Cerca nel blog

i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
.

lunedì 13 agosto 2012

A PROPOSITO DI CAPITALE FITTIZIO, STATO E RICETTE ANTICRISI di D. Lepore


di Dante Lepore
associazione culturale PONSINMOR

È opportuno premettere che l’atteggiamento ostile verso la «speculazione» è comune a tutte le posizioni. Sembra che questa speculazione sia un corpo (essi la chiamano «sfera») estraneo che causa la malattia del capitalismo, che, senza di essa, sarebbe sostanzialmente un corpo sano. Come quando la malattia è concepita come l’antitesi assoluta della salute (vista anch’essa come stato assoluto di beatitudine) anziché come il rovescio dialettico della salute. Non si trova nessuno che affermi che la speculazione sia una cosa buona; anche quando andava bene, al massimo la si accettava per costume pragmatico, perché sembrava si fossero acquisiti quei meccanismi conoscitivi che permettevano di arricchire in fretta con l’inflazione pletorica del capitale. Fino a quando, negli ultimi due anni, l'aumento del debito pubblico superava la riduzione del debito privato, anche i mercati crescevano, al punto che gli stessi privati si indebitavano sempre più sotto l’effetto del sistema Ponzi; ma quando l'aumento del debito privato, coi mutui, assicurazioni, ecc., ha superato l'aumento del debito pubblico, i mercati si sono fermati.


Per capire lo stretto legame tra capitale fittizio e indebitamento pubblico e privato, basta considerare come esso altro non sia che il rovescio speculare del credito: se si prende del denaro a credito, da un lato esso è prestito, in mano al finanziere (banche, ecc.), dall’altro è debito (Stati, comuni, famiglie, imprese, privati cittadini). Ci si indebita con i muti per la casa, ma anche per i consumi quotidiani, e persino per pagare gli interessi per i debiti contratti. E fino ad un certo punto, ossia fino a quando il rapporto tra consumo produttivo e dispendio improduttivo non è sbilanciato verso quest’ultimo, la cosa funziona: nel 2007, il settore industriale (esclusa edilizia) pesava negli USA per il 12%, di contro al 23% della Germania e al 43% della Cina, e dunque ilconsumo produttivo tedesco era doppio rispetto a quello americano, mentre quello cinese era di tre volte e mezzo rispetto a quello USA e circa doppio rispetto al tedesco. Ormai, ad oggi, i livelli di indebitamento medio superano, per i lavoratori dipendenti, il salario medio. Significa che il salario, quando va in mano a chi lo percepisce, non basta a coprire i debiti già contratti, sia per i monoreddito che, ormai, anche per i plurireddito. I lavoratori, in Italia come in tutti i Paesi capitalisti, si indebitano sia quando i consumi tirano e il credito è facile che quando, con la crisi, il credito è più oneroso e devono indebitarsi per sopravvivere. Ora che questi meccanismi, osannati dai tecnocrati della finanza alla von Mises, si sono brutalmente inceppati, tutti ne dicono peste e corna, inclusi Obama e Tremonti… e Monti e Draghi che ci assicurano di volerla «regolamentare». Le differenze sono appunto sul come contenerla, arrestarla, regolamentarla, ma non abolirla (ci mancherebbe!).


Qui comincia il sospetto: se si abolisse la speculazione, e con essa la perversione dell’in-debitamento, il capitalismo (che, fino a prova contraria, nessuno ha ancora «abolito») non si abolirebbe anch’esso?


Curioso è che per tutti, tranne per coloro che da decenni se ne attendevano il «crollo», ci sarebbe un’economia migliore, reale, buona per tutti, un capitalismo “dal volto umano” come si diceva fino a ieri. Quelli che se ne aspettavano il crollo da decenni, puntualmente smentiti dopo ogni previsione di tale crollo, preferiscono ora parlare non più di crisi ma di «declino», perché han finalmente capito (forse?) che le crisi sono dei momenti di trasformazione in cui qualcosa muore, ma non del tutto, e qualcosa nasce, ma mai dal niente, e sempre il nuovo era già contenuto nel vecchio. In questa ottica, avrebbero anche ragione coloro che vogliono semplicemente «regolamentare» la speculazione, limitarla nelle dimensioni e nei ritmi. Insomma si tratterebbe di disciplinare i «grandi speculatori», lasciando credere che i piccoli, tra cui si annoverano anche i lavoratori, ne sarebbero sollevati. In effetti, anche i lavoratori speculano, anche se in piccolo, quando comprano a rate o scommettono, ecc.


Se si pone mente o ci si informa un tantino del contenuto concettuale dell’economia “speculativa”, si scopre che alla sua base ci sono: il desiderio, l’aspettativa, il gioco aleatorio, il gioco d’azzardo, la scommessa, il rischio, il valore atteso,…insomma una sorta di miraggio, niente di oggettivo, reale, ma soggettivo, fittizio, qualcosa che fa pensare più al giocatore di Dostoevskij che ai calcoli ponderati dell’ingegnere. Si comprende già da questo che senza speculazione, e senza indebitamento, il capitalismo non sarebbe più tale. Questi elementi di speculazione non costituiscono una «sfera» accanto a quella «produttiva», ma sono già insiti nell’atto elementare di compravendita, ossia nel commercio, anche nel commercio della forza-lavoro. Alla base della così (ipocritamente) vituperata speculazione, c’è tutto un modo di produzione nato dall’economia edificata sul “valore di scambio”.


Quando l’acquisto e la vendita si realizzano, entrano in gioco due elementi, il tempo e lo spazio. Questi fattori sono già di per sé due elementi di crisi. Se io acquisto una merce che poi rivenderò, magari in un altro luogo, è evidente che fondo la successiva vendita su un’aspettativa aleatoria di profitto, una condizione speculativa quindi, che è un fattore di rischio: potrò guadagnare ma potrò anche perdere se nel frattempo ilprezzo di quella merce, compreso il denaro o i suoi sostituti fino alla pletora, sarà salito o disceso, e ciò vale anche per il venditore. Speculative sono anche le compravendite della merce forza-lavoro, ovviamente, con l’unica differenza che qui lo scambio non è mai fra equivalenti, non c’è possibilità di competizione e “libero” mercato, per via della forza schiacciante del dispotismo capitalistico, e che la capacità lavorativa vivente è l’unica merce in grado di creare sostanza di valore con effetti reali nella biosfera.


Questo elemento speculativo (peraltro riflesso della condizione di generale alienazione dell’intero sistema sociale) tanto più si impone quanto più il mercato diventa mondiale, quanto più l’economia fondata sul valore si estende e penetra in profondità nella vita sociale, quanto più il capitale tende ad accelerare la sua rivalorizzazione, fino ad incappare nei limiti e ad auto inflazionarsi. È appunto la condizione di universale alienazione del corpo sociale nel capitale di cui tutti, compresi gli agenti del capitale come i Marchionne, sono in balia senza poterci far nulla. La speculazione che cos’è, in fondo, se non la manifestazione vistosa di un capitale totale che si gonfia e si inflaziona al punto che non riesce più a riprodursi? È assurdo spiegare la crisi con una sottrazione di capitale monetario agli investimenti produttivi, come fanno tanti anche sedicenti marxisti, sottintendendo che un rientro di capitali alla «sfera produttiva» sia possibile e risolutore. Questa è l’epoca dell’alienazione del capitale così ben descritta da Marx nei Grundrisse (se li leggano estudino una buona volta i chiacchieroni a vanvera dello speculative capital! Il capitale produttivo della fabbrica è sottomesso realmente e definitivamente al capitale resosi autonomo. Ma è il capitale sociale complessivo, ossia non una semplice grandezza economica, ma tutto il sistema sociale capitalistico, che è in crisi di riproduzione, ossia in crisi sistemica (lo chiamino pure alla buon ora «declino» gli ex crollisti ora pentiti, ma resta il fatto che il rapportocapitale, anche se in declino o in putrefazione, o «cadavere che ci costringe a ballare con lui», non è affatto morto, resta sempre lo stesso, se a dargli la spallata non sono i lavoratori coscienti e vivaddio organizzati per farlo). Quando si considera il capitale sociale complessivo, e non la singola azienda con le sole due figure del capitalista e dell’operaio, allora si ha a che fare con il livellamento del saggio di profitto, una delle prime potenti leve del capitale fittizio.


Ed è curioso come, senza essere marxisti, molti accademici e maitres à penserdell’eco-nomia comincino a parlare di crisi sistemica, nel momento in cui la speculazione, partita dai mutui subprime americani e dall’immenso congegno debitorio mondiale del dollaro e giunta al default degli apparati statali, per ora piccoli come la Grecia e l’Irlanda ed altri ancora più piccoli o più grandi già verificatisi ancora prima di questa ondata, ma che già profila all’orizzonte uno scontro tra aree monetarie come quella del dollaro, lo yuan e dell’euro, o uno spostamento del baricentro economico verso le zone emergenti del pianeta, dove si concentra l’80% della popolazione mondiale, sembra essere la chiave di volta per agire, ancora una volta, in sensocorrettivo del capitalismo,… solo che si regolamenti appunto uno dei suoi caratteri.


Nella realtà, quella che dobbiamo individuare e rappresentare nell’astrazione scientifica, capitale produttivo e forma speculativa sono realmente e fisicamente indistinguibili, il capitale industriale è intrecciato con quello bancario e la bolla fittizia scoppia quando la velocità di estrazione del plusvalore nella I e II sezione (mezzi di produzione e mezzi di consumo) condizionata dall’entità e dai tempi del consumo produttivo, che ha dei limiti fisici e storici, si scontra con la velocità e la crescita teoricamente infinita delle transazioni a scadenza proprie del credito ossia del capitale fittizio: significa che non c’è abbastanza plusvalore per la riproduzione allargata, ossia per gli investimenti produttivi perché questo plusvalore dovrebbe ricoprire tutta la catena di indebitamenti e anticipazioni, promesse e aspettative più o meno fasulle di cui sopra. Nella realtà (e non nell’immaginazione dei teorici intenti a far le pulci ai marxisti reali o sedicenti) il capitale speculativo non deriva né da spostamento né daconversione di capitale monetario già generato dal capitale produttivo nel processo di valorizzazione e realizzato nel processo di circolazione, o piuttosto da plusvalore già estratto, ma è per l’appunto speculazione, è “capitalizzazione” di titolo cartaceo (i bond, le obbligazioni, le azioni, gli hedge fund, insomma tutta la fantasiosa gamma dei titoli a reddito fisso e variabile che danno “diritto”, in virtù del semplice fatto che li si possiede, ad una spartizione di “dividendi”) raffigurante un’aspettativa di “capitale” anticipato (ma in realtà fittizio, non realizzato in un nuovo processo di riproduzione allargata), plusvalore virtuale che deve essere ancora estratto, è per l’appunto capitale fittizio. La rendita fondiaria e immobiliare non partecipa affatto alla produzione materiale del valore, ma è un “diritto” derivante dalla proprietà privata, così come non vi partecipa l’interesse, che è un “diritto” derivante dalla proprietà del denaro come mezzo di scambio. Né partecipa alla produzione materiale di valore l’imposta statale che è fondata sul …diritto dello stato ad imporre la tassazione per i presunti servigi resi alla popolazione in quanto “buon padre di famiglia”.


Prescindiamo dal fatto che la vasta gamma dei servizi comprende anche alcune attività produttive organizzate e gestite da aziende private o statali, ma questo è un altro problema che non interferisce col fatto che tutte le attività connesse con la contabilità del capitale (pubblica e privata amministrazione, gestione del potere politico e militare) rientrano nel marasma del foraggiamento parassitario del capitale. Lo stato (e l’imposta) si comporta come un’azienda rispetto ad altre aziende, prende in prestito dalle banche ed emette titoli e li compra a sua volta dalle banche e dai privati. Lo stato è poi costretto a “salvare” le banche dall’insolvenza e dal crollo per salvare se stesso.


Il capitale rentier (o in interesse, imposta e rendita col taglio cedole), in quanto tale, non produce profitto (perché non estrae plusvalore) ma lo consuma improduttivamente in reddito, ingigantendo la bolla fittizia e dando l’illusione «speculativa» (in chi è vittima della catena Ponzi della finanza strutturata dei derivati) che il denaro «produca» di per sé denaro. Il capitale fittizio è semplicemente capitale che… non c’è (non c’è più perché già svalorizzato, come ad esempio il capitale fisso obsoleto, o non c’è ancora in quanto flusso anticipato e capitalizzato di contante), è falso immaginarlo come capitale che produca profitti e che passa da una parte all’altra. Vano sarebbe immaginare un suo ritorno al «settore» produttivo piuttosto che una svalorizzazione parziale o complessiva periodica del capitale. Calcolare la caduta del saggio di profitto includendo lavoro produttivo e improduttivo occulta di fatto la caduta del saggio di profitto. La presenza pervasiva del capitale fittizio in ogni comparto produttivo mediante questi titoli a garanzia del saccheggio di plusvalore impedisce di vedere nel lungo ciclo alcuna meccanica caduta del saggio di profitto sottostante generato all’in-terno del sistema «puro». I conti non tornano mai e allora balzano coloro che escogitano «correttivi della categorie marxiane». Invece siamo in presenza della contraddizione di fondo del capitalismo tra produzione sociale e appropriazione privata, come vedremo.


Sempre nella realtà, la speculazione c’è in ogni settore produttivo, indipendentemente dall’entità e dal carattere giuridico pubblico o privato della «gestione», siano le ferrovie o i trasporti o l’automobile o la sanità o la telefonia, proprio come l’antenata dell’interesse, l’usura, taglieggiava sia il mercante che il signore. Quello delle privatizzazioni dei servizi pubblici non è altro che un mutamento nella forma giuridica di appropriazione o appalto di flussi di rendita, di interessi o di imposta. La gestione dei servizi telefonici, postali, elettrici, ferroviari o delle entrate tributarie e persino dell’erogazione delle acque, non è altro che una forma di compravendita di rendite più sicure in quanto regolari rispetto agli investimenti in capitale azionario in cui i dividendi sono variabili e aleatori. La privatizzazione, che moltiplica il fenomeno ma non cambia la natura rentier né del capitale né della speculazione stessa, è alimentata dall’ideologia secondo la quale l’introduzione della competizione per questa via ridurrebbe i costi al consumo e migliorerebbe la qualità dei servizi. E questa è la balla più colossale in quanto per l’appunto l’impiego del capitale privato in settori comunque monopolisti è volto esclusivamente a garantirsi i flussi di rendita e di interesse in settori che restano monopolisti anche se gestiti da privati. Ed è per questo che le linee ferroviarie, le poste continuano a non funzionare, come i telefoni a rincarare, e in genere la manutenzione ad essere abbandonata. Questo declino di attività produttive anche di plusvalore deriva proprio dal fatto che il capitale produttivo necessita di un saggio di profitto più alto proprio per il gigantismo assunto dalla concentrazione e dalla centralizzazione e dalla composizione organica che abbassano il saggio di profitto fino al punto da non essere più compensato anche da un alto saggio di plusvalore. In questo modo, diventa più «profittevole» investire in grandi opere (vedi TAV) piuttosto che riparare fognature, curare le strade, ecc. Non è solo un gap del settore produttivo, ma anche di quelli della circolazione e dei servizi. Il capitale nel suo sviluppo ha strutturato persino il territorio a misura di questo processo che ha portato alle conurbazioni moderne che sono diventate lo specchio del suo «mercato» prettamente urbano, ingigantendo per converso le proprie contraddizioni insolubili e determinando quello che da qualche anno si sta manifestando un processo di decomposizione che affosserà comunque il sistema.


Si può osservare che in merito alla descrizione concreta del valore della forza-lavoro, come delle altre merci, non solo non è indifferente il loro valore d’uso ai fini del rilevamento dell’accumulazione e del saggio di profitto, ma è importante considerare questo valore d’uso uscendo dal sistema chiuso della riproduzione semplice e dei due interlocutori fondamentali (capitalista e operaio) ed entrando nel sistema aperto della riproduzione del capitale complessivo sociale, dove Marx dimostra l’insufficienza dell’economia politica classica che, con Ricardo, era approdata alla determinazione del valore in base al tempo di lavoro incorporato o oggettivato nella merce o necessario a produrre quella merce. Nel III libro del Capitale (che, ricordo, fu scritto prima degli altri due), Marx indica infatti che «Il valore di ogni merce … non è determinato dal tempo di lavoro necessario in essa contenuto, ma dal tempo di lavoro socialmente necessario richiesto per la sua riproduzione». Le conseguenze di questa apparente negazione da parte di Marx della sua precedente definizione del valore (tempo di lavoro necessario a produrre la merce) non sono da poco, come vedremo.


Infine è velleitario tentare di dare un quadro delle tendenze dell’accumulazione e del saggio di profitto prendendo a modelli indici statistici ad uso del capitale americano e relativi parametri, senza considerare il capitale sociale complessivo come sistema mondiale aperto, ossia non solo limitato al capitale produttivo della singola azienda ma al fenomeno complessivo del saccheggio ed espropriazione e dell’accumulazione che includa, oltre alle due classi del sistema chiuso del capitale singolo (capitalisti e operai), anche le cosiddette «terze persone», una indagine dunque che richiederebbe di dar conto, a livello mondiale, del rapporto tra lavoro produttivo e improduttivo, come si diceva. 


Sarebbe dunque da registrare e studiare a fondo questa chiave per intendere la storia del capitalismo degli ultimi decenni che stiamo vivendo, chiave che risiede nell’espansione dei «valori» cartacei capitalisti mentre la riproduzione sociale complessiva si contrae e il plusvalore estratto non riesce più a sorreggere l’enorme bolla fittizia piramidale, le cui dimensioni determinano non solo il prolungamento dei cicli di capitalizzazioni ormai selvagge e di svalorizzazione ma indirizzano ogni manovra politica a garantire l’esistenza del capitale fittizio anziché a ridurlo (es. salvataggi bancari e fondi salva stato, cose di questi giorni, ma che ci sono sempre, come dimostra il caso di Goldman Sachs). Ma anche la mostruosa compresenza di sfruttamento globalizzato con enormi divari nell’uso schiavista della forza-lavoro. Si pensi a quanto vale il lavoro di un pony (quelli che portano in giro le persone col carrello a piedi) in Cina o quelli che in nord Africa usano l’asino e qualche volta sono proprio loro a portare l’asino sul carretto, tanto è …prezioso. Ma questo capitale fisso, reso obsoleto dai taxi, continua a ad operare… 


Pertanto, per focalizzare correttamente in modo aderente alla realtà l’accumulazione e la dinamica del saggio di profitto, credo che occorra uscire dal modello «chiuso» (lavoro salariato e capitale, produzione della singola azienda), che del resto non è mai esistito, ed entrare in quello «aperto» (riproduzione allargata – sia dei termini [C e V] del rapporto che del rapporto stesso – e capitale non più individuale ma totale), nel quale è possibile constatare che la stessa accumulazione è un processo storico permanente e non una partita chiusa per sempre con la rivoluzione industriale inglese, nella protostoria del capitalismo. Se c’è un fertile sviluppo della riflessione marxista di quest’ultimo decennio è proprio quello che in vari modi e con illuminanti risultati ha fornito esempi di analisi sui fenomeni che dimostrano come l’accumulazione originaria che sta alla base dell’avvio di ogni processo capitalista è di fatto un prerequisito permanente del rapporto capitalistico.


In definitiva, spesso non si considera che per Marx il «sistema» capitalistico è per così dire incompleto, ed è in movimento, è un processo che non può essere misurato soltanto sincronicamente (relazione con classi, popolazioni e territori non capitalisti) e non può non essere considerato anche diacronicamente (come transizione dal feudalesimo al socialismo) e dunque è un continuo interagire con popolazioni «fuori» dal sistema chiuso. Marx compie tutto un lavoro di «critica» dell’economia politica e in particolare del «sistema» ricardiano che considerava il capitalismo come sistema chiuso. Questa problematica è stata ripresa sia da Rosa Luxemburg che da H. Grossmann, e da ultimo da Loren Goldner. Alla fine del II e nel III libro del capitale, redatti, si badi bene, lo ripetiamo, prima del I libro, ma lasciati da «sistemare» (come dice Engels), Marx intende far reagire il sistema chiuso, come strumento euristico, con la realtà «aperta». 


In questa realtà aperta, le classi capitaliste hanno delle appendici sociali improduttive (capitalisticamente) e parassitarie che il capitale sussume sotto di sé, anche mediante accumulazione, allo stesso modo in cui mediante accumulazione per espropriazione saccheggia territori non capitalisti o già capitalisti per le sue esigenze finanziarie. Nella società capitalista vi sono lavoratori salariati improduttivi che non producono plusvalore ma lo consumano (es. gli impiegati pubblici) e, nel processo di valorizzazione, essi occupano una relazione diversa da quella dei salariati produttivi. Buona parte dei lavoratori immigrati nelle metropoli occidentali erano contadini e artigiani trasferiti dalla piccola produzione che svolgevano in Africa o in America Latina o altrove, anche tra paesi sviluppati (come la cosiddetta nostra emigrazione dei «cervelli»), e vanno dunque considerati come quota parte del capitale in una forma di accumulazione estorsiva originaria, dal momento che il capitale non paga per la loro riproduzione prima del loro inserimento nel lavoro salariato o dopo la loro espulsione (di solito neppure quando ne fanno parte!). 


Ora, se mi metto a calcolare il valore di questa forza-lavoro, da dove saltano fuori e dove vanno a finire i relativi costi di riproduzione? Il valore di una forza lavoro proveniente dal Marocco e che è assunta da un’industria lombarda, non trova un corrispettivo nelle spese di sussistenza e istruzione sostenute in Marocco. Occorre altresì connettere questa permanenza dell’accumulazione alla formazione del capitale fittizio. Quello che, con termine ampio, si può definire come «scambio a livelli non riproduttivi» (più prosaicamente, saccheggio!) si determina sia dentro che fuori del sistema chiuso, con fenomeni di «scambio ineguale» nel commercio internazionale, di mancato rimpiazzo di impianti di capitale fisso obsoleto, di mancata sostituzione di infrastrutture, distruzione dell’ambiente (dissipazione energetica e non riproduzione della natura) e soprattutto nell'abbassamento del livello del salario in rapporto al capitale al di sotto dei livelli di riproduzione della forza-lavoro, nonché nell'abbassamento a valori non d’uso di tutte quelle false merci usa e getta inutilizzabili perché prodotte solo per essere comprate e vendute e non per funzionare e riprodurre valore. 


L’insieme di queste operazioni è volto a mantenere elevati i «titoli» capitalisti alla ricchezza comprimendo capitale costante (C) e capitale variabile (V) per garantirsi quanto più plusvalore possibile (PV). Si determina quel fenomeno che Goldner definisce, in maniera forse truculenta ma efficace, auto cannibalizzazione del capitale. 


Per sapere se questi fenomeni esistono non serve certo discettare, con letture peraltro anche ortodosse e perfino scolastiche, comunque sempre riduzioniste, del Capitale, o su come la pensa tizio o caio dell’accumulazione e della caduta del saggio di profitto, serve invece verificare se e come tali fenomeni empirici si manifestano nella realtà contemporanea. Stando nei confini di una lettura, ripeto, ortodossa ma riduzionista, delCapitale, ma altresì di varie parti delle Teorie del plusvalore, l’idea che domina delvalore di una singola merce è che esso sia determinato dal «tempo di lavoro in essa incorporato», ovviamente in determinate condizioni storiche che definiamo «socialmente necessarie», e che il lavoro produttivo sia quello che produce plusvalore «per un capitalista», visione, questa, ristretta al modello «chiuso». In questo ambito (modello chiuso), anche la produzione di carri armati, missili e droni produce profitti per singole aziende capitaliste (anche la prostituta di un bordello o l’insegnante di una scuola privata, classici esempi nelle Teorie del plusvalore) e dunque sarebbeproduttiva. Se però passiamo dal modello chiuso e dalla riproduzione semplice alla riproduzione allargata, non più legata al singolo capitale ma al capitale sociale totale, le cose cambiano alquanto. Nell’ambito del capitale sociale complessivo, produttivodiventa quel lavoro che produce qualcosa che è «consumato produttivamente» o in forma di mezzi di produzione aumentati (C+αc) o in forma di lavoro produttivo accresciuto (V+αv), sia nella I sezione (mezzi di produzione) che nella II (beni di consumo). Ma, a questo livello aperto del sistema capitalista in movimento, dove diavolo collochiamo un carro armato, nella I o nella II sezione? E un valore d’uso del capitalista, una Ferrari di ultima generazione, dove lo colloco? E un missile guidato? Quando si fanno calcoli sull’accumulazione e sul saggio di profitto, non è peregrino chiedersi dove collocare missili e carri armati! Non certo nella I sezione! Non sono mica mezzi di produzione, come un veicolo da trasporto. E come farebbe a funzionare come capitale, cioè come riproduzione allargata? Produzione di che cosa allora? Eppure un’enormità di capitali sono stati spesi e dissipati in tutte le zone del mondo in questo modo che non riproduce certo capitale e dunque abbassa e occulta il saggio di profitto come un cane che si morde la coda. E una produzione di beni di consumo come quelli usati dalla caterva di impiegati statali, addetti alla contabilità del capitale, poliziotti, ecc., nella loro forma concreta, nel loro valore d’uso, che cosa è se non una deduzione dal plusvalore complessivo, e dunque non lo accrescono mica! 


È in questo ambito del sistema aperto che possiamo comprendere il capitale come cosa viva, come complesso di relazioni di un unico organismo sociale, mentre nel sistema chiuso vediamo gli alberi e non la foresta.



sabato 11 agosto 2012

La fine della siderurgia come parabola della fine della nostra industria nazionale





di Riccardo Achilli

Mentre l’intero interesse dell’opinione pubblica viene concentrato su fasulle politiche per una fasulla fuoriuscita dalla crisi del debito sovrano, in questi giorni, nella più totale indifferenza del peggior Governo della storia repubblicana (peggiore anche rispetto ai Governi Berlusconi, peggiore del Governo Tambroni-Scelba) si consuma forse l’atto finale della lunga crisi di un settore portante della nostra industria: la siderurgia.


 A Taranto una inutile bonifica ambientale, fatta perlopiù di interventi annunciati anni fa e mai realizzati quando era (forse) utile farlo, consente a vertici politici e sindacali, azienda, società civile di tornare a mettere la testa sotto la sabbia, evitando di sfruttare l’occasione per fare un revamping strutturale dell’impianto, che consenta di risolvere definitivamente il problema ambientale e collocare lo stabilimento alla frontiera tecnologica del settore, rendendolo competitivo con le realtà più avanzate. Mentre intanto il gruppo Riva accusa perdite di esercizio preoccupanti (con un risultato di esercizio negativo per 614 Meuro nel 2009-2010, solo in parte compensato da un utile di 327 Meuro nel 2011, mentre le previsioni per il 2012 appaiono nere, con una fermata di alcuni impianti, a Taranto, già effettuata per motivi di mercato a giugno, prima cioè del sequestro operato dalla magistratura) e scende costantemente nella graduatoria dei maggiori produttori mondiali di acciaio, in un settore in cui le dimensioni contano e le economie di scala sono un fattore competitivo strategico.


A Piombino l’acciaieria ex Lucchini, rilevata nel 2005 dalla russa Severstal, emette gli ultimi rantoli di una lunghissima agonia, rispetto alla quale la politica, nazionale e regionale, non ha trovato niente di meglio, per oltre 15 anni, che sedersi ed aspettare gli eventi. Il periodo concesso dal tribunale per il piano di ristrutturazione del debito aziendale si conclude questo mese, e non vi è stato alcun acquirente pronto a rilevare lo stabilimento, da cui l’azienda controllante si sta chiaramente disimpegnando. 2.000 operai hanno sfilato a fine luglio, per difendere il loro lavoro ed il futuro della siderurgia italiana in un comparto strategico come quello dei prodotti lunghi, nel più assordante silenzio degli organi di stampa e del Paese. Penso in queste ore con angoscia agli ex colleghi piombinesi con cui lavorai oltre 10 anni fa, che non sanno cosa ne sarà della loro vita. Stiamo per perdere un impianto che produceva prodotti ad alto contenuto di know how, rotaie speciali per treni TAV, vergella in acciaio speciale per usi particolari (ad esempio il wire rod for tyres) ecc.


Adesso i soliti, anche a sinistra, diranno che il ciclo produttivo siderurgico a ciclo integrale è obsoleto, che non può più reggere alla concorrenza cinese, indiana o russa, basata su costi di produzione più bassi, che l’aumento del prezzo delle materie prime associato al rallentamento della domanda globale è un mix fatale, che la siderurgia italiana è penalizzata dall’assenza di giacimenti di ferro e carbone, qualche sciocco forse tirerà fuori la vecchia e fasulla storiella che i nuovi materiali sostituiscono l’acciaio (ciò è vero grosso modo per il 10% delle applicazioni possibili dell’acciaio, in realtà).


Ebbene io sostengo che questo mix di argomenti è grosso modo erroneo. Non perché molte di queste cose non siano vere, ma perché non sono determinanti nel creare una crisi generalizzata come quella attuale. Perché l’acciaio a ciclo integrale tedesco, dove i costi del lavoro sono alti, e che affronta lo stesso scenario di mercato di quello italiano, non è così in crisi? Non può mica essere attribuito ai giacimenti di lignite, peraltro quasi esauriti, della ex DDR, o soltanto ad un costo dell’energia effettivamente più basso di quello italiano. Perché la siderurgia a ciclo integrale giapponese, altro Paese ad elevato costo del lavoro, non subisce la stessa crisi?


La verità è che questa situazione discende dalle sciagurate privatizzazioni dell’ILVA effettuate nel 1993-95 dai Governi Ciampi, Berlusconi e Dini, con l’attiva collaborazione dei Presidenti dell’IRI, di allora, ovvero Romano Prodi e Michele Tedeschi, sotto l’ombrello del cosiddetto “patto Andreatta-Van Miert”, che fu una vera e propria cessione di sovranità nazionale nelle politiche industriali italiane a favore della tecnocrazia liberista comunitaria, legata ad interessi economici del capitalismo internazionale, voglioso di papparsi i pregiati bocconi industriali delle partecipazioni statali italiane, cui ovviamente la borghesia italiana di piccolo cabotaggio si precipitò immediatamente, per raccogliere le briciole.


Così, senza alcuna logica economica ed industriale, ed esclusivamente per accontentare pro quota tutti gli interessi privati in gioco, l’ILVA, che unitariamente era il settimo produttore mondiale di acciaio, e godeva delle economie di scala e delle sinergie produttive e commerciali derivanti dalla sua unitarietà, venne spezzettata in tre tronconi, corrispondenti alle sue tre divisioni industriali (prodotti piani, prodotti lunghi, acciai speciali). Quest’ultima divisione, la più avanzata tecnologicamente e la più interessante in termini di mercato ed economici, venne ovviamente ceduta agli interessi capitalistici esterni al Paese, vendendo l’acciaieria di Terni ai tedeschi della Thyssen Krupp. Le altre due divisioni, quasi interamente imperniate su stabilimenti a ciclo integrale (Taranto, Piombino, Servola, Cornigliano, ecc.) vennero vendute, per un piatto di lenticchie (si stima che l’acquisizione della divisione prodotti piani, per 1.740 miliardi di lire, costò a Riva un decimo del suo effettivo valore economico, posto che tale divisione fatturava circa 13.000 miliardi di lire all’anno, e quest’ultimo si rifiutò anche di pagare il prezzo concordato, avviando un lungo processo giudiziario) a due imprenditori lombardi del settore dell’acciaio elettrico (un settore che presenta problematiche impiantistiche, produttive, organizzative e commerciali completamente diverse da quelle del ciclo integrale).


In questo modo, una realtà produttiva che, unitariamente e sotto il controllo dello Stato, aveva chiuso il suo ultimo bilancio di esercizio in utile (487 miliardi di lire distribuite all’azionista-Stato nel 1995, al netto di un accantonamento enorme al fondo rischi, effettuato esclusivamente in vista della privatizzazione, di 453 miliardi) venne trasformata in uno spezzatino, perdendo, come si è detto, le economie di scala e le sinergie di cui il gruppo aveva goduto, e le ex divisioni prodotti piani e prodotti lunghi vennero messe in mano ad imprenditori privi di esperienza nella gestione di stabilimenti a ciclo integrale. Nel periodo in cui lavorai nello stabilimento di Piombino ricordo bene la girandola di direttori della produzione nominati da Brescia e subito bruciati, l’arroganza e la supponenza con cui i bresciani trattavano i lavoratori piombinesi ex ILVA, gli unici che avrebbero potuto insegnare loro come gestire una realtà complessa come Piombino, la sconfitta storica nella gara delle forniture di rotaie per treni ad alta velocità di Trenitalia nel 1997, vinta dall’austriaca Voest Alpine, nonostante i contatti politici di Lucchini, e così via.


Questo capolavoro di privatizzazioni che ha contribuito ad estinguere la siderurgia nazionale è costato allo Stato 1.700 miliardi di lire di svalutazioni “ad hoc” degli impianti dell’ILVA pubblica, effettuate ad arte dall’advisor dell’IRI, l’IMI, per venire incontro agli acquirenti privati; 10.000 miliardi di lire di costi legati ad operazioni di scissione e di messa in liquidazione delle attività non-core dell’ILVA, una ulteriore favolosa cifra per il prepensionamento di circa 14.000 lavoratori siderurgici espulsi all’atto della privatizzazione, a fronte di ricavi da privatizzazione ridicoli (600 miliardi per Terni, 1.460 miliardi per Taranto, una cifra analoga per Piombino).


Di fatto, la imminente chiusura dello stabilimento di Piombino, e le difficoltà economiche di Taranto, sono principalmente il frutto di quella privatizzazione, che consegnò un’azienda artificiosamente spezzettata in tre tronconi in mani sbagliate. Piombino, in particolare, paga l’impossibilità, da parte di Severstal, che lo rilevò dopo il sostanziale fallimento di Lucchini, di raddrizzare una situazione finanziaria e di mercato oramai largamente compromessa dalla catastrofica gestione dei bresciani e di porre rimedio all’esigenza di ammodernare un impianto obsoleto con ingenti investimenti di revamping che i bresciani non avevano fatto. Riva finora è riuscito a galleggiare solo perché sfrutta le economie di scala dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa e anche grazie a pingui vendite di pezzi del patrimonio immobiliare dell’ILVA, degne più di un immobiliarista che di un imprenditore dell’acciaio.


Ma il canto del cigno della siderurgia a ciclo integrale italiana deriva altresì dalla totale assenza di una politica industriale da parte del ragionier Monti, incapace di rimettere urgentemente mano al settore in caduta verticale, rinazionalizzando gli impianti o quantomeno predisponendo una programmazione pubblica a sostegno della siderurgia nazionale. Il nuovo decreto  sulla “golden power”, che peraltro, rispetto alla precedente normativa della golden share, non a caso contestata dai liberisti di Bruxelles al servizio dei liquidatori dell’industria nazionale, prevede poteri di intervento pubblici molto più limitati, non contempla nel suo perimetro di azione settori di base portanti per la stessa sopravvivenza di un’industria nazionale, come la siderurgia e la chimica di base. Nessuno si chiede come mai tutti i Paesi manifatturieri del mondo mantengano e difendano una importante presenza nazionale nei due citati settori (USA, Giappone, Cina, Germania, Francia, Corea del Sud, persino l’India e l’emergente Brasile) mentre da noi il rag. Monti non sente la necessità di proteggere tali settori. Nessuno si chiede quanto importanti possano essere esigenze di prossimità geografica delle produzioni industriali di base rispetto ai settori industriali utilizzatori, come sia importante garantirsi la sicurezza della produzione e degli approvvigionamenti nazionali in tali settori, da cui dipende l’attività produttiva dell’intera industria manifatturiera, di quella delle costruzioni, e di numerosi settori del terziario (i trasporti navali ed il settore portuale, ad esempio). Quando i sindacati sono andati a discutere con il governo del dossier-Piombino, si sono ritrovati a dover discutere con un sottosegretario! Un sottosegretario? Nessun Ministro si è sentito in dovere di discutere della vicenda che rischia di lasciare il Paese senza più una produzione siderurgica importante nei prodotti lunghi, con un intero sottosettore produttivo che scompare? Nessuno capisce che questa vicenda segna un passaggio determinante verso la stessa cessazione della vocazione manifatturiera del nostro Paese?


L’unica soluzione oggi sarebbe quella di una rinazionalizzazione di quel poco che resta della gloriosa storia dell’acciaio nazionale, vero fulcro del miracolo economico italiano, o quantomeno di una ripresa di programmazione pubblica di settore. Ma oggi, persino una parte cospicua della sinistra appare rassegnata, per non dire quasi felice, della fine di questa storia, ansiosa di potersi liberare, in nome di una modernità idiota, degli ultimi segmenti di proletariato industriale (gli unici ad avere un potenziale di lotta sociale propulsivo)cui non ha più niente da proporre, e nei confronti dei quali si è sputtanata, proponendo economicamente improbabili (ed ambientalmente impossibili) riconversioni delle aree ex siderurgiche, verso i servizi (soprattutto il turismo, ma non manca chi, cavalcando la moda, propone di riconvertirle verso la produzione di energia rinnovabile o di servizi Ict, spuntano poi le consuete proposte di costruire centri commerciali laddove c’erano gli altiforni) o verso l’artigianato, legato ai servizi turistici e commerciali.


Occorrerebbe insegnare Marx ai bambini della prima elementare, per spiegare a questo popolo rincoglionito da un mito di modernità e di progresso nell’alveo del capitalismo terziarizzato, di economisti raffazzonati e venduti,  a questa sinistra post moderna e post ideologica (che finisce spesso per diventare anche post-sinistra) il ruolo fondamentale dell’industria per lo sviluppo economico (che non a caso spiega i  miracoli della Cina, di Taiwan, del Brasile, e di altre economie emergenti anche in passato) ed il ruolo sostanzialmente improduttivo e redistributivo  di gran parte delle attività terziarie. Pensiamo ad un futuro in cui avremo solo camerieri, commesse di negozio, viticoltori e produttori di formaggio, ed in cui lasceremo ad altri la produzione di ricchezza reale? Non c’è futuro per i parassiti, nel capitalismo. Per costoro, c’è solo il declino verso una povertà sempre maggiore. Ognuno merita la nemesi che si è guadagnato.

giovedì 9 agosto 2012

Il piano industriale 2012-15 del Monte dei Paschi di Siena



Il piano industriale 2012-15 del Monte dei Paschi di Siena
Una maschera tecnica per un volto politico
di Sergio Cimino


Nella parte riservata alla redditività, il piano industriale del Monte dei Paschi di Siena 2012-15, si ripromette di ottenere un risparmio complessivo dal taglio del costo del personale, di 299 milioni euro.
Poco più della metà di questo importo, ossia 166 milioni di euro, dovrebbe provenire dalla esternalizzazione delle attività di back office, attraverso la quale, 2360 lavoratori si troverebbero ad avere un altro datore di lavoro, sulle cui prospettive di sostenibilità economica gettano due ombre profonde, sia  l’incongruità tra il prezzo che il Monte dei Paschi dovrebbe pagare alla società acquirente e l’attuale costo della gestione interna di tali attività, sia la gran parte delle esternalizzazioni succedutesi nella più recente storia industriale di questo Paese.
Per quanto riguarda il primo elemento, il piano industriale stabilisce un canone di servizio decrescente, che nel 2015 dovrebbe ammontare ad 80 milioni di euro.
In tre anni, in altre parole, la società cessionaria dovrebbe essere in grado di farsi carico della medesima operatività, potendo contare su meno della metà delle risorse impiegate dal Gruppo Monte dei Paschi, per lo svolgimento delle attività di back office all’interno del perimetro aziendale. Non solo. Ma quello stesso canone, drasticamente inferiore all’attuale costo operativo, dovrebbe coprire anche le tasse e i profitti della società di servizi acquirente. Due numeri, quello del risparmio preventivato e quello del prezzo da pagare al fornitore, che non riescono sostanzialmente ad avvicinarsi, anche se si considera che il risparmio sui costi operativi indicato in 166 milioni è comprensivo di una quota di costi fissi.
Fuori dalla asetticità dei numeri, vi sono 2360 lavoratori. 2360 esistenze  proiettate coercitivamente nell’area della precarietà.
Un costo umano e sociale senza alternative?
Nel conto economico dell’ultimo bilancio consolidato approvato ad aprile, le spese amministrative diverse da quelle inerenti il personale, ammontano a 1398 milioni di euro.
L’osservazione dei dati disaggregati, ci restituisce un quadro in cui l’entità di alcune voci stride con le dichiarate esigenze di taglio dei costi.
Giusto per limitarci ad alcuni esempi. Le spese per pubblicità, sponsorizzazioni e promozioni, ammontano a ben 58 milioni di euro. La voce relativa ai compensi devoluti a professionisti esterni, indica un totale di circa 108 milioni di euro. Per l’affitto di immobili, le spese relative all’anno trascorso, raggiungono invece i 267 milioni di euro.
Nonostante per tutte e tre le tipologie di spesa si registri un trend negativo rispetto all’anno scorso, la somma complessiva continua a sfiorare i 433 milioni di euro.
Una razionalizzazione (termine caro ai pianificatori aziendali dei nostri tempi) di tali spese, potrebbe coprire quasi interamente il risparmio perseguito con l’esternalizzazione delle attività di back office.
Sarebbe sufficiente un ridimensionamento dell’ordine dei due terzi relativamente a pubblicità, sponsorizzazioni e collaborazioni esterne ed un taglio di appena il 10% delle spese sostenute per affitto dei locali, per ottenere circa 138 dei 166 milioni di euro che gli organi di governo aziendale si aspettano dal progetto Zero Back Office.
Tutto questo senza neanche considerare il capitolo dei cospicui emolumenti relativi al top management.
L’analisi delle alternative tecnico-contabili fin qui condotta in estrema sintesi, può configurarsi come uno strumento idoneo a smascherare la falsa ineludibilità delle misure draconiane, che la parte padronale vuole imporre ai lavoratori.
La questione, pur con le dovute differenze di scala, ha una sua analogia con quanto si osserva nelle politiche governative nazionali e sovranazionali.
“There is no alternative” è il mantra che accompagna l’applicazione ormai trentennale delle ricette liberiste, alle quali viene attribuita una mistificante etichetta di neutralità scientifica, grazie al controllo quasi totale dei mezzi di comunicazione di massa da parte del capitale, e ad un’egemonia culturale in ambito accademico, che ha emarginato le voci critiche di un modello ecologicamente insostenibile e socialmente iniquo.   
Al Monte dei Paschi si segue la stessa strada.
Denudare di una posticcia maschera tecnica la manovra che la parte padronale cerca di attuare, è allora la linea tattica che bisogna seguire, a patto però di inquadrarla in una cornice strategica che si contrapponga al senso politico degli obiettivi del piano industriale, che in estrema sintesi può essere definito come la strutturazione di un nuovo modello di banca.
Il passaggio dalla banca tradizionale ad una banca funzionale ad un mercato finanziario speculativo in espansione, cui abbiamo assistito in questi anni, ha avuto come contraltare organizzativo, la centralità delle tecniche di disciplinamento (corsi di formazione ideologici al posto di quelli tecnici), e la frammentazione della classe lavoratrice e della sua carica antagonistica, attraverso sia la segmentazione salariale, sia il coinvolgimento dei dipendenti nelle dinamiche azionarie.
Il nuovo modello di banca, i cui tratti emergono da quanto scritto nel piano industriale, fa perno su una redditività da servizi, con conseguente processo di disintermediazione, progressiva individualizzazione del rapporto di lavoro (con la parte variabile del salario destinata a divenire preponderante e una organizzazione del lavoro per obiettivi), salto di qualità nelle tecniche di disciplinamento, attraverso l’ambizioso progetto di comunicazione personalizzata, da perseguire mediante lo sfruttamento delle più innovative opportunità offerte dallo sviluppo delle tecnologie informatiche.
La contrapposizione politica con quanto intende fare il padrone, deve condurre ad una  battaglia che noi lavoratori siamo chiamati a portare avanti ad oltranza, senza mai smarrire la consapevolezza di essere gli unici produttori di valore.
Questa coscienza, deve spingerci a mettere in discussione il contenuto dispositivo della proprietà dei beni aziendali.
Dobbiamo agire  nella convinzione che la parte padronale, attraverso gli organi di governo che di essa sono espressione, è delegittimata dal prendere decisioni sul futuro della banca, in considerazione non solo di essere fautrice di un piano dalla più che dubbia sostenibilità economica e dall’inaccettabile impatto sociale, ma anche del fatto che le risorse pubbliche erogate per il rafforzamento patrimoniale (1), hanno superato il valore di mercato delle quote azionarie, producendo nei fatti una nazionalizzazione dell’Istituto.
Come ci ricorda Giorgio Cremaschi in un suo scritto sull’ILVA, esiste un articolo della Costituzione, il numero 43, il quale prevede che per
“fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale" (2)
Nessuno naturalmente si illude che una tale istanza possa essere fatta propria agevolmente da un potere politico asservito al capitale produttivo e finanziario, in virtù del riconoscimento della giustezza delle nostre posizioni.
E’ attraverso la nostra lotta, che dobbiamo imporre una realtà effettuale che vada in quella direzione, e che preveda innanzitutto il ritiro delle misure più inaccettabili contenute nel piano, pronti, di fronte all’eventuale intransigenza padronale, a predisporci ad una gradualità crescente della mobilitazione, che si concluda con l’affermazione di una politica aziendale socialmente inclusiva e proiettata, nei suoi contenuti industriali, sul lungo termine.
Lo sciopero è elemento cruciale della nostra lotta. Ma sulle modalità di esso, noi lavoratori, attraverso la discussione assembleare, dobbiamo iniziare a valutare l’opportunità di non rispettare le limitazioni poste dalla legge 146/90, nel caso in cui la controparte padronale volesse continuare a percorrere la strada del più bieco autoritarismo.
Anche solo un esternalizzato deve essere sentito da noi tutti come una grave sconfitta.
Così come anche un solo giorno senza le garanzie conquistate con il contratto integrativo, deve essere vissuto come una inaccettabile regressione delle condizioni di lavoro e di vita di noi tutti.

Sergio Cimino - lavoratore Monte dei Paschi di Siena
(1)     3,9 miliardi di euro, attraverso la sottoscrizione dello Stato dei cosiddetti “Nuovi Strumenti Finanziari”, così come stabilito dall’articolo 5, Capo II, del decreto legge n. 87 del 27 giugno 2012
(2)     Può essere utile ricordare che lo stesso decreto, all’art. 9, Capo II, prevede la convertibilità in azioni ordinarie degli strumenti finanziari sottoscritti, se richiesto dall’emittente (ossia dal Monte dei Paschi di Siena) 

mercoledì 8 agosto 2012

PRIMARIE, D’ACCORDO: MA PER SCEGLIERE COSA? di N. Fragiacomo



                                                                  di
Norberto Fragiacomo
Gli sconquassi seguiti, negli ultimi giorni, all’adesione vendoliana al progetto di un centro-sinistra (più o meno) allargato hanno riportato il leader di SeL sotto i riflettori mediatici, ma testimoniano soprattutto delle divisioni esistenti all’interno dei singoli partiti che compongono la sinistra italiana. Sinistra Ecologia e Libertà si è spaccata, costringendo Nichi ad una verbosa retromarcia – ma anche dall’interno della FdS giungono voci discordi, con il PRC di Ferrero intenzionato a dar vita ad una coalizione alternativa e i Comunisti italiani attratti, in apparenza, dalla prospettiva di un’alleanza con Bersani.
In realtà, non c’è disciplina di partito che tenga, e specie sui social network si accendono discussioni che talora degenerano in aspri confronti verbali tra compagni che sulle questioni generali (le cause della crisi, il modo di affrontarla ecc.) la pensano in maniera simile, e magari hanno la medesima tessera in tasca. Con buona pace dei sostenitori del politically correct, un eccesso di passione non sempre è nocivo; è però opportuno mettere in chiaro alcuni punti, onde evitare fraintendimenti – anche terminologici – che possono allontanarci dalla via maestra, condannandoci ad un futuro di deleterie polemiche intestine.
Chi scrive ha suscitato scandalo, e la riprovazione di molti compagni, affermando che dire di sì alle primarie significa, per la sinistra, accettare la subordinazione al PD, e dunque, di fatto, dare il proprio assenso ad un Monti bis (magari guidato da un “politico”, con Supermario Presidente della Repubblica). Le accuse che mi sono piovute addosso sono più o meno le solite (estremismo, massimalismo ecc. ecc.), ma per fortuna non manca la new entry: il “psiuppismo”, su cui, non avendo tempo da buttare, eviterò di soffermarmi.
Confesso che qualche mio giudizio è uscito dalla tastiera un po’ troppo categorico (è Facebook, bellezza!): faccio perciò un passo indietro, e provo a spiegarmi meglio.
A fine luglio, il segretario del PD Bersani presenta la c.d. Carta d’intenti del patto dei democratici e dei progressisti che, al di là di qualche divagazione vagamente “di sinistra” (l’accenno alla patrimoniale, di cui tutti parlano ma nessuno – temiamo – vedrà mai), riafferma la fedeltà dei democratici al progetto Napolitano-Monti. Bersani, va riconosciuto, si esprime in maniera netta, dichiarando che l’avversario da battere è la “destra”, cioè Berlusconi, non l’attuale premier. Continuità, dunque, e mano tesa all’altro grande sponsor del bocconiano, vale a dire all’UDC di Pierferdinando Casini.
Il giorno dopo Nichi Vendola monta in carrozza, e di fatto – se non esplicitamente – dice sì alla prospettiva di una maggioranza di governo aperta agli ex democristiani di destra. Annuncia anche la sua decisione di candidarsi alle primarie di coalizione.
Come interpretare questa mossa? Lascio la parola ad un giornalista e ad un politico di professione, che giudicano entrambi favorevolmente l’ipotesi di accordo.
Per Miguel Gotor, periodista spagnolo di Repubblica, “dall’incontro sono scaturite due novità importanti che segnano una decisa accelerazione del dibattito politico nel campo progressista. La prima è che Vendola non ha posto veti al disegno strategico di Bersani di lavorare a un patto di legislatura con forze liberali, moderate e di centro. (…) il punto più significativo del testo è il decimo, quello dedicato alla Responsabilità. Vendola, accettando di allearsi con il Pd, si è impegnato a sostenere in modo leale e per l'intero arco della legislatura l'azione del premier che sarà scelto con il metodo delle primarie. Di affidare a chi avrà il compito di guidare la maggioranza la composizione di un governo ispirato a criteri di competenza, rinnovamento e credibilità interna e internazionale, che sono diventati criteri ineludibili alla luce dell'esperienza del governo Monti e dopo la fallimentare stagione berlusconiana. (…) di sostenere infine gli impegni internazionali dell'Italia, presenti e futuri, fino alla loro eventuale rinegoziazione.”
Marco Di Lello, coordinatore nazionale del PSI, commenta così l’incontro (7 agosto) tra il suo segretario e Bersani: “E’ stato un lungo e cordiale incontro nel quale abbiamo ufficialmente stretto la coalizione a tre – Pd, Sel e Psi – che cercherà un accordo a breve con i cattolici. Consapevoli che Casini aspetterà fino all’ultimo per dare il suo ok, le aspettative sono comunque buone”.
Analisi fantasiose, una fuga in avanti dell’esponente di un partito “in concorrenza” con SeL? A mio modo di vedere, quelle di Gotor e Di Lello sono, più banalmente, letture realistiche di una sequela di eventi.
Quanto a Nichi Vendola, non uscirà dall’impasse con battute strappapplausi come quella sull’auspicata “conversione” di Casini, e neppure affidandosi al potere salvifico delle primarie. Il motivo è semplicissimo: se, come par di capire - e come hanno capito Gotor e quasi tutti i commentatori -, la consultazione popolare serve soltanto ad individuare il candidato premier, ed il programma sarà elaborato in un secondo momento (ma a partire dalle linee guida!), l’autocandidatura del presidente pugliese comporta, nei fatti, l'accoglimento dei principi della Magna Charta bersaniana, che lasciano poco spazio a crociate “antiliberiste”. Anche nell’evenienza di un suo (improbabile) successo, il candidato Vendola si ritroverebbe ostaggio nella grande casa del PD che, come partito di maggioranza relativa, non avrà difficoltà a far passare il proprio punto di vista – che, sotto sotto, è quello montiano. Ecco perché, ammesso che il leader di SeL sia in buona fede, le primarie sono per lui una trappola mortale: nella migliore delle ipotesi, lo incoronerebbero “re che non governa”, visto che (lo prevede la famigerata carta!), la risoluzione di controversie riguardanti singoli atti del futuro esecutivo sarà demandata a una votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta.
Insomma, nel preciso momento in cui si chiede di partecipare alle primarie si consegna la vittoria al Partito Democratico, e si acconsente ad una riedizione del montismo, eventualmente sotto mentite spoglie.
Lo stesso discorso vale, ovviamente, anche per le elezioni locali: l’esperienza insegna che, quando ad imporsi è un outsider, la rodata macchina organizzativa del PD non ha eccessivi problemi ad assimilare l’intruso, il cui exploit, tra l’altro, raramente si traduce in una messe di voti per il partito che l’ha espresso.
E’ palese, in sintesi, che primarie così congegnate sono, per la sinistra, più dannose che utili: vanno pertanto rifiutate, perché non è mai successo che il cliente-pollo vinca al gioco delle tre carte. E’ questo che intendevo quando, in un post contestassimo, scrissi che accettarne le regole equivale a sottomettersi alla “dittatura piddina”.
Il discorso cambierebbe radicalmente se, anziché a scegliere il candidato, il popolo di (centro)sinistra venisse chiamato ad esprimersi su un programma di legislatura (o di consiliatura) – se cioè le forze costituenti l’alleanza presentassero varie proposte alternative.
A primarie siffatte la sinistra avrebbe tutto l’interesse a partecipare, per provare ad impedire che il montismo si “costituzionalizzi” nel nostro Paese. Cosa dovrebbe contenere questo benedetto programma? Beh, temi e ricette sono sul tavolo da tempo: bisognerebbe porre riparo ai guasti del Governo Monti, cancellando le norme più vessatorie in materia pensionistica, intervenendo sul precariato per riaffermare la regola del tempo indeterminato, ripristinando l’articolo 18, denunciando il patto leonino chiamato fiscal compact (che significa 50 miliardi di risparmi annui, e dunque l’asfissia del welfare) e sterilizzando le innovazioni apportate all’articolo 81 della Costituzione. Mica finisce qua: andrebbe studiata, nel dettaglio, una patrimoniale sulle grandi ricchezze, prevedendo sanzioni dissuasive per gli immancabili furbi; andrebbe reintrodotta la distinzione tra banche commerciali e di investimento, provvedendo a mettere le prime sotto controllo pubblico; toccherebbe introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie, vietare le operazioni sui derivati e, in un primo momento, le vendite allo scoperto; andrebbe redistribuito il carico fiscale a vantaggio dei ceti medio-bassi, e così via.
Tra questa impostazione e quella bersaniana non ci sono, chiaramente, punti di contatto, sono radicalmente alternative – è perciò impossibile che il Partito democratico accetti una competizione basata su tali presupposti, col rischio di dover rinnegare una fede liberista abbracciata ben prima che il Governo Monti vedesse la luce. Per i democratici il perimetro di un futuribile centro-sinistra moderato è definito dalla carta citata prima, e indietro non si torna: Bersani e compagnia sono tanto ossequiosi nei confronti di Napolimonti, delle tecnostrutture europee e dei mercati quanto autoritari e sbrigativi verso i partner di minoranza. Prendere o lasciare, dunque: primarie fasulle o niente!
Invero, la strada del dialogo è resa impraticabile dalla presenza di due visioni antitetiche, tra le quali non esiste un minimo comune multiplo: per i conservatori liberisti (PD, UDC, FLI, PDL ecc.) il montismo è la cura, per la sinistra (SeL, FdS, Sinistra socialista ecc.) è uno dei sintomi del male.
Per questi motivi, e non certo per “settarismo”, la sinistra deve andare avanti da sola, facendo il possibile – in una situazione propizia in quanto eccezionale – per diventare maggioranza. Quanto alle alleanze, bisogna guardare non ad un passato remoto, ma al presente, al qui e ora: se un giustizialista dalla mentalità poliziesca come Di Pietro contesta, in Parlamento, provvedimenti indigeribili e si comporta di conseguenza (ad esempio, raccogliendo le firme per un referendum abrogativo del “nuovo articolo 18”), si potrà coinvolgerlo nella discussione, senza presumere iuris et de iure [1] la sua malafede; disco rosso invece per chi, pur provenendo da rassicuranti tradizioni socialcomuniste, sacrifica sull’altare dell’utilità (propria) valori e diritti non negoziabili.
Ci dicono che SeL ha un ottimo programma: bene, chieda al PD di fare le primarie sulle ricette, non sulle facce. Incassato un tonante no, Vendola e i suoi dovranno decidere se appallottolare le paginette e gettarle nel cestino oppure sbattere la porta, e dare un contributo alla nascita di una Sinistra di governo che, più che di protagonisti, ha bisogno di idee chiare.
Concludo con le parole assai appropriate di Giorgio Cremaschi, che faccio mie: “le prossime elezioni devono vedere in campo un fronte che da sinistra costruisca una alternativa a Monti e a chi lo sostiene e lo sosterrà. Chi ha approvato le misure di questo governo sulle pensioni, sull'articolo 18, sui tagli allo stato sociale è concretamente liberista, caro Nichi, e il principale partito che lo ha fatto è il PD”.
 
 [1] Cioè senza ammettere prova contraria.

martedì 7 agosto 2012

Sindacati alle cozze e classe operaia in «u tre rote»



di DAVIDE COBBE & DEVI SACCHETTO 
Quando Maurizio Landini, il segretario generale della Fiom, prende la parola di fronte ai circa 2500-3000 operai dell’Ilva che affollano piazza della Vittoria a Taranto, 2-300 persone riunite nello spezzone dei «Cittadini e lavoratori liberi e pensanti» fanno il loro ingresso rumoroso. La loro moto-ape a tre ruote – dotata di una forza paragonabile a quella dei grandi mostri cingolati degli eserciti, ma attrezzata solo con casse e microfono – ospita a bordo cinque operai assai arrabbiati, e si sistema a non più di venti metri dal palco,continuando a gridare slogan contro il padronato, ma soprattutto contro sindacalisti e autorità appollaiate in tribuna. Non sventolano bandiere, solo uno striscione alle loro spalle: «Sì ai diritti, no ai ricatti: salute, ambiente, reddito occupazione». Nessuno li contrasta, nessuno ne chiede l’espulsione dalla piazza, e intanto gridano slogan: la gran parte degli operai è attenta a che cosa hanno da dire, riconoscendoli come compagni di lavoro. Non c’è rottura operaia, come titolano felici i quotidiani l’indomani. Uova e transenne che volano rimangono nella testa solo di qualche giornalista prezzolato. È una contestazione a viso aperto, di una parte di operai e studenti che in questa piazza riscuote consenso. La tensione nella piazza operaia inizia a salire solo quando poliziotti e carabinieri in assetto anti-sommossa si muovono rinforzando la protezione al palco. Gli operai irruenti e incazzati rimangono fermi lì nel bel mezzo della piazza, gridando i loro slogan e pretendendo di poter parlare dal palco. Non una grande richiesta. Nessuna concessione, però, ma solo mute risposte come quella data il giorno prima dai dirigenti sindacali al gruppo di operai che, con un fax, chiedeva di poter intervenire dal palco. Per una buona mezzora l’impasse è generale: Cgil-Cisl-Uil prima dichiarano chiusa la manifestazione, quindi invitano tutti gli operai a spostarsi nella piazza a lato, ma nessuno si muove. A quel punto gli irruenti decidono di tenere il loro breve comizio da sopra «u tre rote». Essi rivendicano sostanzialmente di non esser più costretti a scegliere tra il diritto alla salute e il diritto al lavoro, come hanno fatto negli ultimi cinquant’anni. Accusano i sindacati confederali di averli lasciati nella solitudine e nell’isolamento e di aver contrastato le poche forme di auto-organizzazione che sono cresciute nel corso di questi anni dentro all’Ilva.
Diversamente da come viene rappresentata, questa giornata tarantina è un momento liberatorioUn sindacato che nel suo complesso viene delegittimato e costretto alla resa, ma che da domani inizierà di nuovo a lavorare, in larga parte, per la continuazione della produzione, finendo così per sostenere, direttamente o indirettamente, le ragioni del padronato, qui rappresentato da uno degli ultimi padroni delle ferriere, Emilio Riva. Una produzione che si vorrebbe eco-compatible, come scrive la Confcommercio sui manifesti appiccicati alle vetrine dei negozi del centro cittadino e come dichiarano in un sol coro i tre segretari confederali. Cataldo Ranieri, uno di questi irruenti operai, afferma invece: «Noi non possiamo far vedere che abbiamo paura che chiudano lo stabilimento, non abbiamo più paura perché abbiamo conosciuto la morte». La contrapposizione tra lavoro e salute qui sembra posta più dalla sinistra produttivista che dalla destra: «prima il lavoro e poi la salute». Qualche giornalista di Rai 3, forse forte del cognome che porta, aveva già provato qualche giorno fa a mettere all’angolo questi operai chiedendo loro se vogliono che l’Ilva chiuda o che rimanga aperta, cioè – come essi stessi riassumono – se vogliono morire di fame o di cancro. Allora come adesso, essi rispondono candidamente di essere solo operai, di voler vivere e guadagnarsi il pane senza mettere in pericolo la salute: «non sono un politico e non mi occupo di politica», dice senza paura di contraddirsi uno di loro.
Piuttosto, si occupano della loro esistenza operaia: «E ora metteteci anche il tumore nella busta paga» grida Cataldo Ranieri. Quarantadue anni, quattordici di Ilva, otto di tessera Fiom, ora alla Fim da due settimane per ottenere l’assistenza legale per le contestazioni disciplinari. Due figli e una moglie precaria in un call center della città. È lui che i giornalisti identificano come il leader, e che circondano appena scende dal pericoloso strumento squadrista «u tre rote». Il rifiuto degli operai di occuparsi dell’interesse generale, o peggio degli affari del padrone, svela l’ideologia di cui si riveste ampia parte della sinistra in Italia. Mentre, dal palco, Susanna Camusso chiude questa giornata, con gli ormai pochi operai rimasti in piazza, ripetendo il ritornello tanto caro a questi sindacati, oltre che al padronato: il risanamento si dovrà fare con gli impianti in marcia. Un sindacato che si sente in dovere di suggerire al padronato come fare il suo mestiere ha già perso la battaglia culturale, oltre che politica. Intanto, nella stessa giornata, gli impianti, al solito, funzionano come sempre e la banchina del porto i riempiva di laminati.
Su questi operai irruenti la sinistra di questo paese, centrali sindacali comprese, ha già emesso la sentenza: Cobas, estremisti, centri sociali, no-global. Un intellettuale di sinistra sulle pagine locali di un quotidiano nazionale li bolla addirittura come squadristi e utili idioti che non sanno far altro che sfasciare, perché privi di un vocabolario della politica, pieni di incultura. Ohibò! Squadristi organizzati in «u tre rote» affittato per 100 euro da «Antonio u’ siciliano – Traslochi», che lo guida e che nel frattempo si fa un po’ di pubblicità: fa più sorridere che paura. Forse sarebbe il caso di morire di tumore in silenzio per 1.200 euro al mese, lasciando al sindacato la contrattazione. E questi non sono neppure lavoratori migranti sindacalmente ‘ingenui’ che cercano di auto-organizzarsi, come l’anno scorso a Nardò, cento chilometri più a sud. Nelle poche grandi fabbriche del sud, i migranti non sono mai entrati perché il padronato sceglie sempre la sua forza lavoro.
Nell’incapacità di comprendere le trasformazioni che stanno avvenendo non solo a Taranto, ma in tutto il paese, sembra che sia necessario ricorrere a formule facili. Propaganda. Ma questi operai con «u tre rote» entrano nelle contraddizioni profonde delle varie sinistre di questo paese. Chissà cosa avrà pensato Maurizio Landini, che accusa questi lavoratori di voler vivere solo di sussidi statali invece di difendere il proprio posto di lavoro, delle dichiarazioni dei centri sociali del nord-est che plaudono alle iniziative degli operai e cittadini. In molti, sembra di capire, rimangono smemorati. Da queste parti il lavoro rimane ‘a fatia – la fatica –, come davanti a un giornalista si lascia scappare uno di questi irruenti, salvo subito correggersi. No, non è il bene comune, anche se con una disoccupazione che tocca il 30% ognuno cerca di farsi sfruttare, magari senza dover crepare faticando. Fa specie leggere come i leader sindacali ritengano che gli irruenti operai e cittadini avrebbero dovuto organizzarsi una loro manifestazione, quasi che gli operai siano un corpo staccato. Stefano Sibilla, un altro di questi operai, ha le idee piuttosto chiare: «Qua non c’è un’idea di lavoratori divisi. L’idea di lavoratori divisi è solo grazie ai sindacati. Quando un segretario [quello della Fim locale] esordisce a un’assemblea [il giorno prima dello sciopero] di quattromila persone, dicendo che occorre portare solidarietà agli otto arrestati [dirigenti dell’Ilva], che sono quelli che ci hanno sottomesso, che ci hanno minacciato, che ci hanno avvelenato, è un sindacato che o non capisce che il cuore dei suoi lavoratori sta per esplodere o è troppo attaccato al padrone per tradirlo. Non serve che io mi arrabbi: i sindacati di Taranto non funzionano». Che un pezzo di sindacato, così come capi e capetti, sia strettamente connesso al padronato non è certo una novità. Qui forse però bisognerebbe capire le varie responsabilità in tutta questa storia di silenzi e insabbiamenti, su cui i giornalisti come troppo spesso accade in questo paese o sono distratti o sono collusi.
Le etichettature con cui si prova a isolare questa esperienza danno la misura non solo del malessere, ma anche della veloce crescita di consapevolezza e di protagonismo sia operaio sia di una parte importante della popolazione che si nota in questa città. Una classe operaia che fino a pochi giorni fa, trascinata da qualche sindacato complice e da qualcun altro forse troppo silenzioso, sosteneva le ragioni del padrone, e che è sempre stata considerata un po’ «teppa», magari perché assunta tramite le raccomandazioni sindacali, in particolare della Uil, oppure attraverso la parrocchia. Una classe operaia metà contadina e metà sottoproletariato che va allo stadio, invece di frequentare i salotti culturali e di mantenere l’ordine durante le manifestazioni. Una classe operaia meridionale che ha cercato un lavoro in loco per non ripercorrere la dura strada dell’emigrazione. Certo è una classe operaia che non sembra ancora entrata nella post-modernità e non ha certo le stigmate della lotta di classe della gloriosa Mirafiori. Forse c’è giunta con quarant’anni di ritardo, ma sta ponendo ancora una volta la questione dell’irrisarcibilità della condizione operaia provando a unire quanto è solitamente disunito, vale a dire le questioni della produzione di beni e della riproduzione umana.
Il sistema di lavoro all’Ilva consuma a brano a brano la vita umana dei lavoratori come degli abitanti. È su questa irrisarcibilità che sembrano cercare di fare fronte comune questo pugno di studenti, operai e disoccupati per costruire un proprio percorso politico autonomo. Capiscono cosa fanno, capiscono cosa sono. Non sono «dipendenti asserviti al padrone», come sono stati definiti con le migliori intenzioni. La frettolosa proposta di un reddito di cittadinanza velocemente riemersa non risponde nemmeno lontanamente a quanto sta succedendo, perché questi operai stanno già lottando contro il salario, quale misura del loro lavoro e della loro vita. Non sono una «moltitudine oscura e desiderosa di servitù volontaria» a spasso tra i secoli. Negli ultimi giorni hanno fatto un gran salto rispetto solo a qualche giorno fa. Un salto di classe.

domenica 5 agosto 2012

L'impossibile patto tra lupo e agnello



di Leonardo Boff

Dopo la festa, possiamo dire: il documento finale della Rio +20 presenta un menù generoso di suggerimenti e di proposte, senza nessun obbligo, con una dose di buona volontà commovente ma con una ingenuità analitica spaventosa e, direi, persino deplorevole. Non è una bussola che segna il «futuro che vogliamo» ma la direzione di un abisso. Tale risultato tronfio è un tributo alla credenza quasi religiosa che la soluzione dell’attuale crisi sistemica si trova nel veleno che l’ha prodotta: nell’economia. Non si tratta di economia in un senso trascendentale, come quella istanza che, in un modo o nell’altro, garantisce le basi materiali della vita. Ma dell’economia di tutti i giorni, quella realmente esistente che, negli ultimi tempi ha colpito tutte le istanze rimanenti (la politica, la cultura, e quella ’etica) e si è istallata sovrana come unico motore che fa andare la società. È la «Grande Trasformazione che già nel 1944 l’economista nordamericano di origine ungherese, 

Karl Polanyi, denunciava vigorosamente. Questo tipo di economia copre tutti gli spazi della vita, si propone di accumulare ricchezza fino a non poterne più, strappando a tutti gli ecosistemi, fino al loro inserimento, tutto ciò che sia commerciabile e consumabile, mantenendosi in piedi attraverso la più feroce competizione. Davanti a questo caos, Ban Ki Moon, segretario generale dell’Onu, non si stanca di ripetere all’apertura delle conferenze: stiamo davanti all’ultima opportunità che abbiamo di salvarci. Enfaticamente nel 2011 a Davos, davanti ai «Signori del denaro e della guerra economica» dichiarò: “L’attuale modello economico mondiale è un patto di suicidio globale”. Albert Jacquard, noto genetista francese, ha intitolato così uno dei suoi ultimi libri: “Il conto alla rovescia è già cominciato?” (2009). Quelli che prendono le decisioni non danno la minima attenzione agli allarmi della comunità scientifica mondiale. Non si era mai visto uno scollamento tra scienza, politica e etica da una parte e economia dall’altra come ai nostri giorni. Questo mi riporta al commento cinico di Napoleone dopo la battaglia di Eylau al vedere migliaia di soldati morti sulla neve: “Una notte di Parigi compenserà tutto questo”. Loro continuano a recitare il credo: un po’ ancora di questa conomia, e presto usciamo dalla crisi. È possibile il patto tra l’agnello (l’ecologia) e il lupo (economia)? Tutto indica che è impossibile. Potete affibbiare tutti gli aggettivi che volete al tipo di economia in vigore, ‘sostenibile’, ‘verde’ e altri che però non ne muteranno la natura. Loro immaginano che limare i denti al lupo gli toglie la ferocia. Ma questa risiede non nei denti ma nella sua natura. La natura di quest’economia è volere crescere sempre, a dispetto della devastazione del sistema-natura e sistema-vita. Non crescere significa condannarsi a morire. Il fatto è che la Terra non ne può più di questi assalti sistematici a i suoi beni e servizi. A questo aggiungiamo l’ingiustizia sociale, altrettanto grave quanto l’ingiustizia ecologica. Un ricco ‘medio’ consuma 16 volte più che un povero ‘medio’.
Un africano ha 30 anni di aspettativa di vita meno di un europeo (Jaquard, 28). Davanti a tali crimini come non indignarsi e non esigere un cambiamento di direzione? 
La Carta della Terra ci offre una direzione sicura: “Come mai prima di adesso nella storia, il destino comune ci chiama a raccolta per trovare un nuovo inizio. 
Questo richiede un cambiamento nella mente e nel cuore; esige un nuovo senso di interdipendenza globale, di responsabilità universale… per raggiungere un modo sostenibile di vita ai livello locale, nazionale, regionale e globale” (finale). Mutare la mente implica un nuovo modo di guardare la Terra non come il “mondo-macchina” ma come un organismo vivo, la Terra-madre alla quale sono dovuti rispetto e cura. Mutare il cuore significa superare la dittatura della ragione tecnico-scientifica e riscattare la ragione sensibile dove risiede il sentimento profondo, la passione per il cambiamento dell’amore e il rispetto per tutto quello che esiste e vive. Al posto della concorrenza vivere nell’interdipendenza globale, altro nome per la cooperazione al posto dell’indifferenza, la responsabilità universale, cioè, decidere di affrontare insieme il rischio globale. Valgono le parole de del Nazareno: “Se non vi convertirete, perirete tutti” (Lc 13,5).

Leonardo Boff è autore di Proteggere la Terra-curare la vita. Come evitare la fine del mondo, Record 2011.

mercoledì 1 agosto 2012

Come uscire dalle secche di Taranto: una prova di maturità per la sinistra



 di Riccardo Achilli


I fatti recenti dell’acciaieria ILVA di Taranto sono di estrema importanza; sono un vero e proprio banco di prova per la sinistra italiana. Politicamente, infatti, la sinistra si trova, di fronte a tali eventi, fra l’incudine ed il martello di due valori fondanti della sua identità: la tutela del lavoro e dell’ambiente. In qualche modo, la forma con cui la sinistra uscirà da tale dilemma potrà disegnarne il profilo programmatico per i prossimi anni.
La posizione di chi reclama che siano contemporaneamente difesi i posti di lavoro e realizzati investimenti di messa in sicurezza ambientale dell’impianto è l’unica posizione possibile, anche se richiede uno slancio di politica industriale e di lungimiranza molto superiore alla minimizzazione del problema dell’inquinamento dello stabilimento di Taranto che è stata sempre fatta dalla politica nazionale, da quella regionale e da quella locale. Un impianto siderurgico a ciclo integrale tradizionale, come quello di Taranto, è una della realtà industriali più inquinanti al mondo. Il parco minerali genera polveri sottili di ferro e carbone; il sinteraggio e pellettizzazione del minerale di ferro genera diossina e piombo; i forni di cottura del carbon coke producono idrocarburi policiclici aromatici, in particolare benzene, ma anche toluene e xileni; i fumi di altoforno sono densi di monossido di carbonio e zolfo, mentre la ghisa liquida che ne esce produce slopping; il trattamento Lf (ladle furnace) produce solfuro di magnesio e zolfo; i convertitori ad ossigeno che trasformano la ghisa liquida in acciaio generano monossido di carbonio ed anidride carbonica. L’acqua di raffreddamento dell’altoforno e di raffreddamento delle colate di lingottiera  si contamina di metalli pesanti, ammoniaca, fenolo, cianuri. E sin qui stiamo parlando solo della parte di stabilimento che la magistratura tarantina ha messo sotto sequestro! I treni di laminazione, poi, sono un’altra bomba ad orologeria, non ancora sotto la lente dei magistrati, ma che prima o poi saranno oggetto di attenzione: producono inquinamento acustico, ma anche pericolosissimi fumi metallici inalabili dagli operai, radiazioni infrarosse ed ultraviolette che possono produrre danni permanenti agli occhi, nonché sfridi di lavorazione di acciaio. 
In queste condizioni,  non è sufficiente, per la politica nazionale e regionale, chiedere a Riva di fare qualche investimento ambientale compensativo, tanto per potersi garantire il dissequestro degli impianti, ripartire con il “business as usual”, e rimettere la testa sotto la sabbia, aspettando che, fra qualche anno, il problema scoppi nuovamente, perché qualche investimento ambientale sulle macro-emergenze non risolve certo il problema complessivo dell’inquinamento di uno stabilimento siderurgico a ciclo integrato tradizionale come quello tarantino. Anche perché, da quanto sta emergendo dall’inchiesta, sembra che la dirigenza dello stabilimento rispettasse le norme ambientali di giorno, ma non di notte.
Occorre che la politica chieda di più, sapendo che Riva deve proprio all’impianto di Taranto, il più grande d’Europa, se il suo gruppo è ventunesimo al mondo per produzione di acciaio nel 2011, e secondo in Europa dopo Thyssen Krupp, in un settore in cui le economie di scala, e quindi i volumi produttivi, sono una variabile competitiva fondamentale. I rischi reali di una delocalizzazione produttiva, al di là di minacce strumentali, sono bassi; tra l’altro, oltre alle dimensioni produttive strategiche, l’impianto di Taranto presenta specificità (la vicinanza al mare, l’elevatissimo livello di qualificazione professionale di una manodopera che da oramai mezzo secolo lavora nel settore, tra l’altro una manodopera giovane, grazie all’investimento effettuato nel 2005, la produzione di una ampia gamma di prodotti, anche per utilizzi speciali, come i tubi, i nastri elettrozincati, i nastri a freddo, la presenza del centro studi del gruppo) che non consentono di immaginare facilmente una delocalizzazione. Peraltro, qualora vi fossero reali rischi di delocalizzazione a seguito della richiesta di investire in protezione ambientale, un Governo serio, che non intende privarsi della produzione di acciaio, vitale per la nostra economia, dovrebbe semplicemente procedere alla nazionalizzazione dell’impianto.
Occorre andare oltre ad un investimento compensativo  dell’impatto ambientale dello stabilimento attuale. Occorre avere una politica industriale ed ambientale che riconfiguri strutturalmente l’assetto produttivo dell’ILVA. Perché ci sono tecnologie siderurgiche moderne che abbattono in modo considerevole le emissioni inquinanti, di fatto andando oltre ogni effetto positivo che un mero investimento compensativo, sullo stabilimento oggi esistente e con le attuali tecnologie, può conseguire. La tecnologia FINEX, impiegata dalla sud coreana Posco (quarto maggiore produttore mondiale) nell’acciaieria di Pohang (il cui volume produttivo è addirittura superiore a quello di Taranto; Pohang ha una capacità produttiva media annua di 13 milioni di tonnellate di acciaio, contro i 9,5 milioni di Taranto) ha radicalmente cancellato dal ciclo produttivo due delle fasi più pericolose in termini di inquinamento: il sinteraggio del minerale di ferro e la cokefazione del carbone. Tale tecnologia, infatti, che impiega direttamente il minerale di ferro e la polvere di carbone, riduce l'inquinamento (90% in meno di sostanze tossico-nocive e 98% in meno di contaminazione dell'acqua), ma ha anche un risvolto positivo per l’azienda, poiché riduce anche il consumo di energia e i costi di produzione (meno 15%). Dovrebbe quindi essere interesse della stessa azienda adottare tali innovazioni tecnologiche, atteso che, nelle condizioni attuali e future del mercato siderurgico, il calo dei prezzi di vendita rende indispensabile risparmiare sui costi di produzione per recuperare margini di redditività. Basti pensare che il prezzo alla tonnellata della billetta di acciaio mercantile, che era di 1.000 dollari a fine 2007, a luglio 2012 oscilla attorno ai 360 dollari. Il coil, uno dei prodotti principali dell’ILVA di Taranto,  passa da un prezzo di circa 650 euro a tonnellata nel 2007 ad uno di 460 euro a tonnellata a fine 2011.
Un’altra tecnologia, la COREX, che impiega direttamente il minerale ferroso grezzo, come esce dalla miniera, e il carbone grezzo, è installata nello stabilimento cinese di Shangai. Garantisce una riduzione dei costi fino al 20% ed un notevole vantaggio ambientale con l'eliminazione, come nel caso della tecnologia Finex, dei due impianti più inquinanti in assoluto: cokerie. Per dare un dato concreto, mentre il processo tradizionale cokerie - sinterizzazione - altoforno produce circa 1,4 Kg di anidride solforosa per ogni tonnellata di ghisa, il processo Corex ne produce solo 40 grammi (misurazioni effettuate in Renania). Analoghi vantaggi riguardano la riduzione delle emissioni di CO2.
Oggi, proprio perché lo stabilimento è posto sotto sequestro, si ha una straordinaria, e forse ultima occasione, per poter fare un simile investimento, che risolverebbe definitivamente il problema di Taranto. Infatti, la riattivazione degli altiforni sequestrati, dopo il loro eventuale spegnimento a seguito di provvedimenti della magistratura, comporterebbe circa 8 mesi di lavoro, con un costo notevole, molti mesi di mancato fatturato per l’azienda, rischi rilevanti di collasso, in fase di riattivazione, degli altiforni spenti, che potrebbero addirittura esplodere come enormi bombe. Evidentemente, la scelta di riattivare gli altiforni, e quindi il processo produttivo tradizionale, dopo aver effettuato gli investimenti ambientali compensativi, sarebbe del tutto antieconomica (solo per spegnere in sicurezza un altoforno, garantendosi la possibilità di riutilizzarlo, occorre spendere circa 200 Meuro, e lo stabilimento di Taranto ne ha 5; un discorso non dissimile vale per lo spegnimento e la riattivazione dei forni di cokeria).
Varrebbe invece la pena di utilizzare la forza-lavoro dello stabilimento per smantellare progressivamente gli altiforni, spegnendone uno per volta e mantenendo gli altri accesi, in modo da garantire la continuità produttiva dell’impianto mentre si introducono i nuovi forni delle nuove tecnologie di fusione diretta sopra descritte e si fa la formazione al personale per l’utilizzo di tale nuova tecnologia, e poi ripartire con un ciclo produttivo finalmente pulito. Lo Stato e la Regione, anche con fondi strutturali, potrebbero garantire la formazione professionale degli addetti ed eventuali periodi di CIG in deroga. Un pool di banche potrebbe garantire credito a lunga scadenza per l’investimento di ammodernamento dell’impianto, mentre il Governo potrebbe offrire garanzie pubbliche per abbattere il costo del finanziamento a favore dell’ILVA, anche costituendo un fondo patrimoniale speciale in cui far confluire parte del patrimonio pubblico che si intende alienare, e negoziando positivamente tale regime di aiuti con la Commissione Ue, stante l’eccezionalità della situazione occupazionale ed economica dell’area tarantina. Qualora il negoziato sulla notifica del regime di aiuti non andasse in porto, il Governo potrebbe varare un fondo di garanzia pubblico su investimenti, generalizzato per tutte le imprese del settore siderurgico, oppure un fondo di garanzia pubblico su tutti gli investimenti in nuove tecnologie produttive rispettose dell’ambiente, in tutti i settori, che quindi non correrebbe il rischio di essere bocciato per aver violato il principio comunitario della concorrenza. Di tale regime ovviamente  si gioverebbe in primis proprio l’ILVA, sull’investimento da realizzare. E’ appena il caso di dire che se l’ILVA rifiutasse tale programma, lo stabilimento di Taranto verrebbe nazionalizzato.  
Certo, tali tecnologie implicano un importante investimento in riconfigurazione complessiva dell’impianto, poiché occorre mandare in pensione l’altoforno, per utilizzare forni di fusione concepiti in modo diverso.  E comportano anche riduzioni di personale: la chiusura della cokeria e dello stabilimento di sinterizzazione, ma anche la riduzione dei flussi logistici interni allo stabilimento, inevitabilmente producono un minore assorbimento occupazionale. Ma si potrebbe gestire socialmente tale minore occupazionale costruendo strumenti ad hoc, anche in deroga alla normativa vigente, per mandare in prepensionamento il poco personale più anziano (oggettivamente il lavoro in acciaieria è altamente usurante) e per riutilizzare la parte di stabilimento resa libera dalla chiusura delle aree di sinterizzazione e cokeria, opportunamente bonificata,  per attrarre nuove attività produttive, diverse da quelle siderurgiche, in cui rioccupare il personale non prepensionabile.
Tutto ciò però richiede che la politica riprenda una capacità di fare politiche industriali, ed il coraggio di non mettere la testa sotto la sabbia, come fatto sinora, sperando che i problemi si risolvano da soli. Occorre recuperare una politica lungimirante, che sappia coniugare ambiente e lavoro. Altro che le dichiarazioni di Clini, che scarica gli effetti devastanti dell’acciaieria sul passato, e che mistifica la realtà, dando a bere all’opinione pubblica che con qualche investimento compensativo, e con l’attuale assetto del ciclo produttivo, Taranto possa rientrare entro 4 anni nei limiti della legislazione europea. Clini infatti fa finta di non capire che gli sversamenti notturni di fumi inquinanti da parte dello stabilimento, accertati da “eloquente e impressionante documentazione filmata e fotografica del Noe sul reparto agglomerato”, nonché da “risultati della perizia medico-epidemiologica sui quali non si può avanzare alcun serio dubbio”, come riferisce il magistrato inquirente, sono assolutamente coerenti con le caratteristiche produttive e tecnologiche dello stabilimento così come è oggi, e non possono essere eliminati se non modificando radicalmente tali caratteristiche.

Stampa e pdf

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...