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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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martedì 18 settembre 2012

«FABBRICA ITALIA» AL CAPOLINEA, PROGETTO MARCHIONNE AVANTI TUTTA!



di Lorenzo Mortara

Delegato Fiom-Cgil


L’annuncio dell’abbandono del progetto Fabbrica Italia da parte della Fiat ha lasciato stupiti solo gli illusi. Non ci voleva molto a capire che la grandeur del manager italo-canadese Marchionne si sarebbe schiantata contro la dura realtà. Deridere oggi chi gli è andato dietro è un po’ come sparare sulla croce rossa e rischia di far apparire il Fronte del No e del “ve l’avevamo detto” come il vincitore della contesa, quando in realtà la battaglia, nonostante l’arresto o meglio la riformulazione del progetto, pende ancora tutta a favore dell’uomo col maglioncino. Infatti, chi ha detto Sì al progetto, dai sindacati gialli ai politici alla Renzi, non l’ha fatto certo perché abbia creduto nell’idea, ma solo per fedeltà ai padroni a cui si è sempre offerto come umile servitore. È inutile quindi sperare in un loro ravvedimento. Il Capitale passerà da un progetto all’altro, avendoli sempre al guinzaglio come docili cagnolini. Dal loro punto di vista di leccapiedi, dunque, l’appoggio a Marchionne non è stato un errore, ma una scelta precisa di campo. Misurare invece Fabbrica Italia in base alla propaganda fattane da Marchionne è l’errore continuo del campo avverso, Fiom in testa. L’errore è duplice, primo perché impedisce di affrontare il nocciolo del problema che affligge i lavoratori, secondo perché in fondo legittima il progetto, in quanto lo sconfessa soltanto perché non realizzato. Il fatto è che, per noi operai, il progetto Fabbrica Italia non sarebbe mai andato bene, nemmeno se si fossero realizzate le più rosee previsioni di Marchionne. Inoltre, per la Fiom, rientrare in Fiat significa precisamente sconfiggere il progetto Marchionne. Il ritiro di Fabbrica Italia, dunque, dovrebbe essere salutato dalla Fiom come una vittoria, invece Landini e compagni hanno commentato amaramente l’annuncio del ritiro del progetto, segno che il tramonto di Fabbrica Italia non è proprio una sconfitta per la Fiat. Qua, infatti, abbiamo di fronte la fine del progetto e la Fiom ancora fuori dalle fabbriche. Qualcosa insomma non torna. Perché anche se Fabbrica Italia perde una sfida impossibile lanciata dalla sua propaganda, Marchionne vince l’unica che ha combattuto davvero, quella a favore del profitto. Magari non la stravince come avrebbe voluto, ma comunque per ora la vince. Vediamo come.



PROPAGANDA PADRONALE E CONTROPROPAGANDA SINDACALE

Prendere sul serio la propaganda dei padroni per poi impallinarli quando la realtà non si mostra all’altezza delle loro sparate, è lo sport preferito della burocrazia sindacale quando le scelte del Capitale la mettono all’angolo senza via d’uscita. In fondo è il modo più semplice per avere sempre ragione senza dover mai rendere conto dei propri torti. Più le sparano grosse i capitalisti, più la critica senza mordente della burocrazia avrà lo stesso ragione. In questa maniera, la burocrazia ottiene, cosciente o meno, quello che in fondo vuole: aderire al sistema capitalistico dietro una leggera vernice di contrapposizione. Se la cava con poco insomma, qualche scaramuccia verbale coi padroni, un po’ di polemica in televisione e tanti sermoni stucchevoli sulla democrazia, i diritti, la Costituzione e fantomatici nuovi modelli di sviluppo sostenibile che non vedranno mai luce, nonostante l’innaffiamento continuo e abbondante delle sue lacrime.
Addetto a questo tipo di critica al padronato, la Fiom ha messo Airaudo, specialista nel settore, più che in quello dell’auto. Da quando la Fiat ha tirato fuori dal cassetto Fabbrica Italia, Airaudo non ha smesso per un minuto di sostenere che la Fiat un piano industriale non ce l’ha, nonostante la strana pretesa che l’insediamento del Governo Monti coincidesse col primo Governo della Storia della Repubblica borghese in grado di farglielo tirare fuori. Delle due l’una: o Marchionne un programma ce l’ha, e allora può tirarlo fuori benissimo da solo, senza bisogno dell’aiuto dei suoi tecnici, oppure se non ce l’ha è inutile chiedere al Governo che gli faccia tirar fuori dal cassetto un fantasma. Eppure, nonostante queste assurdità, ora che Fiat ha ritirato il progetto, Airaudo sarà ancora più convinto di aver avuto ragione. E poiché già prima era un’impresa fargli capire che aveva torto, ora non basterà un miracolo, tanto più che Landini gli dà corda chiamando in soccorso Sua Santità il Governo che accusa dell’assenza di una vera politica industriale. Morale: da Marchionne al sindacato, dal sindacato al Governo, il problema rimpalla a tutti tranne che ai lavoratori, con l’unica differenza che se padroni e Governo hanno le loro ragioni per non vedere manco di striscio i lavoratori, il sindacato ha il torto marcio di strisciare ciecamente attorno alla pietà del Governo senza mai puntare sulla lotta dei lavoratori. Così non andremo da nessuna parte, perché è ai lavoratori che bisogna rivolgersi, non ai governi. Quando la Fiom lo farà, scoprirà di non aver bisogno di interpellare padroni e loro manovalanza parlamentare per capire i piani industriali dei capitalisti. Un buon sindacato o li capisce da sé o non capirà mai niente di piani industriali, nemmeno qualora gli industriali si degnassero di spiegarglieli davvero per filo e per segno.
Quando i sindacati accusano i padroni di non aver un piano industriale oppure i governi di non aver una vera politica industriale, dicono semplicemente che padroni e governi non hanno né piani né politiche industriali per i salariati. E in effetti padroni e governi non hanno progetti per i salariati per la semplice ragione che i loro piani industriali sono tutti studiati appositamente per il profitto. Non sono però padroni e governi borghesi a dover avere piani industriali per mantenere i salariati, questo compito spetta o dovrebbe spettare ai sindacati, ai rappresentanti diretti dei lavoratori. E sono loro che devono o dovrebbero imporli ai padroni. Se ne hanno la forza, ovviamente, perché se non ce l’hanno dovrebbero avere almeno la dignità di non implorare padroni e governi perché facciano in vece loro, il ruolo che non sanno più svolgere da tanto tempo. È tanto elementare che da Landini alla Camusso a Ferrero, tutti invocanti il Governo risolutore, i nostri rappresentanti continuano a non passare l’esame...
Se è vero che dal punto di vista dei salariati, padroni e governi non hanno un piano industriale, se passiamo ad esaminare il progetto Fabbrica Italia per quello che è, non per la sua propaganda, scopriremo che dal punto di vista del profitto non è affatto quel fallimento che può apparire a prima vista.



MARX E MARCHIONNE

Finché ci si metterà in testa un’idea di capitalismo non suffragata da niente, sarà facile bocciare ogni progetto del Capitale come un errore. In fondo il sindacato fa proprio questo: stabilisce a priori che lo sviluppo debba andar bene per tutti, mantenere profitti, salari e salvaguardare ambiente e diritti, dopodiché quando si scontra con la cruda realtà che in nome del primo sacrifica gli altri tre, ne deduce l’assenza di una vera politica di sviluppo! Per nostra fortuna, non tutti hanno affrontato il capitalismo con la metafisica del sindacato. Se l’avessero fatto, oggi non avremmo alcun strumento valido per analizzare il capitalismo. A differenza del sindacato, il nostro Marx cercò di valutare il capitalismo per quello che era, non per quello che voleva che fosse. E proprio per questo resta ancora oggi l’unico vero e proprio strumento a disposizione della classe operaia per misurare con cognizione di causa i progetti del Capitale. Mettiamo dunque alla prova del marxismo Fabbrica Italia.
In due paginette memorabili del Manifesto del Partito Comunista, Marx ed Engels, hanno spiegato alla perfezione quel che succede durante tutte le crisi capitalistiche. La società borghese appare da quattro anni come il mago che ha evocato gli spiriti degli inferi e non riesce più a dominarli. Dal 2008 a oggi la società possiede troppo commercio, troppe merci, troppi capitali, troppe industrie e ahimè troppi lavoratori. In sintesi, con l’epidemia della sovrapproduzione è scoppiata la crisi. Non manca affatto lo sviluppo, s’è solo momentaneamente arrestato, alla fine di uno dei suoi tanti cicli, perché ne abbiamo avuto troppo e ancora ne abbiamo in eccesso. Tutto qua, senza lo smaltimento dello sviluppo in eccesso, un nuovo ciclo non ricomincerà mai, il capitalismo è destinato alla stagnazione. Marchionne lo sa benissimo e infatti chiede alla concorrenza di eliminare un 20% della capacità produttiva in eccesso. La concorrenza, sua disgrazia, ha un’idea migliore: mantenere la sua produzione scaricando tutta la sua abbondanza sulla Fiat. Invece di tagliare del 20% la produzione della Volkswagen, di un altro 20% quella della PSA eccetera eccetera, tenterà di tagliare del 100% quella della Fiat: mangiare un pesce piccolo in eccesso perché possano crescere ancora di più alle sue spalle, quelli più grandi senza che alcuno, operai licenziati a parte, se ne accorga. Naturalmente, mentre il mercato decide le sorti degli squali dell’auto, ogni concorrente si arrangia come può, durante la crisi, per rimanere a galla. Come supereranno la crisi i Marchionne? Stando a qualcuno col suo piano industriale immaginario, per Marx ed Engels in maniera un po’ diversa. Da un lato, dicono i padri del materialismo dialettico, distruggendo in maniera coatta una certa quantità di forze produttive già create, cioè chiudendo fabbriche, è il caso di Termini Imerese, dall’altro lato aumentando lo sfruttamento in quelle che resteranno aperte, con l’introduzione del metodo ergo-uas e l’esclusione del sindacato, caso Pomigliano esteso poi a tutto il gruppo. Ma tutto questo da solo non basterà. L’intensificazione dello sfruttamento dei vecchi mercati unita alla loro saturazione, implica che per superare la crisi sia necessario, sempre per Marx ed Engels, anche trovare nuovi sbocchi aprendosi la strada verso nuovi mercati. Ecco che casca a fagiolo l’accordo Fiat-Chrysler, lo sbarco in America della Fabbrica Italiana Automobili Torino. Questo è tutto quello che viene fatto dai capitalisti per superare le crisi. Nel Manifesto non c’è altro perché altro la realtà non mostra. Come si vede, Marchionne del 2010, coincide perfettamente con Marx ed Engels del 1848. Questo ovviamente non vuol dire che Marchionne sia un marxista, e nemmeno che Marx ed Engels siano stati i primi sponsor della Storia di Fabbrica Italia, significa solo che Marx ed Engels capiscono ancora alla perfezione il meccanismo che oggi come ieri regola il capitalismo, con buona pace di tutti coloro che dicono che tutto è cambiato solo perché continuano a non capirci niente per troppa presunzione.
Il progetto Marchionne, è il piano più semplice del capitalismo per uscire dalla crisi senza rimetterci troppo. È il piano meno rischioso. Non ha fantasia né scommesse a lungo termine. Solo fare soldi nel più breve tempo possibile. È un piano brutale, il massimo del risultato col minimo dello sforzo. È l’emblema del capitalismo finanziario e decadente di oggi. Ma per quanto brutale sia, è pur sempre qualcosa di reale e concreto. Un piano alternativo semplicemente non esiste. Pretenderne uno più bello e grandioso vuol dire chiedere a Marchionne di far andare indietro la ruota della Storia, verso un capitalismo più imprenditoriale che speculativo. Un capitalismo che non c’è più e che è bene che non ritorni. Perché tornare indietro significa allontanarsi dal nostro traguardo: il socialismo. Più diventa finanziario il capitalismo, più vuol dire che i tempi sono maturi per il suo trapasso in socialismo. Se ritardano è perché qualcuno si attarda a volerlo rianimare anziché provare a dargli il colpo di grazia. Marchionne fa il suo gioco, siamo noi che non facciamo il nostro.



20 MILIARDI DI INVESTIMENTI

Concludendo un direttivo di un anno fa a Torino, Landini aveva liquidato Fabbrica Italia con questa battuta: «20 miliardi di investimenti – cito a memoria – non si negano a nessuno, poi non si fanno, ma prometterli non costa niente». Nello stesso periodo, dal segretario provinciale della Uilm della mia malinconica Stazione dei Celti, ho imparato l’unica cosa che finora abbia saputo insegnarmi qualcuno che non sia della Fiom: «di piani industriali – cito sempre a memoria – ne ho visti tanti, in tanti anni di carriera, ma manco uno realizzato». È incredibile come ben sapendo che i piani industriali siano solo una bugia, i sindacati gialli ci credano lo stesso, mentre i sindacati veri, anziché prenderli per quello che sono, frottole, smascherandole davanti ai lavoratori, non facciano altro alla fin fine che rinfacciare ai padroni di non aver trasformato le loro bugie in realtà.
I piani industriali e tutti i progetti dei padroni pompati dai loro giornali sono solo trovate pubblicitarie. Ma come tutte le bugie servono a coprire una qualche verità inconfessabile. Se la Fiom invece di andare dietro a tutte le chiacchiere della Fiat controllasse semplicemente quello che Marchionne ha fatto fino adesso, scoprirebbe che il progetto Fabbrica Italia, Marchionne glielo sta facendo sotto il naso e non è affatto del tutto insensato come i detrattori vorrebbero far credere. Abbiamo già visto come il progetto sia in linea col meccanismo generale del capitalismo. Ora non resta che addentrarci nei dettagli.
20 miliardi di investimenti avrebbero dovuto portare a 1 milione e 400 mila vetture all’anno entro il 2014, prodotte in Italia, saturando così gli impianti. A livello mondiale l’accordo con Chrysler avrebbe dovuto portare, da 4 a circa 6 milioni di auto prodotte all’anno. Cifra ritenuta accettabile per restare sul mercato e competere con GM, Toyota, eccetera senza sfigurare troppo. Il mercato ha sbarrato le porte in uscita a questo progetto. Ma un progetto comincia dall’entrata, e qui Marchionne ha trovato le porte aperte, perché due sindacati gliele hanno aperte loro, l’altro perché invece di chiudergliele si è fatto mettere lui alla porta.
A Pomigliano attualmente si producono circa 700 vetture al giorno con 2200 dei 5000 lavoratori circa che lavoravano prima che la fabbrica fosse trasformata in una New-co. 700 vetture al giorno per 2200 lavoratori fa una media di 0,31 auto al giorno per lavoratore, cioè circa 445˙500 auto all’anno a pieno regime. A Mirafiori, ci dice Pasquale Lojacono rappresentante Fiom «ultimamente facevamo 900 vetture al giorno con 4.900 lavoratori. Prima di Fabbrica Italia con 2.500 lavoratori in più ne facevamo appena sopra i mille. Quindi, ciò vuol dire che in ogni caso quel piano avrebbe comportato tanti esuberi». Bastano queste poche parole per capire quello che c’è da capire. Per chi vuol capire naturalmente! A Mirafiori il progetto Marchionne ha intensificato lo sfruttamento di circa il 40%. E qual era lo scopo di Fabbrica Italia? In pratica raddoppiare la produzione mantenendo lo stesso organico se non diminuendolo. In termini assoluti era e resta un’impresa disperata, ma la condizione senza la quale era e resta persino inutile tentarci, era quella di riuscirsi subito almeno in termini relativi di produzione pro capite. 6 milioni di vetture all’anno non dipendono del tutto dai piani industriali, perché di mezzo c’è il mercato. Nessun piano industriale può garantirle, nemmeno quello suggerito dalla Fiom, ovvero innovazione-ricerca-sviluppo. Ma un qualunque piano industriale, tranne quelli proposti dal sindacato, deve necessariamente garantire l’incremento produttivo del singolo operaio. Purtroppo, quando Landini sostiene che «non aver fatto gli investimenti ha determinato che la Fiat venda meno di altri perché non ha i modelli», non fa altro che chiedere quell’aumento dello sfruttamento relativo contro il quale dovrebbe battersi. Perché è lì che si gioca da sempre la partita tra Capitale e Lavoro, e noi continuiamo a perderla perché anche i sindacalisti come Landini da tanto tempo hanno rinunciato a giocarla proprio in quel punto nevralgico. Dopo tante chiacchiere su un nuovo modello di sviluppo, il sindacato, al momento del dunque, non fa altro che chiedere alla Fiat che vinca la corsa sfrenata del solito, vecchio sviluppo. Gli altri produttori che hanno fatto gli investimenti, infatti, vendono più auto ma hanno ancora meno lavoratori. Per produrre i suoi 9 milioni di veicoli, la Toyota, la fabbrica più all’avanguardia dell’intero comparto auto impiega poco più di 69000 operai, con una media di 0,46 auto al giorno a testa. Questo non significa che i lavoratori della Toyota stiano meglio di quelli della Fiat, significa soltanto che per ora possono non sentire il grado del loro sfruttamento, perché grazie al primato della loro azienda possono scaricarlo in toto sui dipendenti Fiat e delle altre concorrenti. Per la Fiat, invece, significa che il margine di miglioramento è ancora enorme. Fiat, infatti, può passare da 0,31 auto prodotte a testa, a 0,46. Si può incrementare la produzione di un 50% senza ricorrere a un solo operaio in più, oppure, se il mercato non tira, si può mantenere la stessa produzione con circa metà organico. Eccolo qui il progetto Marchionne, il piano industriale che non c’è!
Per onestà, bisogna dire che questi dati non vanno presi come valori assoluti. È infatti difficile stabilire con precisione la produzione per ogni operaio, perché diverse sono le macchine e diversi sono gli orari di lavoro. Una macchina ha bisogno di più o meno lavoro per essere fabbricata così come un giapponese è inchiodato per più tempo alla catena di montaggio. Tuttavia, siccome non sono i valori assoluti che qui ci interessano, ma solo la loro tendenza di fondo, a grandi linee queste cifre dicono la verità nuda e cruda. Vien da sorridere quando si leggono commenti tanto superficiali quanto ingenui che credono che la produzione della Fiat sia precipitata ai livelli degli anni ’70. Chi dice queste sciocchezze dimentica sempre di dire che nel 2012, per produrre il milione scarso delle auto che produceva negli anni ’70, Fiat impiega e pure a mezzo servizio 24˙000 dipendenti, mentre negli anni ’70 ne aveva nella sola Torino 120 mila. Se davvero la produzione fosse precipitata ai livelli degli anni ’70, oggi la Fiat produrrebbe tra i 6 e i 12 milioni di vetture solo in Italia, con la possibilità di arrivare facilmente a 18. Non avrebbe bisogno di nessun accordo con Chrysler per fare il culo alla Toyota e a tutto il resto del comparto auto, dominerebbe il mondo direttamente da Mirafiori.
Investimenti e ancora investimenti, scrivono sui loro giornali i servi dei padroni come se gli investimenti fossero la panacea di tutto. Innovazione-ricerca-sviluppo gli fa eco il sindacato col suo mantra preferito. Eppure la Fiat ha cominciato a scendere al di sotto dei 100 mila operai dopo la sconfitta sindacale del 1980. Nel 1982 furono raddoppiati gli investimenti, nel 1983 arrivarono oltre i 900 miliardi per sfondare il tetto dei 1000 miliardi nel 1984. Da 300 robot prima della marcia dei quarantamila si passò a quasi 2000 nel 1987. La progressione degli investimenti e delle vendite che nel 1987 superarono i 2 milioni, era inversamente proporzionale al numero di dipendenti: 113˙000 nel 1979, 80˙000 dopo la sconfitta epocale nel 1980, 60˙000 nel 1984 eccetera eccetera. Gli investimenti tennero sul mercato la Fiat, ma tolsero da quello del lavoro più della metà dei dipendenti. E sarà sempre così finché avremo sindacalisti che si preoccupano degli investimenti senza preoccuparsi dell’unico investimento che entri davvero nelle nostre tasche, quello speso in salari. E un sindacalista che controlli gli investimenti da tutti i lati della ricerca e dell’innovazione di prodotto ma non da questo è un sindacalista che non sa neanche da che parte è girato. Anche se Marchionne li avesse fatti, con 20 miliardi di investimenti, gli investimenti che contano, quelli in salari, sarebbero calati. Perché in generale gli investimenti in ricerca-innovazione-sviluppo investono nel profitto, non nei salari. Perciò se ne possono fare quanti si vuole, non è detto che per noi vada bene. Anzi, la storia dimostra che più i padroni investono, più noi siamo a spasso, perché in effetti i padroni investono su sé stessi. La colpa però non è loro, ma dei sindacalisti che puntando sull’innovazione, non si accorgono di fatto di investire anche loro nei padroni. Ed ovvio che se invece di investire sui lavoratori anche il sindacato investe sui padroni, a noi non resterà sul groppone che il fallimento di entrambi.



LA FABBRICA ITALIA DEI MIRACOLI!

Non si vuol negare che Fiat nella sua storia abbia commesso anche tanti errori e pure grossi. Fiat ha sbagliato a decentrare tutta la produzione per poi doverla ricentrare. Non ha capito niente delle potenzialità del mercato cinese, quando il più grande partito stalinista d’occidente gli aveva già in pratica spianato la strada abbattendo tutte le muraglie che si frapponevano tra il Lingotto e l’Oriente. Quello che qui si vuol negare nella maniera più assoluta è che si debba inculcare nei lavoratori l’idea bislacca che possano cavarsela solo se gli imprenditori che li sfruttano, saranno in grado di sfruttarli sempre alla perfezione. Chiunque infatti provi a frugare nella Storia delle altre fabbriche troverà suppergiù gli stessi errori. La Toyota si è appena ripresa dallo smacco delle auto ritirate dalla circolazione per un difetto. General Motors è tornata a veleggiare dopo essere stata salvata dal fallimento da Obama. PSA si appresta a tagliare 8000 mila persone e a chiudere uno stabilimento, cioè a mettere anche lei in pratica il piano Fabbrica Italia di Marchionne. E la Volkswagen che ha distribuito 7000 euro ai dipendenti, prelevandone metà dai precari a paga dimezzata, sente già i primi scricchiolii e nel 2013, quando scadrà l’accordo con l’IG Metal che le impedisce di licenziare, forse farà tornare sulla terra i tanti sognatori che già si son persi tra le nuvole dei suoi bilanci.
Non è per gli errori del padronato che gli operai stanno in cassa integrazione o sulla strada, al contrario è per il loro grande successo dovuto alla bancarotta del movimento comunista in primis, e sindacale in secundis. Per capirlo basterebbe provare a ipotizzare il miracolo di Fabbrica Italia che realizza parola per parola il progetto Marchionne. Se la Toyota con poco meno di 70˙000 dipendenti produce oltre 9 milioni di automobili, alla Fiat di Marchionne, sfruttando le migliori tecnologie, ci sarebbe lo spazio per produrne 1,4 milioni con poco più di 10˙000 operai. Ecco perché chiudere Termini Imerese non basta, perché si può benissimo incrementare la produzione chiudendo gli impianti di Mirafiori vecchi e logori o chiudendo quelli di Pomigliano o addirittura chiudendoli tutti e due. Non è facile trapiantare il modello Toyota e finora nessuno ci sta riuscendo, né la Volkswagen né tanto meno General Motors, ma tutti in un modo o nell’altro si sono avvicinati ai suoi standard. Perché la tendenza è segnata. Perciò se anche la Fiat riuscisse a produrre 6 milioni di veicoli, non riuscirebbe a salvare 24˙000 dipendenti, perché un terzo o addirittura la metà se non oltre sarebbero spacciati. Solo producendo 8 o 10 o 12 milioni di veicoli, si avrebbe qualche speranza di mantenere tutti gli attuali dipendenti. Ma produrre 10 o 12 milioni di veicoli, vuol dire togliere dal mercato quelli della Volkswagen o della Toyota, cioè sprofondare domani nella stessa crisi della Fiat di oggi i concorrenti tedeschi e giapponesi. I tagli annunciati da PSA come da Fiat non faranno che incrementare la produzione pro-capite, e questo non farà che accelerare la necessaria chiusura di interi stabilimenti o addirittura la fusione tra gruppi industriali ormai ridotti a inutili doppioni superflui.
Tagli e chiusure però non vogliono dire necessariamente emigrazione verso nuovi lidi o dismissione dei vecchi. Anzi di norma sono il preludio per un nuovo ciclo di sfruttamento nel posto che ha tanto fruttato. Non è detto che Fiat voglia spostare la testa in America. Di norma un imprenditore non abbandona facilmente uno Stato che lo foraggia tutte le volte che entra in perdita. Non tutti gli stati sono così generosi. E per ora solo la Toyota sembra farcela senza aiuti di Stato. Vale a dire solo uno, il primo della classe, ce la fa senza stampelle. Gli altri senza sostegno cadrebbero tutti come birilli. È più probabile che Fiat voglia prendere gli aiuti di due Stati (se non di tre o più), non rinunciare a quelli di uno. Ma sia che resti in Italia, sia che lasci, il problema della Fiat non sta nel capire dove starà la sua testa, ma nel tempo che ancora ci vorrà perché il movimento operaio torni ad usare la sua.
Fabbrica Italia sta per essere rimessa nel cassetto. Il progetto Marchionne continuerà invece come prima, riformulato per i soliti gonzi. Dall’italo canadese non dipendeva la sua piena realizzazione, essendo questa in mano al mercato. Da lui dipendeva solo quella relativa. Nell’attuale produzione della Fiat, Marchionne si è assicurato un più alto valore aggiunto per ogni operaio, cioè un maggior valore tolto dallo sfruttamento bestiale degli operai. Il suo ideale è ancora lontano, ma finché potrà scaricare sullo Stato o sulla strada i suoi esuberi, potrà galleggiare guadagnando pur sempre qualcosa anche in tempi di crisi, nell’attesa di guadagnare da far schifo quando verranno, se verranno, tempi migliori. E se non verranno pazienza, lui avrà fatto il massimo nelle condizioni date.
La Fiat ha fatto fuori molte aziende prima di oggi. Può darsi sia arrivato il suo turno. Se si vuole la concorrenza, si deve volere anche che qualcuno vinca e qualcuno perda. Pretendere che stiano tutti in campo tramite investimenti significa appunto dimenticare che gli investimenti si fanno proprio perché qualcuno sul campo resti stecchito. Se Marchionne in questo momento non li fa o meglio ne fa pochi, è perché giudica il rischio troppo grande. La Fiat ha accumulato un enorme ritardo nei confronti dei suoi avversari. Lo sforzo di aggiornarsi potrebbe non valere la candela. Il sindacato chiede continuamente investimenti per la semplice ragione che tanto i soldi non deve metterceli lui. Se toccasse al sindacato investire forse lo vedremmo diventare prudente più o meno come Marchionne. Il sindacato però stia tranquillo, se ci sarà possibilità di vendere qualche motore o macchina in più, Marchionne lo farà. Come tutti gli imprenditori, infatti, venderebbe la madre per fare soldi e piazzare le sue merci in ogni dove. Non c’è bisogno che il sindacato spinga dove già tutto il sistema spinge. Ma come tutti gli ingranaggi del Capitale, Marchionne potrebbe finire stritolato dal sistema stesso. Per noi questo significa solo che se le auto, la Fiat di Marchionne, non le farà più, le farà per lei qualcun altro. Ed è qui in fondo che si vede tutta l’inadeguatezza del sindacato di oggi. In fondo a noi operai cosa importa se dobbiamo produrre per Fiat, Volkswagen, PSA, Totyota o Ford? In fondo che a darci il salario sia la Fiat-Chrysler o la Chrysler-Fiat o la GM che s’è mangiata tutte e due, per noi è lo stesso. Lo spostamento della testa di un’industria da un Paese all’altro comporta ristrutturazioni non per il trasferimento del Know-how e di altre carabattole con cui si gingilla la stampa piagnucolante a difesa dell’industria patriottica, ma perché le fusioni tra due o più aziende sono la necessaria conseguenza della capacità produttiva in eccesso. Si può mantenere Fiat in Italia ma l’eccesso di impianti e produzione resterà ugualmente. E non si risolverà con investimenti produttivi un problema di eccesso di produzione, ma con l’esatto contrario, con il disinvestimento da qualche impianto. A meno che il sindacato prenda il toro per le corna. Il mercato è saturo, c’è un eccesso del 20% di impianti dice Marchionne. Chi può dargli torto? Forse sta addirittura un pochino stretto, l’eccesso è molto superiore al 20%. La sovrapproduzione è il risultato dei successi strabilianti del mercato dell’automobile degli ultimi 30 anni. 14 auto per addetto produceva la Fiat nel 1979, 28 nel 1985. Oggi Toyota ne fa circa 130, Melfi 85, lo stabilimento di Tychy in Polonia supera i 100. I tempi di produzione si sono ridotti di 10 volte. Anche i tempi di progettazione si sono più volte dimezzati. Solo l’orario di lavoro è rimasto uguale. Tutta la produttività è andata a vantaggio dei padroni per colpa di un sindacato che ha inseguito le chimere della competitività, dell’innovazione e della ricerca, cioè dello sviluppo del profitto. Si accorci dunque l’orario del 20-25% a parità di salario, se non addirittura a salario aumentato, e quel che oggi appare come un eccesso, diventerà immediatamente necessario. Dal circolo vizioso dei tagli per una stretta ancora più recessiva, si passerà al circolo virtuoso del boom e dell’espansione. Naturalmente, del passaggio dal circolo vizioso a quello virtuoso in sé e per sé non ce ne frega niente. Non è infatti per il bene del capitalismo che si deve lottare per la riduzione dell’orario di lavoro, ma per il nostro, per fargli ancora più male di quanto già non se ne faccia da solo con le sue stesse contraddizioni. Per avere insomma più tempo a disposizione per studiare il modo di farlo definitivamente fuori.
È chiaro che per un compito simile abbiamo bisogno di un sindacato che faccia sistematicamente appello alla mobilitazione dei lavoratori, non all’immobilismo di Governi e imprenditori. Si continui a fare appello ai governi, e si vedranno passare indisturbati altri mille piani Marchionne, con la produttività per operaio che passerà da 100 a 150 a 200 auto all’anno, e col sindacato che piagnucolerà per la mancanza di un piano industriale, perduto nella vana ricerca dell’innovazione...


Stazione dei Celti
Lunedì 17 Settembre 2012

Nota – i dati sull’incremento produttivo della Fiat degli anni ’80, sono tratti dal libro Cento... e uno anni di Fiat, Massari Editori, 2000, scaricabile anche dal sito di Antonio Moscato.
Per quanto riguarda le contraddizioni delle innovazioni è interessante sentire cosa dice Taiichi Ohno, nel suo libro Lo spirito Toyota, Einaudi, 1993.
Per gli errori della Fiat si può vedere questo articolo, Fiat trent’anni di errori in Cina.
Infine per i commenti di Landini e altri sul ritiro di Fabbrica Italia si possono leggere i seguenti articoli dal sito Controlacrisi: Fiat: i punti chiave... ; Romiti critica Marchionne; il piano Fiat non poteva reggere; La Fiom aveva ragione

sabato 15 settembre 2012

In difesa dell'Islam: una possibile chiave politica dei tumulti di questi giorni

di Riccardo Achilli


Inizio questa brevissima nota con le mie più profonde condoglianze per le vittime di questi giorni nei tumulti avvenuti in molti Paesi musulmani: sia l'ambasciatore Stevens che gli altri funzionari diplomatici, sia gli otto morti fra la folla che protestava a Tunisi, al Cairo ed in Sudan, sono le più dirette vittime, cui va il mio pensiero. Non ne posso più di sangue in nome della religione.
Il punto politico cui ruota questa vicenda va ben al di là di un fatto concreto, ovvero la pubblicazione del trailer di un film blasfemo (tra l'altro di volgarità razziste sull'Islam e sul Profeta la cinematografia da cassetta occidentale, ed anche la sua stampa e la sua produzione libraria, traboccano, senza che ciò scateni reazioni come quella di questi giorni). Il punto, purtroppo, potrebbe ruotare attorno alla volontà di ricostruire uno scontro di civiltà, che, se dovesse degradare in modo incontrollato, potrebbe finire per rappresentare la base per giustificare, in futuro, l'attività preferita del capitalismo quando si ritrova in situazioni di crisi di sovrapproduzione: una bella guerra che dia occupazione al capitale ozioso, magari propiziata dal ritorno alla Casa Bianca della destra cristiana più fondamentalista e teo-con, rappresentata da quel Romney, che rappresenta la migliore sintesi degli aspetti peggiori del capitalismo attuale: per metà predicatore radiofonico, per metà speculatore finanziario (un vero mosto mitologico).
Sono troppi i segnali univoci di un utilizzo strumentale di ciò che accade: l'intero establishment politico occidentale, a partire dalla Clinton, che, ipocritamente, finge di chiedersi “cosa gli abbiamo fatti di male ai musulmani?” subito ripreso dalla stampa servile, che, per rimanere soltanto in Italia, oscilla fra il brutale attacco diretto di Belpietro, direttore di LiberoGli islamici ci ringraziano così, dopo tutto quello che abbiamo fatto per loro” ai voli pindarici intellettualistici, ma non meno insidiosi, di Zucconi, sulle pagine di Repubblica, che ci avverte che i tumulti sono manovrati dal salafismo per far perdere le elezioni ad Obama, e spianare la strada al neo-crociato Romney (sarà forse anche vero in parte, ma sarebbe anche bene ricordare a Zucconi il ruolo avuto da Obama nel pilotare le rivoluzioni arabe, fino ad intervenire militarmente in uno Stato sovrano come la Libia, ed armare e supportare politicamente movimenti, come il CNT libico ed il CNS siriano, largamente infiltrati da tagliagole qaedisti e salafiti. Se poi succede che chi di islamismo ferisca di islamismo politicamente perisca, beh...c'è poco da scandalizzarsi. Se poi la stessa Amministrazione Obama, sempre molto pronta a scatenare campagne militari nei confronti di Governi musulmani, o a minacciarle, non trova la stessa fermezza per condannare la continua espansione degli insediamenti di coloni ebraici autorizzati da Israele, e le violenze e discriminazioni che il Governo di Israele pratica sulle popolazioni civili palestinesi, c'è poco da stupirsi se si scopre che il mondo musulmano non lo ama particolarmente). La stessa risoluzione unanime del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, che condanna le violenze ma non dice una parola sui motivi che sono alla base di tale violenza, è indicativa di una volontà di creare un clima di rottura radicale con il mondo musulmano, da scontro di civiltà.
Prima di chiederci, come degli ebeti o forse anche come dei mascalzoni, “cosa gli abbiamo fatto di male?”, oppure “con tutto il bene che gli abbiamo fatto, ci trattano così?”, o fermarci semplicemente a condannare la violenza, senza analizzarla, sulla base del nostro criterio occidentale, illuministico, di tolleranza, forse dovremmo chiederci effettivamente cosa abbiamo fatto di male al mondo musulmano, perché non siamo amati come vorremmo essere.
Prima, con la Chiesa ed a seguito di sanguinose guerre di presunta “reconquista” dal dominio arabo di aree che peraltro, spesso, sotto quel dominio vivevano in condizioni materialmente più agiate e culturalmente più tolleranti rispetto al resto dell'Europa medievale cristiana, si pensi al periodo omayyade in Andalusia), abbiamo negato e sepolto le influenze arabe che hanno modellato la nostra stessa civiltà occidentale.
Poi abbiamo ampiamente sottoposto a controllo coloniale gran parte del mondo musulmano. Dopo lo abbiamo sottoposto ad un controllo neocoloniale, prima promuovendo monarchi filo occidentali, poi imbrigliando e riconducendo sotto controllo occidentale i movimenti panarabisti, laici e nazionalisti che inizialmente cercavano di liberare l'Islam dal giogo imperialistico esterno. Infine, e questa è stata l'ultima trovata, “esportando democrazia”, in Paesi musulmani la cui società è spesso frastagliata per linee etniche, tribali, religiose, e rispetto alla quale la sovrastruttura democratica occidentale, concepita per governare società omogenee etnicamente e culturalmente, e differenziate sotto l'aspetto del posizionamento nella catena economico-produttiva, è inadatta. Ma adattissima a produrre posizioni di potere a favore delle borghesie compradore nazionali, non di rado particolarmente corrotte, nepotistiche e culturalmente inadatte a promuovere lo sviluppo (anche laddove sono benedette dalla presenza di risorse petrolifere), quasi sempre pronte a servire gli interessi economici occidentali.
Qual'è l'ultimo regalo che abbiamo fatto ai musulmani? Le primavere arabe supportate dagli USA e dall'Occidente tutto, pagate con il sangue dei popoli, per sostituire regimi oramai marci, anche per le crudeli politiche neoliberiste messe in atto, dietro i consigli del FMI e Banca Mondiale (ivi compreso il regime di Assad, tanto amato da parte della nostra sinistra) al solo fine di aiutare l'ascesa dell'islamismo dialogante targato Fratellanza Musulmana, fedele garante della difesa degli interessi economici imperialistici.
Mentre nessuno, ad Occidente, si interroga sul perché, nel tanto vituperato Iran-canaglia, Ahmadinejad, rappresentante del vertice teocratico sciita, faccia il pieno di voti fra le classi popolari e proletarie, mentre i democratici “Verdi”, tanto amati da Obama e dalla Ue, si scoprono avere un radicamento sociale esclusivamente nelle classi impiegatizie terziarizzate delle grandi città, e nei ceti intellettuali, ovvero soltanto negli strati sociali che vengono penetrati dai valori culturali occidentali. Nessuno si chiede, perché non è negli interessi dell'imperialismo, se le specificità del mondo musulmano non richiedano forme di governo diverse da quelle illuministico-liberali che hanno prevalso nell'Occidente. Forme di governo che magari a noi sembreranno retrograde, con una buona dose di arroganza intellettuale occidentale, ma che convengono a milioni di cittadini musulmani direttamente interessati.
Ecco cosa abbiamo fatto ai musulmani. Ecco perché un film stupido e volgare può dilagare in una sanguinosa e generalizzata rivolta (certamente in questo, caro Zucconi, lei ha ragione, anche grazie ad abili manovre da parte di quei settori salafiti interessati ad uno scontro di civiltà tanto quanto lo sono i fabbricanti di armi occidentali ed i loro rappresentanti politici teo-con).
Certo chi scrive non è così ingenuo da pensare che scoppierà una guerra globale fra Occidente e Mondo Arabo a seguito di tale episodio. Le sciocche ed inutili esibizioni muscolari degli USA, che inviano navi da guerra a sprecare nafta in giro per il Mediterraneo, o plotoni di Marines nelle sedi consolari, sono solo funzionali alla campagna elettorale di Obama. Però tale episodio rappresenta un fattore di influenza delle opinioni pubbliche, può (ed è effettivamente, come detto sopra) essere usato per creare un clima di odio e paura nei confronti dell'Islam, dipinto caricaturalmente come una massa indistinta di bestie feroci animate da fanatismo religioso. E crea la base culturale per giustificare una futura guerra, magari contro la Siria, o contro l'Iran, oppure una campagna prolungata di guerra sporca e sotterranea contro il terrorismo islamico (alla stessa maniera dell'Amministrazione Bush, che utilizzò l'impatto emotivo dell'11 Settembre per lanciare la sua “guerra santa”, peraltro seguita entusiasticamente da tutta la sinistra riformista europea, da Blair a Prodi/D'Alema). Per usare una frase di Carl Schmitt, visto che anche Zucconi cita questo ideologo filonazista, “il nemico è chiunque è, in un modo particolarmente intenso, qualcosa di diverso ed alieno esistenzialmente, cosicché in casi estremi il conflitto contro di lui è possibile”.
Ecco la chiave: se dipingi l'arabo come un alieno, esistenzialmente diverso, allora puoi giustificare una guerra contro di lui. Il tutto a beneficio di un'industria bellica che langue, a causa della crisi globale, e che, se riattivata, può determinare effetti di filiera positivi sul tasso di profitto di una infinità di settori produttivi “civili” associati all'industria militare da legami di fornitura, oppure da ricadute tecnologiche indirette.
Oppure tutto ciò può servire per imbavagliare il diritto di espressione, con la scusa di un suo utilizzo “responsabile”, il tutto a favore degli interessi dell'oligarchia politico/tecnica che sta conducendo le operazioni di ristrutturazione in senso liberista delle nostra società.


venerdì 14 settembre 2012

I DANNI DELLO STATUTO di Norberto Fragiacomo


I DANNI DELLO STATUTO

Lo sgradevole attacco di Mario Monti allo Statuto dei lavoratori - che avrebbe “finito, impattando sul gioco del mercato, per danneggiare le stesse parti deboli che intendeva favorire” - non è affatto l’ennesimo lapsus di un presunto tecnico (della gaffe, considerati i precedenti!), bensì la professione di fede di un chierico: il Mercato è Dio, dunque tutto quello che procede da Lui è Bene, schiavitù e miseria comprese.
Di una cosa va dato atto a San Mario e alla sua perpetua, la dolente Fornero: le loro azioni si sposano perfettamente con le parole dette e scritte. Mai nessuno prima di loro, infatti, aveva inferto colpi tanto devastanti ad un sistema di welfare e diritti che, bene o male, aveva garantito dignità, benessere e un minimo di “libero arbitrio” sociale ai cittadini comuni di questo Paese.
Col pretesto della crisi, vorrebbero chiudere un’epoca, dopo averci addossato, addirittura, la colpa del tracollo economico, perché, pur potendo vivere frugalmente (e lavorare 10-12 ore al giorno), ci siamo azzardati ad “approfittare” di uno Stato descritto come troppo generoso.
Nelle favole del santone si mescolano impudenza, falsità e propaganda; d’altra parte, da un tizio cresciuto in Goldman Sachs sarebbe sciocco attendersi un’ammissione di responsabilità, o perlomeno la banale constatazione che questa rovina è il prodotto dell’ingordigia dei suoi ex colleghi.
Nessuna persona sana di mente metterebbe un piromane a capo dei pompieri, o accoglierebbe in polizia un pluripregiudicato; eppure, in Italia e in Europa, si pretende di riparare ai guasti del liberismo raddoppiandone le dosi – con la complicità di stampa “progressista”, sindacati gialli e finta sinistra.
Povera prima repubblica! A paragone di questa crudele pagliacciata eri davvero l’età dell’oro…


Trieste, 13 settembre 2012
Norberto Fragiacomo
Segretario Lega dei Socialisti Nordest
 
 
 

giovedì 13 settembre 2012

COLPA DI TUTTI, COLPA DI NESSUNO? di Norberto Fragiacomo




COLPA DI TUTTI, COLPA DI NESSUNO?
di
Norberto Fragiacomo
 
Capita, qualche volta (ma non troppo di frequente), di partecipare ad un corso di formazione per dipendenti che sia utile, interessante e persino piacevole. Il prezzo da pagare per tanta grazia – cioè per due buonissime lezioni giornaliere di macroeconomia – ammonta ad un paio di levatacce e quattro biglietti di un treno pomposamente definito “regionale veloce”. Anche il docente è in trasferta: par di capire che insegni all’Università di Trieste; è chiaro, efficace, a tratti coinvolgente. Oltre che sulla “madre di tutte le bolle”, quella dei tulipani in Olanda (1637!), ci intrattiene su Islanda, Ecuador ed Argentina, pur restando ancorato a posizioni “ortodosse”: il mercato saremmo tutti noi, le locuste della speculazione farebbero solo il loro mestiere ecc. Pazienza: già avere un bravo insegnante è una manna al giorno d’oggi, i suoi allievi possono dirsi fortunati.
Il tema Islanda viene approfondito a dovere: non era scontato, visto che, Gad Lerner a parte, dell’isola in fuga dal FMI non si è occupato praticamente nessuno, negli ultimi 2-3 anni – un autentico “cordone sanitario” mediatico, rotto solamente dai blogger. L’analisi che ci viene offerta trascura le vicende più strettamente politiche (la pacifica ribellione, durata settimane, dei cittadini islandesi, che ha prodotto un cambio di regime) e si sofferma sulle cause del crack, oltre che sulle politiche adottate in seguito.

La cronaca non ha colore politico: mettiamo in fila gli avvenimenti secondo l’ordine cronologico, soltanto dopo ci concederemo qualche osservazione personale. Negli anni ’90 l’isola di pescatori ai margini del continente vive una quasi rivoluzione: un’impetuosa ventata liberista scuote l’economia nazionale. Si abbattono le tasse, importanti pezzi di Stato vengono privatizzati e, soprattutto, si recidono lacci e lacciuoli di ogni genere: è deregulation, che interessa in primis il settore bancario. Altro che merluzzi! Tutto è pronto per una pesca miracolosa, e il FMI applaude il suo miglior allievo europeo.
In pochissimo tempo, tre piccoli istituti di credito [1] - fino ad allora più che sufficienti a soddisfare le esigenze di una comunità numericamente ridottissima – si trasformano in banche d’affari (private) e, da folkloristiche nanette di periferia, diventano giganti. Il mercato interno (meno di 300 mila abitanti) è poco attraente: le tre neofite approfittano del boom dell’economia mondiale per sviluppare un giro d’affari – in dollari ed euro – che vale dieci volte il PIL del Paese nordico. Si moltiplicano anche i debiti? Che importa, fin che il drakkar va, l’ottimismo regna sovrano e i profitti, grazie alla dinamicità dei mercati e ai nuovi strumenti speculativi, salgono alle stelle…
Per la prima volta da mille anni a questa parte l’Islanda è terra di immigrazione, e la gente non prova nostalgia per il recente passato: si fa credito a tutti (in corone), all’imprenditore rampante come al padre di famiglia. Il popolo è felice, i banchieri sono popolari quanto Björk e Leif Erikson e il governo, gongolante, invita ad andare avanti di questo passo. Dal tavolo del banchetto cadono briciole succulente, anche se i cibi più prelibati (leggi: i milioni) finiscono nelle pance “giuste”.
Qualche dubbio comincia a farsi strada nel 2006 (la corona sarebbe sopravvalutata del 130%, e una banca incontra difficoltà temporanee), ma l’affermato economista Frederic S. Mishkin minimizza: va tutto per il meglio, al massimo qualche investitore “non ha ancora compreso le specificità del sistema bancario islandese”. Ricco assegno per l'esperto, e  altri due anni di bengodi: a liberopoli la cicala canta sempre la lieta canzone dei mercati, finché un brutto giorno il cittadino, destatosi, scopre che le solidissime Parmalat/Lehman Brothers sono implose “tutt’a un tratto”, e i suoi titoli con rating AAA valgono meno della carta igienica.
2008: crisi bancaria fulminante. Le tre banche ipertrofiche lanciano l’SOS, ma chi può raccoglierlo? Non la pateticamente piccola Banca centrale islandese, fatta su misura per le vecchie casse di risparmio, e snobbata da anni; non le banche britanniche, inguaiate anche loro ma difese dalla Banca d’Inghilterra; meno che mai gli speculatori professionisti, i quali, fiutato il sangue, si fanno sotto.
Al governo tocca scrivere una letterina al FMI che, dimentico degli incoraggiamenti passati, concede il solito prestito a tasso elevato (di 2,1 miliardi) e fa pervenire la sua ricetta, fatta di sacrifici: per gli islandesi si annunciano tempi grami, risalire la china costerà lacrime e sangue.

Giusto così? In fondo, chiosa il nostro professore – citando Willem Buiter, economista capo di Citigrup [2] - “si è trattato di una follia collettiva”: le colpe vanno ripartite tra il governo islandese, che non ha vigilato, le banche, che si sono esposte con operazioni ad alto rischio, gli imprenditori d’assalto e persino le famiglie isolane che, ingolosite dal credito, avrebbero… (beh, diciamolo in neolingua) vissuto al di sopra delle proprie possibilità.
Proviamo ad analizzare criticamente quest’affermazione, in apparenza inattaccabile: effettivamente ai cittadini non dispiaceva avere soldi in tasca, e magari lavorare meno. E’ presente, dunque, quello che un penalista definirebbe l’elemento oggettivo – ma che dire dell’elemento soggettivo, della responsabilità? Il nostro codice richiede, perché si possa parlare di colpa, che l’evento si sia verificato a causa di negligenza o imprudenza o imperizia. L’accettazione di soldi facili non ha nulla a che fare con negligenza od imperizia: al massimo, si potrebbe accusare l’ex pescatore di merluzzi di imprudenza. Nessun pasto è gratis, ammoniscono gli economisti [3] (quasi sempre a cose fatte, ma questo è un altro paio di maniche), ergo i cittadini islandesi avrebbero dovuto… avrebbero dovuto fare che cosa? Rifiutare i prestiti agevolatissimi che le banche proponevano loro, rinunciare a contrarre mutui a condizioni favorevoli, non farsi l’assicurazione privata dopo lo smantellamento della sanità pubblica? Diffidare dei consigli dei governanti (spendete e spandete!), contestare quei banchieri che i più prestigiosi tecnici dell’economia portavano in palmo di mano? Si può chiedere ad un gestore di pub di essere più lungimirante degli analisti di Fitch, ad un pensionato settantenne di prevedere l’esplosione di una bolla che neppure il Governatore della Federal Reserve considerava tale? Altro che “diligenza del buon padre di famiglia”! Dal signor Jònsson si pretendono, a posteriori, doti di preveggenza…

In verità, la menata della “colpa” non sta proprio in piedi: accusare il popolo islandese di irresponsabilità equivale a sostenere che un bambino di quattro anni, ingozzato di caramelle dal genitore ansioso di tenerlo buono, è colpevole di essersi guastato i denti, mentre la colpa è del babbo (nel caso esaminato, il governo), magari in combutta col droghiere (le banche). La conclusione è talmente ovvia che gli isolani ci sono arrivati in un batter d’occhio; eppure, al di qua del mare, si continua a ripetere la tiritera del “tutti colpevoli”.
A che pro? Elementare, Watson: se tutti sono responsabili, nessuno lo è in misura preponderante – e quindi i sacrifici possono essere addossati alla massa, risparmiando chi ha causato il danno. Le parole, e gli slogan, possono indirizzare la Storia.
Gli islandesi, lo sappiamo, non sono caduti in trappola: sfidando i rigori del clima e mostrando una perseveranza tutta nordica, hanno costretto l’esecutivo alle dimissioni, riscritto la Costituzione e – udite, udite! – mandato dietro le sbarre i veri responsabili di quanto accaduto.

Come si conclude la storia? Le banche vengono rinazionalizzate, e i debiti (con l’estero) in gran parte ripudiati; in barba al Fondo, le tasse non aumentano; per rilanciare l’economia si procede ad una robusta svalutazione che però non mette in ginocchio chi ha contratto mutui in moneta estera, perché il welfare pubblico, debitamente potenziato, si prende cura di chi è in difficoltà. PIL azzerato? Manco per sogno: dopo un 2010 da incubo (-15%), a fine 2011 c’è stata la “resurrezione” (+9%!) e, come direbbe il docente, sta tornando il sole. Chi ci ha perduto? Solo i banchieri, i loro tirapiedi governativi e i creditori esteri, quasi tutti britannici, ma il gioco è valso la candela, perché tra affamare il proprio popolo e togliere qualche migliaio di sterline a Mr. Jones di Cardiff (e qualche milione agli speculatori!) la scelta, per un politico indipendente, non si presenta molto difficile.
La lezione da mandare a memoria è la seguente: i guasti del liberismo e delle privatizzazioni selvagge possono essere sanati dall’intervento pubblico, capace di garantire una crescita magari  meno spettacolare, ma generalizzata.
L’alternativa che ci viene additata (per la quale gli economisti mainstream fanno neppure troppo velatamente il tifo), è quella della Lettonia ex sovietica, dove la crisi è stata superata abbassando drasticamente gli stipendi ad una popolazione già avvezza alla miseria: il modello schiavistico avrà le sue virtù, ma – in tutta sincerità – preferiamo di gran lunga vivere nell’Europa sociale che nell’Egitto di Seti.

Un ultimissimo appunto sulle privatizzazioni: quelle italiane del ’92 – ha chiarito il relatore – sono servite a poco, perché i proventi non sono stati utilizzati per ripianare il debito pubblico, che è rimasto costante (120% ca.). Da allora, inoltre, l’Italia non cresce più, mentre prima – malgrado o grazie alle tanto diffamate partecipazioni statali -  il PIL saliva ogni anno. Vuoi vedere che il toccasana - svendite, privatizzazione del welfare e concorrenza in tutti i campi - nuoce al malato e guarisce (rectius: arricchisce) solo il medico stregone? Lasciamo la domanda in sospeso: l’ho scarabocchiata, ieri sera, mentre il treno stava raggiungendo la stazione.
Rincasato, ho appreso dai giornali che i lavoratori di Alcoa, a Roma, avevano pesantemente contestato Stefano Fassina, liberista “di sinistra”, dopo una dura giornata di scontri con la polizia.
Saranno i sardi - isolani come i discendenti di Erik il Rosso, e non meno coriacei di loro - a farci aprire finalmente gli occhi?


[1] Landbanki, Kapthing e Glitnir.
[2] Il tipico banchiere apolide dei nostri tempi: nato in Olanda, colleziona cittadinanze (per ora, vanta quelle statunitense e britannica).
[3] Una cosa è certa: dopo la cena di Trimalcione dei primi anni del 2000, gli speculatori internazionali hanno lasciato il locale senza pagare il conto.



martedì 11 settembre 2012

La partita della Siria, la Primavera araba e gli equilibri geopolitici


di Riccardo Achilli


E' oramai evidente, e non soltanto per i cablogrammi diplomatici resi pubblici di Wikileaks, che in qualche modo gli USA, e a rimorchio i sub imperialismi europei, abbiano avuto un ruolo attivo nel portare al successo la Primavera Araba, di fatto liquidando quei regimi laicisti che, sino a quel momento, avevano rappresentato il baluardo dell'Occidente nel mondo arabo, tenendo a freno l'islamismo politico, e non solo quello estremista, ma anche quello dialogante rappresentato dalla Fratellanza Musulmana, che non a caso è stato scelto, dagli USA, come pilastro per sostituire i regimi laicisti, in Paesi strategici, come l'Egitto, la Tunisia (Ennahda, il partito al potere in Tunisia, è infatti affiliato alla Fratellanza Musulmana) o la Siria. Il modello è quello dell'islamismo moderato della Turchia di Erdogan, aperto agli investimenti occidentali, incardinato dentro gli schemi formali della democrazia liberale, e stabile alleato militare dell'Occidente stesso. Io stesso, un paio di mesi fa, ho assistito al discorso fatto da un imam, dirigente di Ennahda, tutto teso a promuovere l'affidabilità del nuovo Governo tunisino rispetto agli interessi economici europei.
Evidentemente, gli USA hanno scelto la strada di allearsi con la componente dell'opposizione più affidabile rispetto ai loro interessi, aiutandola a prendere il potere, consapevoli della perdita di sostegno popolare da parte dei regimi laicisti, corrotti, nepotistici, giudicati incapaci, da parte delle popolazioni, di difendere l'Islam dall'imperialismo occidentale, e spesso responsabili di veri e propri processi di impoverimento del proletariato nazionale, per via di un'adesione acritica alle politiche neoliberiste del FMI e della Banca Mondiale, anche quando, come nel caso tunisino, tali regimi erano eredi di una tradizione socialista, come quella del Destour. Io stesso, che frequentai per lavoro la Tunisia nel 2008, cioè un paio di anni prima della rivolta, respirai un'atmosfera di chiara disaffezione popolare verso Ben Alì, anche da parte di funzionari della stessa pubblica amministrazione controllata dal RCD. In sostanza, la politica statunitense ha seguito la linea del minor danno: consapevole che i regimi laicisti erano oramai giganti con i piedi di argilla, ne hanno favorito la dissoluzione, promuovendo un rapporto di alleanza con i Fratelli Musulmani, considerati in grado di ricostruire un rapporto positivo con le opinioni pubbliche nazionali, e di tutelare gli interessi economici imperialistici, evitando che il malcontento popolare fosse canalizzato dal salafismo più radicale ed antioccidentale. Ciò peraltro consente di ricostruire un percorso di dialogo con Israele, nella misura in cui Hamas, costola della Fratellanza Musulmana, ha di fatto inaugurato una linea di moderazione e negoziato.
La Fratellanza Musulmana ha infatti una tradizione di dialogo con la società laica che rende caricaturale etichettarla come movimento islamista radicale. Nel 1942, il fondatore della Fratellanza Musulmana, Hasan Al-Banna, appoggiò pubblicamente il programma del Wafd, partito liberale, interconfessionale e laicista, così come si oppose alle versioni più radicali del sufismo.
Da questo punto di vista, quindi, le prime mosse di politica estera del neo-presidente egiziano Morsi sono interessanti, perché riflettono, certo, la volontà dell'Egitto di riappropriarsi di un suo ruolo egemone nel fronte sunnita del mondo arabo, contenendo quindi il wahabismo di origine saudita (peraltro, l'opposizione al wahabismo è tradizionalmente radicata nel sunnismo egiziano, che ha nella scuola di Al-Azahar il suo epicentro dottrinale, su temi come ad esempio i rapporti fra musulmani e non musulmani). Ma tali mosse riflettono anche e soprattutto gli interessi occidentali, ed in particolare degli USA. La conferenza dei Paesi non allineati dello scorso agosto, benedetta da Ban Ki Moon (e quindi anche dalla diplomazia USA) ha prodotto alcuni interessanti risultati. Per la prima volta dal 1979, un presidente egiziano ha accettato di viaggiare a Teheran, un innegabile riavvicinamento fra i due Paesi, tradizionalmente ostili perché considerati i bastioni delle due concezioni contrapposte dell'Islam (sunnismo e sciismo) e perché schierati su fronti geopolitici opposti.
In tale occasione, Morsi ha duramente criticato il regime siriano, con argomenti del tutto analoghi a quelli usati dall'Occidente, ed ha auspicato una transizione di Governo a Damasco, suscitando lo sdegno dei delegati siriani, usciti dalla sala mentre il presidente egiziano parlava, ma anche forte imbarazzo fra i vertici iraniani, tradizionali alleati di Assad.
Tuttavia, la mossa di Mordi, ovvero la costituzione di un gruppo di contatto con la missione di cercare una soluzione negoziale alla guerra civile siriana, includendovi anche l'Iran, oltre che l'Arabia Saudita e la Turchia, appare denso di significati, non del tutto chiari ad oggi. La mossa del filo-occidentale Morsi sembra una mano tesa all'establishment iraniano, in una fase in cui la diplomazia USA sta tessendo una tela per isolare l'Iran dal resto del mondo. Il messaggio all'Iran, che non può che essere concertato con Washington, è più o meno il seguente: “se voi accettate di dare una svolta moderata alla vostra politica estera, tagliando i legami con il regime alawita di Damasco (e quindi, implicitamente, con Hezbollah, poiché gli aiuti iraniani ad Hezbollah transitano attraverso la Siria, ed Assad concede ufficialmente accoglienza a tale movimento nel territorio siriano) noi possiamo restituirvi un ruolo di protagonismo nello scenario mediorientale, abbandonando la politica dell'isolamento, ed i propositi di aggressione militare occidentale”.
Tale mossa significa due cose, una apparente ed un'altra più sostanziale: in primo luogo, ed in apparenza, l'accettazione iraniana di partecipare al gruppo di contatto messo su da Morsi indebolirebbe, sia pur formalmente ed in linea teorica, Assad, isolandolo dal suo principale alleato, che di fatto entrando nel gruppo di contatto accetterebbe, sempre in teoria, l'obiettivo di favorire una qualche forma di transizione di Governo a Damasco. Ma questo indebolimento è puramente apparente. Anche il Ministro degli Esteri russo Lavrov, il principale alleato di Assad, accetta formalmente il concetto di una transizione negoziata di Governo. Però di fatto condiziona tale percorso ad una procedura che cancelli le sanzioni economiche in vigore nei confronti della Siria e che sia basata su risoluzioni non punitive nei confronti del Governo siriano. La Cina, anch'essa, auspica una soluzione negoziale di transizione, ma “nel rispetto delle specificità nazionali”, e invocando “tutte le parti in causa”, e non solo il Governo baathista, a cessare le violenze e gli omicidi, una dichiarazione di tenore molto diverso da quella fatta da Morsi a Teheran, che incolpa il solo Governo di Assad delle violenze politiche in atto.
In realtà, e questo è il significato sostanziale e non formale della mossa di Morsi, la storica visita di quest'ultimo a Teheran e l'inclusione dell'Iran nel gruppo di contatto sono delle vere e proprie dichiarazioni di debolezza da parte degli USA e della NATO. Non potendo spezzare il blocco russo-sino-iraniano, e non potendo quindi intervenire militarmente in Siria con una operazione analoga a quella fatta in Libia (a meno di non innescare una escalation pericolosissima, e potenzialmente ingestibile, che potrebbe portare ad uno scenario da incubo: un confronto militare diretto fra NATO, Russia e Cina) e non potendo isolare del tutto l'Iran, come necessaria premessa per una successiva aggressione a quest'ultimo Paese, l'Occidente, tramite il suo alleato egiziano, porge all'Iran una richiesta di collaborazione. Che lo stesso Iran è felicissimo di accettare, sia perché lo fa uscire dall'isolamento in cui si trovava, sia perché il ripristino di normali rapporti politico-diplomatici è essenziale per un Paese che vive di esportazioni petrolifere e la cui infrastruttura estrattiva e logistica, peraltro, è obsoleta, non gli consente di sfruttare appieno le risorse energetiche di cui dispone, e richiederebbe ingenti investimenti, anche di fonte occidentale, per il suo potenziamento e rinnovo.
Ma l'Iran sa benissimo che, partecipando al gruppo di contatto, non infligge alcun danno al suo alleato di Damasco, perché lo stesso gruppo è delegittimato dai“ribelli” siriani, per cui non avrà alcuna possibilità pratica di incidere. Lo stesso Brahimi, il diplomatico algerino che ha sostituito Annan come negoziatore, parla esplicitamente di una missione disperata. D'altra parte, la posizione di Russia e Cina, favorevoli ad una transizione, però senza alcun meccanismo di pressione, consente ad Assad di continuare a rafforzare le aree del Paese che presidia. In tutta questa situazione, la NATO e gli USA si trovano in un cul de sac, dal quale possono uscire soltanto con un intervento militare diretto, sul campo, che ad oggi non sono nelle condizioni di lanciare, e con il quale, comunque, difficilmente potrebbero prendere il controllo completo del Paese, stante l'appoggio di una componente non trascurabile della popolazione ad Assad, ed anche la forza militare, non proprio trascurabile, delle sue forze terrestri. 
La posta in gioco in tale partita che coinvolge la Siria è enorme. L'Occidente si gioca la stessa possibilità di continuare ad influenzare gli eventi nello scenario mediorientale e più in generale nel mondo musulmano, perché è evidente che un fallimento della “rivolta” siriana comporterebbe, a catena, il fallimento di tutta l'architettura costruita tramite la Primavera Araba, mettendo in crisi i Governi islamici sunniti alleati degli USA, e disarticolando il network della Fratellanza Musulmana, che proprio a Damasco ha uno snodo fondamentale. L'Iran, supportato da Russia e Cina, si gioca la possibilità di divenire una potenza regionale, il che avrebbe immediate ripercussioni anche in Irak, rilanciando progetti di annessione del sud sciita a Teheran, e consoliderebbe le ambizioni, ugualmente imperialiste, di Mosca e Pechino sull'intera regione. La redistribuzione del potere imperialistico in Medio Oriente a favore di Cina e Russia e dei loro satelliti sciiti (Iran, Siria) ovviamente si incrocerebbe con la partita delle forniture di petrolio e gas naturale all'agonizzante apparato industriale europeo e statunitense, implicando una redistribuzione globale della ricchezza radicalmente diversa da quella attuale, con il rischio di un nuovo shock petrolifero che darebbe il colpo di grazia all'economia dell'Occidente, già provata da una crisi straordinaria.
La stessa strategia israelo-statunitense sarebbe gravemente danneggiata dall'incapacità di liberarsi di Assad e dal rafforzamento dell'Iran come potenza regionale sciita. Il conseguente indebolimento degli alleati filo-occidentali della Fratellanza Musulmana porrebbe fine al tentativo di portare il fronte palestinese su posizioni più negoziali e morbide, esporrebbe Israele ad una recrudescenza degli attacchi di Hezbollah dal Libano meridionale, mentre creerebbe nuove preoccupazioni rispetto alla tenuta degli accordi di Camp David e della sicurezza del confine con l'Egitto, di cui Morsi si è fatto recentemente garante, anche attaccando militarmente i gruppi estremistici che operano nel Sinai contro obiettivi israeliani. Il tutto in un momento in cui l'economia israeliana è in rallentamento (la crescita del 2012 è la metà del 2011) e gli effetti delle misure fiscali prese dal Governo di destra di Netanyahu, associate all'aumento dei prezzi, stanno falcidiando il tenore di vita dei ceti medi. Costringendo il governo, in caduta libera di consensi, ad un'azione diversiva, ovvero l'aggressione militare contro l'Iran, simile a ciò che fece, in una analoga situazione, la Thatcher nel 1983 con le Falklands. Ma ovviamente in un eventuale quadro, indotto dalla sopravvivenza di Assad a Damasco, di indebolimento dei Fratelli Musulmani e di Hamas, di conseguente crescente tensione ai confini libanesi ed egiziani, di radicalizzazione della controparte palestinese, di rafforzamento politico dell'Iran, tale azione diversiva sarebbe impossibile. E la tenuta del blocco di potere politico/militare/affaristico/religioso che da sempre governa Israele sarebbe messa in serio pericolo dalla recrudescenza del conflitto sociale indotto dagli effetti del rallentamento economico e dell'aumento delle diseguaglianze distributive.

venerdì 7 settembre 2012

PRONTI A TUTTO? NAZIONALIZZIAMO LE GRANDI IMPRESE di Marco Barone



                    
               PRONTI A TUTTO? NAZIONALIZZIAMO LE GRANDI IMPRESE
                                                          di Marco Barone



Finalmente in questi giorni si parla di lavoro, dei problemi del lavoro, dei problemi del precariato, dei problemi delle speculazioni industriali, dei soliti problemi che affossano l'Italia.
Problemi che possono avere due soluzioni, o adottare un processo riformista, l'ennesimo, all'interno di un sistema fallimentare, o semplicemente andare oltre il capitalismo.
Chiamatela rivoluzione, catastrofe sociale, chiamatela come volete, ma le alternative sono queste.
Dunque o allungare l'agonia per la morte certa, o edificare un nuovo sistema sociale partendo con gli strumenti già esistenti.

Il caso Ilva, il caso Alcoa, giusto per citare i più recenti, ma si potrebbe parlare del caso Fiat, del caso Ferriera di Trieste, del cementificio di Vibo, del polo industriale di Gela e così via dicendo, rappresentano il fallimento, non demagogico, ma reale, di una politica clientelare, di una politica che ha regalato soldi pubblici, dei cittadini, nostri, per arricchire i soliti imprenditori e manager, a discapito della salute collettiva ed individuale a discapito di ogni tutela immaginabile per il sistema sociale italiano.

La domanda sorge spontanea, ovvero, per quale motivo continuare ad offrire soldi al privato?

Quando l'azienda non è in grado di intervenire nei processi di ristrutturazione aziendale necessari per ammodernare gli impianti, per rimanere sul mercato, lo Stato italiano anziché continuare ad elargire soldi pubblici ai privati, ammortizzando la fine del lavoro che verrà per migliaia di lavoratori
e favorendo il profitto dei pochi notabili imprenditori che si giovano di questo sistema, dovrebbe semplicemente espropriare l'azienda e gestirla direttamente, da buon datore di lavoro secondo i canoni di uno stato sociale degno di questo nome.

La costituzione italiana questa ipotesi la potrebbe prevedere, infatti, se incrociamo questi articoli della Costituzione:


Art. 1
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Art. 3 comma 2
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto

Art. 32
La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Art. 35
La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.

Art. 41
L'iniziativa economica privata è libera.Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Ebbene, partendo proprio dall'articolo 41, il coordinamento che deve essere realizzato ai fini sociali, è quello volto a garantire l'affermazione dei principi fondamentali della costituzione, prevalenti rispetto alla libertà di mera iniziativa economica privata.
Insomma basterebbe applicare la Costituzione italiana per nazionalizzare le imprese che continuano ad elemosinare soldi pubblici con il ricatto che i lavoratori perderanno il lavoro, per non parlare dei problemi dell'indotto e delle città.

Lo Stato deve rilevare l'Ilva, l'Alcoa, la Fiat, la Ferriera, e tutte quelle grandi aziende che non sono in grado di garantire il diritto al lavoro ed il diritto alla salute dei lavoratori, deve ammodernarle, prevedere forme di ammortizzatori sociali ad hoc nell'iter necessario che comporterà la sospensione temporanea del ciclo produttivo, necessaria per la realizzazione dei lavori considerati, ed il profitto che ne conseguirà andrà a diretto beneficio delle casse dello Stato che certamente soddisfaranno anche il pareggio di bilancio ed il diritto dei lavoratori al lavoro, dei cittadini alla salute, della collettività al benessere sociale.
Ciò è difficile che accada con questo governo, o con un governo gestito dal PD o Pdl, ciò può accadrà solo se i lavoratori lo vorranno, con la lotta senza condizione di resa, e con la voglia di ritornare ad essere protagonisti attivi della vita sociale dell'Italia e di quella sovranità popolare di cui tutti noi siamo stati, consapevolmente ahimè, spogliati.

Basta elemosinare, basta chiedere soldi pubblici a favore dei privati, nazionalizziamo le imprese, non esistono alternative.
Se poi si decide di voler continuare a sopravvivere, libera scelta, ma con la consapevolezza che ciò altro non è che aver rimandato solo la propria inevitabile fine.

Concludo con un mio recente motto:
da Trieste a Lampedusa per l'anticapitalismo che non si USA.


31 agosto 2012


dal sito http://baronemarco.blogspot.it/

giovedì 6 settembre 2012

Noam Chomsky a Trieste!

 
 
 
Noam Chomsky a Trieste!
 
Se impiza la cità, co riva Chomsky:
tuti che cori e se prenota svelti,
fiumi de gente fora del Rossetti
che frizi, la se infervora, domanda.
 
Ne conterà ben lui quel che sucedi,
che ‘l ga studiado, che ‘l capissi tanto:
perché ‘sto slavazon che no finissi,
scarsele svode e strenta a le pensioni?
 
Dentro la sala calerà ‘l silenzio,
co ‘l gran veceto el varderà inte i oci
‘sto mucio de signori e povereti.
Forsi ‘l dirà, savè, no son ‘l messia,
 
anche se parlo s’ceto, go coragio,
e la mia scienza no la go svenduda.
Doman sarò za via, scolteme atenti:
no basta un omo per cambiar ‘sto mondo,
 
ma voi podessi farlo, tuti insieme.
Uscì de casa, per trovarve in piaza,
studè ‘l televisor, sveiè la testa:
fatti non foste a viver come bruti.
 
Diriti pretendè, quei che ve speta,
disè la vostra su acqua e le pensioni,
sui ospedai che i ve sera per far posto
nei hangar a fiamanti bombardieri.
 
Chè la democrazia no xe un presente,
xe un impegno, la lota de ogni giorno,
e se no ve movè, e Trieste dormi
per vù e pei vostri fioi la vedo dura.
 
N.F.
 

lunedì 3 settembre 2012

IL BARRAS ITALIANO di Elio Franceschi



IL BARRAS ITALIANO
di Elio Franceschi

Contributo di un simpatizzante del PCL sul caso ILVA



(A Genova lo dipingono come il perfido Richard Barras di “E le stelle stanno a guardare”, drammone d'appendice di Archibald Josef Cronin: uno che calpesta i diritti dei lavoratori pur di ingrassare il suo interesse economico. D'altronde Emilio Riva non ha mai fatto nulla per nascondere il suo profilo di padrone delle ferriere. Esempio: a Genova, in fabbrica, nell'ex Acciaierie di Cornigliano (praticamente sue dal 1988 quando assunse la maggioranza nel consorzio Cogea) le donne non fumano e vengono a lavorare in divisa perché altrimenti turbano la produttività degli operai maschi.
Come impiegati Riva non assume laureati ma ragionieri: gente che sa far di conto e non rompe le palle.
A Milano farà peggio: per anni, assumerà solo impiegati in arrivo da Varese, da Caronno Pertusella e dintorni, dove aveva la base. Perché? Perché solo così può creare una comunità autoctona, fedele, gente disposta perfino a spiarsi a vicenda.

Dalle Acciaierie di Cornigliano, all'Italsider, all'Ilva, che Riva compra (dall'Iri di Romano Prodi) per un tozzo di pane nel 1995, anno uno delle grandi privatizzazioni, negli stabilimenti dei Riva la mano destra non deve mai sapere cosa fa la sinistra.
Ancora prima che arrivasse Riva i bilanci erano perlopiù un optional: le porcherie che c'erano dentro erano puntualmente revisionate e avvalorate da Deloitte & Touche, quelli della Parmalat, per intenderci. A furia di truccare le carte nel 1993 arriva a Genova Hayao Nakamura, uno degli ultimi amministratori delegati del gruppo Ilva prima della privatizzazione. Con lui i conti cominciano a quadrare per un obiettivo, all'epoca, complesso: rendere appetitoso tutto quello che può essere buono per gli investitori privati, comprese le prime bad company italiane, cioè le società decotte che si prendono sul groppone i debiti delle altre.

Nakamura fa un buon lavoro e, non a caso, la sua poltrona dura meno di un anno. Riva, diventato nel 1995 proprietario unico dell'Ilva privatizzata, torna a fare i giochi delle tre carte con i conti togliendo dalla testa di tutti l'idea di andare in Borsa.
Sbarcare in piazza Affari vuol dire farsi mettere il naso nei bilanci almeno ogni tre mesi e Riva non ci pensa nemmeno.
Lui ha ben altro a cui pensare, prima di tutto a rendere insopportabile la vita quotidiana in fabbrica.

Ancora oggi Riva mette un segno colorato accanto a ogni nome nella distinta delle buste paga. Se vicino al tuo nome c'è il segnetto blu va tutto bene: ti becchi il premio produzione a fine anno e vai avanti così. Se il segno è giallo devi stare attento: mi hai rotto parecchio le balle e devi rigare dritto. Se accanto al tuo nome il segnetto è rosso sei fottuto: niente premio di produzione e sei vicino al licenziamento. Chi lo conosce bene sostiene che sono più importanti quei tre segni che l'intero contenuto della busta paga.

A Genova esisteva la famigerata palazzina degli orrori di via Ilva, la via dedicata alla vecchia fabbrica, quella dei primi del Novecento. Adesso non c'è più: al suo posto c'è l'unico hotel a cinque stelle del capoluogo, il Bentley.
La palazzina (smantellata casualmente dopo che Riva è stato condannato per mobbing a Taranto nel 2001) aveva al piano terra degli enormi stanzoni, open space dove c'erano solo scrivanie su ognuna delle quali era posato un telefono che poteva solo ricevere. Lì venivano confinati operai o impiegati che si rendevano colpevoli di troppe (secondo Riva) assenze per mutua oppure, ancora peggio, testoni che, nonostante le indicazioni-intimidazioni dei dirigenti, continuavano a pagare le quote al sindacato.

Erano tutti dei reietti a cui veniva data la busta paga ma che non dovevano più essere messi nelle condizioni di lavorare. Piuttosto, facessero ginnastica, bricolage, maglioni per otto ore al giorno, come effettivamente avveniva.
Chi ha vissuto quegli anni in fabbrica dice che parecchie persone (tra cui una giovane impiegata) messe al confino nella palazzina di via Ilva siano poi morte di cancro derivato dalla depressione. Nonostante questo, e nonostante una sentenza di condanna a Taranto per episodi di mobbing e tentata violenza privata, a Genova Riva l'ha sempre fatta franca.

Senza che i sindacati battessero ciglio, estromessi da tutto. Perché l'Ilva è una grande famiglia, secondo il vangelo del padrone, e tra noi, dicono i dirigenti, non c'è bisogno del sindacato, considerato da Riva una “figura non necessaria”.
Se c'è qualche problema, la mia porta è sempre aperta, bussi, entri e ne parliamo. All'Ilva di Genova, dal 1995 al 2000 le organizzazioni sindacali non hanno autorizzazione ad accedere agli stabilimenti. Semplicemente chi ha una tessera sindacale non può entrare. A lui viene riservato un trattamento speciale: se non ha effetto il pressing quotidiano dei capireparto (che girano intorno agli operai con tessera facendo costanti pressioni psicologiche) si passa all'invito a presentarsi dal capo del personale il quale, a Milano nella sede centrale di viale Certosa, si prodiga a dissuaderli dal rinnovare la tessera.

Risultato? A Genova, nel 1999, non c'è più una tessera sindacale rinnovata, soprattutto tra gli impiegati. A Taranto è andata peggio: dopo la privatizzazione le iscrizioni sono passate dal 70-80% a meno del 30% tra gli operai, mentre fra gli impiegati si è passati dal 50% a zero. Sempre a Taranto si dice che addirittura le segreterie dei tre sindacati abbiano sempre suggerito ai delegati di “lasciar stare” i nuovi assunti per occuparsene dopo. E i risultati di questa tattica li vediamo oggi.
A Genova la situazione è cambiata solo dopo che la politica è scesa in campo contrattando coi Riva fino a concedergli l'uso di una serie di banchine del porto per cinquant'anni (più o meno a partire dal 2005) in cambio della chiusura della cokeria altamente inquinante e di qualche tessera sindacale in più.
A Taranto invece Riva ha sempre fatto quello che ha voluto, facendosi scudo coi corpi degli oltre 20 mila addetti, tra diretti e indotto.

Con i suoi metodi Riva è riuscito a fondare un gruppo che, dal 2005, è tra i primi dieci produttori di acciaio al mondo e che oggi possiede 36 siti produttivi di cui 19 in Italia dove viene prodotto oltre il 62% dell'acciaio e dove l'Azienda realizza il 67% del proprio fatturato, passato dai 5,8 miliardi di euro del 2009 agli oltre 10 miliardi del 2011. Non un solo centesimo, hanno accertato i magistrati, è stato speso per mettere a norma lo stabilimento di Taranto anche se, sul sito del gruppo Riva, campeggia una frase che sa di presa per i fondelli: “le strategie definite dalla Direzione, nel programmare lo sviluppo, non perdono mai di vista la compatibilità tra l'ambiente, le specifiche attività e la migliore integrazione nei diversi contesti socio-economici in cui il Gruppo è presente”. Humor nero, visto come sta andando a finire la vicenda in Puglia.

A Taranto la vita è insostenibile, all'interno e all'esterno dello stabilimento, mentre nei siti sparsi per l'Europa i Riva si guardano bene dallo sgarrare anzi vincono premi per il basso impatto ambientale (come dimostrano le controllate tedesche Hes, Hennigsdorfer Elektrostahlwerke GmbH e Bes, Brandenburger Elektrostahlwerke GmbH ).
Perché, dunque, in Italia i Riva fanno quello che vogliono? Perché hanno sempre goduto di protezioni altissime.
E' un caso che qualcuno abbia cominciato a rompergli le scatole proprio quando è tramontata la stella di Berlusconi?
Via Berlusconi, gli rimane comunque Corrado Passera, adesso all'interno del governo col ruolo di ministro dello Sviluppo economico e delle infrastrutture ma già trait d'union con Banca Intesa, l'ex Cariplo, sempre a fianco dei Riva fin dalla privatizzazione. All'epoca, nel '95, Passera era amministratore delegato del Banco Ambrosiano Veneto che poi diventerà Cariplo e finanzierà l’offerta per comprare la fabbrica messa in vendita dallo Stato, un'operazione da 2.200 miliardi di lire, cioè più di un miliardo di euro attuali.

Quella della privatizzazione, dicono, più che altro è stato un regalo fatto dall'allora presidente dell'Iri Romano Prodi: è come se una latteria comprasse la centrale del latte. Riva comunque per prendersi l'Ilva pare non abbia sborsato soldi né per l'avviamento né per alcun brevetto, ha pagato solo il patrimonio netto, cioè il capitale sociale più le riserve. E' che, già al tempo, sponsor dell'operazione sono stati personaggi di primo piano del “cartello delle banche” nostrano: Passera, appunto, e Alessandro Profumo, che era già amministratore delegato di Unicredit. Due grand commis che si vedevano girare spesso nelle stanze della sede dei Riva di viale Certosa in visite pastorali che venivano annunciate dagli impiegati con tecnicismi finanziari del tipo: “oggi si sente Profumo di Passera”.

Altri personaggi che si aggiravano spesso nella sede milanese erano i rappresentanti della famiglia Amenduni, in genere annunciati da guardie del corpo che sembravano prese da “Goodfellas” di Martin Scorsese.
Gli Amenduni sono l'aristocrazia della siderurgia italiana, proprietari tra l'altro della Amenduni Acciaio Spa e delle Acciaierie Valbruna, colosso degli acciai inossidabili.
Autarchici e del tutto avversi all'esposizione mediatica, possiedono attualmente il 10% dell'Ilva , ma il loro ingresso nell'azienda privatizzata nel '95 sembrava avere l'unico scopo reale di fornire un 'padrinato' di rango ai Riva che si avventuravano in un territorio pressoché sconosciuto come Taranto, feudo invece degli Amenduni.
Ciò non toglie che due mesi fa il loro rappresentante abbia votato contro il bilancio del gruppo Ilva chiedendo informazioni su certi trasferimenti di denaro dal colosso siderurgico a finanziarie personali dei Riva.

Un altro paradosso di questa storia è costituito dai sindacati che non vogliono sentirselo dire ma sembrano schierati apertamente a protezione degli interessi del padrone che sono a rischio. Certo, a rischio c'è la maggiore produzione europea di acciaio, visto che a Taranto Riva produce quasi tutto l'acciaio che poi lavora negli altri stabilimenti (tra la Hellenic Steel greca, Tnusiacier e Ilva Maghreb in nord Africa).

Che tutto il sindacato (a eccezione della Fiom) scioperi per proteggere l'attività del padrone non s'era mai visto, mi dice un ex impiegato di Riva. E c'è pure chi sostiene che, con tutto il potere che mettono in campo i Riva, finisce che i soldi per gli interventi per risanare i siti (190 milioni di euro, pare) ce li metteremo noi. O che loro ne metteranno un po' e noi pagheremo il resto, quello che contrattano con Passera.
Niente di più facile.


31 Agosto 2012


domenica 2 settembre 2012

QUANTE DIVISIONI HA IL PD?



di Norberto Fragiacomo


Il fatto che il Partito Democratico sia diviso al suo interno è noto anche agli scolaretti: a volte le correnti paiono più numerose dei leader, o presunti tali, e sui temi sensibili i confronti degenerano sovente in penose baruffe. Che però nel PD esista una “Sinistra”, di provenienza DS, contrapposta alla palude centrista, mi sembra difficilmente sostenibile: i vari Fassina, Orfini e via dicendo (su Pippo Civati non mi pronuncio: sembra una persona seria, ma ultimamente lo si sente poco…) criticano spesso l’esecutivo ma poi, al momento topico, votano sì o approvano il voto del partito, corroborando l’opinione generale – cioè quella sponsorizzata dai media di regime – che non ci siano alternative a questa austerità. L’impressione è che Bersani, di cui sono fidati collaboratori, li abbia messi lì per intonare una sorta di controcanto, utile a rabbonire le masse di supporter delusi. Chi, come Stefano Fassina, dice (a L’infedele) che ritiene sbagliata la riforma dell’articolo 81, ma, fosse stato parlamentare, avrebbe comunque espresso voto positivo per “senso di responsabilità”, non è un oppositore: fa solo finta di esserlo. Chi non vede alternative al liberismo è nient’altro che un liberista recalcitrante. Non c’è alcuna linea verticale che tagli in due i democrats: sono gli atti, non parole gratuite, a stabilire chi è di destra e chi è di sinistra. Senza esagerare, potremmo concludere che Mario Monti ha regalato un’identità a chi ne era privo: l’appoggio al governo è la malta che tiene insieme la sbilenca costruzione veltroniana. Il carnivoro convinto (un Giuliano Ferrara, per intenderci) è, a suo modo, più rispettabile di quello riluttante che, dopo aver pianto sulla sorte degli animali macellati, si abbuffa comunque – perché scendere nella macelleria sottocasa è più comodo che mettersi a coltivare l’orto.  
Norberto Fragiacomo

sabato 1 settembre 2012

SULCIS IN FUNDO!



OPERAI DALLE STELLE ALLE STALLE,

DAI TETTI ALLA TERRA



Sarà per allenarsi a quello che ci aspetta tutti, sarà per distinguersi dai loro fratelli sudafricani, ma i minatori sardi si oppongono alla chiusura della miniera di Nuraxi autosotterrandosi, e tagliandosi le vene.

Si che motivi ce ne sarebbero, per gli operai, di tagliarsi le vene, ma di sotterrarsi da soli?

Eppure, solo il moto operaio masochista, dall’arrampicata all’autocarcerazione, fino al seppellimento volontario, buca i media, crea simpatia, e viene lodato anche dai servi scribacchini della borghesia.

È un coro, sembra che gli operai non abbiano nemici!

L’importante è che loro, gli operai, non lottino sul serio, non sequestrino nessun padrone, non blocchino la produzione, non la sabotino, non scioperino... insomma, se si fanno del male da soli, sono degli eroi.

Eroi della “fierezza del mestiere, dell’orgoglio operaio del lavoro”, “interpreti della civiltà che supera lo sfruttamento capitalistico e le differenze sociali”.

Gli operai sottoterra diventano “eroi” perché dediti e dedicati al lavoro, che difendono sempre, in qualunque condizione, inquinante o usurante che sia.

E poi, vuoi mettere, finalmente, la parità sottoterra, sia nello scendere quotidianamente in miniera che in questo attuale autoseppellimento.

Anche le donne “minatrici”, uguali ai loro compagni minatori, sottoterra, naturalmente!

Chissà, forse, essendo “scomparsi” sopra la terra, gli operai cerchino una propria vendetta sotto la terra?

Peccato per i minatori del Sulcis, ma i loro fratelli sudafricani sono stati più determinati.

Sottoterra ci sono rimasti per sempre, a decine, e non per loro scelta. 


C O M B A T 


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