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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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sabato 13 aprile 2013

Tre osservazioni al Manifesto di Fabrizio Barca, di Riccardo Achilli



Una sintesi del documento di Barca

Il documento “Un partito nuovo per un buon Governo”, presentato dal Ministro della Coesione Territoriale Fabrizio Barca, rappresenta la sua dichiarazione di discesa definitiva nella politica. Il documento in questione è focalizzato principalmente sulla idea di rifondazione della politica e della pubblica amministrazione, che nel pensiero di Barca passa tramite una decisa e profonda riforma del ruolo e del funzionamento dei partiti politici. Rispetto al focus sulla riforma dei partiti, le questioni programmatiche più generali sono, per così dire, lasciate sullo sfondo, anche se sufficientemente articolate da lasciar intravedere con chiarezza un orientamento politico generale imperniato su posizioni socialiste liberaldemocratiche moderate, equidistanti sia dal pensiero liberista più radicale (da lui chiamato “minimalismo”), sia dal pensiero socialdemocratico più ortodosso. Una sorta di riproposizione, in versione più moderna, di suggestioni da “terza via”, nel rifiuto di seguire un modello laburista radicale, incolpato di sostanziale fallimento nel dare risposte ad una richiesta sempre più personalizzata di servizi pubblici, di promozione di una cultura dell’assistenzialismo nei cittadini e nelle imprese, di distorsione “da sussidi eccessivi” dei segnali e delle aspettative imprenditoriali in materia di investimento privato, di soffocamento di una crescente tendenza della società verso l’individualismo (il che, a mio avviso, è un bene e non un male, peraltro). Emergono quindi alcuni elementi centrali del pensiero di un socialismo liberale e moderato: l’attenzione all’efficace funzionamento dei mercati, assegnando al soggetto pubblico il ruolo di produrre quei beni pubblici di contesto utili per realizzare esternalità favorevoli alla competizione (P.A. efficiente, dotazione infrastrutturale migliorata, più efficienti strumenti di separazione fra proprietà e controllo, ecc.), una visione di un nuovo welfare basato più sull’apprendimento permanente e l’adattabilità che sulla mera assistenza (cioè sostanzialmente ciò che Blair chiamava “workfare”), il tentativo di trovare un nuovo punto di equilibrio fra austerità e crescita, che recupera anche suggestioni di politiche di spesa di tipo “stop and go”, ecc.

Però, come detto, le questioni di programma politico generale sono lasciate sullo sfondo, e il perno del documento è una nuova idea di partito come elemento focale di rilancio sia della politica che del funzionamento dello Stato. L’analisi parte dal fallimento della tradizionale forma di partito-massa e di partito-Stato, un modello sempre più incapace di collegare in forma efficace i vertici del partito con le istanze ed i fabbisogni espressi dalla società, con peraltro la conseguenza di una degenerazione antidemocratica, leaderistica e oligarchico/tecnocratica, e sempre più commisto con le istituzioni statuali e la macchina amministrativa pubblica, in un connubio giudicato da Barca intrinsecamente patologico (arriva a parlare di “fratellanza siamese” e “catoblepismo” nel definire il rapporto sempre più coessenziale fra partiti, Stato e pubblica amministrazione) e peraltro progressivamente degenerante, producendo occupazione partitica di istituzioni ed enti pubblici, corruzione, consociativismo e voto di scambio.

La soluzione proposta da Barca rifugge da qualsiasi suggestione “”grillina” di eliminazione del ruolo dei partiti politici, per sostituirli con una politica orizzontale basata sulla Rete. In forma condivisibile, Barca vede in una politica basata sulla Rete una potenzialità enorme di mobilitazione e condivisione, ma anche un pericolo di appiattimento, banalizzazione ed eccessiva semplificazione della complessità dei temi, che può essere affrontata solo con il “confronto acceso ed aperto sui territori”, per usare la terminologia del documento. Solo i partiti possono quindi, se opportunamente rilanciati e riformati, ridare linfa alla politica democratica e sanare i vizi tradizionali della vita pubblica ed amministrativa del nostro Paese. E fondamentalmente, l’idea di riforma dei partiti che ha in mente Barca ruota attorno a due perni:

  1. Un profondo processo di riscoperta della democrazia interna, ovvero l’adozione sistematica del metodo dello sperimentalismo democratico: muovendo da alcuni “convincimenti generali” peraltro estremamente generici, perché coincidenti di fatto con i principi generali della prima parte della nostra Costituzione, tale metodo promuove ed anima, su base territoriale, un ampio processo di coinvolgimento dal basso dei cittadini, stimolando una larga e partecipata discussione/confronto, mobilitando conoscenze individuali necessariamente parziali e frazionate, al fine di amalgamarle e sintetizzarle in proposte politiche, grazie all’azione di coordinamento, moderazione e gestione del confronto messa in campo dai funzionari professionali del partito. I funzionari di partito, quindi, finiscono per assumere un ruolo di facilitatori/gestori/moderatori del dibattito pubblico, abbandonando il ruolo tradizionale di catena di trasmissione nella linea di comando gerarchica del partito-massa novecentesco. Ai vertici del partito non resta altro che recepire le decisioni politiche nate dal confronto democratico e partecipato dal basso, trasmetterle, sotto forma di stimolo e di proposta politica, ai rappresentanti delle istituzioni, ed esercitare un’azione di controllo all’interno dell’organizzazione partitica, per eliminare sacche di resistenza al metodo dello sperimentalismo democratico, o forme di cooptazione di quadri e dirigenti non svolte con metodo democratico e trasparente. Tale metodo è in fondo radicato nei principi di fondo delle tecniche di ricerca sociale di tipo qualitativo e partecipato, che ovviamente Barca, con il suo passato professionale di valutatore, conosce molto bene, ed il cui paradigma è che la conoscenza, da cui deriva la capacità decisionale, non è un fattore radicato ex-ante in alcuni individui particolarmente “formati”, o in ristrette élites intellettuali o tecnocratiche, ma è un bene che si produce ex-post dal confronto, che produce sintesi, fra più individui portatori ciascuno di conoscenze parziali, limitate o frammentarie. E rappresenta una fondamentale “apertura di credito” verso la capacità “politica” intrinseca in ognuno di noi, se collocato in un contesto stimolante il confronto ed il dibattito (idea a ben vedere, oltre che molto libertaria, anche molto “protagorica”, nella misura in cui il filosofo greco Protagora riteneva che ogni uomo fosse dotato naturalmente di “politiké techne”, ovvero di “rispetto”, cioè di capacità di riconoscere il proprio interlocutore, di senso di giustizia di base e di autonomia decisionale, cioè di una soggettività propria);
  2. Un distacco radicale del partito dalle istituzioni dello Stato e dalla macchina amministrativa pubblica, spezzando quel “legame siamese” nefasto a giudizio di Barca. Tale distacco deve avvenire sia sul versante finanziario, riducendo il finanziamento pubblico ai partiti e modificandone i meccanismi, da non associare più meccanicamente al numero di voti conseguiti, e affidandosi sempre più ai contributi volontari degli iscritti, sia sul versante del personale, distinguendo i ruoli fra il personale del partito, che ha un ruolo di stimolo della mobilitazione cognitiva dal basso e di sollecitazione agli organi istituzionali sulle soluzioni prodotte da tale mobilitazione, di controllo dell’attuazione dei provvedimenti sul territorio e di fornitura di strumenti per la loro valutazione ed interpretazione da parte dei cittadini, e personale eletto negli organi istituzionali e insediato nelle funzioni chiave della macchina amministrativa pubblica, che ha il compito di operare nell’interesse generale, e non in quello di parte del singolo movimento politico, rifuggendo da meccanismi consociativi, di scambio o di cooptazione di personale partitocratico in ruoli tecnico/amministrativi.

Tre osservazioni

Evidentemente, ed al netto delle posizioni politiche e programmatiche generali che emergono sullo sfondo del documento, personalmente condivido quasi tutto ciò che Barca propone sulla riforma dei partiti. Che la forma-partito sia tutt’altro che superata, e che anzi rimanga al centro dei processi collettivi di partecipazione democratica e di formazione e selezione delle classi dirigenti, che tali partiti debbano però abbandonare approcci leaderistici, personalistici, oligarchici e tecnocratici, ed aprirsi ad un ampio confronto democratico dal basso, che i partiti debbano mollare la presa sulla macchina amministrativa pubblica, che va riportata a principi di selezione meritocratica di riempimento delle sue piante organiche e di neutralità e stretta aderenza a criteri di efficienza ed efficacia tecnico/finanziaria e alla normativa nel suo operare, estendendo e generalizzando i processi di valutazione dell’efficacia e dell’impatto dei programmi pubblici, sono principi fondamentali assolutamente e pienamente condivisibili. Che Fabrizio Barca abbia deciso di aprire il dibattito sul tema della riforma della politica e della pubblica amministrazione con una proposta articolata e rigorosa, superando gli approcci demagogici, livorosi o basati sulla furia del “cupio dissolvi” che si sentono circolare, è un elemento di grande rilevanza per lo stesso futuro democratico del Paese, cui occorre essere grati all’economista torinese. E ritengo che la sua decisione di entrare nel PD non potrà che apportare grandi benefici culturali al dibattito interno, invero piuttosto incartato, di quel partito.
Rimangono però tre elementi di fondo sui quali, personalmente, mi sento di avanzare perplessità rispetto all’approccio di Barca, e che offro non certo come critiche al suo documento, riconoscendo di non avere gli strumenti per costruire una critica vera e propria, ma come spunti di ulteriore riflessione, eventualmente per meglio articolare ed arricchire il ragionamento barchiano. Questi tre elementi si riconducono, in estrema sintesi, ad una critica “platonica” all’approccio “protagorico” su cui Barca fonda il suo ragionamento sull’estensione della democrazia dal basso nei partiti. Come è noto, Platone contestava a Protagora l’implicita accettazione di una sostanziale uguaglianza di partenza fra gli esseri umani, tutti quanti dotati del dono naturale di una “tecnica politica” intrinseca. Per Platone, invece, gli uomini non erano affatto uguali fra loro, ma anzi possedevano qualità e “vocazioni professionali” differenziate, a seconda di quale componente della loro anima prevalesse in loro: quella logico/razionale, dominante in chi è chiamato a svolgere ruoli direttivi nella politica e nell’amministrazione, quella irascibile/volitiva, tipica della classe dei guerrieri, quella concupiscibile, tipica dei commercianti, degli artigiani e degli imprenditori.
La fiducia nella capacità di elaborazione di una linea politica complessiva in grado di governare una realtà sociale ed economica complessa tramite meccanismi di partecipazione democratica dal basso implica una concezione non platonica della libertà individuale. Però la libertà, quando non è strettamente connessa con la responsabilità, degrada a mera “licenziosità”, e genera sottoprodotti molto pericolosi per la collettività, poiché rappresenta la base sia per derive demagogiche, che per soluzioni autoritarie volte a “riportare ordine”. Anche la libertà di dibattere e confrontarsi su temi di rilevanza politica va associata alla responsabilità di filtrare il confronto, per evitare soluzioni complessive inefficienti (in termini di interesse collettivo) o addirittura dannose. Ad esempio, non è libertà responsabile, ma pericolosa licenziosità, organizzare elezioni telematiche per far scegliere dal basso nominativi per Presidenti della Repubblica, che nel corretto funzionamento di una democrazia parlamentare devono essere esclusivo appannaggio della mediazione delle Camere. Perché introduce nel modo più pericolo, cioè in un modo surrettizio e non trasparente, elementi di cambiamento radicale nel nostro sistema costituzionale e politico, che dovrebbero invece essere sottoposti ad una discussione pubblica e trasparente.
Ciò significa che il libero dibattito democratico dal basso deve trovare, ad un certo punto, un “filtro”, che non sia di tipo censorio, e che rielabori le proposte dal basso, in una forma che sia, al contempo, rispettosa dello spirito originario della proposta stessa, ma anche di considerazioni sulla preservazione degli equilibri di fondo, non modificabili a meno di pericolose derive, dell’assetto sistemico, nonché dell’identità politica fondamentale del partito, che non può ricondursi alla genericità eccessiva dei “convincimenti generali” evocati nel documento di Barca. Il tema è delicatissimo: se il filtro è troppo chiuso, si traduce in censura, e riconduce dritti dritti ad un partito tradizionale, oligarchico e verticistico che “detta la linea” alle masse. Se il filtro è troppo aperto, conduce al supermarket della politica, in cui ciascuna pericolosa deriva diviene giustificata perché “benedetta” dal popolo sovrano. Affinché vi sia un filtro, non basta il funzionario di partito ricondotto al ruolo di moderatore di un focus group o di coordinatore di una interazione di gruppo, come sembra emergere dalla proposta di Barca. Perché, come ben sa Barca, per avere utilizzato tali tecniche nella sua professione di ricercatore sociale e valutatore, il confronto di gruppo è viziato da effetti distorsivi, come ad esempio effetti di gerarchia interni al gruppo, effetti di emulazione/prevaricazione, asimmetrie informative e cognitive fra i componenti del gruppo, mai del tutto eliminabili anche dal più abile moderatore/gestore del confronto. E quindi un confronto libero, che non abbia un momento di sintesi superiore, realizzato cioè al di sopra ed al di fuori del gruppo, in realtà spesso finisce per fallire nel suo obiettivo di realizzazione di soluzioni ampiamente condivise, facendo emergere posizioni settarie/lobbistiche, imposte da chi, conoscendo bene le dinamiche di confronto di gruppo, o godendo di vantaggi cognitivi, riesce meglio ad orientarle. E non è nemmeno sufficiente, come prevede il documento di Barca, affiancare al flusso informativo che dal basso va verso l’alto il flusso inverso che dall’alto procede verso il basso, portando l’informazione sulle soluzioni politiche e normative elaborate a livello governativo. Perché tale flusso finisce per ritrovarsi in una posizione di subordinazione rispetto ad un flusso “benedetto” dal consenso della base, oppure semplicemente, nel dibattito che si svolge alla base, viene trascurato e/o negato.
Il punto fondamentale risiede dunque nel comprendere in cosa risieda questo filtro, che consente di tutelare lo spirito dei risultati del confronto democratico, adattandoli ad una soluzione efficiente ed utile in termini di interesse collettivo. Questo filtro, ed in ciò risiede il mio secondo, e forse più importante dubbio sul documento di Barca, deve necessariamente risiedere in una base ideologica identitaria condivisa, relativamente stabile e dettagliata, sulla quale deve poggiare la stessa ragion d’essere del partito, se vuole essere un partito “vero”, e non liquido o informatico. Non basta l’accettazione di “convincimenti generali” che, nel documento di Barca, spaziano da generici richiami alla democrazia, all’uguaglianza dei diritti/doveri civili, al ripudio della guerra, alla tutela del patrimonio ambientale, storico ed artistico, per finire con i soliti beni pubblici e con la solita eliminazione delle diseguaglianze territoriali di sviluppo. Per il semplice motivo che una simile piattaforma di “convincimenti generali” potrebbe essere condivisa, senza colpo ferire, da almeno sette degli otto/nove movimenti politici presenti attualmente in Parlamento. E quindi non definisce una piattaforma ideologica identitaria, originale, dentro la quale possano riconoscersi spezzoni specifici della società. L’idea sociale di fondo dalla quale parte Barca, ed in fondo parte lo stesso PD, è quella di una società interclassista, dove non convivano più interessi di classe strutturalmente contrapposti fra loro, ma solo specifiche rivendicazioni su temi ben delimitati, rispetto alle quali sia possibile costruire una composizione complessiva, che realizzi un compromesso sociale di tipo win-win.
Tuttavia, se è vero che la lotta di classe tradizionale è per larghi aspetti superata dalla progressiva convergenza fra proletariato cognitivo emergente del “general intellect” e strati proletarizzati della piccola borghesia urbana, dal frazionamento dell’unitarietà del capitale in almeno due capitali, segnati spesso da relazioni antagonistiche fra loro (il capitale produttivo e quello finanziario) e dall’emergere di un fondamentale interesse comune fra lavoro e capitale produttivo nel preservare condizioni di competitività e crescita tali da invertire il processo di distruzione contemporanea di lavoro e capitale produttivo che l’attuale crisi di origine finanziaria sta realizzando, è anche vero che non è possibile autoraffigurarsi una società in cui il conflitto sociale è così tenue da poter essere risolto dal confronto governato fra i portatori di tale interesse. Al contrario, emergono nuovi, radicali conflitti sociali, del tutto inediti rispetto a vent’anni fa, ad esempio all’interno del lavoro, fra segmento stabile e garantito e segmento precarizzato. Senza parlare del confronto generazionale, certamente in larga misura artificiosamente creato, ma comunque percepito, fra chi ha avuto accesso a diritti in precedenza ritenuti universalistici, e chi vede la possibilità di accedere a tali diritti (non solo la pensione, ma anche un lavoro stabile e retribuito decentemente) sfumare ogni giorno di più.
E simili conflitti non si possono risolvere dal basso, promuovendo un confronto fra i portatori di queste contraddizioni, per il semplice motivo che ineriscono ad aspetti strutturali generali di funzionamento del capitalismo, che non possono essere visti nella loro interezza “dal basso”, ma solo con una visione “dall’alto”, in grado di tenere conto di tutte le implicazioni, che peraltro non ineriscono certo al solo funzionamento dei meccanismi capitalistici su base locale (ad es. al funzionamento del mercato del lavoro del singolo territorio) percepiti dagli stakeholders che si confrontano su scala territoriale, come vorrebbe Barca. Tali conflitti hanno infatti riflessi, cause e ricadute a livello dell’intero funzionamento globale dell’economia mondiale. Riflessi e cause rispetto ai quali i prodotti dei confronti fra cittadini organizzati a livello territoriale impallidiscono, e nel migliore dei casi si risolvono in sperimentazioni locali dall’efficacia limitata, non sempre, peraltro, trasferibili come “best practice” a contesti diversi.
Tutto ciò significa che il “nuovo” partito non può basarsi su generici convincimenti generali, o su linee politiche continuamente cangianti in base ai risultati dell’elaborazione della partecipazione dal basso, ma che deve avere una piattaforma ideologica relativamente stabile, entro certi limiti non negoziabile, che certo sia sufficientemente generale da consentire alla democrazia dal basso di avere gli adeguati margini di libertà per formulare proposte e soluzioni, ma al contempo sufficientemente dettagliata da evitare utopie di compromesso sociale generale che conducano ad illusori stati di ottimo paretiano. Una piattaforma che indichi cioè, per usare la terminologia dell’economia del benessere, la via per raggiungere uno stato sociale di “second best”, nel quale, pur trovando una soluzione generale con elementi di positività potenzialmente a favore di tutti i soggetti, privilegi le ricadute sociali positive a beneficio di alcuni rispetto a quelle attribuibili agli altri. Altrimenti, il rischio è quello dell’indeterminatezza, del calderone in cui tutti i gatti sono grigi. Perché se un partito di sinistra come quello immaginato da Barca utilizza il metodo della partecipazione democratica dal basso non solo per determinare soluzioni o per proporre problematiche, ma anche per determinare la linea politica strategica, la “piattaforma ideologica” (mi si perdonerà se continuo ad utilizzare questo termine così “vintage” come l’ideologia, ma io sono affezionato alle cose vecchie, vado in giro con un’auto vecchia di vent’anni) allora i risultati finali non saranno molto diversi, paradossalmente, da quelli ottenibili da un partito di destra, avente anch’esso una base popolare sulla quale applicare gli stessi metodi di partecipazione dal basso. Alla fine, se il PD e la Fiamma Tricolore andranno a costruire la loro piattaforma strategica e la loro stessa identità politica di fondo andando ad interrogare la stessa base sociale di cittadini, finiranno per rassomigliare fra loro in modo inquietante….Peccato però che la democrazia viva di diversità, non di omogeneizzazione che, anzi, apre la strada alla massificazione, e quest’ultima apre la strada a dittature terribili.
Veniamo poi alla terza osservazione Siamo sicuri che la separazione chirurgica fra partito e Stato, al di là ovviamente dell’eliminazione di fenomeni patologici come la corruzione, il voto di scambio, il consociativismo o l’occupazione partitocratica di cariche amministrative, sia la soluzione definitiva per ristabilire uno Stato efficiente e giusto? Direi, in prima approssimazione, che la subordinazione per certi versi servile della macchina amministrativa pubblica italiana ad interessi partitocratici spesso opachi e spesso illegittimi, o comunque socialmente inefficienti, è il frutto di processi storici complessi, che risalgono allo stesso modo in cui si è formato il nostro Stato unitario, e che quindi sono ben più generali e radicati rispetto al solo tema della commistione fra partiti e macchina dello Stato. L’amministrazione pubblica italiana nasce in una condizione di subordinazione funzionale e organizzativa già dallo Statuto albertino, che assegna al Re il potere di nominare ed entro certi limiti revocare Ministri, magistrati e alti dirigenti pubblici, ed il potere di sanzionare nel merito i disegni di legge. Tra l’altro, l’avversione delle popolazioni degli Stati pre-unitari poi conquistati dai sabaudi nei confronti di una macchina statuale percepita come espressione di un padrone esterno piuttosto severo (percezione molto forte soprattutto fra le popolazioni meridionali del precedente Regno delle Due Sicilie) genera un atteggiamento, tutto italiano, di disprezzo della cosa pubblica, vista come una mucca da mungere per i benefici che può erogare o per i posti di lavoro che può garantire, e come un nemico da cui fuggire quando invece richiede il compimento dei diritti civici anche elementari. La subordinazione della P.A. diviene poi totale con il fascismo, che, per le sue caratteristiche autoritarie, riduce la macchina pubblica a mero strumento passivo nelle mani del regime, normalizzandola anche rispetto al requisito della fedeltà politica dei funzionari. Con la nascita della Repubblica, l’intero apparato burocratico fascista, con esattamente le stesse persone che sotto il fascismo avevano servito in una amministrazione pubblica prona alla politica ed abituata al criterio della preminenza della fedeltà politica sul merito professionale, transita dentro la nuova P.A. post-bellica, portandosi dietro tutti i vizi, le debolezze e le cattive abitudini createsi in precedenza.
Il problema del cattivo funzionamento e della subordinazione in forme perverse1 alla politica della nostra pubblica amministrazione è dunque per molti versi strutturale, complesso, non certo legato soltanto al malfunzionamento dei partiti. Infatti, la forma di partito-Stato che Barca lamenta, attribuendole la causa principale del deterioramento dell’efficienza ed anche della moralità pubblica, in realtà non è peculiare alla sola Italia, poiché è stata tipica di tutti i capitalismi europei nella fase socialdemocratica e keynesiana della seconda metà del Novecento. Tuttavia, negli altri capitalismi, questa forma, peraltro ancora persistente in larga misura (basti pensare alle procedure di nomina politica al vertice di imprese ed enti pubblici operate ancora oggi in un Paese come la Francia) non ha dato vita a degenerazioni ampie e strutturali come quelle che si sono create in Italia. Proprio perché negli altri Paesi esiste una cultura amministrativa e della cosa pubblica molto più avanzata di quella italiana, che paga lo scotto delle forme non proprio virtuose con le quali si è costruito lo Stato unitario.
Il rilancio dell’efficienza e dell’efficacia dell’azione amministrativa e della moralità dello Stato, quindi, non è una questione risolvibile semplicemente mediante l’espulsione dei partiti dalla cosa pubblica, per quanto sia indiscutibilmente vero che i partiti hanno colpe enormi nella situazione di degrado in cui si versa attualmente. Non è una questione risolvibile con normative rigide sull’accesso al pubblico impiego o alle posizioni apicali della P.A., o mediante normative sul conflitto di interesse. Il sistema pubblico italiano è forse il più normato del mondo. Eppure è fra i più inefficienti e corrotti. La riduzione, o addirittura l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, non c’entra assolutamente niente con il rilancio dello Stato e della P.A. Una riduzione o una abrogazione di tale finanziamento non fa altro che favorire la conquista dei partiti da parte di lobby private economicamente potenti, che poi, una volta conquistato il controllo dei partiti, non fanno altro che piegare il funzionamento delle istituzioni e della P.A. ai loro interessi di parte, senza alcun rispetto per quello generale. Tra l’altro, anche storicamente, il livello di corruzione e di occupazione partitocratica della cosa pubblica in Italia era elevatissimo anche prima dell’approvazione della legge-Piccoli che istituì l’attuale meccanismo di finanziamento pubblico dei partiti.
Il problema, sul versante del finanziamento pubblico dei partiti, ma anche su quello del corretto ed efficiente funzionamento della macchina pubblica, a mio parere non risiede in suggestioni di “epurazione” dei partiti dalla cosa pubblica. Risiede in un termine anglosassone: l’accountability. Ovvero la trasparenza, il rendere conto. Che non si risolve con una legge che impone ai Presidenti di Regione ed ai Sindaci di redigere il bilancio di fine mandato. Che si risolve invece con l’utilizzo sistematico e continuo e la messa a disposizione delle comunità di indagini di customer satisfaction nell’erogazione di servizi pubblici e di analisi valutative sull’impatto di provvedimenti di spesa, le cui attività siano svolte da valutatori effettivamente indipendenti e terzi, le cui raccomandazioni per il miglioramento siano effettivamente implementate e non rimangano sulla carta. Che si risolve con l’obbligo, per gli amministratori, locali e nazionali, di venire sistematicamente a rendere conto del proprio operato in assemblee di cittadini e portatori di interesse. Che si risolve con l’elaborazione di sistemi standardizzati di indicatori di realizzazione, risultato ed impatto che misurino l’efficienza quantomeno delle attività routinarie ed altamente standardizzabili della P.A. che si risolve istituendo un sistema realmente funzionante di premio/sanzione per i dirigenti cui vanno assegnati obiettivi gestionali misurabili, tramite un sistema di valutazione che non può essere gestito dalla singola amministrazione, ma da un’autorità esterna e realmente indipendente. Che, sul versante del finanziamento pubblico dei partiti, si risolve con un sistema di controllo e rendicontazione dei bilanci dei partiti efficace e gestito da soggetti terzi, preferibilmente magistrati contabili, che possa rendere conto in modo trasparente e comprensibile ai cittadini dell’uso dei soldi pubblici assegnati, e che dia la possibilità di sanzionare utilizzi impropri.
Tutto il resto, ivi compresa la riduzione del finanziamento pubblico ai partiti e la loro espulsione dalla cosa pubblica, è solo un modo di inseguire il grillismo, che a quanto pare sta anche iniziando a segnalare i primi sintomi di indebolimento e declino, perché gli italiani iniziano a rendersi conto del vuoto che sta dietro simili posizioni.

Conclusioni

Il manifesto di Barca non solo è ampiamente condivisibile in molti dei suoi punti fondamentali, ma rappresenta finalmente anche una boccata d’aria nel teatrino di una politica che sembra incapace di autoriformarsi, di fronte alla caduta di fiducia, molto pericolosa perché foriera di catastrofi democratiche, da parte del Paese. I tre dubbi che sollevo, al netto delle posizioni politiche generali che il documento di Barca pone sullo sfondo, riguardano:
  1. la necessità di trovare un punto di equilibrio fra democrazia interna e capacità di sintesi strategica nei partiti (anche ricorrendo, sul modello di Paesi come l’Uruguay, a veri e propri obblighi costituzionalmente sanciti di garantire processi di democrazia interna nelle nomine e nelle scelte di linea politica dei partiti);
  2. la necessità di aggregare i partiti attorno a piattaforme ideologico/identitarie sufficientemente stabili e precise, evitando di ricorrere a “convincimenti generali” eccessivamente generici, e quindi accettabili sia per partiti di sinistra che per partiti di destra, e quindi incapaci di rappresentare, agli occhi dell’opinione pubblica, quale blocco di interessi sociali il partito si propone prioritariamente di tutelare (lo stesso termine “partito” indica che si rappresentano interessi di parte, diversamente, se non esiste una identità programmatica ed ideologica stabile, originale e chiara, si cade nel pericolo del partito-liquido, che lo stesso documento di Barca afferma di voler evitare);
  3. una rivisitazione analitica più ampia della crisi del nostro Stato e del nostro apparato pubblico, che inquadri la problematica nelle sue dimensioni storiche e culturali, e non attribuisca semplicisticamente (ed oserei dire “grillianamente”) tutta la colpa ai partiti (che ovviamente però di colpe ne hanno moltissime) e che veda nel criterio dell’accountability e della valutazione la vera soluzione, evitando passaggi semplificatori e demagogici, come quelli legati ad epurazioni dei partiti che aprirebbero la strada a ben altre degenerazioni.
Questi elementi non vanno letti come critiche al documento, che non ho né gli strumenti né la voglia di fare, ma come contributi ad un suo approfondimento ed arricchimento, nella convinzione che il Manifesto di Barca rappresenti una ottima base di partenza per una riflessione su un tema strategico per il nostro futuro di Paese.

1 Ovviamente esiste una subordinazione fisiologica della P.A. alla politica, nella misura in cui la prima è chiamata ad attuare sotto forma amministrativa le direttive della seconda, ma conservando una elevata competenza tecnico/professionale, derivante dall’assenza di meccanismi partitocratici e non meritocratici di costruzione della sua pianta organica, ed una autonoma capacità di “incardinare” le direttive politiche entro un quadro normativamente corretto e tecnicamente e finanziariamente fattibile ed efficiente.
 


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