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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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martedì 18 giugno 2013

Syriza e la perenne adolescenza della sinistra italiana, di Riccardo Achilli


Nel vuoto pneumatico di cultura politica che affligge a mio parere tutto il Paese, non solo la sua sinistra, circola ricorrente una idea, che per essere molto generosi, definirei priva di solide basi di analisi storica, secondo cui in Italia  la sinistra si salverebbe "facendo la Syriza italiana". Ammetto, per dovere di onestà intellettuale, di esserne stato vittima anche io, e di esservi rimasto affascinato per tanti mesi. 
A far ragionare i sostenitori di tale idea basterebbe semplicemente far loro notare come tutti questi tentativi, nella realtà italiana, che non è quella greca, francese, tedesca, portoghese, ecc. siano falliti miseramente e sistematicamente. E' fallita la SA, è fallita la Fds, è fallita Rivoluzione civile, persino il progetto iniziale di S&L si è trasformato in qualcosa di molto diverso dagli intenti originari, l'esperimento di Medici a Roma è andato molto sotto le aspettative. Anche le scissioni massimalistiche da partiti riformisti hanno sempre fatto male alla sinistra. Infatti hanno sempre coinciso con sconfitte storiche. Così la scissione di Livorno del 1921, nel pieno di una guerra civile, che indebolì la sinistra italiana di fronte ad una avanzata compatta del fascismo (e non è che nel fascismo non esistessero tendenze e idee molto diverse, al contrario. Però non si divisero quando c'era da fare una guerra per conquistare il potere). Così fu anche con la scissione del PSIUP, nel 1964, che favorì l'indebolimento del PSI nel primo centro-sinistra, contribuendo alla caduta del primo governo di centro-sinistra nel 1964, e ritardando/compromettendo i risultati che tale fase avrebbe consentito di raggiungere.


I sostenitori della Syriza italiana ti risponderanno, semplicemente, che quelli erano altri tempi, che i fallimenti degli esperimenti arcobalenisti dipendono dalla scarsa credibilità della classe dirigente dei "Forchettoni rossi", mentre ci sarebbe una mitica base elettorale di sinistra radicale in grado di sostenere una classe dirigente credibile e non compromessa (come se i dirigenti non fossero, almeno in parte, anche una espressione della loro base). 
Allora io dico: è tutto vero. Però c'è un elemento fondamentale che, per oggi e non per il passato, dovrebbe farci capire che non ci sono spazi, in Italia, non in Grecia o in Lapponia, per un esperimento simil-Syriza. La crisi economica, con le sue connesse esigenze di processi decisionali più rapidi e determinati, e quindi necessariamente più accentrati, sta profondamente distorcendo i meccanismi politico/istituzionali parlamentari, mettendoli sempre più in secondo piano rispetto al potere esecutivo. E' così in tutto il mondo, e non solo in Italia, in cui gli effetti della crisi si coniugano, peraltro, ad una tendenza alla personalizzazione crescente della politica, che ha attraversato tutta la II Repubblica. Questa spinta sta rendendo inverosimile la teoria secondo cui la presenza significativa, dentro l'opposizione parlamentare, di una pattuglia di sinistra radicale, possa influenzare da sinistra la politica dell'esecutivo (a meno che non prenda il 25%, come il M5S, spaventando la maggioranza, ma consentitemi di non credere che una Linke italiana, o una Syriza italiana, possano mai raggiungere percentuali elettorali simili). A maggior ragione nel contesto politico italiano, dove manca una sinistra di governo (perché il PD non è sinistra) che possa aver paura di uno smottamento a sinistra del suo elettorato, come può temere, in Francia. il PSF rispetto al FG. 
D'altra parte, il fatto che in Italia l'elettorato sopporti l'assenza completa di un partito progressista con dimensioni di governo dovrebbe farci riflettere sul fatto che, per vari motivi, a mio avviso legati a difetti nel processo di formazione del nostro Stato unitario, associati ad un certo carattere utilitaristico tipico dell'italiano medio, abbiamo un Paese che non sostiene una sinistra che non abbia un profilo di sinistra di governo, in grado cioè di produrre, anche solo in potenza, risultati concreti nell'hic et nunc, e non soltanto ed unicamente promesse di un mitico Sol dell'Avvenire che debba sorgere non si sa bene quando. E' vero che abbiamo avuto il partito comunista più grande d'Europa, però era un partito che, pur con i suoi mille difetti, aveva un profilo di partito in grado di assicurare governabilità. Fu un partito che contribuì a scrivere la Costituzione repubblicana dopo esser stato nei primi governi post bellici, che negli enti locali esprimeva giunte di governo, che con l'esperimento di compromesso storico si avvicinò ad un accordo di governo. I socialisti, poi, espressero una capacità di governo estremamente sofisticata, e risultati tangibili sul welfare, sulle politiche industriali e la programmazione economica, sulla scuola, ecc.. 
D'altra parte, guardiamo alla realtà: la tanto decantata Syriza greca, che secondo molti sondaggi sarebbe, oggi, il primo partito in quel Paese, cosa ha ottenuto, sinora, a favore della sua base di rappresentanza sociale? Nella sostanza essenziale delle cose niente, a parte alcune piccole vittorie secondarie e ininfluenti (ad es. costringere un paio di deputati del PASOK a sottoporsi ad un giudizio per corruzione). E ciò non significa che non occorra rispettare il coraggio e la coerenza dei tanti militanti di quel partito, che si stanno spendendo nelle piazze. Con tutto il rispetto loro dovuto, però il dato politico è che Syriza non sta ottenendo niente. Proprio in virtù del processo di svuotamento del parlamentarismo di cui parlavo sopra, mentre Syriza si agita nelle aule parlamentari e nelle piazze, il governo Nd/PASOK ha continuato serenamente a spolpare il Paese, fino a chiudere la televisione pubblica (riaperta non certo per l'opposizione di Syriza, benché le pressioni della piazza possano aver forse contribuito, e certo ha contribuito il ricorso presentato dal sindacato, ma soprattutto per la decisione di un tribunale borghese, rappresentante interessi lontani da quelli di Syriza, influenzato dal rischio di caduta del governo di Samaras, indebolito fino a proporre una ipotesi di compromesso sulla questione, e messo a repentaglio dai due alleati più a sinistra, che hanno minacciato la scissione perché contrari alla scomparsa della tv nazionale, e di qui l'importanza di partecipare alla maggioranza di governo per poter avere una influenza effettiva) e persino l'orchestra nazionale. Mi spiace doverlo dire, ma se Tsipras fosse stato un vero statista all'altezza della tragedia del suo Paese, quando venne incaricato di fare un tentativo di composizione del governo, avrebbe dovuto cercare di realizzare un compromesso con il PASOK, anche rinunciando, tatticamente, a buona parte del suo programma antiliberista e anti-austerity, per poi recuperarlo dopo, nell'azione di governo. Il tentativo di Papandreou di indire un referendum sulla permanenza greca nell'euro, e i fortissimi mal di pancia di molti parlamentari del PASOK, via via dimissionari dal loro partito, per i sacrifici imposti alla popolazione, nonché la dura presa di posizione recente, contraria alla chiusura della televisione nazionale, lasciano capire che il PASOK non è affatto un monolite di social-liberisti come Venizelos. Tutt'altro. Gli spazi per lavorarci dentro, e cercare di spostarlo a sinistra, ci sono, se uno vuole tentare di farlo, ma necessariamente dall'interno di una coalizione di governo, non dall'esterno di una sterile opposizione. 
D'altra parte, nel mondo professionale (ma anche in quello politico) le "best practice" non vanno copiate telles quelles, ma vanno adattate alle specificità del contesto di applicazione. Proviamo a contestualizzare una possibile Syriza italiana? Con chi la faremmo? Con i rottami mille volte sconfitti della dirigenza di Rifondazione e del Pdci, e con i loro quadri e funzionari che sono rimasti, dopo che i migliori sono già andati via da tempo da quei partiti (persino uno di sinistra radicale come Aldo Giannuli è critico ocn i quadri organizzativi residui di Rifondazione)? Oppure con Falce e Martello, che è talmente massimalista da stare male anche dentro Rifondazione? Con la FIOM, in cui peraltro Landini ha già espulso la sinistra più radicale che faceva capo a Cremaschi, e che con il nuovo accordo sulla rappresentanza sindacale sarà costretta ad "istituzionalizzarsi" sempre più? Con il trotzkismo autoreferenziale che residua nel nostro Paese, e che mai farà alcuna alleanza simil-Syriza o simil-Linke? Con l'ambientalismo obsoleto dei Verdi, superati sulle loro stesse tematiche dal M5S? Tra l'altro, i syrizisti italiani riescono persino a rifiutare di includere nel perimetro della loro creatura la SEL, perché Vendola è da loro considerato un traditore (dimenticando che il "traditore" è stato supplicato, non più tardi di 5 mesi fa, da Ferrero, di partecipare proprio ad un rassemblement tipo-Syriza, e Vendola lo spernacchiò, preferendo una opzione di sinistra radicale ma di governo, e la scelta di aderire al Pse, cioè scegliendo di tentare di incidere nella realtà dei problemi, e non nei sogni utopici) dimenticando, da un lato, che i "traditori" di SEL sono in crescita elettorale, e dall'altro che dentro la stessa Syriza c'è un movimento socialdemocratico e ambientalista, come Cittadini Attivi. 
Poi c'è un altro argomento, che mi è toccato sentire personalmente (se non lo avessi sentito personalmente non ci avrei creduto): la funzione di Syriza sarebbe di "contenimento" della crescita dell'estrema destra neofascista di Alba Dorata. La correlazione, storicamente, è inversa: i movimenti fascisti nascono come anticorpo della borghesia nelle fasi di sviluppo della sinistra radicale. Così fu in Italia con il biennio rosso, così fu in Germania con il nazismo, così fu in Spagna con il franchismo. Così è stato in Grecia, dove la nascita di Alba Dorata è successiva all'esplosione elettorale di Syriza. Certo, adesso Syriza sta effettivamente contrastando Alba Dorata, e occorre dargliene atto, ma è il suo massimalismo che ha influito sulla nascita di tale formazione politica, e comunque la sua azione di contrasto non sta ottenendo l'effetto di sradicare i neofascisti greci. 
Questo perché il fascismo non si combatte smerciando sogni. Perché, anche se è spiacevole dirlo, il fascismo, pur se espressione dei poteri forti, raccoglie e dà espressione al malessere sociale che evidentemente la sinistra radicale non riesce a soddisfare, con le sue ipotesi sui Mondi Futuri, che non di rado non danno sufficiente attenzione ai problemi più banali e terra-terra dell'oggi. Il vero antifascismo italiano era quello che, pur predicando rivoluzioni e mondi futuri, aveva già nel cassetto un modello di governo per l'oggi, un modello nient'affatto rivoluzionario, ma repubblicano e liberaldemocratico, associato ad importanti elementi di socialdemocrazia, rinvenibili già nella Carta Costituzionale.Piaccia o meno, questo compromesso liberale e socialdemocratico ha garantito 60 anni di sviluppo e diritti, pur con tutti i suoi limiti, al Paese. 
Allora di cosa abbiamo bisogno, oggi? A mio avviso, di uscire dall'adolescenza politica. L'adolescenza è un periodo tormentato ma pieno di sogni. L'età adulta è quella che ha imparato a fare i conti con la realtà. Oggi abbiamo bisogno di un socialismo in grado di acquisire egemonia politica e culturale sulla società. E l'unico modo per acquisire egemonia è darsi un progetto maggioritario. Non un progetto mirato ad avere il 40% da soli. Perché con il 40% da soli, ammesso e non concesso che ci si arrivi, non si spostano gli equilibri. Un progetto che sappia parlare all'intero spettro dell'elettorato progressista, che sappia parlare all'elettore di Rifondazione, a quello della SEL e persino all'elettorato progressista presente dentro il PD (e ce n'è molto, che vota per quel partito, spesso tappandosi il naso, convinto che non vi siano alternative migliori) e dentro il M5S. E che sappia costruire un compromesso in grado di dialogare, in una funzione di mediazione politca alta, con i settori della piccola borghesia produttiva che rappresenta l'ossatura dell'economia italiana, e che oggi sta pagando un tributo pesantissimo alla crisi (basti pensare a quanti piccoli imprenditori si suicidino ogni giorno) con un accordo il cui punto di saldatura sia quello di ricostruire percorsi di crescita, che non possono che ripartire da una ripresa della domanda, la quale a sua volta non può che fondarsi sulla tutela dei redditi (intesi in senso ampio, perché anche la difesa della sanità o della scuola pubblica è un elemento che produce reddito; quanto peserebbe sui redditi un sistema sanitario privatizzato e basato sulle assicurazioni?). Perché solo il ritorno alla crescita può generare gli spazi per la sopravvivenza e lo sviluppo del piccolo imprenditore, del lavoratore e di chi oggi è senza lavoro. Un simile compromesso da Fronte Popolare, che non necessariamente deve essere un dato permanente, ma che perlomeno dovrà durare fino a quando non si sarà usciti dall'emergenza attuale, va realizzato accettando i dovuti e necessari compromessi. Certamente non il compromesso che cerca il PD, e che è basato su una visione di una società liberale, competitiva e compensatrice dei fallimenti di mercato, basata sui dettami dell'economia sociale di mercato (che altro non è che un liberismo moderato) ma il compromesso del socialismo democratico, basato su un ruolo programmatorio e interventista del soggetto pubblico, corretto da meccanismi di partecipazione politica diretta dei cittadini e di compartecipazione dei lavoratori alla gestione della loro impresa, su una politica dei redditi che riequilibri fortemente le quote del salario e del profitto, sul mantenimento di un welfare pubblico universalistico ed inclusivo, su una politica economica che miri al rafforzamento dei fattori strutturali di competitività (misurati dalal produttività totale dei fattori) badando bene ad utilizzare lo stimolo pubblico alla domanda aggregata in termini anticiclici, recuperando meccanismi di "stop and go", in base all'andamento del ciclo. 
Occorre, in altri termini, riutilizzare una formula chimica che fu usata dal socialismo italiano postbellico, immettendo nell'alambicco, in parte, gli stessi reagenti sociali che ha utilizzato il PD, ma all'interno di una reazione chimica completamente diversa, sia perché basata su legami diversi (la coesione, l'equità e la crescita solidale, anziché la competizione sociale, il mercato e la mera compensazione dei suoi danni) sia perché usa anche reagenti nuovi, contenuti in parte dentro SEL, in parte dentro il M5S, in parte dentro ciò che resta della sinistra radicale, in parte dentro il corpaccione in crescita dell'astensionismo. 
Tutto il resto, temo, non è altro che una illusione: una illusione di pauperismo decrescista (come se società meno prospere e statiche, di per sè, garantiscano maggiore uguaglianza). Oppure, peggio ancora, l'indubitabile crescita della tensione sociale dal basso che si osserva nel Paese in questi ultimi tempi può dare la ben più tragica illusione di poter attivare, magari a partire dall'esplosione di una rivolta spontanea "alla turca", meccanismi rivoluzionari in un contesto che, per usare Lenin, è solo oggettivamente, ma non soggettivamente rivoluzionario e che, in assenza di direzione politica, con una coscienza politica di massa ridotta allo zero termico, nonché con classi dirigenti che hanno ancora saldamente in mano le leve di controllo della società (perché le classi dirigenti verso cui rivolgersi non sono certo quelle deboli e compradore nazionali, ma quelle della Trojka, rappresentanti di un capitalismo finanziario apolide e difficilmente identificabile) potrebbe risolversi soltanto in due modi, entrambi catastrofici:
a) un bagno di sangue inutile, cui seguirà una repressione feroce con il ripristino dello status quo, magari "temperato" da qualche micro-concessione, del tutto inutile a fermare il declino in atto;
b) il sorgere di un nuovo Cola di Rienzo, che si porrà alla testa delle masse infuriate, e poi andrà ad Avignone a vendersi al Papa di turno, e cercherà poi di imporre una soluzione autoritaria/demagogica (e certo la crescita dell'astensionismo, con la sua carica di rifiuto a priori delle categorie normali della politica democratica, e delle sue istituzioni, è un segnale pericoloso in tal senso). 

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