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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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giovedì 23 agosto 2012

LA TRAGEDIA DEL SUDAFRICA di Riccardo Achilli





                                                      
Il successo di un governo che si propone esplicitamente di raggiungere la libertà per gli oppressi dipende essenzialmente dalla sua capacità di garantire la libertà sostanziale, cioè quella economica. Ed il Sudafrica post-apartheid dominato dall'Anc è un fallimento in tal senso: basti pensare che il 40% dei cittadini di tale Paese vive con meno di 2 dollari al giorno, e che tale percentuale di miseria si concentra proprio sugli schiavi di ieri, mai realmente liberati: neri, coloured, indiani, cinesi (anche se il post apartheid ha riservato alcuni fenomeni di impoverimento anche ad alcune comunità rurali bianche, specie di afrikaner, nonostante l'impetuosa crescita economica, he però è stata guidata da filosofie neoliberiste, basate sioè sull'incremento delle diseguaglianze). La tragedia sanguinosa verificatasi nella miniera di Marikana è soltanto la logica conseguenza di un Paese che non ha saputo, né voluto, liberarsi dalla dominazione neoimperialista delle compagnie minerarie straniere e non ha saputo modificare i suoi assetti sociali.
In questi termini l'analisi fatta da Antonio Moscato è ineccepibile:


 Mi limito solo ad aggiungere poche considerazioni: è corretto identificare gli effetti negativi dell'amnistia generalizzata che seguì alla fine dell'apartheid. Un Paese che esce da un regime ha bisogno di conservare la memoria storica dei crimini di quel regime. Ciò significa che i principali responsabili politici, economici e amministrativi di quel regime, nonché i subordinati che si sono resi responsabili di crimini o abusi parrticolarmente efferati, vanno processati pubblicamente e condannati a lunghe pene detentive, e che la storia dei crimini del regime va perpetuata alle generazioni future, nel sistema educativo e anche nella simbologia e nella ritualità sociopolitica. E' tuttavia assurdo pensare di poter smantellare completamente l'apparato economico, amministrativo e giudiziario/poliziesco per sostituirlo con uno nuovo di  zecca. Un simile tentativo avrebbe portato il Sud Africa alla catastrofe. Al momento della fine dell'apartheid, le comunità discriminate (non solo neri, ma anche coloured ed indiani) non avevano le competenze per gestire l'economia e l'amministrazione dello Stato, da sempre nelle mani della minoranza bianca. Ma ovviamente ciò non giustifica in nessun modo l'amnistia generalizzata, e la tendenza, da parte soprattutto dei leader attuali dell'Anc, di cancellare con un colpo di spugna anche le responsabilità etiche e storiche dei bianchi, ed in particolare della comunità afrikaaner, la più razzista ed intransigente.
Quella che a me sembra non essere pienamente sviluppata nelle analisi recenti, è la considerazione della realtà economica del Sud Africa. Al momento dell'uscita dall'apartheid, la leadership nera si trovò a dover gestire un'economia che dipendeva (e tuttora dipende in buona misura), per le sue esportazioni, in larga misura dalle risorse minerarie e in secondo luogo da quelle agricole ed agroindustriali (il Sud Africa esporta derrate alimentari in tutto il continente africano). Il crimine più grande è stato quello di gestire in modo liberista, e prono agli interessi industriali esterni, l'industria mineraria, e di non avviare, in forme ovviamente molto morbide e progressive, una riforma agraria.
Però su questi aspetti occorre intendersi: L'Anc non avrebbe potuto oggettivamente nazionalizzare le concessioni minerarie già in essere, perché avrebbe subito la stessa sorte che subì Mobutu nel 1975, quando fece una drastica nazionalizzazione delle miniere dello Zaire: un feroce boicottaggio sui mercati internazionali dei minerali, ed enormi penalizzazioni competitive derivanti dall'affidare a personale inesperto la gestione.
L'Anc avrebbe però dovuto avviare un percorso morbido di nazionalizzazione, iniziando ad esempio dalla proprietà statale delle nuove concessioni, per passare poi all'imposizione di forme di joint venture paritarie Stato/privati sulle concessioni esistenti, al fine di evitare pesanti boicottaggi, e soprattutto di acquisire un know how nella gestione statale delle miniere. E solo a quel punto, nazionalizzare completamente le concessioni in essere. In questo periodo intermedio, poi, avrebbe dovuto costringere le compagnie minerarie non a rispettare i ridicoli parametri del programma BEE (black economic empowerment) che, come peraltro ammette lo stesso governo sudafricano, non è un'azione redistributiva, ma soltanto un intervento (peraltro molto mitigato nel caso di multinazionali che operino nel Paese) per incrementare la partecipazione azionaria e manageriale dei neri nelle imprese minerarie, che peraltro nel 2010 era, nel settore in questione, pari ad appena il 9%, contro l'obiettivo del 15%. L 'Anc non doveva accontentarsi di avere qualche dirigente nero nell'organigramma delle imprese minerarie, oppure qualche mini-azionista nel capitale, a mò di scimmietta per ingannare i fessi (peraltro, stante la endemica corruzione che attraversa il Governo dell'Anc, neri selezionati non di rado in base alla loro fedeltà al partito) oppure gioire perché l'83% della manodopera nelle miniere è nera (peccato però che agli operai venga pagato un salario da fame, e vengano stipati, come bestie, in township fatiscenti e prive di servizi, che ricordano un bel pò le township dei tempi dell'apartheid). Inoltre, da quanto riferisce il Fedusa, il secondo sindacato del Paese, nel settore del platino, dove è esplosa la rivolta, non vi è contratto collettivo, e quindi non vi sono diritti minimi garantiti uniformemente, ma solo contratti aziendali, con i quali le imprese strangolano i lavoratori.  
L'Anc avrebbe invece dovuto imporre salari minimi dignitosi, abitazioni decenti, condizioni di sicurezza sul lavoro su standard ottimali, turni di riposo adeguati, diritti per i lavoratori. Non scimmiette da esibire come prova di una presunta uguaglianza nei consigli di amministrazione o nelle assemblee degli azionisti, come previsto dal BEE. Altro che programmi di formazione continua o di start up di nuove micro imprese per i dipendenti, ancora una volta inseriti nel BEE. La base è quella di garantire diritti minimi. E non è stata adempiuta, con la complicità dell'Anc, preoccupato di non disturbare gli investitori esterni, e di mantenere il suo controllo politico sull'elettorato nero, distribuendo prebende ai suoi elettori, anche tramite il programma BEE. Infatti, la piccola borghesia nera arricchitasi tramite il BEE è la base elettorale dell'Anc, mentre il suo braccio sindacale, il COSATU, di gran lunga il sindacato più rappresentativo del Paese, insieme al partito comunista del Sud Africa, alleato di governo (con tanto di Ministri) dell'Anc, vero esempio di stalinista fronte popolare, si sono preoccupati di mantenere sottomesso il proletariato, in un Paese in cui l'astensionismo elettorale oscilla fra il 40 ed il 45%, concentrandosi ovviamente nelle fasce più povere e sfruttate della popolazione, e l'unica opposizione elettoralmente consistente, ovvero Alleanza Democratica, è ancor più a destra dell'Anc.
La reazione del presidente Zuma al massacro (presidente peraltro più noto per i numerosi procedimenti giudiziari per corruzione, reati sessuali, riconoscimenti di figli naturali, bislacche affermazioni come quella per cui “l'Anc governerà il Paese fino alla nuova apparizione di Gesu' Cristo sulla Terra” che per le sue politiche) è a metà strada fra la stupidità e l'ipocrisia: si lamenta del fatto che si sia fatto ricorso alla violenza per risolvere questioni “risolvibili con il dialogo”. Ma di quale dialogo si sta parlando? Con contratti di lavoro aziendali, con un Governo che non fa politiche redistributive o politiche attive del lavoro, ma solo interventi mirati a garantire la riproduzione della piccola borghesia nera di privilegiati a esso legati? Con un partito comunista compiaciuto di stare al potere, ed un sindacato di Governo che reagisce nervosamente, se non aggressivamente, alle iniziative dei sindacati autonomi e di base non allineati alle sue politiche accondiscendenti con il padronato? (Vale la pena di ricordare che il massacro dei 34 minatori è il culmine di una lunga fase di violenza fra il COSATU ed il sindacato autonomo, AMCU, che non è nemmeno riconosciuto ufficialmente come parte integrante delle Commissioni Governo-parti sociali relative all'industria mineraria, come la MIDGETT e la MHSC). 
Un problema analogo riguarda la questione agraria. Non basta richiamare l'esigenza di una riforma agraria che espropri i bianchi dalle aziende agricole più redditizie e competitive. Un processo di tale tipo, condotto in modo troppo rapido e radicale, porterebbe semplicemente ad una grave crisi alimentare, ed alla catastrofe del settore agricolo. Tale esperimento è stato fatto da Mugabe, nello Zimbabwe: l'esproprio brutale delle proprietà terriere dei bianchi e la loro redistribuzione a coltivatori neri ha portato il Paese, un tempo autosufficiente sotto il profilo alimentare, ad una gravissima e persistente penuria di generi alimentari di base, ed a una enorme miseria, specie nelle aree rurali sottoposte alla riforma. Tale processo va condotto progressivamente e in modo accorto, espropriando ed assegnando a coltivatori neri soltanto i terreni improduttivi o a bassa produttività, incentivando la proprietà agricola comune fra bianchi e neri nelle imprese sinora di proprietà dei primi, facilitando forme di cooperazione e di comuni rurali sui terreni agricoli in mano a piccoli agricoltori neri che operano oggi in condizioni di mera sussistenza, incentivando una maggiore meccanizzazione, un maggior utilizzo di tecniche agricole efficienti ed un migliore orientamento al mercato delle stesse imprese agricole di sussistenza in mano ai neri.  
Il problema vero è che la politica sudafricana deve cambiare profondamente direzione. Il richiamo al Freedom Charter del 1955 è solo un feticcio, poiché le cose che vi stavano scritte (inclusa la necessità di nazionalizzare le risorse minerarie, processo che a mio avviso va realizzato, sa pur con la progressività e le cautele di cui ho prlato prima) sono sistematicamte disattese dal partito che del Freedom Charter è in teoria il  portabandiera. Partito di Governo che sta al potere dal 1994, e che ha costruito un sistema di potere basato sulla corruzione, il clientelismo ed il corporativismo sindacale, l'alleanza con i poteri economici esterni, in bocco con poteri bianchi ancora in sella dopo la fine dell'apartheid, e con la piccola borghesia nera, l'unica ad aver beneficiato del superamento di tale regime. Governo che, peraltro, con Zuma, ha assunto anche pericolosi atteggiamenti antidemocratici, con episodi preoccupanti di oppositori  che denunciano abusi polizieschi nei loro confronti.



mercoledì 22 agosto 2012

007 DALLA SVEZIA SENZA AMORE (NE’ CONDOM) di Norberto Fragiacomo

007 DALLA SVEZIA SENZA AMORE (NE’ CONDOM)
di
Norberto Fragiacomo


Una gravissima violazione delle libertà internazionali”: così una giornalista di Repubblica, di cui mi sfugge il nome, definì, meno di un anno fa, l’assalto degli studenti all’ambasciata britannica di Teheran e la successiva cattura di ostaggi, liberati senza graffi dopo un paio d’ore.
In Occidente lo sdegno fu fortissimo, unanime: vennero tirati in ballo – non a sproposito, da un punto di vista formale – il diritto internazionale e l’extraterritorialità delle sedi diplomatiche; il primo ministro britannico Cameron, cui prudono sempre le mani quando si tratta di ex colonie (o ex satelliti), minacciò gravi ritorsioni, e mezza Europa ritirò i propri ambasciatori dall’Iran.
Il governo iraniano, per cui vige sempre la presunzione assoluta di colpevolezza, fu indicato come mandante dell’incruento attacco, e le nostre gazzette glissarono elegantemente sul fatto che la furia degli studenti – genuina o meno che fosse – poteva essere una risposta (simbolica e, in fondo, contenuta) alla silenziosa strage di scienziati e militari impegnati nel programma atomico di quel Paese.
Nulla giustifica, si ammonì, un attacco ad una sede diplomatica, la responsabilità del quale ricade sul governo che non ha voluto o potuto impedirlo.
A distanza di pochi mesi, lo zelo legalitario di David Cameron sembra già evaporato: una Reuters del 16 agosto informa che “la Gran Bretagna ha minacciato di effettuare un raid nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra se Quito non consegnerà Assange, che si sta rifugiando lì da due mesi.” Avete letto bene: un raid, cioè un assalto condotto dalla forza pubblica e/o dai militari! Come reagiscono le diplomazie europee? Non protestano, non si indignano, non richiamano: tacciono. La Convenzione di Vienna del 1961, cui enfaticamente ci si appellava un anno fa, è stata dunque retrocessa ad optional dai reggenti del sedicente mondo libero… o forse vale solo per gli altri, per i cattivi, per gli “infedeli” (al Dio dei finanzieri).
Non sta a noi giudicare le motivazioni del Presidente ecuadoregno Correa, che non fa mistero del proprio antiamericanismo (e la Gran Bretagna è, degli USA, il più fedele vassallo, dal punto di vista socio-economico e militare), né stabilire se l’australiano Julian Assange sia un idealista o un pataccaro.
In tanti sostengono che le sue celebrate “rivelazioni” sui metodi usati – in pace e in guerra – dai governi occidentali siano, in gran parte, prive di reale interesse (perché molte cose erano risapute), e che l’uomo sia mosso solo dalla brama di notorietà. Può darsi, in effetti, che i critici abbiano ragione, e l’esibizione “papale” di qualche giorno fa finirà magari per nuocere alla credibilità del personaggio; saremmo tentati di obiettare, però, che in un mondo ove la fama è alla portata di soggetti del calibro di un Briatore o di un’Elisabetta Canalis, si potevano forse scegliere vie meno disagevoli, se l’obiettivo era semplicemente comparire sui rotocalchi. Perseguito come un criminale di guerra nazista, Assange ha commesso un delitto che per la legge svedese sarà pure terribile, ma è piuttosto comune (e alcuni, più/meno sfigati di lui, perpetrano soltanto in sogno): ha fatto sesso con due belle donne che gli si erano offerte!
Spaventoso, eh? Le querelanti - una si chiama Anna Ardin, ed è una militante femminista dall’aspetto angelico - escludono qualsiasi costrizione o violenza da parte dell’uomo: pare che lui si sia educatamente rifiutato di indossare il preservativo (l’amplesso poi ci fu, e fu consensuale), e per questo rischia, nella migliore delle ipotesi, qualche anno di galera svedese. Rifugiatosi in Gran Bretagna, lo spione-giornalista-dongiovanni non è riuscito a seminare le erinni scandinave, che hanno preteso l’estradizione, puntualmente concessa dall’Alta Corte di Londra. Il sospetto, condiviso da molti sostenitori di Assange, è che la richiesta di Stoccolma sia una sorta di cavallo di troia (absit iniuria verbis) adoperato all’incontrario: dietro l’imputazione ridicola se ne nasconderebbe una ben più seria, quella di spionaggio, formulata dalla giustizia americana, e proprio gli Stati Uniti sarebbero, via Svezia, la destinazione finale del pacco Assange. Per evitare conseguenze serissime (in mani americane rischia una brutta fine), il nostro si è quindi rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador.
Ora, non vogliamo senz’altro affermare che il fondatore di Wikileaks sia vittima di una macchinazione, anche se parecchi indizi supportano questa tesi: ci teniamo solo a ribadire, una volta di più, che le appassionate prediche sulla libertà, i diritti umani e la democrazia sono dirette esclusivamente ai ceti medi non occidentali [1] e a chi, in Occidente, fa parte della servitù (il famoso 99%, cioè noi). Chi ci comanda è legibus solutus, tollera, al massimo, critiche innocue (così come i re medievali ridevano delle battute, irriverenti ma mai troppo, dei buffoni di corte), e fa esattamente ciò che gli pare.
Il fatto che a Julian Assange si voglia impartire una durissima lezione non implica, necessariamente, che i suoi file possano davvero nuocere -  talvolta, si sceglie di dare un esempio, e proprio la celebrità acquisita dall’australiano fa di lui un eccellente candidato alla punizione coram populo.
Rendendo un inferno la vita di quest’uomo – santo o saltimbanco che sia – si lancia un avvertimento agli altri, potenziali contestatori: vi concederemo il fatidico quarto d’ora di Hyde Park, non un minuto, non una parola, non una denuncia di più. Vale per tutti, dal giornalista che si crede libero allo stimato cultore del diritto che ha avuto il torto di esprimere un’obiezione di troppo alla verità mediaticamente rivelata.


[1] Quanto ai membri dell’elite, quelli troppo ingombranti vengono tolti di mezzo; per tutto il resto c’è mastercard (v. Siria)…


martedì 21 agosto 2012

UN UOMO TRANQUILLO di Stefano Santarelli



UN UOMO TRANQUILLO
Le radici irlandesi del cinema di John Ford

di Stefano Santarelli

Siamo nel 1950, in piena era McCarthy, e ci troviamo in una riunione della Associazione dei registi convocata da Cecil B. De Mille con lo scopo di pretendere dai suoi iscritti un giuramento di fedeltà in funzione anticomunista, oltre che per destituire Joseph L. Mankiewicz dalla carica di Presidente di questa Associazione colpevole per le sue comprovate tendenze politiche di sinistra. Non contento di questo De Mille attacca inoltre anche altri registi sospettati di simpatie comuniste come William Wyler e Fred Zinneman.
Ebbene in questo clima teso da caccia alle streghe, avvolto in un gelido silenzio, prende la parola un uomo che con una benda sull'occhio, un berretto da baseball e scarpe da tennis non poteva certamente passare inosservato:
Mi chiamo John Ford. Faccio western. Penso che non ci sia nessuno in questa stanza che sappia meglio di Cecil B. De Mille quello che il pubblico americano vuole. E certamente lui sa come darglielo.
Ma tu non mi piaci, C.B., e non mi piace quello che hai detto qui questa sera!”.
Come si può intuire da questa dichiarazione ci troviamo di fronte ad un uomo che non aveva paura di andare controcorrente, ma al di là della sua presentazione John Ford non è solo il regista di celebri film western (Ombre rosse, Sfida infernale, Sentieri selvaggi, ecc.). Ma nella sua sterminata produzione cinematografica composta da quasi 100 film nell’arco di ben 52 anni, Ford si rivela indiscutibilmente non solo come uno dei più grandi registi della storia del cinema, ma anche come uno dei più eclettici.
Gira infatti film di profonda denuncia sociale (La via del tabacco, Come era verde la mia valle, Furore), ma anche deliziose commedie (Un uomo tranquillo, Mister Roberts, I tre della Croce del Sud).
Di origine irlandese, John Ford nacque a Cape Elizabeth, presso Portland, nello stato americano del Maine, il 1 febbraio 1895. Il suo vero nome è Sean Aloysius O’Fearna (O’Fienne o O’Feeney nella ortografia anglicizzata con cui la pronuncia americana cerca un equivalente fonetico dell’irlandese).
Quando raggiunse nel 1920 ad Hollywood il fratello maggiore, allora celebre attore teatrale e cinematografico, il quale aveva adottato come nome d’arte Francis Ford e che lo aiutò ad inserirsi nel mondo cinematografico adottò anche lui questo cognome. E’ da notare che Francis apparirà come caratterista in alcuni celebri film del fratello minore tra cui Sfida Infernale e l’Uomo tranquillo.
E’ difficile riassumere tutte le tematiche del cinema fordiano, in questo breve articolo ci vogliamo soltanto soffermare sul profondo amore che lega John Ford alle sue radici irlandesi, un amore che si intravede in quasi tutti i suoi film. 
Come non ricordare infatti il simpatico e burbero sergente irlandese Quincannon  interpretato da Victor McLaglen nei “Cavalieri del Nord Ovest” ed in “Rio Bravo”. Lo stesso attore che nel 1935  aveva diretto nel “Il traditore” e che gli aveva permesso di ottenere il suo primo premio Oscar alla regia oltre che di offrire al bravo McLaglen la possibilità di dare una grande interpretazione che gli valse il premio Oscar quale migliore attore protagonista.
Ed “Il traditore” non è solo una parabola moderna sulla figura di Giuda, ma è anche un omaggio alla lotta per l’indipendenza dell’Irlanda.
Si deve ricordare che l’immigrazione irlandese in America (avvenuta soprattutto dopo l’epidemia di carbonchio del 1845 e le successive carestie dovute alla dominazione inglese che avevano provocato più di un milione di morti) fu insieme a quella italiana ed ebraica quella che  provocò la rottura del dominio dei W.A.S.P. (White Anglo-Saxon Protestant) trasformando così gli Stati Uniti.

In questo articolo però vogliamo soltanto soffermarci forse sul film più intimo e sentito che John Ford abbia mai girato. Un film che ha avuto una genesi molto travagliata, vale a dire “Un uomo tranquillo”che tra l’altro gli fruttò anche il suo quarto Oscar.
Questo film è tratto da un breve racconto del 1933 di Maurice Walsh pubblicato nelle pagine del Saturday Evening Post. Tre anni dopo Ford ne acquista i diritti per la sceneggiatura dall’autore per soli dieci dollari con la promessa di pagare di più se fosse riuscito a realizzare il film.
Ma questo progetto non rientrava nei programmi delle più celebri maior hollywoodiane e questo nonostante i successi e la grande fama che circondava Ford.
Semplicemente non si riteneva che una leggera storiella irlandese potesse trascinare il pubblico nelle grandi sala cinematografiche. Non aveva quel pathos di “Come era verde la mia valle” ambientato in un villaggio gallese. Un film che aveva permesso a Ford di conoscere ed apprezzare quella grande attrice che è Maureen O’Hara la quale oltretutto è una irlandese purosangue e le offrì subito il ruolo della protagonista femminile nel caso fosse riuscito a girarlo. La O’Hara accettò immediatamente con una semplice stretta di mano e anzi aiutò in seguito lo stesso Ford a stenografare la sceneggiatura.
Ma come si è detto nessuna delle grandi maior era disposta a finanziare questo film. Fu quindi John Wayne a suggerire a Ford di rivolgersi ad una piccola casa cinematografica specializzata in modesti film western  con cui era sotto contratto: la “Republic Pictures”. 
Ma anche questi produttori erano estremamente scettici su questo progetto e chiesero ed ottennero da John Ford che girasse prima un film western con John Wayne e Maureen O’Hara come protagonisti.
Questo film, che ottenne un grosso successo ai botteghini, è “Rio Bravo(1) con il quale idealmente il grande regista termina una trilogia sulla cavalleria americana in lotta contro gli Apache iniziata con “Il massacro di Fort Apache” ed “I cavalieri del Nord Ovest”. Rispetto ai due film precedenti è girato con più povertà di mezzi, ma francamente lo spettatore non se ne accorge, questo grazie alle magnifiche interpretazioni di John Wayne e Maureen O’Hara i quali per la prima volta recitano insieme costituendo una delle più celebri coppie del cinema americano e non va dimenticata l’eccezionale interpretazione di Victor McLaglen. Questi tre attori saranno l’anno successivo, insieme a Barry Fitzgerald, tra i protagonisti di “Un uomo tranquillo”.
Il successo di “Rio Bravo” permette quindi a Ford di girare il suo agognato film.
Effettivamente lo scetticismo dei produttori era più che giustificato.

La storia è francamente esile:
un ex campione statunitense dei pesi massimi, Sean Thorton, che dopo aver ucciso sul ring un suo avversario decide di ritornare in Irlanda, nel paese natio dei suoi genitori per vivere finalmente in pace. Qui si innamora di una bellissima contadina Mary Kate Danaher. Si sposano, ma il fratello di lei si rifiuta di pagare la dote promessa che verrà data soltanto dopo un epica scazzottata con Thorton. Soldi che verranno bruciati immediatamente da Mary Kate e da suo marito.

Come si può vedere è una trama non certamente paragonabile a “Via col vento” o ad “Uccelli di rovo” eppure questo permette a Ford di sviluppare il suo film certamente più personale ed ispirato. 
Richard Llewllyn, l’autore di “Come era verde la mia valle” ne sviluppa il breve racconto di Walsh permettendo a Franck S. Nugent di firmare la sceneggiatura finale che non vedrà volutamente nessun riferimento alla lotta per l’indipendenza irlandese.
E’ una Irlanda quella disegnata da Ford bucolica ed immaginaria, ma nonostante ciò si inizia a sentire l’influenza del neorealismo.
Dobbiamo ricordare che in quel tempo il cinema statunitense  era abituato a girare tutto in interni e per quanto riguardava gli esterni non ci si muoveva dagli Stati Uniti. Per esempio “Come era verde la mia valle” che è ambientato in un villaggio del Galles venne girato da Ford a Malibù in California. Ma già nel 1948 con “La città nuda”, un solido e realistico poliziesco interpretato proprio da Barry Fitzgerald, fece allora scalpore perché per la prima volta un film venne girato interamente nelle strade di New York.



Ford si batte con la produzione affinché il suo film venisse girato negli esterni proprio in Irlanda ed in Technicolor e senza avere nessun taglio (il film infatti dura più di due ore, cosa anomala in quei anni). 
Si porta tutta la sua famiglia e facendo in modo che anche tutto il suo cast portasse a Cong (il paesino irlandese dove venne girato il film) le loro rispettive famiglie.
Infatti il figlio di Ford, Patrick fece da assistente alla regia, l’altra figlia Barbara fece da assistente di montaggio e il già citato fratello Francis recitò nella parte del vecchio Dan Tobin.
Il figlio di Victor McLaglen e futuro regista, Andrew, sarà il secondo assistente alla regia.
Barry Fitzgerald porterà il fratello minore, Arthur Shields che interpreterà la parte di un pastore protestante senza fedeli visto che quella cittadina irlandese è composta unicamente da cattolici.
Anche due fratelli di Maureen O’Hara apparvero nel film: James Lilburn nella parte di Padre Paul, il giovane vice parroco e Charles Fitzsimons nella parte dell’ufficiale Forbes.
John Wayne porta invece i sui giovanissimi figli che recitano brevemente con Maureen O’Hara nella scena della gara equestre.
Tutto questo a dimostrazione che Ford amava circondarsi di persone con cui aveva un rapporto di stima e amicizia, dagli attori a tutta la troupe.  Infatti egli era solito girare i sui film con gente con cui era abituato a lavorare, ma che soprattutto era abituata a lui.
D’altronde una delle caratteristiche del cinema di Ford era quella che non vedeva tanto protagonisti degli individui singoli, ma delle comunità e queste potevano essere sia la Cavalleria degli Stati Uniti come i Cheyenne del “Il grande sentiero
A Cong, Ford riesce a costruire una specie di famiglia allargata: tanto per fare un esempio John Wayne era effettivamente un amico intimo di Ward Bond (che interpreta in questo film la parte del parroco) un amicizia di lunga data, da quando entrambi erano giocatori di football, un rapporto così stretto che li ha portati a fare da testimoni nei loro rispettivi matrimoni e sarà proprio Wayne che farà l’orazione funebre al funerale di Bond.
Questo clima di vera amicizia si sente in tutto il film ed è questa forse la vera chiave per potere comprendere il suo successo.
Questa amicizia permette anche agli attori di girare, tranne che in pochissime scene, senza l’uso di controfigure.  Così la O’Hara per molti metri viene trascinata violentemente per terra da Wayne in un campo pieno di sterco di pecora e McLaglen, allora sessantunenne, non esita a lottare con Wayne di ben 21 anni più giovane (a parte la scena della caduta nel fiume).

Il film quando usci nel 1952 ebbe un grandissimo successo nelle sale cinematografiche ottenendo due Premi Oscar oltre a 5 Nomination vincendo tra l’altro anche il Festival di Venezia.
“Un uomo tranquillo” non è in tutta onestà il miglior film di Ford, non è all’altezza di “Ombre rosse” o “Sentieri selvaggi” tanto per fare dei nomi, ma è sicuramente il film che mostra più di tutti l’anima e il vero volto di questo grande regista.



Note

(1) Come in molti paesi europei, Italia in testa, vi è il pessimo costume di modificare i titoli dei film girati all’estero. Emblematico il caso di questo film di John Ford del 1948 il cui titolo originario era Rio Grande e che per qualche strano mistero in Italia uscì con il titolo di Rio Bravo. 
Così quando  nel 1959 uscì il film di Howard Hawks intitolato per l’appunto Rio Bravo e con lo stesso John Wayne come protagonista ci si trovò costretti nel circuito italiano a modificarne il titolo in Un dollaro d’onore.





lunedì 20 agosto 2012

Compendio del Dodd-Frank Act (traduzione e commento di R. C. Gatti)


di Renato Costanzo Gatti


Creare sane e solide fondamenta per incrementare il lavoro, proteggere i consumatori, regolamentare Wall Street e i grandi bonuses, mettere un termine ai salvataggi e alle “Too big to fail”, prevenire un’altra crisi finanziaria.
 Anni senza “accountability” per Wall Street e per le grandi banche, ci hanno portato alla peggior crisi a far data dalla Grande Depressione, la perdita di 8 milioni di posti di lavoro, il fallimento di imprese, un crollo nei prezzi delle abitazioni, e risparmi di personale indiscriminato.
Gli errori che hanno portato alla crisi richiedono un’azione energica. Dobbiamo reinstaurare l’accountability e la responsabilità nel nostro sistema finanziario per dare agli Americani la fiducia che ci sia un sistema che lavora per loro e che li protegge. Dobbiamo creare sane e solide fondamenta per far crescere l’economia e creare posti di lavoro.

COMPENDIO DELLA LEGISLAZIONE

Un’Authority e indipendenza per la protezione del consumatore. Creare nuovi “cani da guardia” con sede presso la Federal Riserve, con il potere di assicurare che i consumatori americani ottengano chiare e accurate informazioni necessarie per contrarre mutui, ottenere carte di credito ed altri prodotti finanziari e per proteggerli da costi occulti, abusi nelle clausole, e pratiche da saccheggio.

Mettere un alt ai salvataggi delle “Too big to fail”. Porre un alt al fatto che i contribuenti siano chiamati a staccare un assegno per salvare società finanziarie. Creare un modo sicuro per liquidare le società finanziarie fallite; imporre rigidi parametri di capitale e di leva finanziaria che contrastino la tendenza a diventare “too big”; aggiornare i poteri della Federal Riserve nel concedere supporti sistemici e non supportare più ditte individuali; fissare standards rigorosi ed adeguata supervisione per proteggere l’economia, i consumatori, gli investitori e l’imprenditorialità.

Attuare un sistema di monitoraggio preventivo. Creare un consiglio per identificare e relazionare su rischi sistemici creati da grandi società, prodotti, e attività prima che minaccino la stabilità dell’economia.

Trasparenza e accountability per strumenti esotici.  Eliminare marchingegni che permettano pratiche rischiose ed abusive, inclusi quei marchingegni per i derivati “fuori mercato regolamentato”, asset-backed securities, hedge funds, intermediari di mutui e prestatori di un giorno.

Remunerazione agli executives e corporate governance. Dare agli azionisti la possibilità di pronunciarsi con voto non vincolante per quel che riguarda i compensi agli executives e  i “paracaduti d’oro”.

Proteggere gli investitori.  Fare nuove rigide regole per la trasparenza e l’accountability delle agenzie di rating al fine di proteggere gli investitori e l’economia.

Rafforzare le regole. Aggredire con determinazione le frodi finanziarie, i conflitti di interesse e la manipolazione del sistema che gode di particolari benefici a spesa delle famiglie americane e dell’economia.

         La legge 111-203-21 Luglio 2010 è un provvedimento mastodontico di più di 800 pagine, XVI titoli e 1506 articoli. (in effetti la numerazione degli articoli non è progressiva, quindi gli articoli sono molto meno, ma “parlante”, nel senso che ogni digit individua una posizione in modo che le integrazioni non richiedono, come nelle nostre leggi, gli articoli bis, ter, etc. ma trovano una sistemazione logica nel posto predisposto)
         Molto pragmaticamente il legislatore statunitense ricerca le cause del disastro del 2007, istituisce commissioni di studio che definiscano gli strumenti, gli istituti, gli abusi, gli errori e tutto quanto serve per evitare il ripetersi di quanto accaduto. Notiamo che l’approccio statunitense individua tutte le cause nel capitalismo finanziario e nelle sue deviazioni; per il Dodd-Frank act è chiara quale sia la causa prima del dissesto e quindi da che parte vadano indirizzati gli interventi correttivi, previo studio ed elaborazione di adeguate misure. Contrariamente da quanto avviene in Europa, per gli USA non sono i debiti sovrani la causa della crisi, ma eventualmente ne sono le vittime. Solo la cultura ultra liberista dell’attuale governance dell’Europa ha indirizzato la sua azione post-crisi contro i debiti sovrani operando in base al più grande transfer mediatico di tutti i tempi. Basti pensare che gli interventi per salvare le banche in Europa sono arrivati a 4.000 miliardi (anche se effettivamente spesi solo 1.200) mentre il salvataggio tempestivo della Grecia sarebbe costato solo 100 miliardi. Se dunque la borsa, Wall Street – che da anni opera senza accountability – è responsabile ebbene si corregga Wall Street e non si umiliino i pensionati; se sono responsabili i naked CDS (assicurazione per danni a cose non possedute), ebbene si vietino i naked CDS lasciando in piedi i CDS asset backed; se responsabili sono i sub-prime ebbene si rendano responsabili le banche della gestione dei mutui concessi eliminando la deresponsabilizzazione del sistema “generate and distribuite”; se le istituzioni finanziarie “too big to fail” costringono i contribuenti a firmare assegni per salvarle dai guasti dalle stesse creati ebbene si ponga un fine alla iniqua costrizione statale di costringere il contribuente a farsi carico di colpe non sue e si fissino parametri di capitale e di leva tali da dissuadere la ricerca del “too big”; se la colpa sta nelle operazioni “over the counter” fuori mercato regolamentato ebbene si regolamenti e si autorizzino tutti i mercati; se i boss guadagnano un sacco di soldi per bonuses maturati su obiettivi a breve termine o si garantisca loro “paracaduti d’oro” nel caso fossero cacciati, ebbe che gli azionisti abbiano un voto per dire la loro su queste elargizioni; insomma tutti argomenti di cui in Europa non si sente parlare.
         O meglio sfogliando su internet potrete trovare come la pensa “Il libertario” sito diretto da Benedetto della Vedova; bene il libertario opta decisamente sulla non interferenza delle regole sul libero funzionamento del mercato che solo può aiutare la perfetta allocazione dei capitali. Il libertario non ha ancora capito che il mito del mercato che si autoregolamenta, è miseramente morto sotto i colpi inferti dalla crisi che ancora ci attanaglia. Gli argomenti dell’organo di Benedetto della Vedova sono gli argomenti dei repubblicani statunitensi e delle lobbies finanziarie che rendono aspra e dura la vita di Obama e del Dodd-Frank act. Penso che la rielezione di Obama sia molto legata alla capacità dei signori della finanza di sterilizzare i buoni intenti della legge che stiamo esaminando.
         Molta enfasi è data dal Dodd-Frank act al fatto che i contribuenti non siano più costretti in futuro a pagare per le colpe della finanza. Sarebbe interessante ad esempio interpretare la Tobin tax come un premio assicurativo riscosso sulle transazioni finanziarie (pari a 14 volte il PIL mondiale) in modo da costituire un fondo assicurativo cui attingere in caso di scelta di salvare le banche. Sarebbe un modo intelligente per non far pagare ai contribuenti gli azzardi della finanza.
         Senza entrare nei dettagli dei mille e passa articoli della legge, ci interesse l’indirizzo politico che la gestione Obama ha voluto dare come risposta alla crisi e confrontarla con il conservatorismo della cultura economica europea, almeno nelle sue dirigenze politiche.
         Non sarà certo la dichiarazione del “superamento del keynesismo” pronunciata dal deputato Pd Boccia ad indicarci la strada per la soluzione della crisi, ma, al contrario una comune politica economica europea portata avanti dai partiti socialisti europei congiuntamente e con determinazione.

sabato 18 agosto 2012

Il punto di equilibrio fra rigore e crescita per la sinistra: una proposta

di Riccardo Achilli



Il nodo centrale di una politica economica di una sinistra di governo, oggi, è stabilire il punto esatto di equilibrio nel trade-off fra rigore e promozione della crescita, spostandolo significativamente dal punto fissato dal Governo Monti, tutto quanto spostato sull'estremità del “rigore”. E' oramai evidente che la politica economica di Monti e della trojka euro-finanziaria è fallita. La Grecia è al default, la Spagna (i cui problemi derivano soprattutto dal debito privato con le banche) ha annunciato ufficialmente agli azionisti di Caixa (e lo farà con le altre banche) che dovranno accollarsi perdite indeterminate ma sicuramente consistenti. In Italia, lo spread rimane pervicacemente attestato su livelli probabilmente insostenibili, mentre i termometri dei mercati finanziari mostrano un continuo degrado del rischio-Paese, e la crescita economica, per i prossimi anni, è divenuta come lo squagliamento del sangue di San Gennaro: un miracolo.
Questo fallimento è in ultima analisi il prodotto di una tara culturale del pensiero liberale, e che a livello di pensiero politico si traduce in una elitismo paternalistico che pretende di avere il diritto di educare la plebe a valori etici “sani” (non a caso nei Paesi nordici o di cultura anglosassone il liberalismo si sposa bene con versioni estremizzate del protestantesimo) per cui il debito, di per sé, è un prodotto demoniaco, perché distoglie il popolo dal “sano” valore educativo per cui solo con il duro lavoro si può guadagnare, mentre l'indebitamento è l'anticamera dell'ozio e del parassitismo sociale. E poiché lo Stato, nella concezione liberale, ha compiti educativi della società, allora esso, per primo, deve dare l'esempio, tenendo il bilancio in equilibrio. Non a caso la destra e la sinistra storica dell'Italia ottocentesca, entrambe derivazioni del pensiero liberale, perseguivano ferocemente il pareggio di bilancio (dopo però che il buon Cavour aveva condotto il Regno di Sardegna al limite del default per pagare le spese belliche dell'espansionismo sabaudo; ogni rigido moralismo è d'altronde sempre foriero delle peggiori depravazioni). I riflessi di questo pensiero si trovano nei melensi aforismi pedagogici che Monti si sente in dovere di elargire agli italiani (cornuti e mazziati) quando dice, ad esempio, che gli italiani “non dovrebbero dimenticare troppo presto i sacrifici fatti per rientrare da un debito prodotto in epoche troppo allegre”. Mi ricorda un mio vecchio professore di liceo: prete fallito, incazzato con il mondo, sempre cupo.
Dal punto di vista del pensiero economico, questa tara culturale si esprime nei modelli macroeconomici walrasiani, in cui operatori perfettamente razionali, dotati di un'informazione completa e perfetta, trovano da soli un equilibrio economico generale di piena occupazione e non inflazionistico nel lungo periodo, dove rendimenti e costi marginali, sul versante dell'offerta, si eguagliano ad un livello di utilità marginale compatibile con il vincolo di bilancio dei consumatori, su quello della domanda, dopo un processo di “tâtonnement” guidato dal libero aggiustamento dei prezzi. In questo paradiso, il debito pubblico non ci deve essere, perché sintomatico di un intervento pubblico che perturba la direzione corretta del “tâtonnement”, distorcendo i segnali dei prezzi e rendendo erratiche le aspettative degli operatori.
Tralasciamo tutti i problemi tecnici che tale modello comporta, a partire dai problemi di soluzione matematica del sistema di equazioni di Walras, evidenziati da Sraffa, ai problemi dell'assenza di razionalità assoluta, di presenza di informazione incompleta ed asimmetrica, alla mancata considerazione delle esternalità, al fatto che tale modello contempla situazioni di disequilibrio nel breve e medio periodo, ecc.
Focalizziamoci invece sull'essenziale: la tara del pensiero liberale, rispetto alla questione del debito, è che non capisce che il debito privato è il meccanismo fondamentale dei processi di accumulazione capitalistica, mentre quello pubblico è originato dall'eccsso di valorizzazione del capitale, che lo porta a profitti fittizi. Senza debito, non c'è capitalismo, e questo Marx lo evidenziò con una chiarezza esemplare nella sua descrizione dei processi di riproduzione allargata del capitale. L'anticipazione di capitale monetario da parte del capitalista, presso le banche, è infatti essenziale per l'acquisizione del capitale fisso e variabile necessario per far partire la produzione. La migliore metafora per descrivere l'accumulazione capitalistica è quella del contadino, che si fa anticipare dal consorzio o dalla cooperativa le sementi, per poi ripagare questo debito con il ricavato della vendita del raccolto.
Quanto sopra vale a livello della singola azienda. A livello di uno Stato, poi, il debito è il prodotto di una spesa in attività che tipicamente non generano profitto perché dstnate alla riproduzione di beni pubblici (la sanità, che quando genera profitto è una sanità privata, quindi non universalistica, la spesa previdenziale, ed in generale i servizi pubblici) oppure in spesa che genera profitto per il comparto privato dell'economia. Di conseguenza, per la stessa funzione che ha uno Stato, il fatto che accumuli debito è perfettamente funzionale e fisiologico. Quindi dice bene Krugman: il debito pubblico non è di per sé un problema, e non esiste, contrariamente a quanto pensano gli estensori del fiscal compact (che poi è un prolungamento di Maastricht) una soglia percentuale rispetto al PIL oltre la quale il debito “è insostenibile”.
In realtà la questione va affrontata secondo due aspetti: la quota di debito estero sul totale del debito pubblico, e la capacità di crescita. La verità è infatti che i mercati finanziari internazionali non credono allo sforzo di risanamento condotto da Monti, per due motivi: perché non si concentra sul debito estero, ponendosi (in linea con i vincoli del fiscal compact) su un obiettivo troppo ambizioso, ed irragiungibile, che traguarda il debito pubblico totale (estero+interno) e perché conduce politiche recessive. Ed anche i somari sanno che il debito pubblico è endogeno al ciclo economico. Io lavoro per una amministrazione pubblica che da anni si sottopone al rating, e posso testimoniare quindi che una componente importante della valutazione sull'affidabilità finanziaria si focalizza sulle potenzialità di crescita economica del territorio di competenza dell'amministrazione sotto valutazione. E' ovvio: se la mancata crescita genera un aumento del debito pubblico, la valutazione dei mercati finanziari sull'affidabilità finanziaria del soggetto pubblico (valutazione di cui le agenzie di rating sono fedeli interpreti) non potrà che essere negativa. Se non si crea nuova ricchezza, non si pagano i buffi.
Il problema vero, che tiene l'Italia, come gli altri PIIGS, a ballare sul filo dello spread non è il debito pubblico totale, ma la componente di tale debito detenuta da soggetti stranieri. Quello che i mercati finanziari internazionali vogliono farsi rimborsare è la quota di debito da loro detenuta, non l'interezza dello stesso. Infatti, il Giappone, che ha un rapporto debito pubblico/PIL del 200%, non subisce tensioni sullo spread e sulle aste dei titoli del debito pubblico come l'Italia. Perché quasi tutto il debito pubblico giapponese è detenuto da soggetti residenti. La quota di debito delle amministrazioni centrali e locali in mano a creditori esteri, nelle proiezioni al 2012 riportate dal Global Financial Stability Report di Aprile 2012, è infatti solo del 19% in Giappone, a fronte dell'elevatissimo 49% dell'Italia. A consuntivo (e quindi non a livello previsionale, come per il dato precedente) la Banca d'Italia evidenzia come, a marzo 2012, al netto dei contributi all'Efsf, il debito pubblico estero italiano è pari al 35% di quello totale.
Per inciso: tale quota, per l'Italia, era pari ad appena il 10% nel 1995, e quindi uno dei crimini economici piu' gravi dei governi, di centro-sinistra e di centro-destra, succedutisi dal 1995 ad oggi, è stato quello di moltiplicare per 3,5 volte la dipendenza finanziaria del Paese dall'estero. Con effetti disastrosi nella posizione internazionale dell'Italia, che se negli anni Ottanta era ancora un Paese-chiave, in particolare nello scacchiere mediterraneo, ma anche in Europa, si è vista relegare progressivamente in una posizione di totale ininfluenza geo-politica, anche a causa della sua accresciuta dipendenza finanziaria dall'estero.
Ciò che quindi occorre mettere in sicurezza, per uscire dagli attuali livelli di spread generati dai dubbi dei mercati finanziari globali circa la solvibilità del Tesoro italiano, è soltanto il 35% del debito pubblico totale. Il debito interno è infatti gestibile, intanto con politiche espansive sul ciclo, che consentano di generare, tramite l'aumento del gettito fiscale e la riduzione della spesa nelle fasi di espansione, le risorse finanziarie per ripagare i creditori interni. In caso di emergenza, poi, il debito interno può essere gstito con strumenti straordinari, come per esempio sistemi di prestito forzoso a carico dei redditi piu' alti, o norme che impongono allungamenti delle scadenze a parità di valore nominale (comportando quindi di fatto un haircut sul valore attualizzato del debito) o addirittura con il ripudio del debito, accompagnato da una parallela riduzione del carico fiscale sui creditori (poiché in definitiva il debito pubblico interno di un Paese è coperto dai suoi stessi residenti, tramite le tasse). Ma è evidente che tali norme, se un Governo nazionale può (forse comunque a fatica) imporle ai suoi creditori interni, non ha il potere di imporle ai creditori esteri.
Quindi, intanto, un fiscal compact adeguato per il nostro Paese non dovrebbe prevedere, come nella version attuale, una riduzione di 63 punti di rapporto fra debito pubblico e PIL in 20 anni, ma al massimo una riduzione di soli 36,6 punti di tale rapporto sullo stesso arco di tempo (ovvero il valore del rapporto fra debito estero e PIL stimato per il 2012), con manovre finanziarie meno recessive, rispetto a quelle attuali. Si tratterebbe di alleggerire lo sforzo finanziario richiesto al nostro Paese di almeno 250 miliardi di euro nell'arco complessivo dei prossimi 20 anni soltanto per la quota capitale del debito, senza contare la ulteriore riduzione della spesa sui rendimenti, derivante dall'abbattimento dello spread che un piano piu' realistico di rimborso dei creditori internazionali del nostro debito sovrano, rispetto a quello di Monti, comporterebbe, generando maggior fiducia nell'Italia sui mercati finanziari globali. La proposta di rivedere i trattati europei per prevedere, al posto degli automatismi del fiscal compact, una riduzione relativa soltanto alla quota di debito estero, sarebbe molto piu' favorevolmente accolta dai mercati, con minori tensioni sulle future aste di titoli del debito pubblico, rispetto alla proposta di Fassina di determinare una riduzione del valore attuale de debito totale e di rinegoziare al ribasso i rendimenti del debito già emesso.
Ma la proposta di cui sopra è addirittura conservativa, e si potrebbe pensare ad una proposta piu' radicale: anziché ripagare i 563 miliardi circa di debito pubblico estero tramite manovre finanziarie restrittive, proprio perché il problema del debito pubblico è incentrato sulla componente estera, si potrebbe sostituire debito interno a debito estero, aumentando cioè l'esposizione con soggetti residenti, per rimborsare quelli non residenti, e quindi liberare risorse per tornare a fare politiche economiche espansive sulla domanda aggregata, che a loro volta genereranno ulteriori riduzioni di disavanzi e quindi di debito, tramite il conseguente aumento di gettito fiscale.
Naturalmente, il discorso di cui sopra non può dimenticare che il debito pubblico, se è vero che non ha una vera e propria soglia di sostenibilità, genera però effetti redistributivi regressivi, dai titolari di redditi medio-bassi (che non possono investire in titoli del debito pubblico, ma che finanziano tale debito con il pagamento delle tasse) a chi ha le risorse per acquistare titoli del debito pubblico, ed incassare i relativi interessi (ed in particolare, si tratta delle grandi banche, dei fondi di investimento e di gestione del risparmio, e delle altre società finanziarie, cioè dei soggetti fondamentali del capitalismo finanziario). Quindi ciò significa che il rigore va mantenuto anche oltre al rimborso della sola quota estera del debito.
Però il significato del termine “rigore”, per la sinistra, dovrebbe essere molto diverso da quello attuale. Non deve significare continuare ad imporre tagli indiscriminati alla spesa pubblica. I dati (non certo imparziali) del programma di stabilità 2012 del Governo italiano ci dicono che il saldo primario del bilancio dello Stato (cioè prima del pagamento degli interessi) incide, sul debito pubblico, fino a 5,7 punti di PIL. Poiché però il ciclo incide sul saldo primario in un range variabile fra 0,5 e 1,5 punti di PIL, di fatto gli interventi strutturali di taglio sulla spesa pubblica messi in campo dal Governo Monti inciderebbero sul debito pubblico fra un minimo di 0,5 ed un massimo di 5 punti di PIL, comportando una riduzione dello stock del debito publbico totale pari, nella migliore delle ipotesi, al 4,2%. Questo è quello che vale, dal punto di vista della riduzione del debito pubblico totale, la macelleria sociale finora imposta dal Governo Monti: una riduzione, nella piu' rosea delle ipotesi, del 4%, al netto del ciclo. Che significherebbe passare dall'attuale rapporto debito/PIL, pari al 123%, al 119%. Niente di risolutivo, nonostante i gravi costi sociali associati alle manovre montiane.
Questo significa che il modo più efficace di ridurre il debito non è tagliare la spesa, ma diminuire gli interessi sul debito (sempre secondo i documenti governativi, l'effetto snow ball, ovvero l'incremento di debito necessario per pagare gli interessi sul debito stesso, incide sul suo stock per un totale fra i 5 ed i 6 punti di PIL, per cui una riduzione di 3 punti di tale effetto comporterebbe una minore crescita del debito per 2,5 punti) e spingere sulla crescita economica (poiché il ciclo può incidere sull'avanzo primario per circa un punto di PIL, e a sua volta l'avanzo primario può ridurre il debito pubblico fino a 5-6 punti di PIL, è evidente l'impatto molto rilevante del ciclo sul debito stesso). Naturalmente, a ciò occorre affiancare, nella logica delle politiche di “stop and go”, cioè di flessibilità nell'uso del bilancio pubblico, un effettivo taglio della spesa pubblica nelle fasi di ripresa della crescita.
Per sintetizzare il discorso, il concetto di rigore, per la sinistra, non andrebbe coniugato come fallimentare taglio grossolano alla spesa per rispettare il fiscal compact (concetto da cui nemmeno le componenti piu' avanzate del PD si discostano del tutto) ma come un mix che punti soprattutto ad una spinta decisa verso la ripresa della crescita economica, stimolando la domanda (anche perché piu' che di rischi di inflazione, si può parlare di rischio di deflazione) e presenti un piano credibile di riduzione del debito, non imperniato quindi sugli irraggiungibili 63 punti di debito/PIL previsti dal fiscal compact, ma soltanto sull'azzeramento della quota estera del debito, che ci consenta anche di recuperare autonomia nazionale. Magari sostituendo, in tutto o in parte, debito interno a debito estero (senza preoccuparsi se nell'immediato il debito totale cresce ulteriormente rispetto al PIL), al fine di avere le risorse per stimolare la crescita economica, e quindi, nella fase di ripresa, per ridurre il carico sui conti pubblici tramite l'incremento del gettito fiscale ed una riduzione della spesa. Il necessario taglio della componente oggettivamente improduttiva della spesa pubblica corrente di funzionamento (senza toccare in nessun modo, ma anzi aumentando, la spesa in conto capitale e quella corrente di gestione, che servono rispettivamente per alimentare gli investimenti pubblici, la spesa in servizi pubblici ed il sistema pubblico di programmazione delle politiche) sarebbe un ulteriore ingrediente di tale programma.

giovedì 16 agosto 2012

La Fiom all’Ilva stia alle testa non alla coda dei lavoratori - di L. Mortara



di Lorenzo Mortara

Sembra che il caso Ilva, almeno per la stampa padronale, sia scoppiato il 26 Luglio, quando il Giudice per le Indagini Preleminari (G.I.P.) Patrizia Todisco, attentando vergognosamente alla salute del profitto, ha ordinato il sequestro della fabbrica e messo agli arresti domiciliari patron Riva, figlio e altri nobili signori dell’inquinamento inossidabile.
Per la burocrazia sindacale invece il caso è scoppiato il 2 Agosto, durante la manifestazione congiunta di Cgil-Cisl-Uil, quando il Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti ha interrotto la sua passerella commovente un momento prima che la Camusso potesse far ridere tutta la piazza con il suo innocuo comizio. L’intervento è stato provvidenziale, ci ha risparmiato amarissime risate.
Per noi della Fiom però il caso è incominciato molto prima, più precisamente, senza andare troppo lontano, tra il finire del 2011 e l’inizio del 2012, quando la burocrazia impersonata in quel momento dall’ex segretario provinciale di Taranto, Rosario Rappa, appoggiato purtroppo da Landini, ha avviato le solite ignobili pratiche per liberarsi di alcuni delegati scomodi. La tutela della burocrazia è costata le dimissioni della RSU FIOM Francesco Rizzo, passato alla Fim, e una perdita di circa 400 tesserati, tra cui altri 5 delegati. Anche se nella lettera con cui ha rassegnato le dimissioni, Rizzo, citando a sostegno Rinaldini, dimostra che più che nella democrazia crede nel suo mito, e dichiara pure di condividere i valori della Fim, frase che di per sé fa venir subito voglia di schierarsi dalla parte della burocrazia, per lui, più delle sue ingenuità, parlano i due licenziamenti con reintegro ottenuti come premio aziendale per aver difeso la salute dei lavoratori. Non c’era bisogno dunque di aspettare il responso sulla vicenda dei probiviri della commissione di accertamento, per capire che la burocrazia ha torto e Rizzo ragione, anche se questo non lo giustifica per essere passato alla Fim. Poteva almeno aspettare un attimo. Chi passa ai sindacati gialli in fondo si merita la burocrazia, perché si può anche perdere una battaglia contro la burocrazia, ma passare ai sindacati gialli vuol dire togliersi anche ogni speranza di vincere la guerra.
A Taranto, alla resa dei conti con l’Ilva, la Fiom arriva quasi in braghe di tela, indebolita dalle sue stesse contraddizioni interne. La vicenda dei delegati dimissionari e la perdita di 400 tesserati, non è che l’ennesimo segnale dell’arretramento della nostra dirigenza, Landini in testa, che nell’ultimo anno ha abbassato notevolmente la guardia. La burocrazia non lo vuole ammettere ma riepilogando tutti i recenti cedimenti del nostro sindacato, la lista comincia a diventare davvero troppo lunga per non gettare un’ombra grossa sul suo operato. La Fiom ha cominciato ad arretrare inserendo nella piattaforma il raffreddamento del conflitto e gli enti bilaterali. Ha proseguito accettando gli accordi del 28 Giugno e cioè le deroghe. Non ha quasi fiatato di fronte alla capitolazione indecorosa della Camusso sulle pensioni e sull’articolo 18. Ha chiamato un nemico irriducibile dei lavoratori come la Fornero a discutere amichevolmente con loro in fabbrica. Ha ingaggiato un duello non ancora terminato coi ribelli della Piaggio, rei di non essersi conformati alla linea burocratica. Infine, negli ultimi tempi, ha richiamato a protezione i sacerdoti dell’Ulivo, Bersani in testa e Vendola alla coda, dimostrando di non aver ancora imparato niente dall’esperienza fallimentare dell’ultimo Governo Prodi. Le manovre burocratiche all’Ilva arrivano in mezzo a tutte queste oscillazioni e fanno il paio con la vicenda altrettanto grave e molto simile della compagna Eliana Como, trasferita forzatamente da Bergamo a Roma per ordini meschini per quanto superiori essi siano.
Il 26 Luglio all’Ilva, il G.I.P. Patrizia Todisco, ha offerto a noi della Fiom una grande occasione per risalire la china. Landini sta facendo del suo peggio per non sfruttarla. Il 2 Agosto ha scaricato ai Cobas e ai centri sociali la contestazione partita da un ape-car guidato dai promotori del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti. Tuttavia, Cataldo Ranieri, il pericoloso estremista, quando ha preso la parola al megafono, ha atterrito la folla mostrandosi subito per quello è: un operaio dell’Ilva, ex delegato Fiom e ora modestamente passato anche lui alla Fim. Il giorno dopo, in un comunicato, il nostro segretario rincarava la dose accusando il comitato “dei Cobas e dei centri sociali” di fare il gioco di Fim e Uilm e felicitandosi invece con la compagna Camusso per aver concluso in un’altra piazza la manifestazione. Compagna Camusso che notoriamente fa il gioco della Fiom contro Fim e Uilm...
Ciliegina sulla torta, lunedì scorso, mentre Fim e Uilm hanno fatto un quarto di sciopero contro la Todisco, e quindi per 3 quarti i crumiri come al solito, Landini si è schierato a favore. Morale: chi con la Todisco, chi contro, nessuno con i lavoratori! Ma tra il nulla di chi scaglia i lavoratori contro la Todisco e il nulla di chi l’appoggia facendo appello alla responsabilità di Riva e del Governo, vinceranno sempre i primi. Perché vendendosi al padrone, sfruttamento e morte per i loro schiavi Fim e Uilm li otterranno sempre, e quindi parecchi lavoratori li seguiranno con la vile speranza di essere tra i sempre meno fortunati a cui tocca in sorte solo lo sfruttamento, ma l’ambiente pulito dalla responsabilità dei padroni la Fiom non lo otterrà mai, per questo non c’è speranza, nemmeno strisciante. Alla vile codardia di Fim e Uilm, la Fiom può rispondere solo con il coraggio della sua audacia, perché della sua rettitudine liberal-burocratica gli operai non se ne faranno niente.
La Fiom, all’Ilva, uscirà con le ossa rotte se non prenderà la testa dei lavoratori. In questo momento così delicato, sottrarsi agli scioperi telefonati di Fim Uilm, significa lasciare i lavoratori in balia della loro demagogia. La Fiom deve parteciparvi per trascinare i lavoratori allo scontro vero, quello con i padroni, non quello falso con i magistrati dei padroni. Non è necessario per marciare assieme a Fim e Uilm pensarla come loro, ma è necessario marciare assieme a loro per smascherarli davanti ai lavoratori. Ma per smascherarli senza dare appigli a Fim e Uilm, la Fiom deve stare dalla loro parte senza se e senza ma, non trasformarsi nel sindacato a tutela della magistratura. La magistratura non paga la tessera. E se già i padroni denunciano i loro magistrati, non si capisce perché in loro soccorso debbano venire i lavoratori. La magistratura non sta dalla parte dei lavoratori. Un frutto sano non cambia la natura di una pianta marcia e velenosissima che di norma non condanna nulla ma assolve sempre tutti i signori perché, tra ricorsi e cassazione, all’ultimo momento è sempre colta da malore passivo verso il Capitale. E lo vedremo presto proprio a Taranto, dove dietro la giustizia della Todisco, s’è già mossa la vendetta dell’ingiustizia padronale che ha denunciato 41 manifestanti. Vederemo se, alla fine della vicenda, coloro che hanno sostenuto in pieno la magistratura non si troveranno nello stesso ambiente di merda di prima con qualche multa in più da pagare per aver osato manifestare il desiderio di vederlo pulito.
La Fiom deve fare suo il sequestro della Todisco, non però per difendere i lavoratori coi metodi della magistratura, che son sempre i metodi della conservazione, anche le poche rare volte che funzionano, ma per difenderli coi metodi della lotta di classe, che sono i metodi della rivoluzione, i nostri metodi. Quando la Todisco metterà la fabbrica nelle nostre mani, avrà il nostro pieno appoggio. Finché farà solo il suo dovere di magistrato borghese avrà il nostro rispetto, ma nulla di più. Noi andremo avanti per la nostra strada proletaria. Qualche fischio nel cammino non deve farci chiudere a riccio a protezione dell’apparato. La Fiom non può aver paura di lasciare l’iniziativa a un Comitato di Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti che s’è già dichiarato apartitico, e quindi inutile per un qualunque pensiero anche solo vagamente di sinistra. Un Comitato che, seppur da sostenere, s’è schierato al fianco della Todisco e che di conseguenza, proprio per i limiti che ha già mostrato, per ora non sa offrire altro ai lavoratori che una dignitosa sconfitta. Un Comitato di perdenti può accontentarsi di salvare la dignità, la Fiom è degna solo della vittoria. Non può accontentarsi di meno, perché i lavoratori non meritano di essere considerati così poco.
Fim e Uilm, contro la Todisco, rischiano pure di passare per i ribelli che non sono. Tocca alla Fiom sbugiardarli spiegando ai lavoratori che con le ultime due ore di finta protesta, Fim e Uilm si sono confermate una volta di più sindacati dell’ordine. Nel loro istinto di sindacati gialli, infatti, hanno subito subodorato che al di sopra della legge, al di sopra di tutto, ci sta la Legge del Profitto. Nelle due ore di sciopero di Fim e Uilm, dunque, non c’è nessuna ribellione all’ordine, ma l’ossequio ancora più strisciante all’unico ordine a cui anche la magistratura dovrà sottostare se non vorrà essere scavalcata. La magistratura sarà scavalcata perché non ha la forza per farsi rispettare. Questa forza ce l’hanno solo i lavoratori. Tocca alla Fiom usarla, ma non potrà farlo finché il suo capo mostrerà sudditanza ridicola verso la magistratura, che altro non è che sudditanza verso il sistema e i suoi guardiani. Incatenati alle decisioni della Todisco, i lavoratori resteranno prigionieri di un equivoco: l’idea che i problemi dell’Ilva possano essere risolti facendo appello al senso di responsabilità di Riva e del Governo. All’Ilva non c’è alcuna questione morale, ma una questione di forza, come in tutte le questioni fondamentali. Senza toccare Riva in ciò che ha di più caro, il profitto, i problemi dell’Ilva resteranno tutti irrisolti. Non bisogna sensibilizzarlo, bisogna prenderlo per il collo. Il diritto non ce la farà mai perché dal cappio della magistratura i padroni scivoleranno sempre via. La stessa magistratura gli darà sempre una mano, sequestrando un padrone e mettendone al suo posto un altro insignito addirittura dell’aureola di Presidente. Perché Riva o chi per lui faccia gli investimenti necessari, la baracca va requisita dai lavoratori, non dai magistrati. Perciò, non c’è altro modo per sequestrarla davvero ai padroni che occuparla. Il sequestro dei magistrati è un sequestro borghese, la fabbrica resta sempre tra loro. La Fiom dai nobili pensieri deve passare all’azione, mettendoli in pratica, non facendo appello a Governo e padroni per responsabilità che non sentiranno mai. Grazie agli arresti domiciliari abbiamo anche un pretesto buono per chiedere che l’Ilva, espropriata e nazionalizzata senza indennizzo, passi subito nelle mani degli eredi legittimi: i lavoratori. In mano nostra, lo Stato procederà a tirar fuori i soldi e a installare le migliori tecnologie per la protezione ambientale e della salute. Nessuna cassa integrazione. Per tutta la durata della ristrutturazione, i lavoratori continueranno a prendere stipendio pieno, comprensivo di tredicesima, quattordicesima e premio aziendale, premio, si capisce, ottenuto per avere avuto il grande merito di aver occupato la fabbrica. Non bisognerebbe, in effetti, mai dare un premio ai lavoratori per meriti che non siano di lotta.
Solo così la Fiom potrà riconquistare una fabbrica in mano per oltre due terzi a Fim e Uilm. Perché quello che il Comitato non dice quando accusa i sindacati di essere collusi, è che se la Fiom all’Ilva ha le sue colpe, anche gravi, i lavoratori hanno quella di essersi sottomessi a larga maggioranza a Fim e Uilm. E dove la Fiom è sporca, bisogna entrarci in massa per ripulirla, non prenderla come scusa per andare in Fim e Uilm a sguazzare ancora meglio nella sporcizia.
Se i lavoratori non fermeranno la fabbrica fino alla sua messa a posto, dovesse anche costare rifarla da capo, Fim e Uilm, cioè i padroni, vinceranno, la magistratura potrà sempre dire di aver fatto per una volta la sua parte, solo la Fiom perderà rovinosamente, perché di fatto non ne avrà avuta nessuna, proclami esclusi. Con l’Ilva fermata e presidiata, la Fiom da Taranto ha l’occasione di far partire una riscossa che arriverà fino a Torino. Non c’è in gioco solo l’ambiente, ma molto di più. Non basta ripulire mari, monti, acqua e aria perché non ci sia più l’inquinamento. Anche se ci trasformassimo nella Svizzera, incantevole e schifosa tanto quanto l’Italia, per ripulire davvero il Paese da cima a fondo, bisognerebbe ancora ripulirlo da quell’inquinamento che ci appesta da quasi due secoli: l’inquinamento inestirpabile della borghesia.



Stazione dei Celti
Martedì 14 Agosto 2012
Lorenzo Mortara
Delegato Fiom-Cgil 

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