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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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giovedì 18 luglio 2013

SOCIALISMO O NAZIONALISMO? di Riccardo Achilli




SOCIALISMO O NAZIONALISMO? 

di Riccardo Achilli


E' chiaro, oramai, che la sovranità nazionale è un concetto superato, perché non vale più per le politiche macroeconomiche e per la politica estera, ma la vicenda degli F 35, aerei totalmente inutili se visti in chiave di difesa dello spazio aereo nazionale, ci dimostra che non abbiamo sovranità nemmeno sulle politiche di difesa (da che NATO è NATO, è sempre stato così). 
Ci sono solo due modi di approcciare la questione. Il primo consiste nel lottare per una "reconquista" della sovranità nazionale. Concetto culturalmente estraneo al socialismo, che è internazionalista per definizione, che può portare a derive nazionaliste pericolose (non a caso l'Ungheria, governata da un partito criptofascista che ha addirittura messo fuori legge il partito di opposizione e normalizzato la Corte Costituzionale, ha fatto del nazionalismo anti-UE la sua bandiera) e soprattutto obsoleto. Lo Stato-nazione non ha più alcuna reale funzione nel mondo di oggi. I suoi limiti non si conciliano più con le caratteristiche dei flussi dell'economia, semplicemente perché l'Europa non compete più con Stati nazionali, ma con continenti: gli USA, la Cina, l'India, lo stesso Brasile sono continenti, oltretutto caratterizzati da popolazioni multietniche, multilinguistiche e spesso anche multireligiose. Questi giganti hanno mercati interni di dimensione tale da consentire lo sviluppo di imprese dotate della massa critica necessaria per supportare investimenti che nessuna impresa di un piccolo Stato-nazione potrebbe gestire. Nei settori produttivi strategici, che sono quelli che generano ricadute tecnologiche e di filiera per l'intera economia (automotive, industria dei trasporti, chimica/farmaceutica, aerospaziale, elettronica, energia) i campioni nazionali stanno, da anni, perseguendo politiche di aggregazione/integrazione transnazionale, perché i livelli di investimento e di capitalizzazione necessari non sono più sostenibili dalla singola impresa nazionale. Persino in molti settori dell'industria di base (che, contrariamente alla vulgata di chi ha una comprensione delle politiche industriali da rotocalco, sono fondamentali per garantire la presenza anche dell'industria a più alta tecnologia e di nicchia) come la siderurgia a ciclo integrato e la metallurgia, sono in corso da anni processi di integrazione su scala sovranazionale.
La seconda opzione è quindi quella di concepire la politica su scala europea, assecondando il movimento storico verso il superamento dello Stato-nazione. Mi rendo conto che tale opzione possa sembrare astratta. Il Parlamento europeo è ancora un organismo con poteri molto deboli. Il vero centro decisionale, in Europa, si trova in alcuni Stati (l'asse franco-tedesco, ma anche, pur essendo fuori dall'euro, la Gran Bretagna ha una importante voce su numerosi dossier, in primis sull'entità e le caratteristiche del bilancio europeo; noi italiani non contiamo invece una mazza, e d'altra parte è difficile contare qualcosa se ai vertici europei che contano mandiamo buffoni pregiudicati che misurano il culo della Merkel, oppure zombie politici privi di qualsiasi sia pur minima capacità di avere un progetto che oltrepassi la propria poltrona, a capo di maggioranze multicolori e rissose, o ancora dipendenti a busta-paga di altri Governi, come Monti). Il PSE, così come anche il GUE, sono organismi politici piuttosto fantomatici perché costretti a risentire delle specificità nazionali dei singoli partiti che vi aderiscono, spesso influenzati in maniera determinante dal partito del paese-guida (non è un mistero che il PSE risenta della linea politica dettata dalla SPD, in questa fase storica piuttosto conservatrice). 
Tutto vero. Però, seppur fra i problemi sopra evidenziati, se si sta discutendo di un incremento ed un miglioramento del progetto di bilancio europeo, lo si deve alla ferma intransigenza del Parlamento europeo. Il programma politico del PSE per il prossimo ciclo, è certo insoddisfacente (non amo affatto il riferimento all'economia sociale di mercato, che è una forma compassionevole del liberismo, anche se impreziosita da meccanismi di cogestione, ed infatti manca una proposta sul RMG, sostituita da uno SMIC europeo, che come dimostra l'esperienza francese, può addirittura aumentare le diseguaglianze distributive, così come è inquietante l'assenza di qualsiasi riferimento a forme di mutualizzazione del debito pubblico, evidentemente dovuta all'ostracismo della SPD, ed è un po carente il principio della programmazione pubblica, oramai divenuto una linea di discrimine fra socialdemocrazia e nuova destra, che si appropria di temi tipici della sinistra, ma affidandoli al privato, per cui i beni pubblici diventano beni collettivi, e la differenza non è solo semantica). Ma per quanto limitato, tale programma è comunque di anni-luce più progressista di quello che viene proposto, su scala nazionale, dal PSI o dal PD (basti solo pensare alla proposta di separare banche di investimento e banche commerciali, o al riferimento al potenziamento del welfare pubblico). 
Tra l'altro, se anche tornassimo allo Stato-nazione, non è che i nostri debiti pubblici nazionali scomparirebbero per magia (anzi diverrebbero molto più insostenibili, perché la quota pregressa sarebbe denominata in euro, ma andrebbe pagata in una valuta nazionale svalutata rispetto all'euro). E con debiti pubblici mostruosi, dovremmo farci carico integralmente di finanziare capitoli di spesa, come la politica agricola e di sviluppo rurale, o la politica di coesione per il Mezzogiorno, oggi cofinanziati dal bilancio europeo! E dove li troveremmo i soldi per gestire tali politiche, fondamentali per intere aree del nostro territorio nazionale, e per larghe fasce della nostra popolazione?
Per quanto sopra, personalmente ritengo che l'unica strada che possa percorrere la sinistra italiana sia quella europeista. Occorre creare in seno al PSE un fronte euromediterraneo dei PIIGS, che contribuisca a riequilibrare il peso eccessivo dei partiti socialisti nordici, ostili, ad esempio, alla mutualizzazione dei debiti pubblici nazionali (per inciso: sono contrario, personalmente, all'ingresso del PD nel PSE. Tale ingresso non comporterebbe alcuna "esplosione" del PD, che oramai si sta consolidando su un polo politico liberaldemocratico fondato su logiche di mero potere e non di idee e programmi politici, e creerebbe uno spostamento a destra del PSE). Occorre lottare affinché vi siano riforme istituzionali che assegnino un maggiore peso decisionale al Parlamento Europeo, assegnandogli il potere di iniziativa legislativa piena, facendo della Commissione non un nido autoreferenziale di tecnocrati, ma un governo, superando la farraginosa procedura di codecisione, spostando il potere decisionale dal Consiglio al Parlamento. 
Credo che solo in questo modo si eviteranno derive "ungheresi" e si preserverà la natura progressista, internazionalista ma al tempo stesso concreta e realista che è propria del socialismo. Vorrei essere chiaro: l'alternativa, anche se nasce con le migliori intenzioni, può finire per avere il volto di Viktor Orban. Un volto autoritario.


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