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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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mercoledì 10 aprile 2013

VERSO LA “NUOVA EUROPA” di Norberto Fragiacomo




VERSO LA “NUOVA EUROPA
di
Norberto Fragiacomo



Nel suo ultimo articolo, pubblicato su questo blog qualche giorno fa, Riccardo Achilli si confronta con il famigerato “piano B”, cioè con l’ipotesi di un’uscita del Paese dall’euro. (Un piano B per il dopo Euro di Riccardo Achilli) Si tratta di un’analisi particolareggiata ed esauriente, con qualche passaggio un po’ ostico per chi non abbia grande familiarità con la macroeconomia; ma le conclusioni sono chiare e – direi – lapidarie.

Scrive Achilli: “l’architettura dell’euro corre seri rischi di disintegrazione nei prossimi sei mesi” (e questo indipendentemente dalla volontà dei “Paesi finanziariamente più fragili, come il nostro”); “ciò che andrebbe evitato a tutti i costi è un processo di fuoriuscita individuale, Paese per Paese”, per non fornire vittime sacrificali alla speculazione finanziaria; l’uscita andrebbe piuttosto concordata fra i Pigs mediterranei, che dovrebbero adottare un euro del sud, collegato alla moneta “nordica”, mettere in comune i debiti pubblici (da rimborsare con prestiti forzosi a carico di cittadini e banche), creare una Banca centrale euro mediterranea sotto il controllo dei governi, al fine di scoraggiare la speculazione, e preservare “il principio della libertà di scambio delle merci e fattori produttivi con l’area dell’euro del Nord”. Una fuoriuscita patteggiata, dunque, tra le economie più forti (Germania ecc.) e quelle in maggiori difficoltà (Spagna, Grecia, Italia…).

In linea di massima, penso che il ragionamento sia condivisibile: non nutro dubbi, ad esempio, sul fatto che uno Stato che si chiamasse fuori unilateralmente sarebbe immediatamente stritolato dai “mercati”, cioè dal pugno di banche d’affari, fondi d’investimento e multinazionali di seconda generazione che dettano le politiche occidentali. Un fronte del sud – cui aggiungerei Slovenia e Cipro – avrebbe maggiori possibilità di galleggiare in mezzo alla tempesta, e potrebbe trattare con i tedeschi quasi da pari a pari avendo, come estrema carta da giocare, lo smembramento dell’Unione Europea, che a Berlino certo non conviene: in sostanza, potrebbe imporre ai nordici una sorta di “armistizio”, o di “pace armata”.
Sarebbe risolutiva questa mossa? Temo di no, pur giudicandola utile nel breve periodo. Mi spiego, partendo da una convinzione maturata in questi anni: la guerra non dichiarata tra economie del nord e del sud Europa è solo un episodio, una fase del più vasto conflitto scatenato dai potentati economici occidentali contro il Sistema Europa, caratterizzato da welfare diffuso e intervento pubblico nell’economia. A questo attacco generale gli Stati hanno reagito in ordine sparso, cercando ognuno di mettersi al riparo: per ammansire la speculazione internazionale si è provveduto a criminalizzare alcuni Paesi – i più deboli e malfamati – che sono stati consegnati alla riprovazione popolare e alla “giustizia” dei mercati. Ciascuna delle vittime ha una colpa specifica (la Grecia i bilanci taroccati, l’Italia l’elevato debito pubblico, la Spagna la bolla immobiliare ecc.), ma la punizione è una sola: privatizzazione a morte, immiserimento della classe lavoratrice, cancellazione dei diritti conquistati in decenni. Nell’immediato, soggetti asseritamente “virtuosi” come la Germania, l’Olanda ecc. paiono al sicuro, ed anzi traggono profitto dalla crisi; ma se l’obiettivo è americanizzare l’Europa, tutti gli Stati (rectius: tutte le classi subordinate) dovranno andare incontro, prima o poi, al medesimo destino: non è un caso che la Francia del “socialista” Hollande stia scricchiolando, e persino al di là delle Alpi si notano le prime avvisaglie di un’inversione di tendenza. Si parla molto di un “capitalismo tedesco” opposto a quello italiano ecc. – tuttavia, il capitalismo egemone è sovranazionale, non rispetta alcuna bandiera e, semmai, gravita attorno a Washington. “C’è sempre qualcuno più puro che ti epura”, affermava Nenni: la frase, riferita alla sinistra (non solo italiana), mi sembra applicabile, oggi, all’economia globalizzata, dominata da mercanti che si autoproclamano “puri”, perché interpreti dell’ideologia imperante.
Un armistizio con la Germania, quindi, non risolverebbe i problemi, anche se concederebbe un po’ di respiro a popolazioni allo stremo.
Il dramma è che persino questo obiettivo minimo appare fuori portata. Guardiamo alla realtà: secondo tutti i sondaggi, la cancelliera Merkel vincerà con ampio margine le elezioni politiche autunnali. L’SPD, cui tanti affidano le loro preci, è nettamente distanziata, nelle intenzioni di voto, ma soprattutto non costituisce un’alternativa: il candidato premier, Steinbrück, non è più “di sinistra” di Frau Angela, come lei raccomanda austerità ed è pronto a difendere gli interessi tedeschi contro chiunque e a qualsiasi costo. Come nel 1914, i partiti (pseudo)socialisti del continente sono pronti a votare i rispettivi “crediti di guerra”; a differenza di allora, non fingono nemmeno di voler sostituire un nuovo modo di produzione a quello capitalista.
Nell’Europa mediterranea lo scollamento tra popoli e governi è addirittura clamoroso: oceaniche manifestazioni di piazza, che in altri tempi avrebbero costretto alle dimissioni non uno, ma dieci esecutivi, sono bellamente ignorate; in Spagna, il governo clerico-franchista di Mariano Rajoy scatena la polizia contro i manifestanti, in Grecia si truccano le elezioni, in Italia Napolitano fa quello che gli pare, indifferente ai dettami di una Costituzione che la stessa Consulta non tutela più. Prenderebbero in considerazione l’idea, costoro, di minacciare l’uscita dall’euro e disubbidire ai loro padroni, cioè ai mercati? La risposta è un no secco.
A quali forze ci si potrebbe dunque rivolgere? La domanda è fondamentale, la risposta assai difficile, perché le condizioni variano da Paese a Paese. La situazione più promettente sembra quella greca: Syriza, formazione composita ma nettamente orientata a sinistra, mostra la volontà di sfidare troika e mercati, e viene data dai sondaggi tra il 25 e il 30%. Attenzione, però: a giugno dello scorso anno il movimento pareva lanciato verso il trionfo elettorale, ma le pesanti intromissioni europee – tradottesi in vere e proprie intimidazioni ai cittadini greci – ribaltarono il probabile esito della consultazione, consegnando il successo a Nuova Democrazia (per ironia della sorte, lo stesso partito che aveva causato il buco di bilancio “responsabile” della tragedia ellenica). Non è la prima volta che gli esportatori di democrazia si ingeriscono nelle questioni interne di un Paese, influenzando (=coartando) la volontà popolare: come ci ricorda William Blum, nel suo libro “Rapporti dall’Impero”, vicende simili si sono già svolte nel 2002 in Slovacchia, Nicaragua e Bolivia, nel 2004 in Salvador. In tutti questi casi, candidati strafavoriti, ma invisi agli USA perché progressisti, sono stati impallinati da una propaganda martellante, con l’intervento diretto – e decisivo – di ambasciatori ed organizzazioni americane. Non è facile vincere contro bari di professione, che controllano l’economia, l’opinione pubblica e sono, per di più, armati fino ai denti.
In Spagna Izquierda Unida acquista consensi (15% ca.), ma è ancora lontana dai partiti maggiori; sindaci e gente comune fanno del loro meglio per opporsi alle malefatte di Rajoy, che però governa con piglio dittatoriale. Il Paese è candidato a esplodere o precipitare nel caos prima della prossima tornata elettorale. Anche nel vicino Portogallo le dimostrazioni si susseguono, ma a sparigliare le carte potrebbe essere la decisione della Corte Costituzionale, che ha cancellato la finanziaria lacrime e sangue scritta dal governo di destra. La Slovenia è in subbuglio, ma gli insorti oscillano tra sterili insulti alla casta e critiche al sistema capitalista in nome della democrazia diretta e del socialismo. 
L’Italia fa storia a sé: le politiche di febbraio hanno decretato la sparizione della sinistra, il cui spazio è occupato dal M5S di Beppe Grillo che, dopo aver preso i voti, è tornato ad inveire contro la “vecchia politica”, chiudendo nel cassetto le perplessità sull’euro. Tra l’altro, la benevolenza mostrata dall’ambasciatore americano nei confronti dei grillini dovrebbe instillare qualche sospetto nell’animo di chi ha sostenuto il MoVimento attribuendogli tratti rivoluzionari.

In breve: spazi per un accordo tra i Paesi in crisi attualmente non se ne vedono, visti l’asservimento dei governanti alle forze della globalizzazione liberista e l’eterogeneità di opposizioni più o meno inermi (di cui non fanno parte partiti liberalcapitalisti come PSOE, Pasok e PD).
Che fare allora? Secondo chi scrive esiste un’unica strada, erta, stretta e disagevole.

E’ indispensabile che i frammentati movimenti di sinistra del meridione trovino un accordo fra loro, e si costituiscano in partito sovranazionale. Non un’alleanza sulla carta (abbiamo già il PSE, e non serve a nulla), ma un’entità effettivamente unitaria, che elegga un segretario unico e un direttivo in cui tutti i Paesi siano rappresentati. Candidature, proposte programmatiche ecc. andrebbero decise insieme, così come simbolo e nome: un’idea potrebbe essere “Nuova Europa”. Questo partito non dovrebbe ovviamente appiattirsi su una prospettiva elettoralistica: suo obiettivo primario sarebbe quello di organizzare le masse, aumentando il loro livello di consapevolezza, la capacità di azione/reazione e l’attitudine a difendersi dalle aggressioni governative [1]. In un momento in cui tutte le regole vengono calpestate e il potere mostra il suo vero volto è la piazza, non il parlamento borghese, il luogo della democrazia.
Un efficace coordinamento delle proteste e dei moti arrecherebbe grossi danni ai regimi, gettando il seme di una solidarietà internazionale che, in un secondo momento, potrebbe diffondersi nei Paesi più settentrionali.
Un’Europa unita e rivoluzionata (dal basso) può far fronte agli assalti del capitalismo globale: solo mutando radicalmente modello di sviluppo è possibile uscire da una crisi destinata altrimenti a placarsi solo quando i popoli del continente saranno ridotti in schiavitù.
La speranza di arrivare alla salvezza sacrificando agli squali i compagni più malandati è un’illusione miope e moralmente inaccettabile: toccherà usare tutte le energie in nostro possesso per convincere dell’esigenza di reagire compattamente gli strati più avvertiti della popolazione, senza riporre alcuna fiducia in governanti corrotti e antidemocratici.





[1] Si veda l’esempio sudamericano: il contro-golpe popolare seguito alla destituzione di Hugo Chavez (2002) ha dato nuova linfa alle forze progressiste del continente che, malgrado l’invadente ostilità statunitense, si sono affermate quasi ovunque nelle successive elezioni.






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