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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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sabato 26 marzo 2016

GISELA: LA FRECCIA ED IL MOSTRUOSO di Angela Rizzica





GISELA: LA FRECCIA ED IL MOSTRUOSO
di Angela Rizzica





Il nome Gisela ha di per sé un’origine incerta ed altrettanto incerto è il suo significato. Per alcuni deriva dal termine germanico gisil, freccia; per altri è un diminutivo dei nomi Adalgisa, Gismonda o Gisa comunque aventi la stessa radice e riconducibili al significato di “eroina” e di “campionessa”.
Certo è che sempre di guerra si tratta, sempre sembra evocare gesta eroiche e d’altri tempi. Ed è strano che, per determinati individui, il proprio nome sembri predire la storia personale quasi come se nel momento stesso in cui viene imposto, Làchesi venisse facilitata nel lavoro di dispensatrice di destini. O almeno così è stato per Gisela Mota, trentatré anni, nata e cresciuta a Temixco, ridente cittadina dello stato messicano di Morelos. E sempre nella sua amata cittadina ha trovato la morte, trucidata a colpi di arma da fuoco. 

Non stiamo parlando dell’ennesimo caso di cronaca nera, di femminicidio, di un marito geloso o di un fidanzato disperato per la fine di una relazione. Parliamo di una donna che ha fatto della lotta ai narcotrafficanti la sua freccia, e della elezione a sindaco della città il suo arco. Gisela era stata eletta il 1° gennaio del 2016, dopo una vincente campagna col suo partito (il Partido de la Revolución Democrática, PRD, ndr.) incentrata sulla lotta al narcotraffico, da sempre piaga dello stato di Morelos, ancora e nonostante tutto terra di nessuno in mano ai cartelli della droga, in mano ai “Guerreros Unidos”. 
Questi rappresentanti del “Potere del Cane”, per dirla alla maniera di Don Winslow, hanno atteso poche ore dall’inizio del suo mandato per coglierla di sorpresa in casa e ridurla in brandelli. A nulla è servito l’intervento della polizia, che comunque è riuscita ad uccidere due dei sicari e ad arrestarne altri tre di cui un 18enne ed un minore a riprova di come la criminalità, in alcuni ambienti, sia diluita nel latte materno. Ma non voglio soffermarmi su quello che potrebbe essere letto come un semplice, scontato e sterile fatto di cronaca. 

Già Sigmund Freud parlava della donna, in alcuni saggi psicanalitici, come “mostruosa” laddove presentasse una femminilità attiva e, per così dire, castrante. Muovendo da questi primi passi del padre della psicoanalisi, Julia Kristeva (linguista, psicanalista, filosofa e scrittrice francese di origine bulgara, ndr) soprattutto nella trilogia di cui è autrice basata sulla tematica del genio femminile, delinea una donna additata come mostruosa con parametri di riferimento caratterizzati da un più ampio respiro: è tale la donna che, in un determinato ambito sociale ed economico, tramite la sua femminilità attiva sovverte il simbolico, in altri termini la legge. 
Spesso il nomos è patriarcale e maschile, figlio di un retaggio religioso e tradizionale che vede nell’essere umano di sesso femminile una risorsa puramente sessuale e la nobilita, al più, come genitrice. Ogni individuo che sovverta un ordinamento è pericoloso, ma se a questo si aggiunge il fatto che per il suo sesso è anche ghettizzato, la semplice punizione per la ribellione diventa il pretesto per un qualcosa di molto più cerebrale e profondo: la donna deve essere punita soprattutto perché, tramite l’atto eversivo, ha cercato di riscattare la propria posizione ponendosi sullo stesso livello di un uomo. Ecco quindi che la nostra Gisela viene uccisa non solo per aver cercato di intaccare l’ordine precostituito e la supremazia della droga, ma anche per essere uscita da quella che è la mansione femminile tradizionale: non era madre, non era sposata e cercava di farsi strada nella politica e nella giustizia, ambiti che soprattutto in Messico sono di totale ed ineludibile appannaggio maschile. 




Ma come non ricordare anche la donna candidata sindaco di Oxtotitlan, Aidé Nava Gonzales, anch'essa del Prd. Lo scorso marzo venne rapita ed il suo corpo fu trovato decapitato e coperto con un lenzuolo imbrattato di sangue recante scritta la minaccia “narcomanta”. Prima di lei era stato ucciso il marito ed era stato sequestrato il figlio. Anche lei quindi, forse più di Gisela, era degna di una fine disonorevole: non solo era evasa dal suo ruolo standardizzato, ma addirittura vi aveva rinunciato pur essendo stata madre e moglie. E per i narcos questo è imperdonabile. Viene spontaneo allora chiedersi se davvero Gisela ed Aidé meritassero tutto questo, se davvero meritassero il marchio infamante di un corpo martoriato e mutilato. Purtroppo anche nel civilissimo Occidente, qualcuno risponderebbe ancora di sì; come qualcuno ancora giustifica lo stupro perché la donna indossava la minigonna o l’omicidio se la fidanzata ti ha tradito.
I mostri non hanno la vagina o meglio, i mostri non hanno sesso ma si annidano nei lombi di chi non ha morale e di chi non rispetta la vita altrui. Ma soprattutto non stanno sotto al letto dal momento che puoi osservarli mentre si annoiano alla fila del supermercato, in posta, fermi al semaforo accanto alla tua macchina, seduti dietro una cattedra e perché no, comodamente accasciati su una poltrona parlamentare.


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