuttosto l'avversione decisa di ciò che Gerardo Marotta ha identificato come quegli istinti più aggressivi e volgari della classe medio-bassa, accoppiata alla sua meschinità. Egli semplicemente non poteva convivere con un ambiente così apatico e intellettualmente pigro. Questo è il tema che fornisce la chiave per la sua solitudine. Genio o sregolatezza ? Il matematico pazzo ? Al di là di alcune conseguenze per il suo temperamento e di una tendenza - anche questa, in ogni caso, non del tutto naturale - verso l'isolamento e la solitudine, questi sono gli aspetti che emergono progressivamente nella sua vita. E anche queste spiegare il suo "attaccamento" al Prof. Picone. Pensate solo per un momento l'esito disastroso del suo matrimonio con Sara che, ricordiamo, pur condivise parecchie esperienze con lui.”
Questi sentimenti di solitudine e le sue vicissitudini personali e anche professionali, dovute a quel clima di insana denigrazione che provenivano da ambienti di quella comunità matematica in cui fortemente credeva, sono stati suoi compagni infelici fino al tragico evento dell'8 maggio 1959, in cui pose fine alla sua vita.

FRANCESCO MERCURIO

Referenze.
[1] A. Guerraggio, “Renato Caccioppoli. Naples: Fascism and the Post-War Period” in Mathematical Lives, Protagonists of the Twentieth Century From Hilbert to Wiles, Eds. C. Bertocci et al., Springer (2011);
[2] P. Basso (Relatore) in Cibo per le Macchine, Fame per l'Uomo - La teoria marxista della rendita fondiaria e la crisi ecologico-alimentare, Tesi di Laurea, anno accademico 2009-2010, Università Ca' Foscari di Venezia, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea in Filosofia;
[3] A. Bordiga in Dottrina dei modi di produzione;
[4] A. Bordiga in La natura del Partito comunista, in L'Unità, 26 luglio 1925.

Stampa e pdf

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...