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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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venerdì 16 maggio 2014

UNA RISPOSTA ALLA LETTERA DI RENZI E MADIA SULLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE di Norberto Fragiacomo




UNA RISPOSTA ALLA LETTERA DI RENZI E MADIA SULLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
di Norberto Fragiacomo






La letterina scritta a quattro mani da Matteo e Marianna merita la (sollecitata) risposta di un dipendente pubblico che, nel tempo libero, rivendica – alquanto ottimisticamente, vista la situazione attuale – la dignità di cittadino.
Dedicherò anzitutto qualche rapida osservazione allo stile comunicativo adottato, per poi entrare finalmente in medias res e soffermarmi sul “fisso”, cioè sul contenuto del messaggio.

La forma, dunque. Già la prima frase, quel “vogliamo fare sul serio”, mi fa un po’ trasecolare. La serietà dell’impegno dovrebbe essere sottintesa: il Presidente del Consiglio dei Ministri non è una mascherina, né la politica un gioco da tavolo. Non risulta, infatti, che i soldi che girano siano quelli del Monopoli. Malgrado l’ovvietà dell’affermazione d’esordio, essa viene ripetuta cinque righe più sotto, rafforzata da un energico “dobbiamo”: sorge il malizioso sospetto che il premier voglia autoconvincersi di qualcosa in cui non è che creda poi tanto. Ma no, diranno i benevoli: il fatto è che il giovane Matteo ama le frasi ad effetto, oltre ai motti di spirito, e questo richiamo alla serietà è solo un espediente retorico.
In effetti, l’incipit della missiva è letteralmente inzuppato di retorica: gli accenni alle “potenzialità incredibili” dell’Italia destinata, una volta messe “in ordine le regole del gioco” (ahi ahi! ma se avevamo appena detto che non si stava giocando…), a tornare “rapidamente fra i Paesi leader del mondo”, alla “gigantesca opportunità per il futuro” offerta dalla globalizzazione ed all’occasione da non perdere rimandano a quei discorsi da convention di piazzisti a stelle e strisce che il pubblico, ammaliato dalle parole dell’oratore, sottolinea con risa e applausi a comando - autosuggestionandosi, persuadendosi di essere “squadra”, di essere “l’azienda”. Massa compatta, esultante eppure inerte, ubriaca di slogan, incapace di critica - succube. Invero, la comunicazione renziana (più sofisticata, ma meno originale di quella di Berlusconi), oscilla perennemente fra i due poli della lusinga e di una sorta di bullismo 2.0: fidatevi di me, vi trascinerò alla vittoria! Ma se non ci state, o avete dei dubbi, siete fuori. Out. Chi ha avuto a che fare con certi promotori finanziari, o con i selezionatori di un gruppo televisivo di cui taccio il nome, conosce bene questo “bifrontismo” spiazzante, per averlo sperimentato: qualora non riesca a sedurre il potenziale cliente, il professionista ricorre a mezzi di coercizione psicologica per approdare al risultato voluto.

Nel preambolo il presidente opta logicamente per l’approccio soft, rivendicando i propri presunti meriti (“Questioni ferme da decenni si stanno finalmente dipanando”: abbiamo fatto questo, quello e quell’altro) e spargendo generiche promesse (“vogliamo ricostruire un’Italia più semplice e più giusta”, ci sarà “un investimento straordinario sulla Pubblica Amministrazione”), non senza rinunciare a qualche stoccata ammonitrice (“Che nel pubblico ci siano anche i fannulloni è un fatto noto”).
Le ultime due frasi citate attirano la nostra attenzione: la logica brunettiana dei “tutti fannulloni” viene solo apparentemente ribaltata. Avesse voluto superarla, Renzi avrebbe evidenziato – in apertura – la “presenza di tantissime persone di qualità” nella P.A.: il riconoscimento, invece, fa seguito alla critica, temperandola. Non si tratta di un errore di comunicazione (il nostro ne commette pochi), ma di una scelta precisa: quella di mandare un avvertimento ai funzionari e al contempo, senza darlo a vedere, di irrobustire il pregiudizio della cittadinanza (“i veri datori di lavoro”, si sottolinea) nei loro confronti. Il senso è: cari concittadini, le nostre sacrosante innovazioni scontenteranno solo i fannulloni, i mangiapane a ufo. Quanto all’investimento straordinario, siamo alla pura prestidigitazione: non solo non viene quantificato neppure all’incirca, ma la sua natura rimane indeterminata, ignota. Soldi? Tecniche, idee nuove? Il ringiovanimento cui si accenna qualche capoverso più in basso? Non è dato sapere, e in fondo la cosa conta poco: siamo al fuoco d’artificio linguistico, allo slogan puro che non pretende di riferirsi alla realtà né d’influenzarla.

In sintesi, stiamo assistendo ad uno spot pubblicitario, realizzato con indiscussa maestria: non spiega alcunché (malgrado l’enfasi sulla “concretezza”), serve soltanto a predisporre emotivamente il target ad accogliere con favore il cambiamento, o perlomeno a non intralciarlo. Nonostante un passaggio infelice nel finale (il “ma non siamo arroganti” è esempio da manuale di excusatio non petita), la premessa sembra funzionale agli scopi, anche perché dal punto di vista del marketing la trovata di “coinvolgere” – per finta, ma fa lo stesso – i destinatari nel processo di riforma appare geniale.

Dopo aver volato altissimo nei cieli della propaganda, il duo governativo arriva finalmente al sodo – cioè alle cose da fare – ed indica “tre linee guida”: innovazioni strutturali (“il cambiamento comincia dalle persone”), immancabili “tagli agli sprechi” insaporiti dall’ennesimo annuncio di “riorganizzazione” e, infine, “gli Open Data come strumento di trasparenza” (=digitalizzazione della P.A.). Le linee programmatiche si articolano in numerosi punti (15 la prima, 21 la seconda, 8 la terza): vediamo quanto sono innovativi questi “provvedimenti concreti”, presentatici come rivoluzionari, e valutiamone il contenuto.
Capitolo “persone”: si intende abrogare l’istituto del trattenimento in servizio (per due anni dopo la maturazione del diritto alla pensione), onde garantire “10.000 posti in più per giovani nella p.a., a costo zero.” Che dire? Che la pensata è buona, che Renzi sembra amare molto le cifre tonde e, in particolare, il numero dieci, che l’immediata conseguenza positiva della misura è la solita promessa/scommessa. Costo zero, comunque, senza bisogno di alcun “investimento straordinario”. 
Si punta poi alla modifica dell’istituto della mobilità volontaria e obbligatoria, già oggetto di ripetuti interventi legislativi negli ultimi anni, tutti peggiorativi – per i dipendenti – della situazione precedente. Cosa si vuole combinare, “in concreto”? Penne tappate, ma l’ipotesi che sia in programma un’abbreviazione del periodo di disponibilità (attualmente di due anni, durante i quali viene corrisposto l’80% della retribuzione ai licenziandi) non è peregrina. 
Il punto 3) riguarda l’introduzione dell’esonero dal servizio. Più che altro, una reintroduzione: tra previsioni e soppressioni, l’istituto ha già una lunga storia. Alludono a prepensionamenti? Può darsi, ma urgerebbero precisazioni. Un’applicazione rigorosa delle norme sui limiti ai compensi è senz’altro desiderabile, ma la “possibilità di affidare mansioni assimilabili quale alternativa opzionale per il lavoratore in esubero” (punto 6) non pare una grossa novità: è già implicita nel sistema attuale, improntato al principio dell’esigibilità delle mansioni. Condividiamo l’auspicio di una “semplificazione e maggiore flessibilità delle regole sul turnover”, fermo restando che Renzi esprime una pia intenzione, e nulla più; molto meno la paventata “riduzione del 50% del monte ore dei permessi sindacali” che appare motivata non da esigenze di razionalizzazione, bensì dalla più volte esibita insofferenza renziana nei confronti delle organizzazioni sindacali (e di chiunque possa costituire un ostacolo ai disegni egemonici del premier). I punti dal 9 al 13 si riferiscono alla dirigenza: vengono sanciti il passaggio al ruolo unico (indipendentemente dall’amministrazione di appartenenza, par di capire) e l’abolizione delle fasce, nonché ribadita la durata a termine degli incarichi. La possibilità di licenziare il dirigente che rimane privo di un incarico sembra slegata da qualsiasi verifica oggettiva del suo operato, e suscita pertanto perplessità; il punto 12), che reclama una “valutazione dei risultati fatta seriamente” non aggiunge alcuna pennellata al quadro esistente, visto che un avverbio non ha mai cambiato il mondo. Correlare l’erogazione della retribuzione di risultato “all’andamento dell’economia” risulta arbitrario, perché le fluttuazioni dello spread o del debito non dipendono di certo dall’impegno di un dirigente regionale o del collega che lavora in comune; soprattutto, però, nella lettera ai dipendenti non v’è traccia delle due questioni, d’importanza decisiva, afferenti alle modalità di reclutamento ed al superamento definitivo di uno spoils system che in varie occasioni la Consulta ha bollato come contrastante con l’articolo 97 Cost. L’ingresso in amministrazione di personale esterno, non selezionato sulla base di parametri obiettivi (leggi: concorso) e digiuno di esperienza amministrativa, costituisce non la soluzione, ma un aggravamento dei problemi in cui si dibatte la P.A. italiana, anche perché mortifica professionalità e meriti; malgrado ciò, si prosegue sulla strada sbagliata – ad esempio, abolendo la figura del segretario comunale, senza manco prendersi la briga di chiarire il perché e di indicare un eventuale sostituto. Sullo specifico tema tornerò in conclusione; per il momento dico di sì all’irrigidimento – finora sulla carta – delle regole in materia di incompatibilità dei magistrati amministrativi (perché i giudici devono fare nient’altro che i giudici, e perché è vergognoso che, di fatto, l’incompatibilità nel Pubblico Impiego. si applichi solo ai travet) e sogno, con Renzi e Madia, una “conciliazione dei tempi di vita e di lavoro”, che potrebbe tradursi in una diminuzione delle ore settimanali, non certo in un loro aumento o, peggio ancora, nel ripristino del sabato lavorativo.

Quello che non poteva mancare, nel progetto renziano, è un riordino dell’Amministrazione: eccoci alla seconda parte. I punti sono innumerevoli, la ricetta sa di déjà vu: accorpamenti, centralizzazione degli acquisti, tagli e liberalizzazioni. Si annunciano “leggi auto-applicative” (n. 22), non richiedenti cioè decreti attuativi: fantapolitica, viste la palese inettitudine del legislatore contemporaneo alla redazione di testi coerenti e comprensibili da un lato, l’oggettiva complessità tecnica di certe materie dall’altro. Modifica del codice degli appalti: sarebbe la decimillesima, comunque il governo si guarda bene dallo svelarcene il contenuto. A proposito di accanimento legislativo, neppure Renzi si mostra insensibile al fascino della legge 241/90: è allo studio (n. 24) un “divieto di sospendere il procedimento amministrativo e di chiedere pareri facoltativi salvo casi gravi”, condito da sanzioni per i funzionari che lo violino. Innovazione necessaria o norma manifesto? La seconda: a Matteo importa soprattutto che si lavori in fretta, a passo di corsa; la bontà del “prodotto” conta meno. Tanto varrebbe, a questo punto, cancellare l’obbligo di conclusione delle procedure con provvedimento espresso e generalizzare il silenzio accoglimento: nell’ottica degli aziendalisti da talk show i controlli altro non sono che “lacci e lacciuoli” - meglio farne a meno (e pure degli uffici). Proseguiamo: come commentare la prossima riduzione del numero delle prefetture (n. 28)? In attesa di informazioni suppletive tocca sospendere il giudizio, anche con riferimento alla riorganizzazione del sistema delle autorità indipendenti (n. 18): non viene specificato, infatti, come si voglia riorganizzare, né il perché. In generale, l’esecutivo dà indicazioni sommarie e immotivate: sono segnali di partenza, ma destinazione e rotta restano misteriose.

Veniamo agli “Open Data”: fiore all’occhiello dell’avveniristica riforma è il “Pin del cittadino” (n. 37), passepartout per “qualsiasi servizio pubblico”. Utile a giovani e giovanissimi, forse, molto meno ai vecchi, scarsamente a loro agio con tablet e smartphone – e l’Italia è un Paese anziano. Niente da eccepire, comunque, purché si tenga conto che l’amministrazione digitale esiste già (sulla carta, perlomeno), al pari di carte elettroniche e documenti informatici: una decina di anni fa il Codice dell’amministrazione digitale (D. Lgs. 82/05) ha previsto nuovi diritti per cittadini e imprese, introducendo altresì innovativi strumenti digitali. L’intento era quello di risparmiare, velocizzare i processi e migliorare i servizi; senza dubbio, l’informatica può costituire un valido supporto all’attività della P.A., ma assegnarle il compito di risolvere problemi decennali è da ingenui (o da furbetti). Il punto 44) – l’ultimo – è un pensiero rivolto ai sindacati, che saranno tenuti a pubblicare online ogni spesa: la trasparenza è d’oro, ma nell’attenzione dedicata alle organizzazioni dei lavoratori si coglie l’eco del malanimo renziano nei loro riguardi.

Mettiamola così: gli otto punti della terza linea guida, pubblicizzati come spettacolo pirotecnico, sono tutt’al più degli innocui bengala; dinamite – per le amministrazioni locali – è la già menzionata abolizione del segretario comunale. Non si tratta di un “semplice” dirigente: nei comuni il segretario è il garante della legittimità dell’azione amministrativa, cioè del rispetto delle regole, svolgendo compiti di collaborazione ed assistenza a beneficio degli organi dell’ente (sindaco, giunta e consiglio) e, indirettamente, della collettività amministrata. Potremmo definirlo un consulente universale che, inoltre, illumina gli eletti nel corso delle sedute, cura le verbalizzazioni, fornisce pareri tecnici, roga i contratti, sovrintende e coordina gli altri funzionari e – all’occorrenza – dirige uffici e servizi. Un factotum, insomma, cui recenti interventi legislativi hanno affidato anche la lotta alla corruzione, compiti sostitutivi in caso di inerzia della struttura e un ruolo attivo in materia di trasparenza amministrativa e controlli interni. Non è, si badi, un funzionario comunale, essendo alle dipendenze del Ministero degli Interni: per questo motivo alcuni sindaci vedono nel segretario un occhiuto controllore, un freno alla propria libertà di azione; altri - la stragrande maggioranza e, ritengo, la totalità degli onesti – riconoscono in lui una risorsa preziosa e indispensabile, specie negli enti di piccole e medie dimensioni, ove la macchina amministrativa è ridotta all’osso.
Quali ragioni militano a favore dell’eliminazione della figura, considerati anche i meccanismi selettivi particolarmente rigorosi e il successivo periodo di formazione in aula e sul campo? Evidentemente nessuna; Renzi e Madia, tra l’altro, non giustificano in alcun modo la loro drastica decisione. Un’ipotesi è che si intenda sostituire il segretario con il direttore generale, un ibrido tecnico-politico di cui il legislatore ha ammesso l’inutilità pochi anni dopo averlo previsto. Il direttore è organo scelto discrezionalmente dal politico e, non avendo superato alcun concorso, offre scarse garanzie di competenza; aggiungiamo pure che è una marionetta nelle mani del sindaco/presidente il quale, così come l’ha nominato a suo capriccio, può in qualsiasi momento revocargli liberamente l’incarico. Non va sottaciuto che la disciplina vigente dà facoltà al capo dell’amministrazione di attribuire le funzioni di coordinamento spettanti al direttore generale al segretario stesso. L’innovazione sarebbe dunque insensata, oltre che dannosa: gli unici a trarne vantaggio sarebbero politici trombati e clientes dei ras locali che, previa presentazione di curricula convenientemente abbelliti, riceverebbero in dono poltrona e lauti emolumenti. A pagare il conto sarebbero i cittadini e i dipendenti stessi, consegnati a nocchieri incapaci di leggere una bussola. In ogni caso il messaggio sarebbe devastante: italiani, investite sulle conoscenze, non sulla conoscenza!
Il premier e il ministro Madia – che, a quanto risulta, non hanno mai dovuto affrontarne uno, e di conseguenza si considerano esperti del settore – reputano il concorso pubblico uno strumento di selezione superato dai tempi. E’ possibile che abbiano ragione; d’altro canto, non ne è stato ancora individuato uno migliore. Al netto di frodi e combine (meno diffuse di quanto si creda, e che un aspirante riformatore come Renzi potrebbe magari impegnarsi ad estirpare), è senz’altro vero che il meccanismo concorsuale premia l’attitudine a memorizzare dati e la preparazione libresca, lasciando nell’ombra abilità e competenze pratiche (o la loro assenza); esso richiede tuttavia un notevole spirito di sacrificio, resistenza alla fatica e allo stress, buona padronanza della lingua italiana e capacità di parlare in pubblico: doti indispensabili a chi ambisca a rivestire un ruolo di qualche responsabilità.

Chi scrive sa bene cosa sia un concorso pubblico, essendo risultato tra gli idonei del COAV (segretari comunali e provinciali), la cui “prima fase” – diciamo così – si è conclusa lo scorso dicembre. Qualche notizia per il lettore: il bando è stato pubblicato nell’autunno 2009, le preselezioni si sono svolte, a Roma, a fine 2010. Marzo 2011: tre scritti di otto ore ciascuno, sempre nella capitale. Poi silenzio, un silenzio durato due anni e spiccioli: i risultati delle prove escono a luglio 2013! Mesi di studio matto e disperatissimo, perché concentrato: quasi impossibile farcela per i primi di ottobre, dato che le materie da approfondire per l’orale erano ben 17. Ho parlato con molti fra i vincitori: ognuno ricorda quei due, tre o quattro mesi come una marcia faticosissima tra difficoltà di ogni genere – spossatezza, esaurimenti, notti insonni, crisi personali e familiari. E’ stato un “investimento straordinario”, e non solo di energie mentali: chi ha chiesto aspettativa ha rinunciato a una o due mensilità di stipendio, altri – magari privi di reddito - hanno frequentato costosi corsi; quasi tutti hanno speso un capitale in manuali, cene, mezzi di trasporto e stanze d’albergo.Uno Stato che, a selezione effettuata, ne disconoscesse l’esito si porterebbe da truffatore (abbiamo già esperienze in tal senso: si pensi ai poveri esodati): come definire altrimenti la condotta di chi, dopo averci raggirato e indotto a sperare, optasse per arrecarci danno e beffa, al solo, inconfessabile scopo di favorire clientele politiche? Il modus operandi, la vicenda stessa sono talmente assurdi da lasciare a bocca aperta, da scuotere ogni residuo di fiducia nei confronti delle istituzioni nazionali.

No, non è mia intenzione rassegnarmi a quella che, ove si materializzasse, sarebbe un’ingiustizia manifesta: domando, anzi pretendo di vedermi riconosciuta la chance che con impegno, sforzi e sacrifici sono riuscito a conquistarmi. 
"Vogliamo fare sul serio", Presidente Renzi? Iniziamo col salvaguardare ciò che esiste di buono (la figura del segretario, ad esempio, umile garante degli interessi della comunità, proviamo a valorizzare il merito: non sarà la mille volte promessa della "Rivoluzione Copernicana", ma - a parer mio - poco ci manca.


dal sito: Owenisti Giuliani







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