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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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venerdì 24 giugno 2011

C'ERA UNA VOLTA ... DEMOCRAZIA PROLETARIA di Stefano Santarelli



C'ERA UNA VOLTA ...
DEMOCRAZIA PROLETARIA

di Stefano Santarelli

in memoria di Dino Frisullo
                                                                                                                                       
Nel panorama non certamente ricco dell’editoria politica italiana sono apparsi in un breve lasso di tempo due interessanti saggi sulla storia di Democrazia proletaria, il partito che dal 1978 fino al 1991, anno della sua confluenza dentro Rifondazione comunista, è stato l’espressione politica di quei movimenti nati nel ‘68 e protagonisti degli anni settanta.
I due testi di cui consigliamo la lettura sono:
William Gambetta
Democrazia proletaria. La nuova sinistra tra piazze e palazziEdizioni Punto Rosso 2010

Matteo Pucciarelli
Gli ultimi mohicani. Una storia di Democrazia Proletaria
Edizioni Alegre 2011

Per il testo di Gambetta rimandiamo alla recensione di Fiammetta Balestracci pubblicata nel sito di Vento largo http://cedocsv.blogspot.com/2011/05/da-leggere-democrazia-proletaria-la.html




Il testo di Matteo Pucciarelli, edito dalla piccola ma combattiva casa editrice Alegre, è estremamente accurato dal punto di visto storico con il pregio di farsi leggere tutto di un fiato, un pregio certamente non secondario per un libro su questa organizzazione che puntava a fare rivivere lo spirito innovatore del ‘68.
Infatti Democrazia proletaria ha costituito un tentativo originale per un partito comunista nel fare convivere varie esperienze e sensibilità politiche: da un marxismo non ortodosso all'ambientalismo, dal cattolicesimo del dissenso al pacifismo.

Democrazia proletaria nasce in una prima fase come un semplice cartello elettorale per le elezioni regionale del 1975 di due delle più forti organizzazioni della cosiddetta Nuova Sinistra: il Partito di unità proletaria per il comunismo che contava circa 15.000 militanti ed Avanguardia operaia che ne contava 10.000.
A questo cartello si uniscono anche il Movimento lavoratori per il socialismo, i Gruppi comunisti rivoluzionari e la Lega dei comunisti.
Questa esperienza elettorale ha, in quegli anni che vedono lo strapotere del Partito comunista italiano, un discreto risultato. Infatti Dp si attesta sul 2% dei voti riuscendo a fare eleggere alcuni consiglieri regionali. Ricordiamo per dovere di cronaca i vari fallimenti elettorali alla sinistra del Pci che vi erano stati in precedenza: nelle elezioni politiche del 1972 il Psiup alla Camera prese 648.763 voti pari all'1,9% senza eleggere nessun deputato (al Senato si presentò unito col Pci), mentre il Manifesto che presentava nelle sue liste l'anarchico Pietro Valpreda incarcerato ingiustamente per la strage di Piazza Fontana raccolse soltanto 224.288 voti.
Questo discreto risultato favorì un anno dopo, nelle elezioni politiche anticipate, la formazione di un altro cartello elettorale che vede questa volta l'adesione di Lotta continua.
Democrazia proletaria prenderà 557.025 voti pari all'1,52% facendo così eleggere sei deputati. Queste elezioni che vedranno il trionfo del Pci con il 34% dei voti e il consolidamento della Democrazia cristiana con il 38,7% provocano una situazione di grave ingovernabilità che produrrà la nascita di un governo (il terzo Governo Andreotti) solo grazie all'astensione del Pci.
Per Lotta continua però questo suo primo impegno elettorale (dove riuscì ad eleggere un suo rappresentante, Mimmo Pinto) fu anche l’ultimo. Infatti la spaccatura profonda tra le femministe ed i fautori della lotta armata portarono alla decisione del suo gruppo dirigente di sciogliere l’organizzazione.
Al contrario il Pdup e Ao puntarono ad una proposta politica alternativa che coinvolgesse il movimento del ’77 evitando così la scelta suicida della lotta armata.
I tempi sembravano effettivamente maturi per una unificazione tra il Pdup ed Avanguardia operaia, ma questa unificazione non riesce o per meglio dire riesce solo a metà. Infatti si assiste ad un rimescolamento delle carte che vede la minoranza di Avanguardia operaia confluire nel Pdup mentre la maggioranza di Avanguardia operaia, la minoranza del Pdup diretta da Vittorio Foa e la Lega dei comunisti nella primavera del '77 danno vita alla costituente di Democrazia proletaria, come fase preparatoria per il congresso di fondazione per una nuova Dp che si terrà nell'aprile 1978 al cinema Jolly di Roma durante i giorni tragici del rapimento Moro.
Terrorismo a parte la nascita di Democrazia proletaria non avviene in un clima tra i più propizi. Infatti si veniva da una stagione di pesanti sconfitte inserite in un quadro politico caratterizzato dai compromessi tra la Dc ed il Pci.
Dp presenta una organizzazione incentrata su una collegialità abbastanza originale, frutto anche della critica della forma-partito caratteristica del movimento del ‘77: niente segretario generale, niente comitato centrale. Spicca in questo partito l’eccezionale figura di Vittorio Foa, un grande intellettuale dotato di un profondo carisma che manterrà insieme tutte le culture e sensibilità diverse di questo “piccolo partito delle grandi ragioni”.
L’autore a questo punto giustamente ricorda l’importanza nella storia di Dp, ma in realtà nella storia della società civile italiana, della figura di Giuseppe Impastato assassinato dalla Mafia il 9 Maggio del 1978.
Questo giovane rivoluzionario è certamente espressione della parte più bella di Democrazia proletaria e ne costituisce la sua figura più eroica.

In Dp esistono fin dalla nascita due anime: quella dei “partitisti” presente in forza a Milano e legata al classico operaismo contrapposta a quella dei “movimentisti” presente maggiormente a Roma e attenta alle varie sensibilità che vanno dal femminismo all’ambientalismo, dal pacifismo al cattolicesimo del dissenso.
Ma queste due anime devono fare i conti con una grave crisi organizzativa che caratterizza Dp già dalla nascita. Infatti esistono vecchie beghe legate alle antiche appartenenze (Ao, Pdup, Lega dei comunisti, ecc.), un tesseramento con grandissime difficoltà di centralizzazione combinato il tutto con la crisi del giornale (il Quotidiano dei Lavoratori) il quale nonostante le sue 15.000 copie non è assolutamente autosufficiente ed infatti chiuderà definitivamente le sue pubblicazioni nel giugno del 1979 in concomitanza con la più grave sconfitta che Dp subirà sul terreno elettorale.
Infatti nel giugno del 1979 si svolgono le elezioni politiche anticipate e Dp decide di presentarsi con il nome di Nuova sinistra unita avente il simbolo di un semplice pugno chiuso poiché la falce e martello con il mappamondo era di proprietà del Pdup. I risultati furono, come abbiamo detto, semplicemente fallimentari. La Nsu prese soltanto 295.000 voti pari allo 0,8% non portando in parlamento nessun deputato al contrario del Pdup che ne elegge sei.
Ma non vi è il tempo di leccarsi le ferite che una settimana dopo vi sono le prime elezioni per il parlamento europeo e grazie al meccanismo elettorale pur prendendo soltanto 250.000 voti riesce ad eleggere un deputato (Mario Capanna).
L’elezione di questo deputato permette la sopravvivenza di Dp, ma Vittorio Foa insieme a quadri di provenienza ex Pdup e Cgil, abbandona definitivamente il partito.
Si apre così una nuova fase nella sua storia.



Due anni dopo la sconfitta elettorale della Nsu, nel luglio 1982 al terzo congresso viene eletta per la prima volta una Segreteria dove tra gli altri entra Mario Capanna, il laeder del sessantotto studentesco, che due anni dopo diventerà il primo segretario di Dp.
Democrazia proletaria con Capanna inizierà ad assumere sempre di più un aspetto di piccolo partito politico che non aveva, come abbiamo visto, alle origini. Questo però contribuirà nell’elezioni politiche del 1983 a portare Dp ad un discreto successo elettorale (542.039 voti alla Camera, pari all’1,47% con sette deputati).
Giustamente Pucciarelli sottolinea l’originalità della linea politica che Dp porta avanti negli anni’80. Infatti vi è in questa organizzazione una grande sensibilità sul terreno ambientalista e pacifista.
Nel 1987 dopo il disastro di Chernobyl, in Ucraina, Dp è tra i promotori della raccoltà delle firme contro la costruzione di nuove centrali nucleari. Del milione di firme necessarie ben 600.000 mila sono raccolte da Dp che si dimostra una intransigente forza ecologista.
Infatti il suo dettagliato piano energetico alternativo mantiene, nonostante siano passati ben 25 anni, tutta la sua attualità: la riduzione delle fonti di energia non rinnovabili come petrolio e carbone, l’uso appropriato ed efficiente delle diverse fonti energetiche, l’utilizzo delle fonti rinnovabili, sono ancora oggi proposte valide.
La lotta per la pace ed il disarmo caratterizzano l’azione politica di Dp che diventa così un interlocutore privilegiato del movimento pacifista.
Ed è proprio nelle elezioni politiche del giugno 1987 che Democrazia proletaria raccoglie il massimo di consensi: 1,66% alla Camera, 641.091 voti con otto deputati eletti; al Senato, 493.667 voti con l’elezione di un senatore.
Ma proprio quando raggiunge l’apice dei consensi nella sua storia arrivano le dimissioni di Capanna dalla Segreteria nazionale. Al suo posto viene nominato Giovanni Russo Spena di provenienza cattolica.
Inizia in questo momento il declino definitivo di Democrazia proletaria.
Nel 6° Congresso che si tiene a Riva del Garda nel maggio del 1988 si consuma la rottura insanabile tra le tre anime del partito: la “sinistra” operaista di Vinci, la “destra” ambientalista di Ronchi pronta a fare il partito rosso-verde con gli ecologisti e il “centro” di Russo Spena.
Una situazione da “separati in casa” che scoppia proprio durante le elezioni europee del giugno 1989. Infatti vari dirigenti di Dp fanno campagna elettorale per i Verdi che sono divisi in due liste le quali ottengono un buon successo: i Verdi Arcobaleno che ottengono il 2,39% con cui si era candidato Ronchi il quale viene eletto e la Federazione dei Verdi (3,78%).
Nonostante ciò Dp riesce a mantenere il suo bacino elettorale: 449.639 voti pari all’1,29% con l’elezione di un parlamentare europeo, padre Eugenio Melandri, della congregazione dei Saveriani.
Da notare che il comunismo di Dp come sottolinea giustamente l’autore “era lontano mille miglia dall’ateismo intransigente da socialismo reale”.

Ma la scissione con i Verdi Arcobaleno di Ronchi e Rutelli, al quale si aggiunge anche Capanna, è ufficiale e Dp alla Camera si ritrova soltanto con quattro deputati.
Il congresso straordinario di Dp che si svolge a Rimini nel dicembre 1989, un mese dopo la caduta del muro di Berlino, è inserito in un contesto che vede tutta la sinistra comunista affrontare un cambiamento epocale che porterà il Pci al cambiamento del nome e alla sua trasformazione in una forza socialdemocratica mentre i sostenitori della conservazione del nome e della tradizione comunista si organizzeranno costituendo il Movimento per la rifondazione comunista.

La scissione con i Verdi Arcobaleno ha ovviamente indebolito Dp specialmente sul piano istituzionale, anche se il risultato delle elezioni europee come abbiamo visto dimostra che il partito è ancora vitale e se nel 1988 gli iscritti erano 10.000 un anno dopo sono 7.000).
E’ importante sottolineare l’entrata nel 1989 dei trotskisti della Lega comunista rivoluzionaria diretta da Livio Maitan che giocheranno poi un ruolo importante nella storia di Rifondazione.
Con il crollo del muro di Berlino si chiude definitivamente un ciclo storico e Democrazia proletaria ha perso ormai la sua stessa ragione di esistenza.
Nel giugno del 1991 nell’8° Congresso che si svolge a Riccione si consuma l’atto finale della storia di Dp che confluisce con i suoi 8.000 iscritti dentro Rifondazione comunista che conta quasi ben 112.000 iscritti.
Si chiudeva così una esperienza, certamente originale, di un piccolo partito comunista che si è sempre caratterizzato per la sua forte ispirazione libertaria e come ricorda Eugenio Melandri:
Ero contrario alla fine di Dp: era un partito meno ideologico di Rifondazione, che all’inizio era un Pci più chiuso e settario. Dp era tutto un’altra cosa, era un luogo effervescente e di dibattito, di riflessione e di elaborazione, di libertà di ricerca (…) L’identità di Dp era talmente varia che non te ne appiccicava addosso una vera e propria, e forse è per quello che non ha mai avuto un grande successo elettorale”.

martedì 21 giugno 2011

LETTERA DAL VILLAGGIO (GLOBALE)-N.13



ALCUNI CARATTERI UNIVERSALI DEL NEOLIBERALISMO ODIERNO
di Alberto Belcamino


Nella nuova configurazione che assume il meccanismo di funzionamento del capitalismo multinazionale- flessibile, a partire dal 1973, ossia il passaggio da un regime fordista di produzione in serie, rigida ed autoritaria, a uno basato sulla decentralizzazione globale e della organizzazione a rete, lo scopo principale rimane sempre quello di ricavare maggiori profitti, sia pure in tempi brevi, assieme a un maggiore potere di controllo sulla forza- lavoro mondiale.

Il capitalismo, cioè, si riorganizza attraverso il decentramento globale, la mobilità geografica e la risposta flessibile sui mercati del lavoro (precarizzazione), nei processi produttivi e nei mercati al consumo "accompagnando il tutto con dosi robuste di innovazioni nelle istituzioni, nei prodotti e nelle tecnologie".

Ciò non significa la sparizione del "Centralismo", che si è camuffato nelle forze impersonali del mercato e dietro la maschera metafisica della finanza internazionale, ma, al contrario, la sua piena realizzazione a livello universale, mediante il trasferimento della funzione centralizzatrice verso entità produttive multinazionali e potenti organizzazioni finanziarie (banche multinazionali, istituzioni finanziarie sovranazionali,etc.) che condizionano il mondo affaristico e quello del lavoro sussumendolo sotto le loro strategie globali. Esse governano la liquidità monetaria internazionale e comandano i flussi di capitale finanziario-speculativo e di marketing (Vedi la multinazionale Benetton).

Si è affacciato un nuovo modo di gestire il rapporto tra centralismo e decentramento del potere economico che ha sempre accompagnato il capitalismo.

Alcuni studiosi, recentemente, hanno preso degli abbagli, confondendo il processo di decentramento globale con la nascita di una nuova soggettività creativa (la moltitudine), che avrebbe acquisito una capacità di "classe per sè" tale da potere colpire alcuore il capitalismo globalizzato odierno, togliendo di colpo alla classe operaia internazionale questa prerogativa (miseria della filosofia attuale!). Al principio cardine del nuovo modo di funzionamento capitalistico, ossia: la deregulation, si è affiancato, in coalescenza, il potere monopolistico di soggetti o enti,aventi strategie produttive, finanziarie e di marketing alivello mondiale che rilevava la crescita esponenziale, negli anni '70, della rete di piccole imprese che producevano su piccola scala e con l'attenzione rivolta ai mercati specifici. In seguito, con la diffusione dei contratti di subappalto e il sorgere di piccole imprese coinvolte in operazioni su larga scala, spesso coordinate da compagnie multinazionali, l'attuale riorganizzazione capitalistica prende piede e si consolida.

Oltre che sulle piccole imprese, il capitalismo odierno si avvale anche dell'apporto delle imprese artigianali e di quelle domestiche, patriarcali, anche nei Paesi avanzati (vedi l'importanza di tali forme di lavoro presso l' immigrazione in California di popolazioni provenienti dal Sud-Est asiatico).

A tutto ciò v'è da aggiungere la miriade di imprese di tipo familiare, gestite,in gran parte,da un capitalismo illegale, di stampo criminale, che esercita un potere assoluto sulla forza lavoro impiegata al suo interno (lavoro nero, cancellazione dei diritti,condizioni schiavistiche di lavoro, etc) che, lungi dal rappresentare un'eccezione, si affianca all'economia legale, nel panorama di sfruttamento capitalistico del lavoro, come risposta alle dure leggi della competitività internazionale, ricorrendo ai codici della violenza criminale!

Si può affermare, allora, che il capitalismo,nella forma decentrata odierna, rappresenti una più estesa e flessibile articolazione del comando sulla forza-lavoro internazionale, mentre si muove in un contesto dominato da dispersione, mobilità geografica e precarizzazione sui mercati del lavoro, nei processi produttivi e nei mercati al consumo.

Il coordinamento centralistico provvede a ricucire la frammentarietà e le differenze essenziali presenti nel sistema flessibile, grazie al controllo dei flussi di informazioni e di un sapere universitario di tipo commerciale, onde le conoscenze vengono subordinate ai vasti interessi del capitale delle grandi aziende. Si assiste così alla presenza dominante di un capitalismo cognitivo che si dimostra capace di analizzare istantaneamente una montagna di dati in modo da forgiare "adeguate risposte alle variazioni dei tassi di cambio, di quelli d'interesse, delle mode, dei gusti, e alle masse di concorrenti".

L'altro versante su cui si erge,oggi,il nuovo potere centralistico, ad arte obliato dai cantori del fenomeno della decentralizzazione globale, è la riorganizzazione del sistema finanziario mondiale grazie alla deregulation e all' innovazione finanziaria.

Si assiste così alla formazione un unico mercato mondiale per l' offerta di moneta e di credito.

Senza la riorganizzazione del sistema finanziario internazionale, sia sul versante della "governance" globale delle economie, in quanto centralizza i flussi di moneta e di credito attraverso le istituzioni finanziarie sovranazionale (FMI, Banca mondiale, WTO, OCSE, BCE, etc, dentro cui si esercita il dominio reciproco e antagonistico delle oligarchie dei Paesi avanzati), che da quello della fioritura di nuovi strumenti finanziari estremamente sofisticati,non sarebbe stato possibile introdurre il sistema flessibile nei mercati del lavoro, nella produzione e nel consumo. In tale nuovo contesto, gli stati nazionali risultano indeboliti in quanto potenze autonome, rispetto al capitale finanziario internazionale del periodo fordista-keynesiano.

Essi si avviano a trasformarsi in stati "proconsoli" dell'Impero finanziario (articolato in tre-quattro centri che competono per il dominio assoluto del mondo), in quanto esercitano importanti poteri nel campo della disciplina del lavoro; non hanno strumenti adeguati per intervenire nei flussi e nei mercati finanziari, sono diventati più" vulnerabili nei confronti della crisi fiscale e della disciplina del settore monetario internazionale". Le conseguenze le abbiamo sotto gli occhi: un sistema finanziario che gode di piena autonomia, portando il capitalismo in un' era caratterizzata da pericoli finanziari senza precedenti.

Ciò che Marx descriveva come "sussunzione reale" del lavoro al denaro e al capitale, si configura oggi, in modo più specifico, come sussunzione del lavoro alla finanza e al debito. Difatti, è attraverso gli indebitamenti privati e pubblici (deficit statali, debito interno ed estero degli Stati,etc.), non che per la mobilità geografica dei fondi che raccolgono capitali per l'investimento e la trasformazione di questi in prestiti industriali, commerciali e immobiliari, offerti più per ragioni speculative che per promuovere lo sviluppo di ricchezza reale, che si è creato un monte Everest di economia cartacea che mira alla conquista di profitti a breve termine senza riferimento più all'economia reale.

Vedi la recente crisi dei mutui subprime e la crescente moltiplicazione di titoli derivati, futures, equity private, swap, etc., che attestano l'esistenza di ricchezza proveniente dal “Nulla”.

Tutto questo arabesco finanziario e industriale serve per comprimere i tempi di formazione del plusvalore e spostare nel futuro, espandendoli, i limiti del ciclo capitalistico, produzione/consumo, per consentire,nel presente,la realizzazione monetaria del plusvalore. "Il sistema finanziario mondiale", ha scritto il prof.D.Harvey, "è fuori del controllo dei governi nazionali, il mercato del denaro senza stato" è cresciuto da 50 miliardi di dollari del 1973 a quasi due trilioni di dollari nel 1987... ". E oggi? A quante decine di trilioni di dollari siamo arrivati? Lo squilibrio è foriero di gravi crisi finanziarie dietro l’angolo. Certo, il sistema finanziario “è in grado di distribuire i rischi su un fronte più ampio” e può "spostare rapidamente fondi dalle aree di crisi a imprese, regioni e settori creditizi”. Però, non può sfuggire all'attributo congenito al capitalismo: quello della sovraccumulazione: e per quanto il sistema finanziario multinazionale attuale si sforzi a dilatare, nello spazio e nel tempo, la realizzazione del plusvalore prodotto, esso non potrà farlo all'infinito, in quanto le continue distruzioni del fondo di risparmio mondiale non possono essere compensate da uno sfruttamento sempre più selvaggio, contando su una manodopera sempre docile e mansueta, al punto da riuscire ad invertire la legge della caduta del saggio di profitto. Man mano che quest'ultimo proseguirà nella caduta, diventeranno sempre più insopportabili le condizioni di sfruttamento del proletariato mondiale, toccando il punto critico da cui partirà la sollevazione del mondo del lavoro sfruttato, come un solo uomo,incentrata attorno all'operaio produttivo che crea il plusvalore. Dalla ribellione delle forze produttive mondiali, socializzate dal capitalismo finanziario, si sprigionerà l'energia del movimento proletario che dovrà fondersi con l’avanguardia rivoluzionaria (il fattore V/2= velocità al quadrato), donde si produrrà un'energia maggiore di quella che scaturisce dalla spontaneità delle sole forze produttive, capace di spezzare le catene degli attuali rapporti di produzione capitalistici e di decretare la fine del lavoro produttivo e improduttivo per dare inizio al vero lavoro creativo della libertà reale: il lavoro vivo quale fuoco comune della società umana senza classi.


Un tentativo di analisi oggettiva del mattatoio nella ex Iugoslavia, di Riccardo Achilli


Nel cuore di questa follia
al centro stesso dell'autodafé della civiltà occidentale
i fiori marciscono nel sangue
e la terra rimbomba delle urla dei morti


Premessa
In questo saggio, senza alcuna pretesa di esaustività né di conclusività circa una vicenda complessa, dolorosa, che affonda le sue radici nei secoli, cercherò di delineare alcuni tratti della vicenda della disgregazione nella ex Iugoslavia, nel tentativo di apportare il mio contributo, soprattutto, a smontare l'immagine fasulla e semplicistica data dai media occidentali, al servizio dell'imperialismo USA ed europeo, ovvero dei “cattivi serbi” e dei buoni “albanesi, croati e musulmani”, per cui l'intervento militare NATO contro la Federazione Iugoslavia, e la Serbia in particolare, anziché essere, come fu, un ato di aggressione imperialistico, sarebbe stato motivato dall'esigenza di proteggere le popolazioni civili da un presunto fascismo revanscista serbo.
Sono molti anni che ho il desiderio di scrivere qualcosa al proposito, e ringrazio in particolare il compagno Vincenzo Zamboni, che ha fornito molto materiale prezioso per rimettere a posto la vicenda delle guerre nella ex Iugoslavia, nonché il mio amico Fabio Bronzini. Naturalmente sono totalmente e personalmente responsabile di quanto scritto in questo saggio.
Una considerazioe preliminre: questo saggio non è affatto inteso a sostenere una tesi revisionista o filo-serba rispetto a quello che successe nella ex Iugoslavia. Non si possono negare i pesanti crimini di guerra commessi dai serbi durante le diverse fasi del conflitto. E' mirato soltanto a dare un contributo per una visione più oggettiva dei fatti, che porta a concludere che i serbi, non solo non furono gli unici responsabili del mattatoio balcanico (come invece i mass media occidentali vogliono far passare) e che, anzi, specie nelle fasi iniziali della vicenda, ebbero più ragioni che torti, mentre i veri mandanti di questo macello, ovvero i Paesi occidentali, nonché gli esecutori non serbi, in larga misura sono rimasti impuniti.
Non si capisce il tormento della ex Iugoslavia se non se ne capisce la storia. Ritengo pertanto indispensabile iniziare questo saggio da un brevissimo inquadramento storico di alcuni fatti fondamentali.

Alcuni fatti storici fondamentali
I musulmani di Bosnia derivano da una setta cattolica medievale, i bogomili, estremamente critica con le gerarchie ecclesiastiche ufficiali, e dunque emarginata e a volte anche vittima di repressioni, che con l'invasione turca trovò conveniente convertirsi all'Islam (la dominazione ottomana, contrariamente a quanto si pensa, fu spesso caratterizzata da un certo grado di tolleranza nei confronti dei popoli conquistati), ricevendone in cambio ampie concessioni di terre, strappate ai serbi, che rifiutarono la conversione.
Il Kosovo era poi, nel medioevo, terra a maggioranza serba. I protoserbi avevano infatti assimilato le precedenti popolazioni illiriche, per cui i primi documento affidabili, ovvero le registrazioni catastali turche relative alle tasse per censo (defter) del 1455, che prendono in considerazione la religione e la lingua dei soggetti interessati, comprovano una schiacciante maggioranza serba. Peraltro, l'ortodossia serba nacque fra i monasteri di Peč, Kosovska Mitrovica, Gračanica e Deçani e la composizione etnica del Kosovo fu stravolta dall'afflusso di grandi quantità di albanesi convertitisi all'islam, su terre requisite ai serbi, su impulso turco, nell'ambito della politica ottomana di leopardizzazione territoriale delle etnie soggiogate, fino a ridurre l'etnia serba a poco più del 10% della popolazione kosovara totale.
La popolazione della Croazia occupata dagli eserciti italo-tedeschi durante la seconda guerra mondiale ed affidata al regime-fantoccio degli ustascià di Ante Pavelic era per il 19% composta da serbi, che nelle regioni della Krajina e della Slavonia erano maggioritari. Gli ustascià di Pavelic fecero una pulizia etnica, a danno dei serbi. Secondo le più recenti stime di Zerjavic, furono uccisi dagli ustascià circa 374.000 serbi di Croazia, senza contare le migliaia di famiglie serbe costrette a fuggire, abbandonando le loro case e proprietà, oppure costrette ad abbracciare la religione cattolica, ed a “croatizzarsi”, per evitare la morte (anche se ovviamente massacri di croati vanno imputati ai cetnici serbi).
Quando il 4 Maggio 1980 morì Tito, in un Paese che già sperimentava una gravissima crisi economica da sovra-indebitamento estero, fatta di iper-inflazione, disoccupazione crescente, collasso del sistema bancario, colpito dalla rapidissima svalutazione dei debiti privati pregressi indotta dall'iper-inflazione, ed enormi disparità di sviluppo economico fra le diverse Repubbliche della Federazione, si dissolse la grande epopea del socialismo panslavo che aveva connotato la straordinaria esperienza iugoslava.
Come risposta alla susseguente gravissima crisi economica degli anni Ottanta, risorsero gli egoismi nazionalistici. Le Repubbliche più industrializzate e ricche (Slovenia, Croazia, alcune zone musulmane della Bosnia, la Provincia autonoma della Vojvodina, a forte componente etnica ungherese) iniziarono a rifiutare di svolgere il tradizionale ruolo di locomotiva a favore delle Repubbliche più povere. Vi furono ripetuti fenomeni di rifiuto, da parte delle Repubbliche più ricche, di versare all'erario federale la quota di imposte di loro spettanza. Vi furono casi di vero e proprio protezionismo, per cui le merci che viaggiavano da una Repubblica all'altra finivano per dover pagare un dazio interno, imposto dalla Repubblica di destinazione della merce. O casi che sfociarono nel ridicolo (gli autisti serbi di autobus di linea, quando superavano il confine croato, dovevano essere sostituiti da autisti croati). In alcuni casi, i singoli governi delle Repubbliche utilizzarono la Zecca federale per stampare denaro o mezzi di pagamento, al di fuori dei limiti all'emissione stabiliti dalla Banca centrale.
Questo nuovo egoismo economico naturalmente non poteva non avere un riflesso nella sovrastruttura culturale e politica. Le riforme costituzionali che introdussero una presidenza federale di tipo collegiale, a rotazione fra gli esponenti delle 6 Repubbliche, senza più nessuna figura prestigiosa, dopo la morte di Tito, che garantisse l'unità nazionale, introdussero un ulteriore elemento di ingovernabilità e disgregazione. Crebbe inoltre il nazionalismo etnico anche nell'agone politico, in linea con la progressiva dissoluzione della capacità di presa della Lega dei comunisti. Nel 1986, l'Accademia Serba delle Scienze emanò un memorandum, che fu spesso, nella stampa occidentale, mostrato come la “pistola fumante” del risorgere di un nazionalismo etnico serbo aggressivo. Le cose in raltà non stanno così. Il famigerato memorandum in realtà, non faceva che esprimere un dato storico, ovvero che Tito, che era un croato, quando disegnò i confini delle Repubbliche della Iugoslavia, fece in modo di dividere le popolazioni serbe in diverse entità, al fine di indebolire complessivamente l'influenza politica ed economica della Serbia all'interno della Federazione. Quindi, il memorandum denuncia fatti incontrovertibili, o esprime opinioni del tutto ragionevoli, stante la situazione, ovvero:
- le continue violenze cui i serbi del Kosovo vengono sottoposti dagli albanesi, con il complice silenzio delle autorità federali, ed il crescente pericolo corso dalle comunità serbe in Croazia;
- il drastico incremento della competizione economica interna, condotta con metodi sleali soprattutto da Slovenia e Croazia, ai danni dell'economia serba;
- la necessità di realizzare la piena unità culturale e politica dei serbi, se la Federazione iugoslava dovesse crollare. Tale affermazione è stata, esageratamente, considerata come una apertura al progetto di Grande Serbia, tradizionale cavallo di battaglia del nazionalismo cetnico. Tuttavia, tale considerazione non era altro che la naturale conclusione dell'analisi condotta precedentemente, riferita alla crescente discriminazione dei serbi, ed anche un ovvio ragionamento: se la Iugoslavia dovesse cadere, i serbi dovrebbero guardare al loro interesse. Si trattava semplicemente di un fatto di mera sopravvivenza, considerato che il crollo imminente della Federazione avrebbe scatenato prevedibili violenze etniche ai danni delle comunità serbe residenti al di fuori della Serbia. Quindi l'associazione del memorandum al progetto cetnico di Grande Serbia fu una mistificazione giornalistica e storica. Gli autori del memorandum richiamavano esclusivamente una esigenza di autodifesa, in un contesto che progressivamente diventava sempre più violento.
Il tracollo economico della Iugoslavia e la conseguente risorgenza dei nazionalismi etnici fu vista come un'opportunità di creare colonie economiche da parte delle cancellerie della Germania, della Gran Bretagna e della Francia, e come un'opportunità di colpire il comunismo dell'Europa dell'Est iniziando dal suo ventre molle, ovvero la Iugoslavia in dissoluzione, da parte degli USA. Una direttiva di sicurezza nazionale recentemente emersa dagli archivi della CIA, la NSDD 133 del 1984, richiama l'esigenza di “promuovere una rivoluzione pacifica per rovesciare il Governo comunista e per integrare il Paese nei meccanismi dell'economia di mercato”.
Pertanto, i leader nazionalisti vennero sostenuti e foraggiati dai Paesi occidentali. Milosevic inizia la sua carriera politica dopo esser stato direttore della sede di rappresentanza della Beogradska Banka a Washington, per anni. Nei suoi anni di permanenza a Washington, divenne amico dei Bush e di Reagan. E tornò a Belgrado con precisi progetti politici foraggiati dagli USA. Una volta preso il potere, con l'aiuto della CIA, iniziò una politica nazionalistica nel Kosovo, che però era una politica di difesa della minoranza serba sottoposta a gravissime discriminazioni, ed anche violenze, da parte degli albanesi. Il discorso di Milosevic del 1989, a Kosovo Polje, non è stato mai adeguatamente analizzato. Egli disse "mai più nessun serbo del Kosovo verrà aggredito". Che significa? Che non stava attaccando gli albanesi in quanto tali. Voleva soltanto difendere i serbi dalle violenze albanesi. Però i media occidentali si focalizzarono esclusivamente sull'aspetto per così dire più folkloristico di tale manifestazione, ovvero la riesumazione delle spoglie di Re Lazar Obradovic, l'ultimo sovrano serbo che si oppose all'invasione turca, morendo nella battaglia di Kosovo Polje. E diedero a tale atto folkloristico un valore simbolico, decisamente esagerato, di riesumazione del peggior nazionalismo etnico.
Naturalmente, da piccolo leader nazionalista foraggiato dalle potenze occidentali per contribuire alla disgregazione della Iugoslavia, Milosevic non mancò di compiere atti assolutamente condannabili, non rientranti nella logica della difesa dei serbi, quanto piuttosto nella logica di distruzione della Federazione che i suoi committenti stranieri gli avevano affidato: l'abolizione dello statuto autonomo della Vojvodina, la sostituzione “manu militari” con dei fedelissimi dell'intera dirigenza albanese della Lega dei comunisti. Così come vergognosa è la chiusura unilaterale dell'università albanese di Pristina, che privò gli albanesi kosovari della possibilità di coltivare la loro cultura nazionale. Tali atti verranno poi strumentalmente utilizzati ed esagerati dalle altre Repubbliche, per giustificare la loro volontà di secessione, altrettanto strumentalmente manovrata dagli stessi committenti occulti che manovravano Milosevic.
Nel Gennaio 1990, si svolse il drammatico 14-mo congresso straordinario della Lega dei comunisti iugoslavi, che sancì la fine dell'esperienza iugoslava. Sloveni e croati, imbeccati dalla CIA e dal Governo tedesco, bramoso di utilizzare Slovenia e Croazia, caratterizzate da bacini di manodopera competenti ed a basso costo, come aree di delocalizzazione delle proprie imprese, si presentarono con un progetto di riforma costituzionale che assegnava ulteriori poteri alle Repubbliche, già ampiamente autonome, e che avrebbe segnato una secessione “de facto”. Il resto del partito, ovviamente, nato sull'idea del panslavismo e del socialismo federativo, rigettò il progetto. Di conseguenza, le delegazioni slovena e croata, unilateralmente, dichiararono la loro fuoriuscita dalla Lega dei comunisti. Nei mesi successivi, in ogni Repubblica si tennero elezioni multipartitiche, veri e propri referendum sulla secesione dalla Federazione.
Nel frattempo, in Croazia prendeva il potere Franjo Tudjman, ex militare, ex dissidente nazionalista ed anticomunista, convinto ammiratore degli ustascià, fortemente appoggiato dalla Chiesa cattolica ed amico di Woytila. Per dare un'idea del personaggio, basta citare un passo del suo libro “Gli orrori della guerra”, scritto proprio nel 1989:
“Il genocidio è un fenomeno naturale, in armonia con la natura mitologicamente divina della società. Il genocidio non è solo permesso, è raccomandato, perfino ordinato dalla parola dell'Onnipotente, tutte le volte che sia utile per la sopravvivenza o il ripristino del dominio della nazione prescelta, oppure per la conservazione o la diffusione della sua unica e giusta fede”.
Credo che neanche nel Mein Kampf si facciano affermazioni così crude. Secondo lo storico Luciano Canfora "Tudjman non è soltanto "revisionista" sul piano "storiografico", è anche un antisemita in servizio permanente (...). Tudjman, che esalta Pavelic e condanna il cosiddetto "giudaismo internazionale" passa per il "moderato" della nuova Croazia. La Croazia (...) è ormai a tutti gli effetti una nuova "Croazia fascista", come ha efficacemente argomentato Simon Wiesenthal”. Questo delicato, tollerante e democratico signorino (che verrà condannato post mortem come criminale di guerra, per le stragi di serbi perpetrate nel 1995, a dimostrazione del fatto che, in fondo, il bistrattato memorandum dell'Accademia Serba delle Scienze, quando evidenziava la necessità per i serbi di organizzare la propria autodifesa, non sbagliava poi di molto) riuscì a promuovere la secessione della Croazia conquistando, grazie ad una legge elettorale scandalosa e “ad personam”, il 60% dei seggi parlamentari alle elezioni del 1990, anche se il suo partito aveva ottenuto appena il 33% dei voti, quindi anche se la maggioranza degli elettori croati (ivi compresi i serbi in Croazia, che allora rappresentavano l'11% della popolazione) non aveva votato a favore dell'indipendenza. Il Nostro, quindi, dichiarò unlateralmente la secessione della Croazia dalla Federazione, senza però considerare che in Croazia risiedeva una consistente minoranza serba, cui non era stato chiesto il parere sulla decisione di separarsi dalla Iugoslavia, e che quindi si ritrovava divisa dalla Patria-madre, nelle mani di un Governo nazionalista e filo-ustasceggiante. Basti pensare che Tudjman, il cui partito, l'HDZ, era foraggiato dalla NATO, senza alcuna consultazione popolare varò una costituzione in cui la Croazia era definita "lo Stato dei croati" (e i serbi residenti in Krajina e Slavonia? Evidentemente, sarebbero stati epurati da lì a poco).
In Bosnia, successe più o meno la stessa cosa. Nel 1990, alle elezioni, il partito secessionista musulmano di Izetbegovic prese il 37,8% dei voti (mentre i musulmani erano il 43,7% della popolazione). I partiti etnici dei serbi e dei croati, ostili alla secessione, presero, congiuntamente, il 41,2%, da aggiungersi ai voti dei comunisti e dei riformisti, anche loro ostili alla secessione (11%). Quindi un'ampia maggioranza di elettori bosniaci si espresse contro il progetto secessionista. Nonostante ciò, Alija Izetbegovic, un noto fondamentalista islamico, più volte incarcerato ai tempi della Iugoslavia comunista per le sue idee religiose, nel febbraio 1992 convocò un referendum nazionale sull'indipendenza della Bosnia. Ciò provocò le minacce dei membri serbi della presidenza che dissero che nel caso ci fosse stata l'indipendenza della Bosnia, le aree della Bosnia abitate da serbi si sarebbero scisse per rimanere con la Jugoslavia. Il che, per inciso, è un fatto del tutto ovvio e naturale: se i musulmani bosniaci avevano il diritto di secessione, perché mai i serbo bosniaci non avrebbero dovuto avere il diritto di riunirsi con la loro madrepatria? Izetbegovic però negò decisamente tale naturale diritto dei serbi, in ciò supportato dalla Comunità internazionale, che più volte si espresse per un'irragionevole ipotesi di Bosnia unitaria, e suddivisa in cantoni su base etnica.
Il referendum fu boicottato dai serbi, che lo considerarono incostituzionale, ma ebbe il 99,4% dei voti in favore, con un'affluenza del 67% (la maggior parte costituita da bosniaci e croati). Sulla partecipazione al voto dei croato-bosniaci, va aperta una parentesi. Il loro leader, Mate Boban, agì in tal senso dietro indicazione di Tudjman. L'obiettivo dei croato-bosniaci non era l'indipendenza di una Bosnia multietnica, quanto piuttosto ottenere il distacco della Bosnia dalla Iugoslavia, e quindi anche dal potentissimo Esercito Federale, per aprire un secondo fronte di guerra, che avrebbe alleggerito la situazione militare in Croazia, e per aggredire successivamente il più debole Esercito musulmano, al fine di ottenere il distacco dell'Erzegovina dalla Bosnia, e la sua riunificazione con la Croazia. Infatti, dopo una prima fase, nella quale i croati combetterono insieme ai musulmani contro l'esercito serbo, in seguito ad un accordo segreto Milosevic-Tudjman, questi passarono dall'altra parte, aggredendo a tradimento i loro ex alleati. Il parlamento bosniaco, già abbandonato dai serbo-bosniaci, dichiarò formalmente l'indipendenza dalla Jugoslavia il 29 febbraio e Izetbegović annunciò l'indipendenza della nazione il 3 marzo 1992, formando un governo composto esclusivamente da musulmani, tanto per far capire subito quale sarebbe stato il livello di tolleranza nei confronti dei serbi.

Scoppia la guerra: la Croazia
La guerra scoppia, contrariamente all'opinione comune (e distorta), su iniziativa dei croati e degli sloveni, e non dei serbi, rafforzando la convinzione che i serbi non fecero altro che difendersi. Ad agosto del 1990, infatti, il Governo croato tenta di sostituire la polizia della regione della Krajina, a maggioranza serba, con poliziotti croati. Ne segue una sommossa popolare, cui i poliziotti croati (in realtà membri della milizia) rispondono sparando. I civili serbi cercano rifugio nelle caserme dell'JNA (l'Armata popolare iugoslava) che inizialmente rimane passiva. Al contrario, l'JNA, in un estremo tentativo di evitare la guerra, inizia a disarmare le milizie croate e slovene. Ma per ogni arma sequestrata, altre 10 entrano illegalmente in Slovenia e Croazia, evidentemente tramite i Paesi occidentali e la CIA, interessati a far precipitare la situazione (se poi si fossero verificate migliai di morti innocenti, cosa importa ai nostri politici “democratici”?)
Il 26 Giugno 1991, il giorno dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza della Slovenia, la JNA inizia le operazioni militari di riconquista della Repubblica secessionista. Dopo 10 giorni di scontri senza significativi risultati per nessuno dei due contendenti, le parti concordano sul cessate il fuoco di Brioni, nel quale la JNA si impegnava ad evacuare Slovenia e Croazia, in cambio di una moratoria di 3 mesi della dichiarazione di indipendenza delle due repubbliche ribelli, al fine di trovare una soluzione condivisa. Tuttavia, mentre la JNA inizia le operazioni di ritiro delle sue forze, le due Repubbliche ribelli non rispettano gli accordi, utilizzando il tempo per riarmarsi in modo pesante. Nell'autunno del 1991, scoppia la guerra con la Croazia. Nellwe regioni croate a maggioranza serba, la popolazione civile cerca di resistere contro il tentativo (contrario agli accordi di Brioni) della milizia croata di aumentare la sua presenza militare. La JNA, quindi, risponde, in parte per difendere la popolazione serba, in parte per aiutarla a respingere l'invasione “occulta” dei territori a maggioranza serba da parte delle forze di sicurezza croate. Inizia l'invasione della Croazia. E gli episodi di largamente gonfiati dalla stampa occidentale massacri serbi di popolazione civile croata. In particolare, il massacro di Vukovar, che fu l'alibi per l'emanazione della risoluzione ONU 721 di Novembre 1991, che di fatto aprì la strada al primo intervento militare occidentale nella ex Iugoslavia.
La storia recente infatti descrive la battaglia di Vukovar come una strage ad opera della Guardia Volontaria serba, guidata da Zeliko Raznatovic, che perpetuò così atroci crimini contro la popolazione civile croata, facendo prigionieri di guerra, razzie e depredando l'intero villaggio. Le autorità ritrovano la più grande fosse comune in Croazia, in cui furono riesumati i corpi di 200 croati, soldati e civili uccisi dopo l'occupazione serba della città nell'autunno del 1991.
La pubblicazione del rapporto della Cia, che parla di migliaia di serbi trucidati dall'armata croata, certamente stravolge la storia che per molto tempo è stata divulgata dai media internazionali, e dalle Organizzazioni Internazionali, e sulla base della quale la Croazia ha rivendicato le proprietà dei serbi scacciandoli dalle loro terre.
Nei primi anni di guerra, la macchina mediatica dei proprietari delle tv e dei giornali avevano montato dei veri e propri casi, come il bombardamento di Lubiana, e il Manifesto che Médecins Sans Frontières pubblicava in tutto il mondo diffamando il popolo serbo, redatto dallo stesso giornalista che aveva sostenuto che in Kosovo furono uccisi più di 400 bambini. Per tornare a Vukovar, c'è un episodio agghiacciante sul quale nessuno ha mai condotto indagini accurate, e verrebbe da chiedersi il perché. Secondo quanto riporta il quotidiano La Repubblica del 2 Nobembre 1991, quarantuno bambini serbi sarebbero stati sgozzati dalla milizia croata in ritirata da Vukovar. Lo ha riferito un fotografo serbo, Goran Mikic, che collabora con l' agenzia di stampa inglese Reuter. I bambini, tutti tra i cinque e i sette anni, sarebbero stati trovati con la gola tagliata nello scantinato di una scuola a Borovo Naselje, un sobborgo di Vukovar abitato in gran parte da croati. I soldati serbi che hanno conquistato la cittadina hanno detto che responsabili del massacro sarebero miliziani ed Ustascia dei gruppi croati di estrema destra. "I nostri soldati piangevano mentre portavano fuori i cadaverini", ha detto il fotografo. Oltre ai corpi dei bambini, Mikic ha detto di aver visto i cadaveri di intere famiglie di serbi disseminati nelle strade e nei giardini del villaggio. Secondo il racconto dei testimoni, i miliziani croati avevano segnato con vernice tutte le case abitate da serbi, e prima di ritirarsi le hanno attaccate armati di coltelli e asce.
Mentre la comunità internazionale faceva fuoco e scintille sulle stragi commesse dall'JNA, nessuno ha mai indagato in modo completo sulle stragi commesse dai croati sui civili serbi. Un recente rapporto della CIA mette sotto accusa un ex-dirigente croato, Tomislav Mercep, per crimini di guerra commessi contro "migliaia di serbi" durante il conflitto serbo-croato tra il 1991 il 1995. Viene precisato infatti che le dichiarazioni sulle atrocità imputate a Mercep ed ai suoi uomini sono state verificate sulla base delle prove raccolte dalle organizzazioni internazionali per i diritti dell'uomo e dalle testimonianze di superstiti, tuttavia, il governo croato, temendo la reazione di quella fazione politica che sosteneva il generale, ha evitato di indagare su queste accuse. Il procuratore generale della Croazia ha ricevuto così nel 2006 dal Tribunale penale internazionale (TPI) per l'ex-Iugoslavia i documenti sui crimini commessi contro i serbi a Vukovar e nella regione di Pakrac, e li ha insabbiati. Lo stesso Tudjman morì sereno nel suo letto, e solo dopo la sua morte venne dichiarato criminale di guerra, per le stragi di serbi condotte nel 1995. E' chiaro che il criterio dei “due pesi e due misure” utilizzato dalla Comunità internazionale è strumentale a giustificare l'intervento militare imperialistico.
Ad ogni modo, entro la fine del 1991, sui territori conquistati, la Iugoslavia proclama la “Repubblica della Krajina Serba”. A gennaio 1992, viene proclamato un cessate il fuoco, che consente ai primi caschi blu dell'UNPROFOR di entrare nel Paese. Inizia così anche l'intervento militare occidentale nella ex Iugoslavia, che negli anni successivi sarebbe cresciuto di intensità.

La Bosnia
Ad Aprile 1992, scoppia la guerra bosniaca, a seguito della proclamazione d'indipendenzaa, e della parallela autoproclamazione della Repubblica Srpska, come evidente mossa di autodifesa dei serbo-bosniaci, esclusi da qualsiasi ruolo nel nuovo Stato che si era venuto creando, ed in pericolo di subire una pulizia etnica. Le forze serbo-bosniache attaccano la milizia musulmana, conquistando rapidamente territori, spesso però esclusivamente al fine di riunificare in un'unica aggregazione territoriale delle enclave serbe isolate e circondate dai musulmani, che avrebbero rischiato di essere distrutte completamente, proprio per il loro isolamento. I serbo-bosniaci, appoggiati militarmente e logisticamente dall'JNA (che fornì interi reparti di trupe di élite, soprattutto paracadutisti, genieri, incursori, nonché l'intera forza di artiglieria e corazzata), nonostante la mediocrità della conduzione militare di Mladic, riescono inizialmente a conquistare molti territori, anche grazie al tradimento dei croato-bosniaci, che, come già menzionato, passano dalla parte serba ed attaccano gli ex alleati musulmani alle spalle. Sarajevo viene assediata e sottoposta ad un intenso bombardamento di artiglieria. Un vero e proprio atto criminale, ingiustificato dal punto di vista militare, così come altrettanto ripugnante è stato il dispiegamento di “snipers” dentro la città che, per settimane, vigliaccamente nascosti nelle macerie degli edifici, spararono sui passanti innocenti. La “qualità” umana repellente di Mladic è tutta condensata nell'ordine dato via radio all'artiglieria serba che martellava i quartieri musulmani di Sarajevo “bombardateli fino a farli impazzire di terrore”.
E qui si verifica il secondo grande episodio, controverso, ovvero il massacro di Srebrenica del Luglio 1995, che servì come alibi per una intensificazione delle operazioni militari NATO contro la Serbia. Molti dubbi sono stati avanzati circa l'effettivo numero di morti civili, ufficialmente stabilito in 8.372 persone. Ma il problema non è questo, anche un solo morto innocente è un crimine, e non vi sono dubbi che i serbo-bosniaci si abbandonarono ad un crudele massacro. La vera questione è che già dal 1993, Srebrenica era stata dichiarata dall'ONU “area protetta”, e difesa da un reparto di caschi blu olandesi. Tuttavia, quando il 6 Luglio 1995 iniziò l'offensiva serba, i 600 caschi blu dell'ONU non intervennero: i motivi non sono ancora stati chiariti. La posizione ufficiale è che le truppe ONU fossero scarsamente armate e non potessero far fronte da sole alle forze di Mladić. Si sostiene, inoltre, che le vie di comunicazione tra Srebrenica, Sarajevo e Zagabria non fossero ottimali, causando ritardi e intoppi nelle decisioni. Tali giustificazioni sono ridicole. Anche se in inferiorità numerica, i caschi blu avrebbero avuto il DOVERE di intervenire per difendere la città. E poi, visto che Srebrenica era un'area strategicamente fondamentale, già oggetto di intensi scontri nel 1992-93, perché schierare a sua difesa soltanto 600 caschi blu armati in modo leggero?
I fatti furono i seguenti. Quando i serbi si avvicinarono all'enclave di Srebrenica, il colonnello Karremans, comandante UNPROFOR, diede l'allarme e chiese un intervento aereo di supporto il 6 e l'8 luglio 1995, oltre ad altre due volte nel fatidico 11 luglio. Le prime due volte il generale Nicolaï a Sarajevo rifiutò di inoltrare la richiesta al generale Janvier nel quartier generale dell'ONU a Zagabria, perché le richieste non erano conformi agli accordi sulle richieste di intervento aereo (???? La sola giustificazione di un intoppo burocratico come questo fa ridere, è semplicemente stupida). L'11 luglio, quando i carri armati serbi erano penetrati nella città, Nicolaï inoltrò la domanda di rinforzi a Janvier, che inizialmente rifiutò. La seconda richiesta dell'11 luglio fu onorata ma gli aerei (F-16) che stavano già circolando da ore in attesa dell'ordine di attaccare avevano nel frattempo ricevuto ordine di tornare alle loro basi in Italia per potersi rifornire di carburante (altro comportamento militarmente ingiustificabile). Alla fine, solo due F-16 olandesi procedettero ad un attacco aereo, praticamente senza alcun effetto. Un gruppo di aerei americani apparentemente non fu in grado di trovare la strada (altra stupidaggine, i radar a cosa servono?) Nel frattempo l'enclave era già caduta e l'attacco aereo fu cancellato per ordine dell'ONU, su richiesta del ministro Voorhoeve, perché i militari serbi minacciavano di massacrare i caschi blu dell'ONU.
Davanti alla minaccia ed allo spiegamento di forze di Mladić, i caschi blu decisero di collaborare alla separazione di uomini e donne per poter tenere la situazione sotto controllo, per quanto fosse possibile: contribuirono così al successivo massacro dei civili!
Naturalmente, anche le forze musulmane di difesa della città abbandonarono immediatamente, quasi senza combattere, la città al suo destino (ancora una volta.perché?). Però non furono così passive nelle settimane precedenti, quando in una serie di raid contro i civili serbi nella zona demilitarizzata attorno a Srebrenica, in violazione degli accordi del 1993 che ne facevano un'area protetta, provocarono i serbo bosniaci, al punto da indurre l'attacco a Srebrenica, che da molti osservatori è interpretato come una vendetta nei confronti dei precedenti raid musulmani. Ancora una volta, i fatti furono i seguenti: le milizie del generale musulmano Naser Oric, che se l'è cavata con 3 anni di carcere ed una totale riabilitazione in sede di processo di appello, attaccarono i villaggi di Bratunac, Kravica, Siljkovići, Bjelovac, Fakovići e Sikirić causando, secondo il neutrale Centro di Ricerca e Documentazione di Sarajevo, almeno 119 morti civili serbi nella sola municipalità di Bratunac. Altre fonti parlano di quasi 1.000 serbi uccisi inutilmente durante le scorribande delle squadracce di tagliagole di Oric.
L'impressione forte che si ricava da questi fatti è quella di una volontà precisa, da parte della NATO e dei musulmani, di provocare il massacro di Srebrenica, per poi poter far digerire all'opinione pubblica internazionale una intensificazione senza precedenti dei raid aerei contro la Iugoslavia, raid aerei che di fatto ne provocarono la sconfitta e l'accettazione degli accordi di Dayton, che concedevano l'indipendenza della Bosnia, e mettevano una pietra tombale sulla pur legittima aspirazione dei serbi di Bosnia di congiungersi con la loro madrepatria.

Il Kosovo
Per finire, la vicenda kosovara è stata un altro insieme di menzogne, esagerazioni e assurdità, utili per giustificare l'ennesimo intervento militare, atto a creare uno Stato indipendente, che non ha alcuna giustificazione storica o economica, a maggioranza musulmana, da giocarsi poi sullo scacchiere mondiale dei rapporti politico/militari fra Occidente e mondo arabo. A seguito della sconfitta in Bosnia ed in Croazia (infatti, durante la guerra in Bosnia, Tudjman, con la complicità della NATO, tradì ignomignosamente il trattato di pace con i serbi, li attaccò a sorpresa grazie ad un Esercito riarmato dalla NATO, li sconfisse e impose una pulizia etnica a danno delle popolazioni serbe della Krajina, mai completamente condannata dalla comunità internazionale) il governo di Milosevic era diventato sempre più fragile, e per rimanere al potere, alle elezioni del 1996 (vale la pena di ricordare che il governo di Milosevic fu sempre eletto in votazioni multipartitiche) dovette appoggiarsi sempre più sulle forze di destra più revansciste e sanguinarie, sull'estrema destra fascistoide di Seselj, che rappresentava le formazioni paramilitari responsabili di massacri di civili in Croazia e Bosnia, e sulle frazioni più reazionarie e feroci della Chiesa ortodossa, rappresentate dal partito di Vuk Draskovic. Quindi, dal 1996 si ebbe, oggettivamente, una svolta verso la destra guerrafondaia e revanscista nel panorama politico serbo.
D'altro canto, nella mai risolta questione kosovara esisteva una formazione paramilitare, l'UCK (esercito degli albanesi di kosovo), da tempo finanziata, armata e sostenuta dai "consiglieri militari" USA-NATO, nonché da Paesi arabi alleati dell'Occidente (Arabia Saudita e Kuwait) che ingaggiava scontri molto violenti con l'esercito federale regolare e con la polizia serba. Vi furono anche testimonianze di mujahiddin arabi e nordafricani che, infiltratisi in Kosovo, combattevano nelle file dell'UCK. Nel 1998 la dimensione di questi scontri armati raggiunse una intensità tale da indurre la comunità internazionale a riesaminare gli accordi di pace di Dayton.E la comunità internazionale che fece? Non potendo contrariare alleati strategici nello scacchiere arabo e mediorientale, come i sauditi, che erano dalla parte dell'UCK, appesantì le sanzioni economiche contro la Serbia. Siamo, cioè, di nuovo di fronte alla politica di guerra dei due pesi e due misure: da un lato l'UCK in Kosovo opea indisturbato, nonostante i sospetti (poi verificatisi) di attività illegali e di contatti con le mafie balcaniche e russe, dall'altra parte la Serbia sottoposta a sempre più aspre condizioni di blocco commerciale, atto di guerra terrorista (colpisce la popolazione, non i militari combattenti) contro la parte che difende la sopravvivenza della legittima Federazione.
Nel gennaio 1999 l'intensità del conflitto in Kosovo aumentò improvvisamente. Nel tentativo di riportare la situazione sotto controllo, venne convocata la conferenza di Rambouillet. Venne steso un accordo che non fu firmato dalla Repubblica Federale. Infatti, gli accordi di Rambouillet prevedevano, sic et simpliciter, una vera e propria indipendenza del Kosovo mascherata ipocritamente da autonomia, che ovviamente non è accettabile da chi, su quel territorio, ha più di una ragione storica e culturale per rivendicarne la sovranità.
Il 24 marzo 1999 l'Alleanza Atlantica prese atto del fallimento dei negoziati ed iniziò (senza un provvedimento in questo senso da parte dell'ONU, a causa del minacciato veto di Russia e Cina, quindi in modo illegale, secondo il diritto internazionale) alcune operazioni militari di dissuasione nella speranza di ottenere una replica di quanto già avvenne per i negoziati per il conflitto bosniaco, dove anche lì la delegazione serba abbandonò improvvisamente la trattativa riprendendo immediatamente le operazioni militari. In quella occasione poche operazioni militari di dissuasione sulle linee serbe convinsero il regime di Milošević a ritornare al tavolo delle trattative e a firmare (e rispettare) la fine del conflitto.
La Russia aveva iniziato un recupero della conflittualità con gli USA in chiave nazionalista, e inoltre tra Russi e Serbi esiste storicamente un legame particolare su base etnico-religiosa. La NATO iniziò quindi una escalation di bombardamenti aerei su tutto il paese che sono durati oltre due mesi (operazione Allied Force). I jet della NATO partivano soprattutto da basi militari italiane, come quella di Aviano, in Friuli Venezia Giulia.
Nel caso del Kosovo, la principale responsabilità nei massacri ricade sui paramilitari ed i poliziotti serbi (guidati dai partiti di estrema destra sempre più influenti nella conduzione politica a Belgrado) che seguivano, dalle retrovie, l'avanzata dell'esercito regolare, che al più, a quanto sembra, si rese responsabile di alcune operazioni di rastrellamento. Ad ogni modo, non ritengo condivisibile lo sfogo auto-assolutorio del generale Nebojsa Pavkovic, comandante in capo delle forze regolari in Kosovo, a fine guerra “il popolo sa che l'Esercito ha fatto il suo dovere”.
Il risultato, comunque, lo sappiamo tutti. In nome di alleanze geo-strategiche su scenari extra balcanici (in particolare, in quello arabo e medio orientale) i raid aerei occidentali contribuirono a creare uno Stato fantoccio, privo di qualsiasi giustificazione storica ed inconsistente, la cui economia si basa esclusivamente sul contrabbando e il traffico di armi e carne umana dai Paesi dell'Est verso l'Occidente, nonché l'assistenza finanziaria e materiale internazionale, i cui vertici istituzionali, a partire dal premier Hashim Tahci, sono stati riconosciuti colpevoli di peccati veniali, quali il riciclaggio, il contrabbando internazionale, il traffico di armi e prostitute, il narcotraffico, in connessione con le mafie albanesi e russe, l'estorsione, l'omicidio premeditato e le violenze private. Un Paese in cui l'UCK mantiene una forza paramilitare clandestina, con il compito di intimidire, ed eventualmente eliminare, gli avversari politici.

Conclusioni
Come è intuibile dall'analisi svolta, il massacro della ex Iugoslavia è stato pagato, a senso unico, dal solo popolo serbo, mentre i mandanti esteri, che hanno organizzato la disgregazione del Paese, e poi l'aggressione militare imperialistica contro di esso, sono rimasti impuniti, insieme agli esecutori non serbi di tale tragedia.
Questo il bilancio delle sofferenze inflitte al popolo serbo da interessi economici e geo politici esterni, e criminali. La sola guerra del Kosovo durò 78 giorni, 78 giorni e notti di bombardamenti, 38000 voli, dei quali oltre 10000 d'attacco, con il lancio di oltre 23.000 ordigni. Oltre alle postazioni militari serbe in Kosovo ed in Serbia, furono colpite altre installazioni nella Serbia centrale e nella Vojvodina. A Belgrado furono bombardati l'aeroporto militare di Batajnica, il trasmettitore radio sui monti Avala, il Centro congressi, edifici dell'Armata Jugoslava, la sede della televisione di stato (causando 17 morti tra giornalisti e tecnici), ministeri, ambasciate, a Novi Sad venne distrutto il ponte sul Danubio, con l’intento di isolare la provincia della Vojvodina.
Alla fine della campagna, secondo i calcoli più attendibili sono almeno 500 le vittime civili degli “effetti collaterali” dei bombardamenti (altre fonti indicano in 2000 il numero effettivo delle vittime, di cui il 30% bambini) e circa 8000 i feriti; sul fronte militare, le perdite umane “ufficiali” da parte serba sono 576, di cui 462 soldati e 114 poliziotti.
In realtà, l'offensiva, presentata come l'unico mezzo per evitare una catastrofe umanitaria, nelle prime due settimane del conflitto causò tra i kosovari più vittime di tutte quelle registrate negli scontri interetnici nel decennio 1989-1998.
Anche i danni ambientali e materiali alle infrastrutture della Repubblica Federale di Jugoslavia furono ingenti: sono stati distrutti 82 ponti, tutte le raffinerie di petrolio, 14 centrali termoelettriche, metà delle riserve militari di carburante, un quarto di quelle civili e molti centri industriali; inoltre, sono stati colpiti 28 centri agricoli, 420 scuole, 48 edifici sanitari, 54 chiese e monasteri, 15 musei, 13 aeroporti e 74 stazioni TV. L'opinione pubblica internazionale ed i circoli pacifisti ed ambientalisti, oltre alla liceità stessa dell'intervento, misero soprattutto all'indice l'utilizzo di armi non convenzionali come le bombe a frammentazione e le munizioni ad uranio impoverito: secondo il Times, almeno 14000 ordigni inesplosi (UXO) sono rimasti sul terreno, pronti ad esplodere come mine.
Il territorio del sud della Serbia e del Kosovo anche attualmente è cosparso di mine inesplose, comprese le famigerate bombe a grappolo ed il territorio contaminato dall'uranio impoverito, nonostante i tentativi di nascondere questi fatti da parte dei governi dei paesi NATO, Italia compresa. Gli USA hanno attaccato l’Iraq, con giustificazione della presenza di armi di distruzione di massa. Ma le armi di distruzione di massa sono quello che sono state usate contro la Serbia nel 1999!
Ancora una volta gli USA ed i suoi satelliti della NATO, sbandierando la favola della guerra giusta, della guerra per scopi umanitari hanno colpito una capitale europea, un paese europeo, a suo tempo definito “paese canaglia”, come furono definiti poi Iraq, Iran, Siria, Corea del Nord, esclusivamente per motivi strategici e politici. Non era mai successo dalla Seconda Guerra Mondiale che le forze "alleate" avessero condotto una campagna di guerra all'interno dell'Europa, un attacco ad una capitale europea.

1980-1988: LE CALDE ESTATI DELLA POLONIA di Michele Nobile


ARTICOLO PER LA RIVISTA KONTATTO

nell’anno del Signore 1988.


L’AUTOGESTIONE, LE LOTTE OPERAIE E IL GENERALE


Da quando Michail Gorbaciov è stato eletto segretario generale del PCUS nel marzo 1985 i kremlinologi hanno certamente dovuto abbandonare i loro tradizionali, enigmatici e fantasiosi ferri del mestiere, assai poco adatti a comprendere i processi della glasnost e della perestroika. Analogamente, si è rivelata assai poco utile una nozione assai in voga tra intellettuali alla moda e non e sui mass media: quella del totalitarismo, cioè l’idea che l’URSS sia ancora la Russia zarista con i paesi del COMECON come impero e, specialmente, che le società civili dell’Europa centro-orientale siano immerse in un’atmosfera assolutamente immobile, dominata dalla ferrea volontà del partito padre e padrone. La realtà si è invece rivelata diversa. Il partito unico è l’apparato dominante, pluripartitismo e sindacalismo libero sono proibiti, l’opposizione variamente perseguita, ma le società del sedicente «socialismo reale» non sono immobili, si trasformano, premono sul potere attraverso processi che questo controlla malamente o per niente, imponendo aggiustamenti e revisioni politiche ed economiche che prendono il nome di «riforme». Gorbaciov ha bisogno di perestroika e glasnost perché la società ha imposto l’urgenza di una revisione dei meccanismi politici ed economici, e si sa che le riforme dall’alto sono sempre, per chi ha il potere, preferibili alle rivoluzioni dal basso.

Ben prima di Michail, senza risalire troppo nel tempo, la Polonia aveva conosciuto nel 1980-1981 una stagione di democratizzazione senza precedenti. Protagonista del processo era un sindacato libero, nato dall’alleanza tra dirigenti operai di base e intellettuali (alcuni come Kuron e Modzeleweski con una solida formazione marxista alle spalle), raggruppati inizialmente nel KOR (Comitato di autodifesa sociale). Solidarność portò al divorzio tra il partito che sosteneva di rappresentare gli interessi storici del proletariato ed il proletariato stesso, dimostrando di poter mobilitare milioni di operai e lavoratori, di godere la totale fiducia di questi e di esserne l’unico reale rappresentante. La Polonia è sempre stata nazione inquieta, principalmente grazie alle attenzioni del grande vicino orientale. Più di una volta i massimi dirigenti della Polonia «socialista» hanno dovuto far fagotto di fronte alla mobilitazione operaia (Gomulka e Gierek), prova questa dell’autonomia della società civile di fronte al potere politico.

Con il «golpe» del dicembre 1981 il generale Jaruszelski è riuscito a restare in sella ma ha dovuto, nello stesso tempo, abbandonare l’idea di imporre una qualche forma di totalitarismo e di pieno controllo sulla società a causa del persistere, sia pure nella clandestinità, delle strutture di Solidarność e, specialmente, a causa della cristallizzazione, nella coscienza di massa dei lavoratori e del popolo polacco, della propria estraneità rispetto al regime «socialista». Tra alti e bassi, gli scioperi e le dimostrazioni successivi al dicembre 1981, e sino a questi mesi, e l’esistenza di una rete capillare di organismi autonomi e di controcultura in tutte le pieghe della società polacca, hanno mantenuto vivo lo spirito di opposizione e la capacità di mobilitazione. Almeno sino a poco tempo fa la strategia dell’opposizione sociale polacca si basava sulla costruzione e sul mantenimento di una «società indipendente» dal potere, cioè sul mantenimento di una rete autonoma del tipo indicato sopra. Prima di arrivare agli avvenimenti di questi ultimi mesi è bene chiarire il perché del «golpe» del 1981 e il significato di Solidarność nella storia del movimento operaio internazionale.



LA CALDA ESTATE DEL 1980, L’AUTOGESTIONE, IL GOLPE


Su questo sindacato che è molto più che un sindacato si è fatta molta strumentale ironia o, al contrario, se ne è sbandierato il nome in modo del tutto strumentale. Buona parte della sinistra italiana ha ignorato la realtà dei rapporti di classe facendo propria la tesi del «sindacato cattolico». Sul ruolo della chiesa cattolica in Polonia occorrerebbe un articolo a parte, tanto esso è politicamente articolato. Qui bisogna rilevare il fatto che una istituzione millenaria come la chiesa cattolica imposta la propria strategia sul lungo periodo, cercando il modo di adattarsi ai più diversi sistemi sociali, quando non gli riesce di partecipare alla loro distruzione, come nel caso dell’America Latina. In Polonia la gerarchia cattolica ha avuto momenti di scontro duro con il partito (nel settembre 1953, in un contesto di repressione generale, 9 vescovi e circa 1/4 dei preti vennero imprigionati o deposti; venne imprigionato anche il cardinale Wyszynski); ma, nel complesso, ha avuto una libertà d’azione enormemente più ampia che in altri paesi «socialisti». La ragione va cercata nelle ricorrenti tensioni sociali della Polonia, a cui la chiesa dà voce ma che, nello stesso tempo, contiene entro certi limiti riformistici. Si tratta di un’istituzione che media tra lo Stato e la società: non può andare contro lo Stato perché potrebbe compromettere la propria esistenza, non solo a causa della repressione dall’alto ma forse anche per la dinamica dal basso, in ciò differenziandosi radicalmente dalle tendenze più avanzate della teologia della liberazione latinoamericana; ma deve fungere pure da opposizione «costituzionale», secondo i criteri generali che si possono desumere dal compromesso del 19501, poiché la sua forza risiede, in definitiva, nella presa sulla società. In ciò è favorita dal fatto che l’ideologia del potere è il marxismo-leninismo e che ciò porta alla svalutazione in blocco del marxismo.

Per questi motivi in Polonia la chiesa cattolica è un interlocutore obbligato per qualsiasi movimento di opposizione e, necessariamente, avrà un’influenza importante: per intenderci, Walesa è in linea con l’episcopato. Il rapporto dell’opposizione con la chiesa non è puramente strumentale ed essa certamente fornisce dei simboli unificanti che marcano la distanza dall’ideologia di legittimazione del partito e costituiscono la base per un moralismo politico (speculare ad un certo moralismo marxista) che è la ragione di errori tattici ma anche della resistenza alle lusinghe del potere. Ma non è neanche un rapporto di stretta dipendenza: Solidarność non è mai stato un movimento pilotato, ha sempre mantenuto la propria autonomia, resistendo ai richiami alla moderazione dell’episcopato. La ragione delle sue debolezze e del carattere «autolimitato» della sua «rivoluzione» va ricercata al suo stesso interno ed in considerazioni politiche (ad es. il rischio di un’invasione tipo Cecoslovacchia) che di per sé nulla hanno a che fare con un’egemonia della chiesa e che potrebbero essere proprie di un qualsiasi altro movimento. La dinamica innestata da Solidarność era rivoluzionaria, ed il suo limite è stato non averlo capito, di essersi illuso dell’efficacia di una «rivoluzione autolimitata». D’altra parte, si è spesso assunto il sindacato come un tutto monolitico, sottovalutandone la dinamica interna e le tendenze alla radicalizzazione, dando invece massimo risalto al ruolo, senz’altro fondamentale ma non assoluto, di Walesa, o alla funzione mediatoria dell’episcopato. Bisogna ricordare che al congresso del 1981, due mesi prima del golpe, malgrado la riconferma di Walesa, la battaglia politica fu vinta dall’ala «radicale»: l’accordo tra il presidium della direzione nazionale e la Dieta venne respinto, mentre il congresso decise che i decreti applicativi della legge sull’autogestione sarebbero stati sottoposti a referendum nelle fabbriche, continuando la lotta per un’effettiva autogestione anche in modo illegale.

Il 17 ottobre i delegati di 17 coordinamenti regionali crearono il Comitato Nazionale della federazione dell’Autogestione (KZ-KFS) con lo scopo di «... assicurare le condizioni che permettano la creazione di un modello autogestionario dell’economia e dello Stato».

Una settimana dopo Solidarność nazionale fece propria la tattica dello «sciopero attivo» in cui il potere viene trasferito agli organismi operai; nella stessa risoluzione si avvertiva il governo che, se non fossero migliorati subito i rifornimenti alimentari e se si fosse continuato a impedire il controllo sociale sull’economia ed a reprimere l’attività sindacale, lo «sciopero attivo» sarebbe iniziato in diversi settori produttivi. Meno di un mese dopo il vicepresidente di Solidarność-Varsavia invitò i lavoratori a prendere possesso delle fabbriche, e il 6 Dicembre lo stesso avvenne a Lublino, mentre si preparava lo «sciopero attivo» a livello nazionale.

L’iniziativa del generale Jaruszelski prese dunque in contropiede un’organizzazione che andava verso uno scontro decisivo dalle conseguenze imprevedibili, come già si delineava dall’estate, ma che ancora non era materialmente attrezzata a questo e, specialmente, non appariva sufficientemente cosciente della dinamica messa in moto, dei suoi tempi, e della percezione del pericolo da parte del potere, troppo illusa della propria forza e dall’idea che questa costituisse un progressivo «svuotamento» della forza dell’avversario.

L’esperienza di Solidarność costituisce una lezione eccezionale, sia per i suoi risvolti negativi sia per gli elementi» prefiguranti» di una futura società di transizione al comunismo che emergono dalle sue elaborazioni. Questa affermazione potrà sembrare sconcertante se riferita ad un sindacato, tanto più se «cattolico» e che ha a propria insegna la croce piuttosto che la falce e martello. Si tratta, piuttosto, di una di quelle strane ma ricorrenti ironie della storia per cui certi processi inscritti nella forza delle cose» devono manifestarsi: il grande problema è la coscienza, la coerenza, la determinazione, in definitiva il «fattore soggettivo» che sempre è determinante per trasformare la tendenza emergente in realtà dominante. Il dogmatismo impedisce di capire il significato reale di questi fenomeni e, ben più grave, di dare un contributo reale alla loro affermazione, nonché di imparare qualcosa da essi.

Che la concezione dell’autogestione di Solidarność costituisse, a differenza di quel che possono pensare gli smorti ciellini bianco-gialli, non un passo verso l’affermazione di un capitalismo «cattolico» ma, piuttosto, un passo importante sulla strada di una effettiva socializzazione dei mezzi di produzione e quindi di una gestione collettiva, cosciente e non burocratica dell’insieme dei grandi processi sociali ce lo dice chiaramente questo lungo estratto da un documento del marzo 1981 prodotto dal gruppo di lavoro sugli organi di autogestione di Solidarność-Varsavia:

«1) Il personale dell’impresa è il soggetto sovrano degli organi d’autogestione dei lavoratori; solo la sua volontà pienamente definita può costituire la base del rinnovamento...;

2) La liquidazione immediata delle Conferenze d’autonomia operaia (organi del governo e del partito) è la condizione indispensabile al rinnovamento...;

3) I membri di un organo di autogestione sono eletti dal personale e solo da esso; il consiglio operaio (o dei lavoratori) deve essere indipendente nelle sue decisioni...;

4) L’organo di autogestione dei lavoratori non ha ragion d’essere se non è assicurata l’autonomia dell’impresa...;

5) Il sindacato è il solo organismo atto a preparare le attività indispensabili per la messa in opera degli organi d’autogestione nell’impresa...;

6) Il personale e il consiglio operaio regolano la politica dell’impresa...;

7) La nomina e la revoca del direttore spetta al consiglio operaio...;

8) Il consiglio dispone di tutti i mezzi di informazione dell’impresa quali la radio, il giornale, ecc. ...;

9) I consigli operai... hanno il diritto di coordinarsi e di cooperare a scala locale e regionale...;

10) La creazione di una camera autogestita... è la condizione per garantire ai consigli operai, ed a altri organi d’autogestione, una influenza sociale diretta nella presa delle decisioni economiche centrali» (l’Alternative 1981, pp. 135-136).

Altro che le riforme di Gorbaciov! Qui è certamente da approfondire il nesso tra autonomia delle imprese e pianificazione generale, tra mercato e piano, ma non c'è dubbio che l’autogestione effettiva dell’impresa e il coordinamento generale degli obiettivi economico-sociali siano cosa ben diversa sia dal «socialismo» burocratico dei paesi del Patto di Varsavia sia dal capitalismo «cristiano» e delle «opere» propugnato da un celeberrimo e ubiquitario polacco e dai suoi seguaci italici. Quando progetti di questo tipo sono messi a punto da un’organizzazione operaia con il consenso sociale di Solidarność siamo di fronte ad un fatto di portata storica ma, ahimè, ormai straordinario.

Gli avvenimenti polacchi contribuiscono quindi ad invalidare molte ipotesi alla moda: quella del superamento dei conflitti di classe, dell’inevitabile integrazione della classe operaia, del superamento dell’idea di società di transizione in quanto società in cui i mezzi di produzione e di regolazione sociale sono effettivamente socializzati, cioè autogestiti. È anche chiaro che una struttura di potere non può essere «svuotata» e che il momento del confronto decisivo deve pur esserci. Di fronte alla società civile più organizzata e più oppositrice dell’intero blocco del Patto di Varsavia il governo ha tentato alcune riforme economiche miranti, almeno formalmente, ad alleggerire il peso dell’inerzia e dell’inefficienza burocratica. Queste riforme hanno però dovuto fronteggiare due avversari irriducibili. Il primo è l’insieme del quadro economico. Negli anni ’70, quando governi e imprenditori occidentali si lamentavano per la carenza di risparmio e per il costo del lavoro, le banche sovrabbondavano di liquidi che, in assenza di adeguati sbocchi nell’investimento interno, venivano prestati a condizioni estremamente «facili» ai paesi del Terzo mondo e, anche dell’Est. La Polonia utilizzò i debiti per ampliare le proprie capacità produttive, specialmente in campo siderurgico ed estrattivo, ritrovandosi poi, con la riduzione della domanda internazionale, con una notevole capacità produttiva inutilizzata, una struttura industriale non equilibrata e un crescente passivo finanziario. Inutile ricordare che i padrini della «democrazia occidentale», mentre si sgolavano a favore di Solidarność e contro il «totalitarismo comunista», erano gravemente impensieriti dall’esistenza di un sindacalismo combattivo e restio a seguire le tradizionali ricette d’austerità necessarie al ripianamento del debito estero. Fatto sta che attualmente il debito estero polacco ammonta a circa 40 miliardi di dollari, l’inflazione viaggia intorno al 50% annuo, l’ineguaglianza sociale è incredibilmente aumentata, scarseggiano i generi di prima necessità. Secondo la nostrana voce del padrone «... alcuni settori, quelli di più forte conflittualità, devono essere ristrutturati, come è avvenuto negli anni passati in Occidente (siderurgia, cantieri, miniere) colpendo duramente l’occupazione» (Sole 24 ore, 2/9/1988 pag. 3). Si sa che le «ferree leggi dell’economia» non conoscono frontiere, proprio come le nubi atomiche e le piogge acide; ma in un contesto come quello polacco questi tagli di «esuberanti» sembrano proprio poco accettabili. Solidarność non è la CISL, nonostante i crocefissi, e neanche la CGIL. D’altra parte, quando si sente parlare di «riforme economiche» in un paese «socialista» bisogna sempre considerare che queste, benché possano in qualche misura beneficiare gruppi sociali più vasti rispetto alla situazione data, richiedono sempre, in termini più o meno accentuati, il ripristino di meccanismi di mercato causa, a loro volta, di nuovi e acuti problemi sociali. E i timori di queste nuove tensioni che possono insorgere dalle «riforme» burocratiche sono tra i principali motivi della resistenza che esse incontrano, e non solo nell’apparato.



LA CALDA ESTATE DEL 1988 E L’APERTURA DI UNA NUOVA FASE

A novembre dello scorso anno il generale indisse un referendum sulla «riforma economica» in cui votò il 68% dei cittadini e che ebbe risultato negativo. Ciò nonostante i prezzi e le tariffe aumentarono tra il 50% e il 200%: e questo aumento dei prezzi è stato la causa immediata dei successivi movimenti di sciopero. La prima ondata di scioperi partì il 26 aprile con lo sciopero delle acciaierie Huta Lenina di Cracovia, a cui si unirono successivamente i cantieri navali di Danzica, la miniera di rame Rudna, i lavoratori dei trasporti urbani di Stettino, la fabbrica di trattori Ursus di Varsavia e gli studenti universitari. Il movimento si concluse, dopo una clamorosa irruzione della polizia alla Huta Lenina il 5 maggio, l’11 dello stesso mese grazie al conferimento di speciali poteri che consentivano al generale di congelare prezzi e salari e di reprimere il sindacalismo libero. Le elezioni amministrative di giugno, come sempre boicottate da Solidarność, registravano un ulteriore record negativo di votanti, scesi al 56%. Meno di un mese dopo ricominciavano gli scioperi, a partire dalla miniera Manifesto di Luglio di Jastzebie, allargatisi a tutti i principali centri, comprese le miniere dell’Alta Slesia. Gli scioperi si sono fermati, per il momento, nei primi giorni di agosto, dopo l’incontro tra Walesa e il ministro degli interni, il generale Kiszczak. Ancora un nulla di fatto? Per niente. Innanzitutto, c’è il fatto stesso dell’incontro tra il leader storico di Solidarność e un membro del governo per trattare. Il governo ha aperto una grave contraddizione: da una parte continua a negare la possibilità di un riconoscimento di Solidarność, dall’altra non può fare a meno di trattare. Si tratta di una tattica morbida, inevitabile se non si vuole correre il rischio di esplosioni come quelle del 1970, del 1976 o del 1980, ma che, a sua volta, è inevitabilmente destinata a generare più forti pressioni per la legalizzazione del sindacato e per la contrattazione. Inoltre, lo stesso apparato ufficiale appare teso tra falchi e colombe, mentre il sindacato ufficiale, pur opponendosi a Solidarność, minaccia «azioni appropriate». In autunno dovrebbe iniziare una tavola rotonda tra le parti sociali per cercare una via di uscita alla crisi economico-sociale della Polonia. In quella sede Solidarność ci sarà, ma non ufficialmente. Non si può prevedere come andranno le trattative, ma quel che sembra certo è che la situazione è diventata insostenibile e che i lavoratori, che a settembre hanno, riluttanti, temporaneamente sospeso gli scioperi seguendo l’invito di Walesa, non permetteranno a nessuno manovre che li danneggino ulteriormente e non saranno, una volta ancora, disposti a fermarsi.


1) Estratti del testo dell’accordo dell’aprile 1950: «Al fine di assicurare alle nazioni, alla Polonia popolare e ai suoi cittadini le migliori condizioni di sviluppo, il governo polacco, che riconosce la libertà religiosa, e l’episcopato polacco, preoccupato della prosperità della Chiesa e della raison d’Etat della Polonia contemporanea, decidono di dare alle loro relazioni la forma seguente: l’Episcopato domanderà alla gerarchia cattolica di perseguire i suoi compiti in accordo con i principi della Chiesa e d’insegnare ai credenti l’obbedienza alle leggi e all’autorità dello Stato... La chiesa, che, conformemente ai suoi principi, condanna qualsiasi attività antistatale si opporrà particolarmente al cattivo uso dei sentimenti religiosi a fini antistatali... La chiesa punirà secondo il diritto canonico i preti che si rendessero colpevoli di qualsiasi forma d’attività clandestina o di attività antistatali...»


BIBLIOGRAFIA SU Solidarność

L’Alternative, numero speciale Pologne, le dossier de solidarietè, Gdansk, aout 1980-Varsovie, decembre 1981, Paris 1981.

L’Alternative, n. 14 1-2/1982 (pubblica il programma del congresso di Solidarność del 1981),

Bernocchi, Piero (a cura di), Capire Danzica, Edizioni Quotidiano dei lavoratori, 1980.

Critica Comunista, n. 15-16 3-6/1982.

Danzica, rivista quadrimestrale, ed. E/O, collezione.

Lewin, Moshe, La Russia in una nuova era, ed. Bollati Boringhieri

Mackenbach, W., a cura di, Das KOR und der polnische Sommer, Junius Verlag, Hamburg 1982, documenti, articoli, analisi e interviste).

l'Ottavo Giorno, collezione.

Staniszkis, Jadwiga, Pologne la revolution autolimitee, Presses Universitaries de France, Paris 1982 (sociologa, uno dei cinque» esperti» che hanno partecipato alle trattative di Gdansk con il governo).

Unità Proletaria, n. 1-2/1981, pubblica il bollettino del comitato di sciopero dei cantieri navali di Danzica.





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