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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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mercoledì 26 settembre 2012

NO AL CENTRO-SINISTRA. SI’ ALLA COSTRUZIONE DI UN FRONTE POPOLARE DI LIBERAZIONE NAZIONALE.

Pubblichiamo l’interessante contributo di Giuseppe Angiuli per gli STATI GENERALI  PER L’ALTERNATIVA SOCIALISTA  del 24 novembre 2012 organizzata da:
SOCIALISMO E SINISTRA / SINISTRA SOCIALISTA / LEGA DEI SOCIALISTI




NO AL CENTRO-SINISTRA.
SI’ ALLA COSTRUZIONE DI UN FRONTE POPOLARE
DI LIBERAZIONE NAZIONALE.
di Giuseppe Angiuli





Grande è la confusione sotto il cielo”, avrebbe detto Mao Tse tung.
Effettivamente, grande è la confusione, in questi tempi difficili, quando ad essere immerso in una profonda  crisi sistemica è un intero modello globale di sviluppo.
Moltissimi cittadini e lavoratori italiani appaiono miseramente sbandati e disorientati dinanzi a questa grande crisi; essi non riescono a comprendere cosa abbia provocato uno sconquasso così evidente nel nostro sistema di vita e, molto preoccupati per la propria vita e per quella dei propri figli, si sentono – mai come ora - privi di qualunque punto di riferimento politico a cui affidare le proprie aspirazioni di riscatto morale e sociale.
Ad essere in crisi è anche l’intero modello di democrazia rappresentativa occidentale, che fin dai tempi della Rivoluzione Francese è sembrato essere funzionale ad un allargamento sempre più graduale della partecipazione dei cittadini alle scelte delle nazioni ma che oggi, dinanzi ai gravi sconvolgimenti economico-sociali in atto, non appare più capace di assicurare la rappresentanza di gran parte degli interessi collettivi.
La fase storica che stiamo vivendo è di tale gravità da rendere vivamente necessarie, per tutti noi, tanto un’analisi lucida e corretta di ciò che ci sta accadendo quanto una risposta politica seria, realista e tempestiva.


LE CAUSE DELLA CRISI CHE STIAMO VIVENDO.

La crisi che stiamo vivendo viene da lontano e merita di essere attentamente ricostruita, almeno per sommi capi.
Agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso, uno storico viaggio di Richard Nixon nella Repubblica Popolare Cinese realizza il clamoroso disgelo tra Washington e Pechino e pone le basi politiche necessarie per un vasto processo che si sarebbe delineato e consolidato solo qualche decennio più tardi e che avrebbe preso il nome di globalizzazione neo-liberista.
Ai tempi del viaggio di Nixon a Pechino, gli Stati Uniti e la Cina, dopo decenni di reciproco isolamento, scoprono per la prima volta di avere degli interessi in comune o meglio, degli interessi complementari: gli U.S.A., locomotiva trainante del cosiddetto “occidente capitalistico”, hanno da poco annunciato al mondo intero che il dollaro statunitense non verrà mai più convertito in oro, dichiarando così la fine degli accordi di Bretton Woods[1]; la Cina, a sua volta, deve fare i conti con gli esiti economico-sociali disastrosi della fase successiva alla Rivoluzione Culturale di Mao e così il gruppo dirigente del Partito Comunista Cinese inizia a progettare delle nuove soluzioni per imprimere una svolta politico-economica al grande Drago d’oriente.

La storica stretta di mano tra Nixon e Mao a Pechino nel 1972


Bisogna attendere almeno gli anni ’80, tuttavia, perchè tale complementarità tra U.S.A. e Cina si manifesti in forma chiara e netta attraverso accordi economici di largo respiro: gli statunitensi (facendo da battistrada per l’intero sistema capitalistico occidentale) ottengono il permesso per realizzare in estremo oriente una portentosa opera di delocalizzazione del sistema produttivo occidentale, destinando grandi flussi di capitale in buona parte dei territori del sud-est asiatico (non solo in Cina ma anche in Corea del sud, Tailandia, Filippine, Indonesia, Malesia, Taiwan, Singapore, ecc.); in occidente inizia in quel momento una grande corsa a piazzare le installazioni industriali nel Far East, una zona del mondo dove investire denari diventa più che conveniente a causa del basso costo del lavoro (è il cosiddetto dumping salariale); in cambio di tale lasciapassare, la nuova guida cinese Deng Xiaoping, fautore e artefice del “socialismo con caratteristiche cinesi”, ottiene l’apertura generalizzata dei mercati globali per i prodotti cinesi, che da quel momento invadono letteralmente il mondo; piccolo particolare non irrilevante di quegli accordi, la leadership cinese, al contempo, si impegna a sostenere il colossale debito pubblico U.S.A. acquistando da quel momento immani quantità di bond del Tesoro americano.
Gli U.S.A. avrebbero investito gran parte del loro debito pubblico sempre in armamenti e in guerre di invasione, utilizzando lo strumento bellico quale principale deterrente per chiunque provasse a sfidarne l’egemonia, soprattutto in quelle zone del mondo ben dotate di fonti di ricchezza energetica.

Da quel momento si pongono le basi per la definizione degli accordi del W.T.O. (Organizzazione Mondiale del Commercio) e per un sostanziale abbattimento di ogni tipologia di barriere doganali al commercio internazionale dei prodotti ma i cui princìpi sono valevoli anche per i servizi e le proprietà intellettuali: la globalizzazione neo-liberista può ora realmente prendere il volo.
I cinesi, scaltri e lungimiranti, nello stesso momento in cui iniziano ad accogliere gli investimenti occidentali e a chiudere con l’economia collettivista, mantengono però inalterata la centralità del Partito Comunista Cinese quale guida politica del Paese: in sostanza, essi si aprono all’economia di mercato ma non abbandoneranno mai il loro modello dirigista e pianificato di conduzione dell’economia. E’ questo il motivo per cui nel 1997, quando una prima grande crisi finanziaria (dettata da fughe di capitali occidentali) si abbatte sulle tigri asiatiche minori (Tailandia, Malesia, Corea del sud, Indonesia, ecc.), la Cina mantiene inalterate la propria struttura e capacità produttiva[2]: in effetti, per chi non lo sapesse, alla borsa di Shanghai (a differenza che in quelle occidentali) è sempre rimasto rigorosamente vietato giocare d’azzardo con i capitali speculativi.

Quello che però l’establishment U.S.A., agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso, nel pieno dell’euforia per lo “scacco matto” appena assestato al nemico sovietico, non aveva adeguatamente previsto è che i cinesi (civiltà di tradizione millenaria) avrebbero utilizzato in modo più che opportunistico quella posizione economico-strategica loro offerta dagli U.S.A. e che, nel giro di pochi anni, avrebbero finito per trasformarsi da territorio mero “ospite” delle installazioni industriali occidentali in un gigante economico capace di sviluppare una sua precisa ed autonoma strategia di dominio non soltanto economico ma anche politico-militare, con proiezione globale.
Dopo poco più di un ventennio, la strategia cinese ha avuto un successo strepitoso che oggi rende la stessa Cina quale unica nazione al mondo in grado di non dovere prendere ordini dagli Stati Uniti.
Infatti, l’ex “Impero di Mezzo”, dopo avere iniziato ad invadere i nostri mercati con i propri insulsi giocattolini per bambini sfortunati, avrebbe ben presto cominciato ad affinare le sue produzioni, “rubando il mestiere” ai capitalisti occidentali e conquistando in pochi anni sempre maggiori cointeressenze in tutti i settori dell’industria strategica, sino ad acquisire, nei primi anni del Duemila, una posizione di quasi assoluta supremazia in numerose produzioni ad alto contenuto tecnologico.
Tale fenomeno è ampiamente analizzato in un interessante articolo a firma di Marcello Gullo, pubblicato sul primo numero della rivista Geopolitica[3]: secondo tale analisi, il capitalismo occidentale, favorendo quel clamoroso processo di deindustrializzazione avvenuto al proprio interno e di conseguente delocalizzazione in estremo oriente, sarebbe finito in una trappola costruitasi con le proprie stesse mani, a causa dell’avidità dei suoi stessi attori capitalisti.
In ogni caso, pur ammettendo che questa premessa a carattere economico-generale è lunga, va detto che se non si comprende bene il sistema di divisione internazionale del lavoro, concepito e attuato dalla dirigenza americana alla fine del secolo scorso, non si possono comprendere le ragioni strutturali della attuale crisi: tale crisi, in una prospettiva marxiana, è spiegabile soltanto come una delle tante e ricorrenti recessioni cicliche del capitalismo, dovute a sovrapproduzione di merci (cinesi) ed a sovra-accumulazione di capitale finanziario (occidentale).

Ed a proposito di eccesso di capitali, cosa è accaduto in occidente, negli ultimi 2 decenni, a causa di quell’immane processo di delocalizzazione industriale in estremo oriente, di cui si è detto sopra?
E’ accaduto che i capitali (che sono naturalmente attratti dal profitto nella stessa misura in cui gli spermatozoi sono attratti dall’utero), non potendo più realizzare in occidente degli adeguati margini di profitto attraverso investimenti in attività produttive, rese ormai poco competitive dalla apertura dei mercati globali in cui a dominare sono le merci cinesi (o asiatiche in genere), hanno dovuto giocoforza rifugiarsi nella finanza speculativa: è così che in occidente si è avuta la cosiddetta finanziarizzazione dell’economia.
Tonnellate e tonnellate di prodotti finanziari avariati (tra cui i famigerati strumenti derivati) hanno costituito lo strumento usato dalla finanza speculativa occidentale per realizzare profitti senza limiti e per adeguare la legislazione dei Paesi occidentali unicamente alle loro ragioni di forsennata ricerca di guadagno parassitario.
Si è iniziati, alla fine degli anni ’90, con la bolla speculativa sulle dot com (i titoli legati alla new economy) per poi passare ai futures sulle fonti energetiche (petrolio in primis, di cui si è artatamente manipolato il prezzo) e sui beni alimentari per poi ancora passare alla speculazione immobiliare e per arrivare infine, dulcis in fundo, all’attacco ai titoli di Stato nei Paesi dell’euro-zona.

Ma la diffusione immane di titoli finanziari il cui valore è ormai slegato da beni e ricchezze di tipo materiale doveva prima o poi inevitabilmente condurre allo scoppio della ciclica bolla: ecco dunque quello che è avvenuto a partire dal 2007-2008, con centro irradiatore gli U.S.A.!
Le più grandi banche del circuito finanziario occidentale sono virtualmente fallite ed hanno pensato bene di “socializzare” le loro perdite, scaricando le conseguenze della crisi capitalistica sulle classi lavoratrici e sui ceti medi delle nazioni occidentali e costringendo i governi dei Paesi occidentali a mettere a loro disposizione i propri bilanci pubblici con importanti “iniezioni di liquidità” necessarie a non farle fallire.

In un orizzonte neppure tanto lontano, si intravede un sempre più possibile scontro tra questi 2 capitalismi, quello occidentale, ormai ampiamente terziarizzato e “finanziarizzato” nonché incapace di rilanciare la sua produttività e quello asiatico, ancora prevalentemente industriale e manifatturiero: è chiaro a tutti come tali capitalismi sono ormai divenuti ineluttabilmente antagonisti ed a essere in gioco è oggi il dominio del mondo.
Tale scontro strategico sarà accelerato e diverrà presto inevitabile in primo luogo per il protagonismo assunto dalla Cina in aree del mondo in cui è ampiamente disponibile l’accesso a fonti energetiche primarie (Africa e America latina), in secondo luogo perché anche a est sta sorgendo una potente alleanza politico-militare (la S.C.O.Organizzazione per la Cooperazione di Shangai) che vede il proprio fulcro nella stessa Cina e nella Russia dal rinato nazionalismo putiniano.

I recenti conflitti accaduti in Libia e in Siria, abilmente presentatici quali “rivoluzioni popolari spontanee”, costituiscono in realtà un primo terreno di scontro tra i due blocchi antagonisti a livello globale.




LA CRISI DELL’EUROZONA. LA PERDITA DI SOVRANITA’ DEL POPOLO ITALIANO.

Quando la crisi è scoppiata in occidente (tra il 2007 e il 2008) in pochi avrebbero potuto immaginare con quali conseguenze drammatiche la finanza speculativa avrebbe scaricato i propri effetti sull’economia reale.
Come detto poc’anzi, quando i capitali non riescono a realizzare sufficienti margini di profitto nelle attività produttive, i capitalisti, da che mondo è mondo, disinvestono e, in mancanza di adeguati interventi e contro-spinte ad iniziativa pubblica, ne può solo derivare – come in effetti sta accadendo in questa fase – una lunga depressione con cifre di disoccupazione e povertà sempre crescenti.

Ma la grande crisi che ci sta attanagliando ci ha fatto scoprire un’altra realtà ben lontana dalla nostra immaginazione: il reale significato (perverso) dell’Europa neo-liberista e tecnocratica fondata sull’autonomia di istituzioni anti-democratiche come la B.C.E. e la Commissione Europea, per nulla soggette ai popoli europei.
L’Unione Europea tanto decantata dal nostro Romano Prodi (già consulente di Goldman Sachs e grande protagonista della nostra stagione di privatizzazione-svendita di tutti i gioielli pubblici dell’economia nazionale) si è rivelata per ciò che è: un insieme di organismi tecnocratici messi al servizio delle esigenze del grande capitale finanziario.
La moneta unica Euro, che avrebbe dovuto arrecarci quei mirabolanti vantaggi tanto esaltati nel recente passato dal nostro ceto politico di centro-sinistra, si è rivelata anch’essa finalmente per ciò che realmente è: uno strumento messo al servizio delle elites mercantilistiche franco-tedesche per assumere il dominio del grande mercato unico europeo.

La cessione di sovranità da parte delle nostre istituzioni democratiche nei confronti di organismi sovra-nazionali non eletti dai popoli europei ha ormai azzerato il ruolo del nostro Parlamento e del nostro Governo nazionale, il cui compito è unicamente limitato alla mera esecuzione di diktat liberisti provenienti dagli organismi tecnocratici europei, come è stato clamorosamente dimostrato dalla lettera ricattatoria a firma Draghi-Trichet diretta al governo-Berlusconi nell’estate del 2011.

In un momento di crisi della produzione, è inevitabile che i grandi centri di accumulazione del capitale (come le grandi banche “too big to fail”) abbiano avvertito il bisogno di drenare ricchezze immani dai lavoratori subordinati e dalle piccole e medie imprese verso “i piani alti” della piramide sociale. Tale surplus di accumulazione servirà per essere giocato nella grande competizione mondiale tra i diversi capitalismi antagonisti.
Con il pretesto risibile di ridurre il debito pubblico sovrano delle nazioni europee, la grande crisi ha dunque fornito l’occasione alle elites economico-finanziarie transazionali per sferrare un attacco senza precedenti al mondo del lavoro, alle famiglie e alle piccole imprese italiane: in fin dei conti, sotto attacco dei poteri forti siamo tutti noi!
In Italia, come tutti sappiamo, alla fine del 2011, con il discutibile avallo del nostro Capo dello Stato (supremo garante istituzionale del disegno neo-oligarchico attualmente in atto), si è insediato un governo di tecnocrati che, forse per la prima volta nella storia della nostra Repubblica, è privo di alcun tipo di mandato popolare o di investitura elettorale.
Non è difficile per nessuno di noi individuare i centri ispiratori e decisionali del Governo-Monti: lo abbiamo capito tutti, è stata la B.C.E., sono state le grandi banche transnazionali ad avere fortemente desiderato l’insediamento di questo Esecutivo.
I grossi centri della speculazione (e della accumulazione) finanziaria, in Italia come in Grecia, non potendo più fidarsi della mediazione di governi che, a prescindere dal colore politico, traevano comunque legittimazione da un mandato elettorale, hanno deciso di mettere in sella i loro stessi funzionari, ai quali hanno affidato un compito chiaro e netto, che può non essere capito soltanto da chi non abbia voglia di capirlo.
Peraltro, non è neppure difficile comprendere che, nel contesto di un’Europa asservita ai poteri forti finanziari, all’Italia è stato assegnato un ruolo politico-economico di sub-dominanza e di subordinazione nei confronti dell’asse franco-tedesco.
L’attacco al debito pubblico italiano dovrebbe verosimilmente essere funzionale al compimento della decisiva spoliazione di tutti i residui “gioielli di famiglia” dell’economia nazionale a capitale ancora (parzialmente) pubblico: in primis, ENI, ENEL, Finmeccanica, sui quali già si vedono avventarsi, come avvoltoi affamati, i grandi centri di accumulazione capitalistica non soltanto di provenienza occidentale, come dimostra il recente protagonismo del noto Emiro del Qatar.

E’ inutile nascondere che i meccanismi di formazione del debito pubblico nazionale sono stati pesantemente influenzati, nell’ultimo periodo, dall’affermazione di istituzioni sovranazionali europee (prima tra tutti la B.C.E.) non elette dai cittadini che ci hanno tolto sovranità e che hanno spogliato il nostro Tesoro e la Banca d’Italia di ogni loro storica prerogativa istituzionale ed al contempo hanno blindato il Parlamento spogliandolo di tutte le più importanti funzioni in materia economico-finanziaria e di bilancio.
E’ bene che tutti sappiano che con l’avvento dell’euro lo Stato italiano ha perso il potere di emettere una propria moneta sovrana; al contempo, la Banca d’Italia ha perso il suo ruolo di soggetto prestatore di ultima istanza ed ha ceduto ogni potere di regolazione monetaria e di freno all’azione speculativa dei capitali stranieri, mentre il Governo nazionale, con i trattati di Maastricht e di Lisbona, senza che i cittadini se ne siano accorti, ha ceduto all’Unione Europea quasi tutti i suoi poteri di intervento in materia economica e finanziaria.
In sostanza, quando ci sono attacchi speculativi contro i titoli del debito pubblico – come sta avvenendo negli ultimi tempi in Italia - lo Stato oggi non ha più alcuno strumento effettivo per intervenire a difendere la salute dei propri conti pubblici e la propria stessa economia nazionale, in quanto l’andamento dei titoli del nostro debito pubblico è affidato unicamente ai capricci delle agenzie di rating e agli appetiti famelici delle grandi banche internazionali (in quanto soggetti prestatori di prima istanza).
Ma quel che è più grave, in tale contesto, è che le ricette di forte austerità monetaristica e neoliberista, imposte dall’Europa al Governo-Monti, si stanno sempre più rivelando come una medicina che aggrava il male, anziché guarirlo!
Il gran numero di imprese che chiudono, i lavoratori e i piccoli imprenditori che si suicidano, interi distretti industriali in fase di pieno smantellamento, sono sintomi evidentissimi di una cura economica che non sta funzionando per niente e che contraddice palesemente gli stessi obiettivi per i quali ci viene ufficialmente presentata come “inevitabile”!
Continuando di questo passo, l’Italia, da essere una delle principali potenze industriali al mondo, diventerà ben presto periferia economico-produttiva del pianeta e i nostri giovani potrebbero presto essere costretti ad emigrare in gran numero all’estero, verso le nuove economie emergenti, per trovare un lavoro.

Si fa largo qualcosa che è ben più di un sospetto ma che, anzi, appare ogni giorno di più come una certezza inconfutabile: il vero obiettivo per cui si è insediato il governo guidato dal tecnocrate Monti non è quello di ridurre il debito pubblico (come tutte le cifre, a quasi 1 anno dal suo insediamento, stanno a dimostrare!).

Il Governo dei tecnocrati doveva insediarsi per svolgere un compito nefasto: trasformare l’Italia in ciò che è stato deciso dalle oligarchie trans-nazionali che essa sia nel contesto dell’Europa tecnocratica in una fase di crisi capitalistica: una colonia (ovverosia, come diceva il principe Metternich al famoso Congresso di Vienna, una mera “espressione geografica”).
Una colonia politica degli U.S.A. e della NATO ed una colonia economica del capitalismo franco-tedesco.






IL QUADRO POLITICO NAZIONALE. INUTILITA’ DELLA RIPROPOSIZIONE DI UNO SCHEMA DI CENTRO-SINISTRA. NECESSITA’ DI COSTRUIRE UN AMPIO FRONTE POPOLARE SOVRANISTA E INTERCLASSISTA.

La semplice lettura di tutte le articolate questioni poste dai precedenti punti del presente documento dimostra di per sé la assoluta autoreferenzialità del sistema politico italiano, ridotto da tempo ad un circo Barnum slegato dalla realtà.
Per dirla come Giulietto Chiesa, negli ultimi anni, gli italiani, anche per via della clamorosa manipolazione di cui sono stati incessantemente fatti oggetto dai grandi mass-media nazionali (compresi i grandi giornali, primo tra tutti la testata-partito Repubblica), hanno vissuto in un immenso Matrix.

Ma quel che è più grave è che oggigiorno, paradossalmente, sono i militanti delle tradizionali forze politiche di centro-sinistra ad essere i maggiormente alienati dalla realtà!

I dirigenti politici del centro-sinistra, infatti, a partire da quelli dell’attuale PD, sono tra i primi responsabili della situazione storico-politica in cui ci troviamo a vivere oggigiorno, avendo condiviso, nell’ultimo ventennio, tutti i passaggi epocali che hanno segnato l’evoluzione del quadro politico-economico italiano.
Dalla deregolamentazione del mercato del lavoro alle privatizzazioni selvagge, dalla condivisione delle guerre NATO (a partire da quella jugoslava) alla drastica riduzione dei servizi di Welfare State, dalla riforma del sistema bancario alla aziendalizzazione della Pubblica Amministrazione, tutti gli elementi di tale drastica trasformazione hanno sempre visto, in questi 20 anni, nel ceto politico dei partiti del centro-sinistra i più convinti sostenitori ideologici.
Il quadro descritto non è stato compreso per lungo tempo dalla maggior parte dei cittadini italiani di sinistra e di centro-sinistra in quanto ha assunto per loro un nefasto ruolo depistante la presenza ingombrante, nel campo avversario, del pittoresco personaggio politico-mediatico Silvio Berlusconi.
Ma ormai, essendo finalmente (quasi) venuto meno questo forte elemento di distrazione, per convincersi di qual è la reale situazione in atto è sufficiente osservare oggi l’atteggiamento diversificato con cui i principali schieramenti stanno fornendo il loro rispettivo sostegno al governo ultra-liberista a guida Mario Monti: freddo e distaccato, quasi “di costrizione” quello del P.D.L. e, al contrario, acritico e servile, quasi compiaciuto, per non dire entusiastico, quello del P.D.



E’ chiaro ormai a molti di noi come il P.D. e la sua classe dirigente costituiscono oggi in Italia i supremi e più affidabili garanti degli interessi facenti capo ai centri di potere finanziario che tengono in scacco i popoli europei.

Tanto in politica estera quanto sulle vicende legate ai destini dell’Unione Europea, il P.D. mostra di essere sempre un grammo “più realista del re”: l’assoluto appiattimento sulle ragioni della tecnocrazia europea e della NATO costituiscono il D.N.A. del partito di Bersani.
Ormai la popolazione italiana – anche se per larga parte incapace di comprendere le dinamiche globali nella loro complessità – può misurare nelle proprie tasche la portata di scelte scellerate.
Solo per fare solo un esempio, il popolo italiano è oggi in condizione di comprendere quanto sia stata scellerata la decisione di tradire e poi fare bombardare Gheddafi, nostro antico alleato e fornitore energetico (consegnando la Libia ai fondamentalisti islamici) e di avere aderito, soltanto per ubbidire ad un diktat di Washington, all’ingiusto embargo all’Iran, altro Paese nostro fornitore di greggio: il brillante risultato è che oggigiorno la benzina italiana, che ha ormai raggiunto lo storico record di 2 euro per litro alla pompa, è diventata probabilmente la benzina più cara al mondo!

L’appiattimento del P.D. sulle ragioni dei poteri forti finanziari ha delle radici lontane.
Le recenti rivelazioni lasciate quale testamento spirituale da un ex ambasciatore americano confermano quello che molti socialisti italiani sospettavano da tempo: e cioè che l’operazione politico-giudiziaria di Mani Pulite, facilitata da qualche abile “manina d’oltreoceano”, all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso costituì il pretesto per liberarsi di una classe dirigente non totalmente appiattita sugli interessi americani e atlantisti (in primis il Craxi di Sigonella) e per affidare agli ex comunisti del disciolto P.C.I., il compito di divenire i nuovi fiduciari, esecutori servili e acritici di ogni diktat neo-imperiale.
Una volta compreso finalmente da dove abbia avuto origine il potere che D’Alema e compagni hanno assunto nel contesto politico della II Repubblica, diventa estremamente chiaro che chiunque oggi, animato da idee socialiste e sovraniste, desideri restituire al nostro Paese quella libertà, quella sovranità, quella vitalità economico-industriale e quel ruolo di protagonista autonomo nel mediterraneo e nel mondo, di cui è stato privato in questi ultimi 2 decenni, non può che individuare proprio nel gruppo dirigente fellone e infido dell’ex P.C.I., oggi alla testa del P.D. (e non certo nel macchiettistico Berlusconi ormai sul viale del tramonto), il suo principale antagonista politico.

In questo quadro, la pseudo-contrapposizione tra i due schieramenti di centro-sinistra e di centro-destra, entrambi docilmente disponibili ad eseguire i dettami della B.C.E. e del F.M.I., entrambi filo-atlantisti e sostenitori delle guerre di aggressione ai popoli, entrambi al sostegno del Governo ultra-liberista guidato da Monti, entrambi sostenitori di misure draconiane come lo smantellamento del tradizionale sistema di relazioni industriali, non può che apparire finalmente a tutti per ciò che realmente è: un illusorio gioco di specchi riflettenti.

Solo gli ingenui possono farsi confondere dalla presenza, all’interno del P.D., di attori di secondo rango (si pensi all’area di Fassina e Orfini) a cui è stato affidato il ruolo funzionale e subdolo di fare il “controcanto”.
Quello che unicamente conta è che il P.D., senza defezione alcuna, ha recentemente votato in Parlamento due provvedimenti esiziali che, nel mentre sanciscono il dominio definitivo della finanza e della tecnocrazia sul popolo italiano, al contempo rappresentano una camicia di forza che impedirà al nostro Paese, per un lungo periodo, tanto la crescita economica quanto la ripresa dell’occupazione: si tratta della regola del pareggio di bilancio inserita nella Costituzione (ostacolo insormontabile per qualunque manovra di sviluppo) e del cosiddetto fiscal compact (che costringerà ogni anno il Parlamento ad approvare finanziarie di pura austerità e ad usare la leva del fisco non già come strumento di equità sociale bensì come potente acceleratore della depressione economica in atto, provocando un ulteriore e clamoroso abbassamento del potere d’acquisto di tutti i lavoratori italiani e delle loro famiglie).

Quanto al personaggio illusorio di Nichi Vendola, a cui in molti a sinistra seguitano a dare credito e a cui è dunque doveroso dedicare almeno alcune righe di questo documento, basti solo riportare come costui ha apostrofato di recente il Presidente della B.C.E. Mario Draghi, vale a dire il supremo tecnocrate europeo, il più potente difensore del dominio delle ragioni della finanza capitalistica su quelle dei popoli europei: “Draghi è il Papa laico a cui tocca tenere in ordine i conti” – ha detto Vendola in un’intervista.
Questa semplice e rivelatrice affermazione su Draghi - unitamente all’osservazione delle continue e quotidiane giravolte politico-dialettiche del Presidente della regione Puglia (un giorno al carro di Bersani per poi ripensarci, dopo solo pochi giorni, senza che apparentemente sia mutato alcunché) - dovrebbe bastare a chiunque per comprendere quale ruolo ambiguo e teatrale stia rivestendo il ridetto personaggio all’interno del circo politico-mediatico italiano. Tanto basta per prevedere come ben presto il suo partito (SEL), retto da dinamiche puramente carismatiche e strumentalmente “pompato” dal sistema mediatico, si liquefarà come neve al sole.

In questo quadro politico in cui è la stessa esistenza dello Stato italiano, nella sua sovranità popolare, ad essere messa a rischio, unitamente alla libertà del popolo italiano di decidere delle più importanti questioni nazionali, quale può essere il ruolo di una forza politica di ispirazione autenticamente neo-socialista?

Innanzitutto, nel suddescritto scenario, il compito di una forza autenticamente socialista è quello di dire ai lavoratori ed ai cittadini italiani una prima ed importante verità: e cioè che l’argomento maggiormente sbandierato dalle oligarchie dominanti, vale a dire la presunta necessità di risanare e ridurre il debito pubblico, è una immensa, clamorosa, evidente truffa ai danni del popolo italiano.
In secondo luogo, sbagliano coloro i quali individuano nella corsa elettorale al Parlamento (e, in seconda istanza, nella partecipazione ad un possibile Governo di centro-sinistra) il più immediato e naturale degli obiettivi politici da perseguire.
L’esperienza dei pionieri del socialismo italiano, quali Andrea Costa, Filippo Turati e Antonio Labriola, dovrebbe insegnare a noi tutti come la battaglia parlamentare e per la conquista delle istituzioni può costituire, in determinati contesti favorevoli ed a determinate condizioni, soltanto uno strumento di lotta politica ma non è certo l’unico.

Agli albori del movimento socialista italiano, i nostri padri politici non si preoccuparono principalmente di conquistare poltrone parlamentari o cariche governative ma si concentrarono dapprima sulla costruzione all’interno della società (nelle cooperative, nelle società di mutuo soccorso, nelle prime leghe sindacali) degli embrioni di una nuova coscienza di classe che avrebbe cambiato radicalmente il senso stesso della partecipazione dei lavoratori italiani alla vita politica, fino a quel momento quasi del tutto assente.
Soltanto dopo avere strenuamente lavorato all’interno dei gangli vitali della società, i primi socialisti furono capaci di acquisire un ruolo incisivo nelle istituzioni parlamentari che desse un senso effettivo e uno sbocco politico alle loro istanze di emancipazione delle classi lavoratrici.






           


  

Oggigiorno tocca ripartire da lì per riconquistare la fiducia popolare.
Non è certo occupando una poltroncina parlamentare o governativa che si può ridare un senso alla battaglia dei veri socialisti, se prima non si recupera un senso di identità e di appartenenza che può ritrovarsi soltanto rileggendo la nostra lunga e variegata storia, che vide il giovanissimo Pietro Nenni, molto prima di arrivare a ricoprire la carica ministeriale, rimboccarsi le maniche e fare pure le barricate in strada, quando c’era il bisogno di farlo!

Soltanto quando i socialisti italiani saranno tornati a svolgere il compito per cui storicamente sono nati – e cioè quello di rappresentare i bisogni popolari cancellati dall’attuale agenda politica nazionale – soltanto allora potrà avere un senso la loro rinnovata partecipazione alle competizioni elettorali!
Ma in un contesto come quello attuale, nell’Italia del 2012, contraddistinto dalla più generale disaffezione dei lavoratori italiani verso la attuale classe politica nazionale, nonché da un sempre più diffuso astensionismo elettorale, sarebbe folle e velleitario pensare di rilanciare il socialismo italiano raccordandolo agli interessi autoreferenziali e burocratici di un ceto politico di centro-sinistra privato ormai di ogni credibilità agli occhi di buona parte della pubblica opinione.
E peraltro, dovrebbe bastare da sola la ricostruzione di questi ultimi 20 anni di cosiddetta “seconda Repubblica” e di questo anno di Governo-Monti per prevedere con estrema facilità uno scenario ormai chiarissimo: se il centro-sinistra dovesse andare al Governo, non potrà che proseguire sulla strada tracciata dalla Ue e dalla Bce, in ossequio agli interessi dei mercati finanziari globali. All’interno di una simile compagine, la partecipazione dei socialisti non potrebbe avere alcun senso se non quello di assestare il definitivo colpo alla loro gloriosa storia politica, seppellendola definitivamente e senza più possibilità di farla resuscitare.

La vera dicotomia, oggi in Italia, non è più tra centro-sinistra e centro-destra (contrapposizione che riecheggia non poco quella ottocentesca tra Destra e Sinistra storica in cui i socialisti seppero abilmente inserirsi, scardinandola): la vera contrapposizione oggi, nell’Italia del 2012, è tra coloro che intendono rappresentare gli interessi e le istanze di vaste fasce popolari della nazione da tempo prive di reale rappresentanza ed un’intera casta politico-economica ormai incolore ed omologata, tutta quanta appiattita su luoghi comuni menzogneri ed ingannevoli.

E allora, se la Lega dei Socialisti vuole davvero rilanciare il socialismo italiano, anziché perdere tempo dietro al ceto politico auto-referenziale dell’attuale centro-sinistra italiano (dove potrà tutt’al più ricavarsi qualche poltroncina o qualche indegno strapuntino), essa dovrà raccordarsi a quell’immensa fascia di popolazione italiana che è da tempo privata di ogni rappresentanza politica e che non crede e non si identifica in alcuna delle attuali formazioni politiche principali.

Se la Lega dei Socialisti sceglierà di seguire il carro funebre del centro-sinistra a guida Bersani-Vendola-Renzi, allora è certo che avrà vita breve, se vita avrà.
Se invece la Lega dei Socialisti – seguendo gli esempi offerti in Europa dalle esperienze di Syriza in Grecia e del Front de Gauche in Francia - sceglierà di proporre al Paese una piattaforma anti-liberista e sovranista, collegandosi ai movimenti vivi e attivi nella nostra società, ai lavoratori, ai disoccupati, ai giovani precari privi di speranza e di futuro, allora potrà effettivamente ridare un senso al socialismo, questa parola tanto spesso evocata tra noi quale bussola identitaria ma quasi mai spiegata nel rinnovato significato che essa può concretamente acquisire nel XXI° secolo.

Se la Lega dei Socialisti sceglierà di collegarsi ai movimenti vivi, come fu fatto – e fu un bene – nel corso della grande manifestazione di Roma del 15 ottobre 2011, essa potrà apportare (forse unico movimento tra i tanti in campo) la sua solida cultura politica dalle radici antiche all’interno di una massa sterminata di gente priva di ideali-guida e perciò stesso incapace di dare sbocco politico alla protesta anti-sistema.
Se sceglierà di dare vita ad un nuovo Fronte Popolare, dunque, la Lega dei Socialisti avrà grandi prospettive di crescita e di radicamento dinanzi a sé, abbandonando definitivamente il politicismo incolore e l’autoreferenzialità.
Ma per fare tutto questo, prima di tutto, ci vogliono una grande ambizione e una buona dose di coraggio!




Al costituendo Fronte Popolare toccherà il compito storico di ridare rappresentanza a milioni di italiani colpiti dagli effetti catastrofici della grande crisi in atto.
Un Fronte Popolare sovranista, che faccia del recupero della sovranità popolare sulle decisioni più importanti per il popolo italiano la propria bussola principale.
Un Fronte Popolare interclassista, aperto cioè al mondo della piccola borghesia e dei ceti medi (agricoltori, artigiani, professionisti, ecc.), i cui interessi, in questa fase storica, coincidono essenzialmente con quelli delle classi lavoratrici subordinate o non vi sono per nulla antitetici.
Un Fronte Popolare radicalmente contrapposto sia a Monti che al PD, intesi entrambi quali soggetti portatori di interessi oligarchici, antagonisti a quelli della stragrande maggioranza della popolazione.

Punti focali del programma del Fronte Popolare saranno:

1.    rimessa in discussione dei trattati che hanno dato vita all’Unione Europea (Maastricht e Lisbona) con seria presa in considerazione dell’ipotesi di abbandono dell’euro;
2.    ricollocazione geopolitica dell’Italia in posizione di apertura verso i paesi emergenti (BRICS) e in un quadro di autonomia di azione nel Mediterraneo (come nella migliore tradizione seguita da uomini come Enrico Mattei, Giulio Andreotti e Bettino Craxi), con contestuale messa in discussione dell’adesione alla NATO;
3.    default programmato e ripudio del debito verso la grande finanza speculativa globale (sul modello seguito dall’Argentina e dall’Islanda);
4.    ritorno alla capacità di svalutazione unilaterale della moneta nazionale e introduzione di dazi su alcuni prodotti di importazione;
5.    restituzione di un ruolo di controllo pubblico alla Banca d’Italia con contestuale riammissione delle sue facoltà di stampare carta moneta e di acquistare direttamente i titoli del debito pubblico;
6.    nazionalizzazione dei principali istituti bancari e ripristino della netta separazione tra banche commerciali e banche d’investimento;
7.    mantenimento della natura pubblica di ENI, ENEL e Finmeccanica e divieto alla privatizzazione di servizi essenziali come l’acqua;
8.    adozione di politiche di forte intervento pubblico nell’economia sul modello keynesiano, per puntare al rilancio di investimenti, produzione industriale e occupazione;
9.    detassazione del costo del lavoro e concentrazione del prelievo fiscale sui grandi patrimoni parassitari, mobiliari e immobiliari;
10.      ripristino del vecchio articolo 18 e strenua difesa dello Statuto dei Lavoratori.

Per tutto quanto detto sopra, il Fronte Popolare sarà alternativo ad ogni formula politica di “centro-sinistra” e per la sua costruzione occorrerà aprirsi a quelle uniche forze e movimenti che oggi mostrano di avere ben compreso la fase in atto: senza pretesa di esclusività, i comitati NO DEBITO, l’area di Cremaschi, la componente della Federazione della Sinistra facente capo alle posizioni di Ferrero, ALBA, Alternativa di Giulietto Chiesa, il Movimento MMT di Paolo Barnard, il Movimento per il Bene Comune del senatore Rossi, il Movimento siciliano dei Forconi, il Movimento Popolare di Liberazione, ecc. ecc.
Infine, il Fronte Popolare sarà aperto (anche se con cautela) al grillismo, in quanto fenomeno inedito con cui è indispensabile dialogare in quanto è lì che oggi si concentra la maggior parte dei sentimenti popolari di ostilità diffusa al presente sistema politico-economico nazionale.





[1] La conferenza di Bretton Woods si tenne dal al 22 luglio 1944 nell'omonima località nei pressi di Carroll (New Hampshire), per stabilire le regole delle relazioni commerciali e finanziarie tra i principali paesi industrializzati del mondo. Gli accordi di Bretton Woods furono il primo esempio nella storia del mondo di un ordine monetario totalmente concordato, fondato su un sistema di rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro. In quella sede, inoltre, oltre a congegnare la nascita di organismi quali il F.M.I. e la Banca Mondiale, fu stabilito che le principali valute del mondo post-guerra avrebbero potuto convertirsi con il dollaro, mentre il dollaro sarebbe rimasta l’unica moneta al mondo a poter essere convertita in oro. Questa situazione avrebbe consentito agli U.S.A. il potere (unica nazione al mondo) di stampare carta-moneta in misura illimitata, scaricando così la loro inflazione sul resto del mondo.
[2] Tanto la crisi valutaria del 1997 per le tigri asiatiche quanto il modo con cui la Cina seppe affrontare tale momento sono ben descritte da Naomi Klein nel suo noto libro Shock Economy.
[3] M. Gullo, La crisi strutturale nordamericana ed il nuovo sistema multicentrico, rivista Geopolitica, vol. 1, primavera 2012, pag. 245.



sabato 22 settembre 2012

MARIKANA: L'INCUBO CONTINUA di Riccardo Achilli




100-140 dollari in più di stipendio. Questo è quanto vale la vita di 34 lavoratori della miniera sudafricana di Marikana, letteralmente fucilati dalla polizia il 16 agosto scorso, al culmine di un lunghissimo sciopero.
Si conclude così, con un fallimento, la mobilitazione di massa dei lavoratori sudafricani del platino e del loro sindacato di base, emarginato persino dai tavoli nazionali di concertazione e contrattazione, in cui domina il sindacato di partito, il Cosatu, ed il sindacato pro-Anc del settore minerario, il NUM. 
Il Governo "progressista" dell'Anc ha abbandonato a sè stessi i minatori, chiudendosi in silenzio per cinque settimane, lasciando alla Chiesa il compito di negoziare (ed ovviamente la Chiesa ha servito il piattino al padrone, come è suo ruolo nel sistema capitalistico, nel nome di pelosi richiami alla pacificazione ed all'armonia ed ipocriti richiami al padrone di mettersi la mano sulla coscienza, rispetto alle condizioni bestiali di vita e di lavoro cui sono sottoposti i minatori del platino).
Tutto quanto si riduce alla lotta politica interna all'Anc, in vista del rinnovo delle cariche di dicembre, fra il pluri-inquisito Jacob Zuma, che ha aperto il Paese al liberismo più sfrenato, e l'incolore Kgalema Mothlante, che aspira alla sua successione, ma non prende posizione contro la deriva liberista dell'Anc ed i vizietti del Presidente. 

E naturalmente attorno alla lotta per il potere sindacale, in cui il piccolo sindacato di base dei minatori, l'Amcu, viene ulteriormente emarginato, addossandogli la colpa delle violenze, che invece derivano da un concetto della sicurezza pubblica che è esattamente lo stesso dei tempi dell'apartheid, ed al suo segretario, ieri, è stato addirittura impedito di fare un comizio dopo la chiusura dell'accordo.
I lavoratori torneranno alla loro vita di miseria nelle bidonvilles in cui sono ammassati, la produzione di platino ripartirà, forse Zuma cederà il potere ad una sua fotocopia, l'Anc non cambierà linea, a nessuno verrà in mente che, forse, il sangue sarebbe stato evitato se l'Anc avesse avuto la capacità di dare riconoscimento formale e negoziale ai sindacati a sinistra del blocco Cosatu-Num, ed avesse avuto la capacità di imporre condizioni contrattuali e di lavoro decenti, anche minacciando nazionalizzazioni, anziché sottomettersi al dominio delle multinazionali, come qualsiasi borghesia compradora da Terzo Mondo (altro che ruolo progressista e di rottura dell'ordine imperialistico mondiale dei Brics, come qualche entusiasta ci vuol far credere). E l'Italia non è tanto lontana da queste derive.

venerdì 21 settembre 2012

45 MORTI PER IL 22% DI AUMENTO: SCONFITTA O VITTORIA PER I MINATORI SUDAFRICANI?



di Lorenzo Mortara
delegato Fiom-Cgil


Dopo 5 settimane, 45 morti e un mare di sangue generosamente offerto dall’apartheid liberale che ha sostituito dal 1994 l’apartheid razziale, s’è concluso con un aumento del 22% dei salari, lo sciopero dei minatori africani cominciato ad Agosto. L’accordo è stato raggiunto tra la multinazionale britannica Lonmin, padrona delle miniere di platino, e il Num, il maggior sindacato di categoria. Non ha firmato invece l’Amcu, il sindacato nato alla fine degli anni ’90 da una scissione del Num e che ha trainato la lotta. Proprio per questo, può darsi vi siano strascichi della protesta. Ma per quanto l’Amcu possa provare a proseguire da solo, tutto lascia supporre che qui, almeno per ora, si sia messa la parola fine a questa lunga lotta. E qui, dunque, bisogna trarre un primo bilancio. La domanda che sorge spontanea è: vittoria o sconfitta per i minatori africani?
È difficile valutare da qui tutte le implicazioni di una lotta così efferata, ma pur con molta prudenza qualche considerazione possiamo provare a farla. Il rischio, per una avanguardia intellettuale che è in grado di vedere il problema sotto tutti gli aspetti e che ha un ideale molto più alto di un semplice aumento salariale, è quello di non riuscire a misurare il risultato sulla base concreta delle condizioni materiali e intellettuali dei lavoratori che sono in scesi in lotta.
1200 dollari avevano chiesto i lavoratori, il 200% di aumento. Ne hanno portati a casa circa 150, il 22%. Se giudichiamo in base alla differenza, potremmo valutare il risultato, poco più di un decimo del richiesto, come una miseria. Ma non si chiedono 1200 dollari di aumento per portarli a casa tutti, si chiede il 200% di aumento per mettere il massimo della pressione addosso ai padroni.
Il 22% di aumento, tra premi e indennità, porterà 150 dollari in più al mese, nelle tasche di chi fino ad oggi ha preso il minimo sindacale, 450 dollari. Per queste persone l’aumento sarà del 33%. E un aumento secco di 100-150 dollari nelle tasche di un minatore sfruttato per 450 dollari, è un cambiamento enorme, perché il minatore sentirà sulla sua pelle il miglioramento, sentirà cioè che la lotta ha pagato, eccome. E in effetti sembra proprio che all’accordo raggiunto i minatori, prima del rientro nella miniera, si siano dati alla festa. Ed è giusto che sia così. I lavoratori hanno un modo tutto loro di subire, vincere, lottare, soffrire e gioire, e se non si entra in sintonia con questo modo di vedere le cose, si corre il rischio di perdere il polso della situazione. Per capire l’importanza del traguardo raggiunto, basta fare il raffronto con una busta paga italiana da 1200 euro. Se qua conquistassimo un aumento compreso tra il 22 e il 33%, porteremmo a casa tra i 264 e i 400 euro. Un trionfo! Landini sarebbe portato a spalla per il resto delle sue manifestazioni. Alla Camusso spargerebbero petali di rose attorno ad ogni suo passo. È quindi molto probabile che i minatori africani abbiano salutato l’accordo come una vittoria, ed è per questo che alla fine hanno votato a maggioranza a favore dell’accordo, per quel loro senso pratico che da sempre è la loro caratteristica migliore. Ed è giusto che sia così perché non potrebbe essere diversamente. Dopo 5 settimane di guerra, 300 litri sangue, grosso modo due morti per ogni percentuale di aumento, tanto è il prezzo dell’emancipazione dalla schiavitù capitalistica, il risultato ottenuto non è affatto da disprezzare. Con un aumento del genere in capo a meno di 3 mesi, con qualche straordinario, gli operai avranno recuperato quel che hanno messo in gioco, e saranno già in attivo. Curate le ferite, preso un attimo di respiro, potranno riprendere la lotta galvanizzati dal successo. La fiducia in sé stessi crescerà vertiginosamente, sempre che questa prima importante vittoria venga usata correttamente dai vertici sindacali. E qui potrebbe esserci la prima crepa nelle file dei minatori. L’Amcu, non avendo firmato l’accordo, rischia di pregiudicare il suo futuro. È indubbio che la spinta dell’Amcu sia stata decisiva nella vertenza. Il Num, come tutti i sindacati burocratizzati, si è mosso controvoglia, più per non perdere il contatto con le masse che altro. Se il Num avesse spinto al massimo come l’Amcu, i minatori avrebbero ottenuto molto di più. Tuttavia, pur rimarcando il suo ruolo di riformista e pompiere, non bisogna comunque dimenticare che il Num ha 300˙000 iscritti, mentre l’Amcu, il sindacato dei lavoratori più sfruttati, solo 50˙000. Il rapporto è di 6 a 1 a favore del Num. Trascinati nella bolgia della lotta, la maggior parte dei lavoratori, non starà a guardare a queste sottigliezze. Quel che vedrà è che l’accordo ha portato sensibili miglioramenti e tenderà a serrare i ranghi attorno al sindacato più grosso. Il Num che meno merita gli applausi per la vittoria, è destinato a raccoglierne i frutti. Sopratttuto adesso che l’Amcu non ha firmato. L’Amcu ha tutto da guadagnare da una simile lotta, ma a patto che non si isoli dalle masse. Con un rapporto ancora così sfavorevole rispetto al Num, forse sarebbe stato più saggio accettare l’accordo come una tappa sul suo cammino. L’Amcu ha già fatto molto riuscendo, con un piccolo gruppo, a trascinare alla lotta le grandi massi. Ora non deve voler strafare al di sopra delle sue forze. Rientrare nell’accordo può significare per l’Amcu continuare a restare incollato alle masse e continuare a pungolare il Num. Così rischia solo la repressione per niente. Con una buona tattica e un po’ di diplomazia, tenendo conto del ricordo che la multinazionale avrà dello sciopero e della paura che ricominci, non dovrebbe essere molto difficile coi prossimi accordi migliorare le condizioni abitative e di sicurezza e raddoppiare nel giro di un paio d’anni la condizione dei minatori. Il rischio, non avendo l’Amcu firmato, è che il Num non avendo più la spina nel fianco, passata la burrasca, pian piano si risieda e addormenti di nuovo la lotta. Senza più l’Amcu tra i piedi, il Num userà questa lotta per fregiarsi il petto con mille decorazioni, lasciando che pian piano la situazione si accomodi sulle poltrone dei burocrati.
È già successo molte volte che gruppi minoritari abbiano dato il via ad esplosioni di lotta che sembravano doverli trasformare in gruppi di massa. Il rifiuto però di determinati compromessi ha ricacciato indietro queste piccole formazioni e riportato in auge i burocrati. Il caso più significativo che fa al caso nostro è la stagione di lotte del 1968-69. Cominciate grazie alla spinte dei primi Cub furono portate al successo dalle burocrazie sindacali che nel frattempo si erano spostate a sinistra ed erano venute parzialmente incontro alle richieste dei lavoratori. Vedendo il ruolo comunque frenante delle burocrazie, Lotta Continua e altri gruppuscoli dell’estrema sinistra finirono col giudicare come bidoni il contratto del 1969 e lo Statuto dei Lavoratori conquistato nel 1970. In questo modo si consumò di fatto la rottura tra loro e la base operaia che vide quelle conquiste come vittorie assolutamente importanti. La burocrazia poté così recuperare consensi e riprendere in mano la situazione. Indubbiamente, nello Statuto dei Lavoratori c’è anche la presenza riformista di chi usa determinati diritti per ingabbiare le lotte. Un esempio tipico è l’articolo 19 e la costituzione delle RSA nominate dalle burocrazie e non elette democraticamente dai lavoratori. Ma una conquista pura non esiste e chi l’aspetta per firmare un accordo è destinato a non firmare mai niente. Quello che conta nello Statuto dei Lavoratori come in ogni altra conquista è se la parte buona superi di gran lunga la parte non buona. Ed è indubbio che in quelle conquiste la parte progressista schiacci di gran lunga la parte reazionaria, come è altrettanto indubbio che il contratto del 1969 fu il miglior contratto dal dopoguerra a oggi. Portò a casa il quadruplo del precedente contratto e la riduzione dell’orario con l’eliminazione progressiva del sabato. Un po’ come se oggi Fiom-Fim-Uilm, portassero a casa 400 euro d’aumento e le 35 ore entro il 2016. Quale lavoratore boccerebbe un tale accordo dopo le 100 miserabili euro regalate per l’ultimo triennio dal contratto separato di Fim e Uilm?
L’Amcu condivide con le Cub sessantottine alcune sue concezioni di fondo che sono anche i suoi limiti. Il Num affiliato al Cosatu è legato all’African National Congress (ANC), il partito di Mandela e di Governo ormai marcio fino al midollo capitalistico. Anche il Partito Comunista (Sacp) ovvero stalinista è legato al Num e, come da tradizione stalinista, all’appoggio dell’ANC. Non stupisce quindi che il Sacp abbia subito accusato di teppismo la radicalità dell’Amcu. Sono queste vergogne del movimento operaio ad aver portato forse l’Amcu a dichiararsi apolitico e non comunista, cioè a farne un sindacato anarchicheggiante. Ma anche se forse non è colpa sua, ma più dello schifo che gli sta accanto, l’Amcu con il suo anarchismo di fondo ha la tendenza a chiudersi a riccio in sé stesso. Ed è per questo in fondo che l’Amcu non ha firmato, perché lo spirito anarchico vede meno i rapporti di forza e più le questioni di principio. E le questioni di principio segnano quasi sempre l’inizio della fine per chi ne abusa. La fine dell’Amcu per ora comunque è solo un’ipotesi e non è affatto detto che pian piano questo sindacato non riesca a correggere i suoi errori o trovi la forza per rovesciare questo pronostico. Il futuro delle lotte in Sudafrica giudicherà la scelta dell’Amcu. Vedremo se sarà stata giusta o affrettata dall’estremismo. Per ora pur lodando l’abnegazione dell’Amcu, senza la quale probabilmente i minatori africani non si sarebbero neanche mossi, chi scrive festeggia la loro vittoria che certamente si farà sentire in tutto il mondo e nel continente africano in particolare.



Nota – Per un quadro più preciso della lotta, si veda quest’articolo della compagna Sonia Previato: Il Sudafrica esplode.

Stazione dei Celti
21 Settembre 2012 
 

giovedì 20 settembre 2012

LO PSICODRAMMA DELLE PRIMARIE E LE SCELTE DI VENDOLA di R. Achilli



LO PSICODRAMMA DELLE PRIMARIE E LE SCELTE DI VENDOLA
di Riccardo Achilli


Lo scontro in atto nel Partito democratico attorno alla questione della candidatura di Vendola alle primarie è molto istruttivo. Sia pur dal suo punto di vista, Fioroni ha detto una cosa incontrovertibile: le coalizioni si costruiscono sulla base della compatibilità dei programmi.
Pertanto, oggettivamente è incongruo che Vendola si candidi a guidare una coalizione nella quale c'è il Partito democratico, che ha votato per la riforma-Fornero del mercato del lavoro, e che ancora oggi, per bocca di Cesare Damiano, l'esperto democratico di giuslavorismo più a sinistra rispetto ad Ichino, dichiara che il “compromesso” (?) raggiunto sull'articolo 18 è positivo, e va soltanto calibrato in base ad un monitoraggio dei suoi effetti, mentre Vendola supporta un referendum mirato ad abrogarlo.
Più in generale, i documenti di intenti presentati dal PD e da SEL evidenziano due modelli profondamente diversi e per molti versi incompatibili: uno di liberismo e rigorismo smussato da elementi di solidarismo nei gangli di più evidente generazione di ingiustizie sociali, ed un altro radicalmente antiliberista ed antirigorista, con tanto di richiesta di rinegoziazione radicale dei trattati dell'austerity, che il PD, invece, dichiara di voler rispettare. E non parliamo delle difficoltà di dialogo su alcuni temi relativi ai diritti civili.

E' evidente che questa non è una coalizione. E' un'accozzaglia.
Ed il metodo con cui quest'accozzaglia sarà gestita, per tentare di dare un'idea sia pur vaga di governabilità, dopo le cattive performance su questo tema che hanno afflitto le precedenti esperienze di centro-sinistra, è stato spiegato bene da Bersani: ogni volta che ci sarà una divergenza (cioè praticamente sempre) i gruppi parlamentari dell'accozzaglia saranno riuniti e voteranno a maggioranza. Il che rappresenterà il modo migliore per disintegrare un eventuale governo di centrosinistra in pochissimo tempo.
Ma soprattutto tale schema è pensato appositamente per mettere sistematicamente in minoranza la sinistra dello schieramento di governo, privandola di incisività.
Lo dicono i numeri.
Supponiamo lo scenario, non improbabile, in cui si vada a votare con l'attuale Porcellum.
In base alle cifre dei sondaggi, SEL conquisterebbe più o meno 30-32 deputati e una ventina di senatori; l'Idv più o meno altrettanti; Pdci, Verdi ed altri probabilmente sarebbero a zero, oppure, come migliore posizionato sotto le soglie di sbarramento, e nel caso in cui il PSI faccia lista comune con il PD, il Pdci conquisterebbe forse, con molta fortuna, 5 o 6 deputati. Il PD avrebbe non meno di 200-205 deputati e un centinaio di senatori, nel peggiore dei casi.
La necessità di accordarsi con l'Udc per avere quei 40-42 voti alla Camera e quei 17-20 voti al Senato indispensabili al raggiungimento di una maggioranza sarebbe inevitabile. Anche volendo considerare che una parte dei parlamentari del PD possa tendere a votare con la sinistra nei voti dei gruppi parlamentari sui provvedimenti controversi, quest'ultima, quand'anche riuscisse a mantenere una elevata compattezza interna, avrebbe a disposizione fra i 70 e gli 80 deputati, e fra i 40 ed i 50 senatori. Contro circa 190-200 deputati e una novantina di senatori del PD, che esprimerebbero la maggioranza centrista e dalemiana del partito. E senza contare i voti del gruppo parlamentare dell'Udc.

Evidentemente la sinistra di un simile schieramento sarebbe condannata all'impotenza politica ed a una posizione minoritaria sulle questioni più strategiche (e quindi più controverse) che il futuro esecutivo di centro sinistra sarebbe chiamato a dirimere. Ovviamente, in presenza di una eventuale riforma elettorale con premio al primo partito, l'egemonia del PD sulla coalizione sarebbe ancora più forte.
La sinistra finirebbe per svolgere un ruolo di “coscienza critica”, il cui unico effetto politico concreto sarebbe quello di mantenere strati di elettorato popolare agganciati ad una coalizione guidata da un indirizzo politico sostanzialmente continuista con le filosofie di Monti, dove anche gli interventi di attenuazione del conseguente danno sociale sarebbero decisi dal PD (come ad esempio i progetti di modifica alla riforma pensionistica della Fornero, che sono targati dal PD).

Oggi stesso, prima ancora che l'esperienza di un Governo di centro-sinistra inizi, Vendola si trova oggettivamente in una posizione di subordinazione al PD, sulla questione della realizzazione di primarie di coalizione, che appare totalmente dipendente da uno scontro politico interno a tale partito. Vendola paga in questo caso l'aver voluto stringere il patto di governo con Bersani, lanciando la sua candidatura alle primarie, senza condizionare il tutto ad un accordo di massima perlomeno sull'indirizzo politico generale del futuro Governo, cioè senza che vi fosse la base per una coalizione vera e propria. Poi quasi sicuramente le primarie le potrà fare: proprio stasera è uscito un comunicato-stampa di Migliavacca, uomo vicinissimo a Bersani, che chiarisce che le regole per l'estensione alle primarie di coalizione verranno decise con i partiti della coalizione stessa dopo il 6 ottobre.

Ma il punto non è questo. Non saranno le primarie, rispetto alle quali non è nemmeno detto che Nichi riesca a conseguire un risultato positivo, a determinare l'indirizzo politico di un futuro governo di centro-sinistra. Saranno gli interessi economici dei mercati, i rapporti con i Governi-guida dell'Unione Europea (Germania e Francia) ed i rapporti di forza parlamentari, a determinarlo. La politica è da decenni subordinata alle dinamiche dei mercati capitalistici globalizzati, specie di quelli finanziari, e non saranno certo le primarie in un Paese relativamente periferico come l'Italia a modificare ciò. D'altra parte, il tasso effettivo di progressismo dei Governi ulivisti e di centro-sinistra precedenti è molto discutibile. In condizioni macroeconomiche molto migliori di quelle attuali, senza quindi la pressione in direzione di una ristrutturazione neoliberista della società derivante dall'esigenza di ripristinare le condizioni della ripresa del tasso di profitto, i governi di centro-sinistra degli anni passati hanno proceduto ad importanti operazioni di smantellamento del ruolo programmatorio e degli strumenti di intervento diretto dello Stato per correggere i fallimenti di mercato, ad un ampliamento notevole dell'area della competizione deregolamentata nel settore finanziario ed in quello dei servizi pubblici, all'avvio della ristrutturazione liberista del mercato del lavoro ed alla formazione del primo bacino di lavoratori precari, all'introduzione di elementi privatistici nel welfare pubblico, alle prime riforme pensionistiche penalizzanti per i lavoratori. Figuriamoci cosa sarebbero capaci di fare adesso, che la pressione in direzione neoliberista, da parte dei poteri forti del capitalismo, è molto più forte proprio a causa della crisi. Figuriamoci quanto possa influire una sinistra collocata dentro un governo chiamato a proseguire su tale linea di austerità. Un governo che, se risultasse troppo timido nell'obbedire agli ordini del capitalismo in crisi, magari a causa di un ostracismo da parte della sua componente di sinistra, sarebbe immediatamente dissolto, per tornare ad una nuova tornata di tecnici supportati da una larga coalizione, esattamente come accaduto per il Governo-Berlusconi, giudicato non più affidabile, essenzialmente a causa del precipitare delle condizioni psichiche del suo premier. C'è poco da illudersi: Napolitano, qualche settimana fa, ha detto chiaramente che si farà garante della prosecuzione del processo di ristrutturazione neoliberista anche dopo la fine del suo mandato. Ciò significa che incoronerà il suo successore, magari nella figura di Monti o di Casini, per continuare ad avere una Presidenza della Repubblica custode degli interessi dei mercati nei confronti di Governo e Parlamento.

Certo mi si potrà obiettare che tutto questo ragionamento è eccessivamente meccanicistico e pessimistico.
Certamente a Vendola verrà affidato un incarico ministeriale importante, e chiaramente un Ministro ha una sua sfera di autonomia regolamentare, nonché di iniziativa politica e progettuale, ma purtroppo nell'ambito dell'indirizzo politico stabilito a monte.
Certamente l'interesse della borghesia finanziaria è quello di mantenere la SEL dentro il progetto di governo del Paese, perché una sponda a sinistra serve per mantenere la pace sociale. Però è chiaro che i margini a disposizione sono ristrettissimi, e consentono solo operazioni di contenimento del danno sociale molto parziali e non sostanziali. Ove tali margini fossero superati, l'interesse ad avere un Governo obbediente prevarrà su quello di avere un Governo inclusivo.         
Vendola invece dovrebbe riflettere sull'impatto che ha avuto la sua iniziativa di scartellizzare rispetto all'accordo con Bersani, aderendo alla proposta di referendum. Per la prima volta, ha costretto i vertici del PD ad uscire allo scoperto, a promettere riforme parlamentari sull'art. 18 e l'abrogazione dell'art. 8. E la stessa reazione nervosa della componente centrista del PD, guidata da Fioroni, che chiede a Bersani di escludere Vendola dalle primarie, mostra chiaramente che si colpisce molto più duramente quando si opera al di fuori del perimetro dell'accozzaglia di centro-sinistra, e ci si unisce alla sinistra esterna all'asse Bersani-Letta-D'Alema su iniziative concrete, che rispondono direttamente ad interessi vitali delle persone.

A chi si richiama all'esperienza di Hollande per giustificare la possibilità di una sinistra progressista di Governo, in una fase come quella attuale, sarebbe il caso di ricordare che Hollande opera in un Paese che, rispetto all'Italia, ha margini di manovra sulla spesa pubblica più ampi, e che parte del suo progressismo deriva dalla pressione che subisce, a sinistra, dalla presenza di un polo antiliberista dotato di una significativa forza elettorale, come il Front de Gauche. Polo che in Italia non esisterà, fintanto che si continuerà a discutere soltanto di alchimie di coalizione ed elettoralistiche, cioè di tematiche sovrastrutturali rispetto alle questioni reali. E comunque, pur in tali condizioni più favorevoli rispetto a quelle italiane, Hollande non sta affatto ribaltando il paradigma neoliberista. Lo sta soltanto applicando in modo più progressivo e meno brutale.
Il richiamo al riformismo dei primi governi di centrosinistra degli anni sessanta è poi improponibile, perché le condizioni economiche e sociali oggi sono completamente diverse, per non dire opposte (tra l'altro, il riformismo di quel centrosinistra era incentivato dalla presenza, alla sua sinistra, di un partito comunista di massa, il cui messaggio formalmente rivoluzionario andava depotenziato tramite importanti concessioni welfaristiche ai lavoratori).  In tutti i casi, sembra esistere una regola costante secondo cui una sinistra di Governo è efficace soltanto se vi è alla sua sinistra una pressione significativa da parte di un movimento più radicale.

Io però voglio continuare ad essere convinto della buona fede di Vendola.
Forse pensa di poter avere una influenza sull'elettorato del Pd superiore alla realtà (perché una parte del voto di contestazione al vertice di quel partito potrebbe essere catturata dal messaggio falsamente “rivoluzionario-giovanilistico” di Renzi, e perché la componente socialdemocratica del PD, pur se impotente nel modificare la linea politica del partito, trattiene il suo elettorato più di sinistra).
Forse è anch'egli prigioniero di una politica che antepone la sovrastruttura elettoralistica e di coalizione ai contenuti.
Per questo, è più che necessario mantenere una linea di dialogo aperto con la SEL, così come con gli altri partiti che parteciperanno all'accozzaglia bersaniana. Perché le contraddizioni interne a quest'accozzaglia, di fronte alla gravità della situazione economica e sociale, non tarderanno ad esplodere, riportando la discussione sull'esigenza di una unità a sinistra prima di qualsiasi altra scelta tattica o elettorale.


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