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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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venerdì 1 giugno 2012

LA STORIA NON E' ANCORA FINITA di Norberto Fragiacomo

 
 
 
E’ stato presentato ieri, a Trieste, presso il Circolo Lunardelli di via Tarabochia, il saggio di Claudio Bellotti (Falce e Martello/PRC) intitolato “Rompere con l’Utopia”.
Era presente l’autore che, in una sala gremita di compagni (molti i giovani), ha tenuto un apprezzatissimo discorso introduttivo. Rileva il compagno Bellotti che, a causa dell’attuale livello di integrazione dell’economia capitalista, la crisi odierna non ha precedenti: siamo perciò in terra incognita. Abbiamo ascoltato, negli anni passati – e continuiamo ad ascoltare – numerosi discorsi rassicuranti, “riduzionisti”, che però non tengono conto del fatto che questa è una crisi di sovrapproduzione (auto che nessuno compra, edilizia ecc.). Oggi sono sotto attacco i debiti sovrani, saliti alle stelle a causa dell’enorme quantità di risorse bruciata nei primi tempi dagli Stati per arginare l’epidemia bancaria (e così il debito, da privato che era, è diventato pubblico!); ma la crisi non è localizzata, visto che persino la Cina sta rallentando paurosamente e c’è chi, all’interno del partito comunista cinese, auspica la privatizzazione integrale dei grandi complessi industriali (cioè la fine di quel modello di sviluppo).
Osserva il relatore che la politica sin qui seguita dai governi è fallimentare, proprio dal punto di vista dell’ortodossia capitalista: le crisi si superano distruggendo capitali e forza lavoro in eccesso, non pompando liquidità nel sistema… liquidità “scambiata” con pezzi di carta (straccia).
Ma come mai è l’Europa ad essere nel centro del mirino? Perché, evidentemente, la moneta unica – vista, fino a pochi anni orsono, come una sorta di assicurazione – non tutela nessuno, rivelandosi, al contrario, strumento di trasmissione delle contraddizioni da un Paese all’altro.
L’Unione è di fronte a un bivio: o continua sulla strada dell’austerità, aggravando la recessione e mandando al macello popoli interi, o allenta i cordoni della borsa, facendo “sconti” e rendendo il continente facile preda dell’avidità dei mercati. Quale che sia la scelta, l’esito rimane infausto.
E’ la fine del sogno dell’integrazione europea su base capitalistica.
Bellotti si sofferma su quanto succede in Grecia: ci sono stati 19 scioperi generali, assedi del Parlamento, il crollo del Pasok, una situazione prerivoluzionaria… eppure non è successo niente, non è stato concesso nulla. Poi la mobilitazione di piazza si è trasformata in mobilitazione politica: questo spiega il trionfo di Syriza, passato dal 4 al 17%. Una cosa del genere – dice – non capitava da fine anni ’70, ed anche in Francia e Spagna la sinistra radicale avanza (ma in Germania le busca). D’altra parte, se a giugno vincesse, Syriza avrebbe un’unica chance: cambiare tutto (nazionalizzazione delle banche, impiego dei soldi europei per alleviare le sofferenze della popolazione, cancellazione delle controriforme ecc.) in un giorno: , vista la capacità di reazione dei merca(n)ti, più tempo non c’è.
La novità sta nel fatto che la consapevolezza che il problema greco è un problema continentale si sta diffondendo; in Italia la situazione pare stagnante, ma tutto può cambiare da un momento all’altro, letteralmente.
Intervenendo per “la CGIL che vogliamo”, la compagna Maddalena Antonini ha toccato, tra gli altri, il tema degli esodati, che rischia di diventare – tra tre mesi o tra un anno – una tragedia sociale. Ha poi parlato del ruolo anomalo dei sindacati, che anziché dire le cose come stanno, “anestetizzano” la gente: mentre il Titanic affonda, si dice “tranquilli, va tutto bene”.
Sasha Colautti (FIOM) ha richiamato l’attenzione su un passaggio del discorso di Bellotti, quello in cui si evidenzia il goffo tentativo del PRC di trovare un (blando) correttivo al sistema. Ai lavoratori, ha aggiunto, interessa poco di spread e debito; hanno paura della compressione dei diritti, che stanno provando sulla loro pelle. La differenza con la Grecia è che da noi l’offensiva non è stata ancora condotta sino in fondo; al momento, si scambia lavoro (cattiva) con diritti. Chiude con una critica alla CGIL, “stampella di questo governo”.
Norberto Fragiacomo (Comitato NO Debito) individua nelle cinque parole d’ordine del movimento cui appartiene un no complessivo alla logica ed al sistema capitalista; rileva che, viste le condizioni storiche e geopolitiche, è utopistico pensare che una mobilitazione parziale possa spingere le elite capitalistiche a farci limitate concessioni: i presupposti che resero possibile la stagione delle riforme (decenni ’50-’70), cioè boom economico e divisione del mondo in blocchi, non esistono più. Un’alternativa di sistema può essere pensata solo a  livello continentale: l’Europa ha la “massa critica” per resistere alle forze scatenatesi sui mercati, e respingerle. Auspica una “Zimmerwald del XXI secolo” (Bellotti mostrerà interesse per la proposta) e, soprattutto, invita all’unità di intenti.
Da ultimo, il segretario del PRC di Trieste, Antonio Saulle osserva che il sistema capitalistico sta effettivamente per giungere al capolinea, ma non è detto – anzi, è improbabile – che ceda senza combattere. Concorda sul fatto che la situazione è peggiore di quella del ’29, perché il sistema è ramificato ovunque. Nella cornice di un’Europa che ha tradito le sue promesse di maggior giustizia distributiva ed emancipazione sociale, l’Italia presenta problemi specifici: una criminalità organizzata radicatissima e il fatto di non aver fatto i conti con la storia recente. Non mancano critiche, oltre che al PD liberal-liberista, alla CGIL “che non sceglie”. Resta da domandarci chi sia il nemico: se esso è individuabile nel capitalismo finanziario, sarebbe auspicabile un’alleanza “tattica” tra lavoratori e imprenditoria.
Conclusi gli interventi dei relatori, si accende un vivace dibattito; alle domande dei presenti, il compagno Bellotti offre puntuali ed argomentate risposte, affermando che molte “soluzioni” proposte da economisti di sinistra non sono al passo con i tempi, e che la crisi – in assenza di un momento di “rottura” politica e sociale – non risparmierà nessun Paese (neppure la Germania, privata dei mercati di sbocco. Un invito, infine, a non colpevolizzare troppo i sindacati “sani” come la Fiom: il fatto che ad un attacco “devastante” faccia riscontro una risposta “patetica” non deve precipitare i militanti nello scoramento, farli abbandonare la lotta… la Storia non è ancora finita.
 
 
 

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