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domenica 7 aprile 2013

"EL SOCIALISMO ECONOMICO SIN LA MORAL COMUNISTA NO ME INTERESA." di Carlo Felici


 "EL SOCIALISMO ECONOMICO SIN LA MORAL COMUNISTA NO ME INTERESA."

di Carlo Felici

Nell'ultimo comizio di Berlusconi c'è stata la solita sua sceneggiata anticomunista, non c'è niente da fare..per lui è un evergreen, non ne può proprio fare a meno. Anzi, vedendo una signora che sembrava avesse un malore, il “capo” si è persino divertito a fare la sua solita battutaccia, dicendo che forse ciò era accaduto perché lui aveva parlato troppo dei comunisti.
Magari fosse così, avremmo finalmente trovato il modo di far venire i mancamenti agli italiani quando lui attacca con la solita solfa.
Ma gli italiani che ancora lo votano, evidentemente, lo fanno per altri motivi: per non pagare le tasse, per essere condonati tombalmente (anche se appare un po' lugubre e quando lo si sente dire vien voglia di grattarsi), perché amano l'impunità, si identificano con chi spara a zero contro chi cerca di far rispettare scrupolosamente la legge perché piace loro violarla dato che, così, si sentono tanto “fichi” e “dritti”, pensano prevalentemente ancora al calcio e via dicendo..

Purtroppo questo paese sta subendo ormai da parecchi anni uno sbando morale, prima ancora che politico ed economico, e temo che non sarà la nuova tenerezza e bonomia papale a rimetterlo in carreggiata.
Sembrerà forse a qualcuno una eresia, ma ciò è dovuto anche ad un profondo deficit di etica comunista, o, se preferiamo adottare un eufemismo rispetto ad un termine alquanto abusato, potremmo meglio dire comunitaria. La quale consiste essenzialmente non nell'adeguamento ad ideologie o dottrine dell'altro secolo, e nemmeno nell'applicare scrupolosamente gli insegnamenti di Marx e Lenin, ma piuttosto nell'orientare in maniera diametralmente opposta le proprie scelte, rispetto alla tendenza dominante. Che si attua sostanzialmente nel volersi affermare a tutti i costi e al di sopra di tutti in certi casi, oggi, persino in maniera alquanto grottesca, dato l'imperante “si salvi chi può” spesso dettato dalla crisi economica in corso.

Una crisi che quindi è etica, prima ancora che economica.
La morale comunista (o comunitaria, se preferiamo) consiste essenzialmente nel mettere al primo posto l'interesse collettivo e pubblico rispetto a quello personale e privato e, conseguentemente, nel non volere e dovere utilizzare gli strumenti pubblici che ancora esistono, per acquisire ulteriore potere e danaro potenziando i propri spesso già esorbitanti vantaggi. Per esempio, porterebbe attualmente, ad una seria legge contro il conflitto di interessi (si badi, non appannaggio esclusivo di regimi comunisti, ma requisito di base di una normale ed efficiente democrazia).
Tale morale inoltre impone a ciascuno di svolgere una funzione utile alla comunità, cercando di mettere al sevizio di una causa collettiva le proprie capacità inventive, creative e ovviamente il proprio impegno e sacrificio, per dare innanzitutto un buon esempio da seguire, che possa estendersi al maggiori numero di persone. Il dirigente, in quest'ottica, non guadagna in maniera esorbitante più dei sui dipendenti, ma, stimolato da un incentivo morale che precede sempre quello materiale anche se non lo esclude, cerca di mostrare come il suo merito sia tale da costituire una ricchezza ed un patrimonio di cui tutto un apparato, tutta una struttura, con tutte le sue componenti tecniche ed umane può giovarsi, non per produrre meramente profitto, ma soprattutto per incrementare beni e relazioni di migliore qualità.
Infine, questo impegno morale si inquadra in un sistema di relazioni nazionali ed internazionali, basato sulla solidarietà e sul reciproco vantaggio, in una serie di scambi equi e solidali, che non producano situazioni egemoniche, di sfruttamento o tanto meno di mera sudditanza.
Questa è evidentemente, in parole semplici, la base di un progetto di rinnovamento umano prima ancora che sociale, che, se oggi ci appare alquanto utopistico e fuori dalla realtà in cui viviamo, ciò nonostante, rappresenta validamente quel che è indispensabile per garantire un futuro degno di tale nome ad una umanità che, per sovrappopolazione, scarsità di risorse, depauperamento ambientale, distruzione della biodiversità ed inquinamento crescente, con il conseguente avvelenamento di beni indispensabili e di vitale importanza, rischia seriamente, prima il “bellum omnium contra omnes” e poi di estinguersi.
La morale comunitaria (o comunista che dir si voglia) non è dunque un optional ma un serio elemento evolutivo che è indispensabile per la sopravvivenza, non solo degli esseri umani, ma anche della biodiversità.
In quest'ottica vanno dunque progettati e portati a compimento i programmi politici, non si può infatti pensare alla democrazia o al socialismo, senza avere come base una morale comunitaria e partecipativa.
La dimostrazione lampante di tutto ciò sono le nostre elezioni “democratiche” perfettamente inutili e tali da non produrre alcun vantaggio collettivo anche quando l'elettore, per protestare, porta in Parlamento i più forti antagonisti di un sistema che tende in modo inossidabile a restare autoreferenziale.
Anche in quel caso, come possiamo vedere oggi in Italia, l'apparato assorbe il colpo e lo nullifica, creando una solida “cortina sanitaria” intorno a coloro che restano sostanzialmente prigionieri da una parte del loro velleitarismo, e dall'altra della loro “alterità”
Se infatti si è “altri “rispetto ad un consolidato organismo sistemico creato appositamente per tutelare ed incrementare determinati privilegi, esso, non solo riconoscerà tale "altro" come un “virus”, ma metterà prontamente in atto i suoi anticorpi per eliminarlo o per renderlo “inerte”
E in tempi, brevi o lunghi, non potrà che riuscirci.
E' accaduto in passato in tempi piuttosto lunghi con un Partito Comunista, decisamente più organizzato e motivato di certi movimenti nostrani, depotenziato però compromissoriamente e progressivamente, fino a restare inefficace di tutelare e rilanciare la sua “alterità”, ed accade oggi in tempi molto più rapidi, con movimenti assai “liquidi” che, non avendo una loro cultura o ideologia su cui basarsi ed eventualmente rinnovarsi, restano sostanzialmente legati alle vicende “umorali” dei loro leader, spesso seguendo alla lettera la loro ciclotimia.
Non possiamo dunque pensare di rinnovare la società rilanciando movimenti, associazioni o partiti di stampo socialista, democratico o anche semplicemente libertario, senza curarci prima della formazione morale in senso comunitario dei loro componenti e, in particolare dei loro leaders, i quali, quando risultano refrattari a critiche, quando pretendono che li si segua nelle loro tortuose strategie umorali, quando seguano una via che li orienta prevalentemente all'affermazione personale, seppur mascherata da rafforzamento della causa collettiva, non solo contraddicono sul nascere la progettualità di una struttura che dovrebbe piuttosto formarsi in itinere proprio assumendo la dialettica interna come funzionale al suo autoperfezionamento, ma, in particolare, minano sul nascere, con un esempio negativo, la stessa credibilità della struttura di cui fanno parte.
Questo vale per i vari Renzi che sbraitano di far presto e che in realtà non vedono l'ora di prendere il posto di quelli che li hanno appena battuti nel confronto democratico per la scelta di un leader, vale per quei politici che inossidabilmente e nonostante le sconfitte subite dalla loro linea, pretendono di essere sempre e comunque i capi indiscussi di un partito, o in ogni caso di far parte del suo gotha, e vale in piccolo anche per i capi dei piccoli partiti o delle associazioni e dei movimenti che, specialmente in questo paese di dinosauri immortali di piccole o grandi dimensioni, appena, puta caso, ti azzardi a criticarli, ti sbattono immediatamente la porta in faccia per poi scatenarti contro i loro vassalli, valvassini o valvassori, a seconda del ruolo che hai e della tua più o meno ingombrante posizione.
Di fronte a tutto ciò, non c'è democrazia, non c'è socialismo, non c'è libertarismo e nemmeno liberalismo che tenga, di fronte a questo è persino molto (e giustamente) più efficiente l'ottica del neoliberismo capitalista che seleziona i leaders e i componenti di una struttura, a seconda della loro lucidità, spietatezza ed efficienza, e, a tal fine, utilizza scrupolosamente le critiche per autoperfezionarsi, con risultati molto più efficaci di quelli di un leader che resta prigioniero dei suoi mallapponi “ideologici autoreferenzali”
Ecco perché sono fermamente convinto che, anche se ci leggiamo tutte le opere di Che Guevara, di Marx, di Lenin, di Rosa Luxemburg o di tutti i migliori pensatori marxiani, non realizzeremo mai una vera società socialista o tanto meno democratica e partecipativa, per il semplice fatto che non avremo una “morale” comunista.
I regimi del “socialismo reale” sono crollati per questo, per una loro inarrestabile corruzione interna e per la incapacità di superare il confronto con il capitalismo sul piano morale prima ancora che su quello economico, diventando così la brutta copia sgangherata di ciò che si proponevano di combattere e distruggere
E i tragici risultati sono sotto gli occhi di tutti: capitalismo selvaggio e capitalismo di Stato, proliferati nella immoralità e nella corruzione più totale, tanto che oggi le strutture formali della democrazia servono solo alle varie mafie di tutti i continenti per proliferare, riciclarsi e fare il più indisturbatamente possibile i loro affari, ovviamente con estrema attenzione nel minare alla base ogni eventuale apparato educativo che abbia seri intenti morali, specialmente se pubblico, anzi, demolendo progressivamente ogni settore pubblico, prima infiltrando dentro i suoi vertici i loro scherani e poi facendoli lavorare con fini diametralmente opposti alla necessità di far funzionare bene lo “Stato di tutti”, anzi, puntando alla sua inefficienza e ai suoi costi stratosferici, proprio per demolirlo e sostituirlo con strutture private miranti all'accrescimento del profitto.
Questo è il quadro desolante di una umanità che ascolta la sua demenziale orchestrina sul ponte del Titanic, mentre esso pian piano sprofonda, facendo in primis annegare i viaggiatori di terza e quarta classe. I nuovi proletari del XXI secolo, che sono proletari generazionali, in particolare, destinati alla disperazione e alla marginalizzazione. Giovani ed anziani, non a caso, portatori di speranza e di saggezza.
Perché la globalizzazione dell'immoralità e della ferocia non ha altro orizzonte che la sua presente ed illusoriamente immortale autoreferenzialità e quando, per caso, provi a contestarla, ti marginalizza, ti elimina, anche fisicamente, oppure ti spinge al suicidio.
E' quella follia criminale che tende in primo luogo a spacciare per normalità la peggiore delle contingenze: l'arrivismo, lo schiacciare il debole, l'appropriarsi indebitamente di ciò che non è tuo il denigrare la giustizia e la cultura e chi lavora per attuarne i valori e le leggi
L'alternativa a tutto ciò è dunque, per i numerosi motivi appena chiariti, la “rivoluzione della morale comunitaria (o comunista)” Il termine più esatto, al di là degli “eufemismi” e delle strumentali e distorte visioni storiche, è “comunista”, perché esso deriva da cum-munus, che vuol dire dono, compito, dovere e patrimonio comune. Più che mai attuale, in un mondo in cui o ci si aiuta reciprocamente a salvarsi (uomini e natura) oppure si perisce inevitabilmente tutti.
Non c'è dunque sistema socialista che tenga se poi esso svende o mette all'asta il suo patrimonio ambientale con quello culturale che ancora vi riesce a sopravvivere a stento
L'errore che ha portato alla fine a situazioni persino ridicole, in particolare i vari “residuati” dei grandi partiti socialisti o comunisti del passato, tanto da costituire una sorta di “sottocasta”, oppure da rivolgersi disperatamente all'ultimo demolitore o demagogo di turno con l'accorato appello del “ci resti solo tu”, è essenzialmente morale, è di non avere conservato ed incrementato una morale autenticamente “comunista” la quale è esattamente il contrario di ciò che certuni vorrebbero far credere, non omologazione ad una ideologia o ad una nomenklatura di potere, ma piuttosto l'esaltazione del confronto e dell'accoglimento del dissenso per arricchire, in itinere, il “dono comune” della democrazia partecipativa: il “cum-munismo”

Alla luce di tutto ciò, comprendiamo bene e ci riconosciamo pienamente nelle parole di Che Guevara quando dice: "El socialismo económico sin la moral comunista no me interesa."
E noi aggiungeremo: nemmeno quello sociale, politico o..semplicemente associativo, perché, senza questo requisito essenziale, siamo destinati a restare un popolo consumisticamente ed ideologicamente di alienati.


4 aprile 2013




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