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venerdì 26 aprile 2013

PORTOGALLO: CRISI, PATRIOTTISMO E GENTILEZZA di Norberto Fragiacomo






PORTOGALLO: CRISI, PATRIOTTISMO E GENTILEZZA

Nel Paese iberico tremila manifestazioni di protesta in un solo anno (il 2012), ignorate dai media stranieri, e tanta politica in televisione

di
Norberto Fragiacomo



Rispetto all’Italia il Portogallo è un’ora indietro, e forse un anno (o sei mesi) avanti. Avanti verso il baratro, si capisce.
L’airbus dell’easyJet atterra a Lisbona nella tarda serata di venerdì, ma raggiungere il centro – cioè l’albergo – non sarà difficoltoso, grazie ad  una rete metropolitana da fare invidia (perlomeno a Roma e Milano). I segni della crisi li cercherò l’indomani, per il momento mi concedo un rinfrescante mojito – e nel tapas bar di fronte all’hotel del Bairro alto ho la prima sorpresa: 7 euro a bicchiere, non proprio un prezzo popolare. Una sigaretta di riflessione, e poi a nanna: intorno, nelle strade, si trascina una moderata bisboccia, certo più contenuta di quella cui mi hanno abituato le insonni città spagnole.
Iberia, sì, ma sponda occidentale…

Cercando la crisi tra i documenti d’arte.

Di prima mattina Lisboa si stiracchia nel letto di nebbia come un impiegato con poca voglia di andare al lavoro, ma poi compare un sole accecante, che si riflette – assai fastidiosamente – sui sampietrini bianchi delle strade: uno dei business low cost è la vendita ambulante di rayban taroccati. Non mi servono, grazie, e ancor meno mi serve il pezzo di hashish che un importuno tenta di affibbiarmi. Strano: una quindicina di anni orsono, ad Amsterdam, nessuno mi avvicinava a questo scopo… può darsi che la vita e la noia di lunghe giornate vuote abbiano reso il mio aspetto più decadente. Tanti barboni per strada, li ho notati anche arrivando: il primo sintomo della famigerata crisi? Sospendo il giudizio: non sono mai stato da ‘ste parti, il problema degli homeless potrebbe essere endemico; la stazione centrale di Trieste, ad esempio, era un bivacco già prima del 2008. Questa gente che dorme avvolta in coperte di giornale è semmai la prova vivente che il sistema capitalista non sa distribuire la ricchezza, perché non vuole farlo: per il dogma della domanda e dell’offerta è naturale (azzardo: desiderabile) che ad un fortunato con lo yacht chilometrico facciano da contraltare diecimila poveracci che crepano di fame. Lascio spaziare lo sguardo: anche i lustrascarpe che presidiano la centralissima piazza del Rossìo potrebbero essere più un’attrazione turistica che il frutto dell’austerità imposta da fuori. Dal tabaccaio, però, mi imbatto in un indizio interessante: le sigarette costano come da noi (conseguenza che sperimenterò: in un Paese di grandi fumatori, lo scrocco è diffuso). Osservo attentamente il pacchetto: l’Iva è al 23%! Sospiro e mi dico: presto toccherà anche all’Italia…
In Portogallo non sono abilitato come guida turistica, ma qualche accenno alle bellezze locali è doveroso e inevitabile: in fondo, sono venuto per vedere, oltre che per apprendere e rilassarmi. La capitale è un saliscendi, un puzzle di rioni ciascuno con una propria identità. C’è la città bassa, ricostruita dal marchese de Pombal dopo il devastante terremoto del 1752, in un neoclassico ancora imbevuto di barocco: lunghe arterie parallele, fiancheggiate da austeri palazzi, che conducono alla grande piazza sul Tago, praca do Commercio. Dicono rassomigli a piazza dell’Unità, di cui sembra ancor più vasta, ma purtroppo il principale edificio e la statua al centro sono coperti da impalcature; al di là della strada c’è una spiaggetta, lambita da acque limacciose, e un lungofiume che ricorda un po’ le rive di Trieste. Saliamo, col fiatone, una delle tante erte (i vecchi, romantici tram dipinti di giallo ocra sono costosi e stipatissimi) e ci si imprimono nella memoria visioni fiabesche: antiche facciate ricoperte di azulejos (piastrelle colorate), chiese che paiono fortilizi, scorci panoramici ammalianti.
Raggiungo ansante il castello moresco, parzialmente ricostruito dal bieco dittatore Salazar cui va riconosciuta un’attenuante: a differenza del confratello Franco, non ha violentato i centri storici abbattendo dignitosi palazzi per far posto a costruzioni brutte e fuori scala. Un giro di ronda, una visita ai resti archeologici (un sito dell’età del ferro, bagni arabi e le fondamenta del primo maniero cristiano) e poi si ridiscende verso la cattedrale - la -, rinfrancati da un bicchiere di porto branco, più secco e leggero del vino liquoroso apprezzato in tutto il mondo. La chiesa è inconfondibilmente romanica, con finestre come feritoie ed una cupa facciata impreziosita da un rosone aggiunto più tardi; sui due lati torri massicce, segno distintivo di tutte o quasi le cattedrali portoghesi.
Più in generale gli edifici sacri assomigliano a quelli visti in Sud America, perché la “barocchizzazione” ha risparmiato pochi di essi, tra cui la gotica Igreja del Carmo, mai più ricostruita dopo il terremoto che sconvolse Voltaire.
Come si mangia a Lisbona? Benino, anche se il bacalhao viene offerto solo alla griglia, bollito e alla minhota (niente di turpe: è un fritto), e i prezzi sono decisamente triestini. Attenzione agli antipasti (ottimi formaggi, di solito, oppure crocchette) che il cameriere vi porta in tavola prima che ordiniate: si pagano. Il vino è assai a buon mercato. Una nota a margine: il personale è amichevole e molto gentile.


Basta una breve passeggiata sotto un sole che abbronza per gustarsi la torre di Belèm (patrimonio UNESCO, assieme al monastero), bianca meraviglia in riva al fiume costruita per uno scopo che con l’arte ha poco a che spartire: il monarca quattrocentesco Joao II la fece progettare come parte di un sistema di forti che doveva impedire ad eventuali navigli nemici l’avvicinamento alla città. La torre stessa ha la forma di una nave, che fino all’ottocento “navigava” nelle acque dell’estuario del Tago; dopo i successivi interramenti l’effetto è un po’ meno scenografico, ma la ricchezza di decorazioni murarie lascia a bocca aperta.
Riprendiamo al tram che ci porterà fino al museo di arte antica, e durante il tragitto faccio caso ai cartelli (numerosi quelli del PCP, il Partito Comunista Portoghese) ed alle scritte sui muri: ne immortalo una, che mi sembra dar voce al rabbioso sfinimento dei portoghesi. 


La traduzione è immediata: la parlata locale, molto melodiosa, è quasi incomprensibile, ma la lettura dei testi piuttosto agevole. D’altra parte, l’agognata manifestazione ci è venuta incontro nel pomeriggio di sabato, a due passi dal nostro albergo: un corteo[1] rumoroso e disciplinato indetto dal sindacato CGTP, seguito (molto discretamente) da poliziotti senza caschi né scudi e da un cellulare malconcio che rimandava agli anni ’70. Abbiamo visto sfilare pensionati e lavoratori di varie categorie, pubblici e privati: vari attivisti, megafono in pugno, gridavano slogan contro il governo delegittimato, la troika e l’austerità, che venivano disciplinatamente rilanciati da centinaia, forse migliaia di voci. Facce serie, gente composta e dignitosa… mi è preso un groppo in gola, misto a rispetto. Una buona organizzazione, mi sono detto sottovoce, ripromettendomi di acquisire informazioni sul sindacato: ben presto – a Coimbra – la mia curiosità sarebbe stata abbondantemente soddisfatta.

Dopo un’escursione, in giornata, a Evora – pittoresca cittadina di fondazione romana – è proprio per Coimbra che partiamo, martedì mattina. Accanto alla stazione, vicinissima all’acqua e a praca do Comercio, sono ormeggiate tre navi da guerra di aspetto modernissimo: sono cinesi, due fregate dalla linea filante e una mastodontica nave appoggio. Che ci faranno da queste parti?, mi chiedo, mentre osservo eleganti ufficiali di marina passeggiare rilassati sul molo. Pare proprio che seicento 
anni dopo Zheng He i cinesi ce l’abbiano fatta, ad approdare in Europa…
Le ferrovie, allora. Per Oporto ci sono i pendolini, comodi e veloci, o in alternativa gli Intercidades, più vetusti ma assai meglio tenuti dei nostri. Coimbra è una tappa intermedia, ci si arriva in meno di due ore, e si rivelerà una piacevolissima sorpresa, anche se aspetta ancora il sigillo UNESCO (che, ad essere onesti, meriterebbe di ricevere prima di Palmanova). Due cattedrali, un’università prestigiosa quanto quella di Salamanca, vicoli angusti che celano inaspettati tesori – e naturalmente il leitao, il porcellino alla brace, oltre alle immancabili scarpinate in salita.  



Incontro col compagno Vladimiro, dirigente del PCP di Coimbra.

All’imbrunire, in un’osteria che richiama alla mente la S. Giacomo di vent’anni fa, bevo un bicchiere di vino pieno sino all’orlo; il gestore ha un aspetto particolarmente simpatico, chiediamo ed otteniamo di poter cenare lì, verso le sette e mezza di sera. La clientela è formata perlopiù da anziani bevitori, così “contrattiamo” il menù: baccalà per mia sorella, maiale (con l’uovo) per il sottoscritto. Tutto cucinato sul momento! Dopo il gustoso pasto (e una aguardiente), mi viene un’idea “pazzesca”: perché non domandare al nostro oste se conosce l’ubicazione della sede del PCP a Coimbra? Ho una fortuna sfacciata: Joel è iscritto al partito, mi mostra la tessera (plasticata, a differenza della mia) e si offre di accompagnarci. Una viuzza, una porta, una sigla: suoniamo il campanello, ci apre un tizio barbuto e assonnato. Joel spiega il motivo della visita: d’accordo, adesso però è tardi, tornate domani e avrete la vostra intervista.
Il mattino dopo ci ripresentiamo, taccuino in tasca. Fa caldissimo, sembra piena estate. Veniamo ricevuti da un anziano compagno con la coppola in testa: fa segno di accomodarci, poi solleva la cornetta del telefono e compone un numero. Un rapido scambio di battute - capisco solo la parola “italiani”, ripetuta più volte - e, dopo qualche minuto, saliamo al piano superiore, dove ci accoglie un funzionario dall’aria giovanile (in realtà, è suppergiù un mio coetaneo).
L’ostacolo iniziale è la lingua: in mancanza di alternative, optiamo per lo spagnolo (il mio è assai zoppicante, ma per fortuna mia sorella vanta un’ottima conoscenza della lingua, e lo sorregge). All’inizio c’è un po’ d’imbarazzo, che però si dissolve non appena il nostro ospite attacca a parlare, su mia richiesta, della situazione portoghese e del PCP (nato nel ’21, come il rimpianto PCI). Solo un’annotazione: ho preso appunti in italiano, traducendo simultaneamente, ma mi sento di assicurare che la mia trascrizione è fedele ai contenuti espressi.
“Ci troviamo di fronte ad una crisi sistemica del Capitalismo – esordisce il compagno Vale – il PCP ha ammonito sin dall’inizio che l’entrata nella UE e nell’euro era parte di un processo di integrazione capitalista mascherata, il cui obiettivo era sottomettere i lavoratori. Oggi questo appare più chiaro, prima si occultava la situazione. In Portogallo si soffre di un problema comune ai Paesi del Sud: l’integrazione ha distrutto il poco apparato produttivo per favorire le importazioni, e causato una sopravvalutazione della finanza a detrimento dell’apparato produttivo. Tutto era pianificato sin dall’inizio (annuisco, perché ne sono convinto) e la nostra denuncia è stata immediata, utilizzando l’immagine della pentola di argilla – il Portogallo – contro una di ferro. All’epoca governava il PS (Partito Socialista)” che il compagno definisce “un partito di sinistra dalla politica di destra, tale e quale al PSD (Partito Socialdemocratico, dichiaratamente di destra)”. “Sembra di sentir parlare dell’Italia”, commento, e lui continua: “I capitalisti hanno cominciato a pensare che si faceva denaro più facilmente con la finanza. Prendiamo il PPN, la Banca Portoghese: ha ricevuto dallo Stato 7 miliardi. Si parla di corruzione, e la corruzione esiste, ma la questione è sistemica: sono state fatte delle leggi per favorire queste operazioni.”
Gli domandiamo dei prezzi, poi del salario medio, e il compagno non si sottrae: “i prezzi sono aumentati di molto, anche grazie all’incremento dell’Iva; si approfitta della crisi per aumentare lo sfruttamento dei lavoratori. Ci sono stati forti tagli agli stipendi: quelli degli impiegati si aggirano in media sui 6-700 euro, il salario minimo è di 485, e molti ricevono il salario minimo.” In precedenza – ci dice – l’Iva era progressiva, adesso esistono due sole aliquote, corrispondenti alla minima e alla massima di prima. Le tasse dei grandi gruppi sono incredibilmente basse: un ristorante paga, in percentuale, più soldi di una banca.
Cosa propone il PCP? L’aumento dei salari come misura non ideologica, ma economica: “quando nel 1974 fu istituito il salario minimo – che prima non esisteva – molti lavoratori videro raddoppiare le loro paghe, e questo produsse grandi risultati economici. Ci fu un boom nell’acquisto dei frigoriferi, ad esempio.” E adesso? “Adesso si vuole creare, attraverso la disoccupazione, un esercito di riserva, è tutto scritto lì – e indica, ammiccando, una copia de Il Capitale – si abbattono i salari per favorire i grandi gruppi, banche e settore della distribuzione. I più ricchi tra i portoghesi sono i padroni degli ipermercati: nel settore della distribuzione si è ormai attuato un processo di concentrazione capitalistica, che ha travolto il commercio al dettaglio e persino le farmacie (nel 2012 c’è stata la prima manifestazione di protesta dei farmacisti!).”
Le proposte del PCP sono, nell’ordine: mettere un freno alle importazioni; rafforzare la produzione nazionale (siderurgia ecc.); rinegoziare il debito pubblico, una parte del quale è illegittima. Per l’immediato, si tratta di rigettare il programma della troika, sostenuto da PS, PSD e CDS (un partito di destra che governa col PSD). Il Bloco de Esquerda (formazione di sinistra, 10% ca. alle ultime lezioni) parla di rinegoziare il memorandum, che invece, secondo il PCP, non è modificabile, causa la presenza di troppi interessi forti.
“Quanto vale elettoralmente il PCP?” ci informiamo. Abbiamo ottenuto l’8% alle elezioni di due anni fa, ci viene risposto, e “oggi chiediamo le dimissioni di un governo illegittimo – perché viola la Costituzione – ed elezioni anticipate. Questo governo agisce contro la Costituzione nata dalla Rivoluzione del ’74, una Costituzione che presenta molti aspetti progressisti, coincidenti con la visione del PCP. Nella Costituzione si parla di costruzione del Socialismo” (capito Bersani? Segui qualche lezione di diritto costituzionale comparato, prima di parlare a vanvera di costituzioni più o meno belle!).
“E la recente pronuncia della Corte Costituzionale?” domando. Secondo Vale, il governo non ha intenzione di correggere le norme sui tagli dichiarate illegittime; sfrutta piuttosto l’occasione per approfondire l’offensiva. “Comunque il governo è isolato: ci sono molti scontri al suo interno e nei partiti che lo sostengono.
Di grande interesse quanto ci dice Vladimiro (lui è nato prima della Rivoluzione, sorride: il nome datogli dai genitori era tutto un programma) a proposito dell’opposizione alle misure di austerità: “il frutto della lotta sono state oltre tremila manifestazioni nel solo 2012: il dato è stato fornito dalla polizia, non da noi.” E’ vero che la polizia usa raramente le maniere forti - conferma la nostra impressione - ma ciò è dovuto al “papel” (=carta) elaborato dalla CGTP per impedire che le manifestazioni assumano carattere violento: il sindacato ha un efficiente servizio d’ordine, che tiene a bada black bloc e provocatori. Gli incidenti verificatisi dopo l’ultimo sciopero generale (fine 2012) sarebbero scoppiati “con la collaborazione della polizia, dopo lo sciopero e in diretta tivù” – una tivù che diffonde le critiche del PCP, ma mai le sue proposte concrete. Vladimiro torna più volte sul “papel” della CGTP, braccio sindacale del PCP, e rimarca l’indispensabilità di un partito e di un sindacato di classe. Forse – ipotizza – se le masse italiane sono inerti “è perché queste due realtà, da voi, sono venute meno”. Mi dico che probabilmente ha ragione, e lo ascolto con attenzione quando chiarisce la strategia del PCP: “siamo contro la violenza, in questa fase. Per costruire l’alternativa bisogna rinforzare il PCP e allargare il fronte sociale di lotta”; se la situazione sfuggisse di mano, le masse, impaurite, si ritirerebbero, com’è avvenuto da noi dopo il 15 ottobre 2011.
Il compagno Vladimiro si sofferma sullo smantellamento della sanità pubblica (“noi parliamo di Servizio sanitario nazionale, loro di Sistema sanitario nazionale, e la differenza non è solo terminologica”), sui tagli ad istruzione e previdenza sociale preordinati ad arricchire il privato, e poi fa una considerazione stimolante: “ciascun Paese d’Europa, così come l’Argentina oltre dieci anni fa, costituisce un esperimento a sé stante, in una situazione internazionale che, dopo la caduta dell’URSS (concordiamo in pieno sul punto), è favorevole al Capitalismo.”
Voglio sapere da lui se ritiene esista lo spazio per un fronte europeo di lotta, e la risposta mi delude un poco: no, “lo spazio primario per la lotta è quello nazionale, perché è il più vicino alla gente. Riunioni come quella che si è svolta qualche settimana fa a Roma sono ideali per coordinare, ma non devono esserci ingerenze, va salvaguardata l’indipendenza di azione.” La regola deve essere, secondo il PCP, “non interferire”: per questo il partito è contrario alla struttura federalista che intende darsi la Sinistra europea (di cui fa parte il Bloco). Le parole d’ordine vengono scandite: “indipendenza, cooperazione, non ingerenza”.
Siete contrari, quindi, all’unificazione europea…? “Il Bloco de Esquerda pensa che l’integrazione europea sia riformabile, il PCP no. Ma uscire dall’euro non è una questione immediata, prima bisogna avere un governo patriottico e di sinistra, per evitare che l’uscita dall’euro e dall’UE diventi uno strumento di aggressione dei lavoratori.
Adesso il riferimento al “patriottismo” è più chiaro, e non mi sorprende il fatto che il PCP rifiuti contatti con Syriza, e sia invece in ottimi rapporti col KKE. Il compagno Vladimiro rifiuta il mio duplice paragone PCP/KKE e BE/Syriza, ma lascia intendere che non è proprio campato in aria.
Ci accomiatiamo, dopo una discussione durata un’ora abbondante, e riceviamo in dono due bei manifesti, uno dei quali riproduce il volto espressivo di Alvaro Cunhal (1913-2005), fondatore del partito, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita.
Cosa dire? Abbiamo apprezzato la disponibilità del compagno (preparatissimo, ed eccellente comunicatore), e appreso parecchio sul Portogallo e la sinistra locale. L’impressione è stata ottima, sia dal punto di vista umano che politico; personalmente, ero d’accordo quasi su tutto, e mi piace molto l’idea di “allargare il fronte di lotta” con un susseguirsi, ben coordinato, di manifestazioni pacifiche.
Continuo a nutrire grosse perplessità, tuttavia, sullo “spazio nazionale di lotta”: se, come è stato opportunamente notato, la situazione attuale è largamente favorevole al capitalismo, non vedo in che modo un governo patriottico e non incline a compromessi potrebbe traghettare una piccola nazione di dieci milioni di abitanti fuori dalla crisi e addirittura dal sistema capitalista. Si può veramente pensare che quelle forze che, tramite la troika, spediscono diktat disumani e manovrano i partiti come marionette rinuncerebbe alle loro mire su un paese solo perché il suo popolo rifiuta di chinare la testa? Quali strumenti di difesa avrebbe il Portogallo di fronte ad un’aggressione internazionale anche solo di tipo economico? Sarebbero di qualche utilità i tradizionali legami con il Brasile in ascesa o con l’ex colonia angolana?
Non ho risposte certe da offrire, ma resto scettico – e legato alla mia idea di “Nuova Europa”. Non mi azzarderei mai, però, ad accusare i compagni portoghesi di quella miopia tanto diffusa in Italia: il “patriottismo” portoghese è una cosa seria, affonda le sue radici nell’inebriante Rivoluzione del 25 aprile ’74 [2], nella consapevolezza – incontestabile – di essersi liberati da soli, senza aiuti esterni.
Oggi, tuttavia, il mondo è cambiato – in peggio, perché il padrone è meno remissivo d’un tempo.


E per finire, un bicchiere di Porto.

Le città portoghesi sono un po’ come le famiglie infelici di tolstoiana memoria: ognuna ha una sua fisionomia inconfondibile – il comune denominatore è semmai la presenza di colline a picco (sull’acqua, dolce o salata che sia).
Porto/Oporto è – con i suoi 250 mila abitanti - il secondo centro del paese, ma non ha davvero l’aria della metropoli: si presenta come una nobildonna di provincia, vestita con eleganza un po’ retrò. Meraviglia l’abbondanza di campanili e chiese: domina incontrastato il barocco, che riveste d’oro gli altari a forma di torta nuziale. L’effetto è indiscutibilmente un po’ kitsch; meglio soffermarsi sulle facciate, spesso ricoperte di sfavillanti azulejos: la più pregevole, a mio parere, è quella di S. Ildefonso. Il clima è mitigato da un vento che ricorda la bora, ma fa caldissimo anche qui. In basso scorre il Douro, che a pochi chilometri di distanza si immette pigramente nell’Atlantico; al di là del fiume e dei sei ponti – uno dei quali opera di Eiffel – si arrampica sulla sponda la cittadina commerciale di Vila Nova de Gaia. Ci andremo spesso (a marce forzate), non soltanto perché da laggiù si gode una vista incomparabile del centro storico, ma anche per dare un’occhiata, sul quieto lungofiume, agli stabilimenti ottocenteschi dei produttori di porto, generalmente inglesi. Un buon bicchiere costa meno di due euro, e verremo a sapere che della bevanda esistono infinite varietà: la mia preferita è il bianco secco. Anche qui, come a Coimbra, i prezzi sono invitanti per il turista: una banconota da venti basta e avanza per una ricca cena, e non è raro che il cameriere si fermi a scambiare quattro chiacchiere al tavolo dell’avventore, portando in dote un ottavo di vino o una grappa. 



Dopo le maratone giornaliere, inframmezzate da qualche sosta o da una piacevole crociera fino all’estuario, l’albergo è un porto sicuro: prima di addormentarmi provo a seguire uno degli innumerevoli talk show (molto vecchia maniera: paiono tribune elettorali!), e mi imbatto in un confronto a quattro, con donne per protagoniste. La deputata del PSD parla e ride: giovane e sgargiante, sembra una berlusconiana di stretta osservanza. Al suo fianco siede compunta l’esponente socialista, aspetto serio e occhialini; di fronte, due battagliere rappresentanti di PCP e BE. Le parole del compagno Vale acquistano la vivezza di immagini in movimento: al di là delle sigle, la contrapposizione tra i due fronti si evidenzia nei toni, nei gesti, negli atteggiamenti. In questi giorni la troika è a Lisbona: tocca far digerire al paese ulteriori dosi di ingiustizia, e allora Passos Coelho, il premier del PSD, corteggia i socialisti, assicurando che “prenderà in seria considerazione le loro proposte”. Il leader del PS, Seguro, socchiude la porta, e attacca l’austerità - ma è una pantomima. Motivo del contendere non è il futuro del Portogallo, ma un prosaico calcolo elettorale: il PSD teme la crescente impopolarità, e cerca di coinvolgere gli “oppositori” in politiche inique e dolorose; i socialisti ovviamente non ci stanno, determinati a mantenersi (politicamente) casti fino alle eventuali elezioni anticipate. Se vincessero, calerebbero prontamente le brache anche loro – come sta succedendo in Slovenia, come è già capitato in Grecia. C’è qualcosa di stucchevole e meschino in questo gioco, cui i popoli di mezza Europa sono forzati a partecipare… spengo la tivù, e mi metto a sfogliare mentalmente le istantanee di un paese bellissimo, malinconico, non domo.  
Intorno, il mondo continua a girare a caso, e dall’Italietta giungono notizie sconfortanti: le due destre nostrane si sono accordate per riportare al Quirinale il peggior Presidente della storia repubblicana – un uomo vecchio come Matusalemme, ma gradito ai famosi “mercati”, della cui volontà è assurto a interprete. A Napolitano sarà concesso di portare a compimento la sua “austera” opera - e tanti saluti a Costituzione, crescita, equità e volontà popolare.
Ho scritto, nelle prime righe, che forse il Portogallo è avanti a noi, nella corsa verso il nulla, ma adesso non ne sono più così convinto, anzi: in fondo, il loro bipartitismo - clonato anch’esso dal modello americano – appare meno sgangherato e caricaturale del nostro; qui, inoltre, la sinistra ha una base di partenza del 17/18% (da noi arranca intorno al 5, considerando pure SeL) e le idee chiare; il popolo, infine, sembra determinato a lottare.
Auguri, Portogallo… e auguri pure a te, povera Italia!





[1] Avrei scoperto, in seguito, che analoghe dimostrazioni “contro l’impoverimento” erano state organizzate nelle principali città del Paese.
[2] L’hanno soprannominata “Rivoluzione dei garofani”, ma – nonostante il richiamo floreale – non ha proprio nulla a che fare con le pseudorivoluzioni profumate di CIA dell’ultimo ventennio.




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