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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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lunedì 23 maggio 2011

Cos'è stato il maoismo di Fabio Damen

Non si può parlare del maoismo come di una concezione omogenea della storia, ma come una serie di tentativi tutti invasi da pragmatismo ed empiricità, volti a fronteggiare le difficoltà che un paese in “risveglio” e con un potenziale immenso, necessariamente doveva incontrare.
Soprattutto se si pensa a cos’era stata la Lunga Marcia: una lotta di liberazione nazionale in cui era stata innestata una rivoluzione democratico-borghese, peraltro non in grado di pervenire, per ragioni obiettive, alle fasi delle proprie conclusioni storiche.
Questa in conclusione, appunto, è la chiave di lettura del tipo di sviluppo e di assetto politico avviati in Cina; una Cina che per bruciare le tappe dello sviluppo capitalistico doveva attestarsi sui principi di una massima centralizzazione politica e di una rigida concentrazione economica.
Il capitalismo di stato, pur con le diversità del caso (diversa situazione storica, diverso grado di sviluppo delle forze produttive, ecc.) basato sul modello russo, costituì le forme con cui tentare di dare conclusione alla rivoluzione borghese.
Il capitalismo di stato cinese, anche questo come quello sovietico, si è orpellato dell’aggettivo “socialista” per ottenere il consenso delle masse popolari e per infondere speranze di riscatto a tutte le classi lavoratrici, sin lì soggette ad uno sfruttamento sovrumano e sottoposte al fardello assai pesante di una fame storica, anzi ancestrale.
Se il capitalismo di stato in Russia doveva nascere quasi spontaneamente dalle ceneri di unarivoluzione proletaria fallita, in Cina fu invece la scelta cosciente (fra le tante possibili) di un gruppo dirigente al servizio dell’allora giovane imperialismo sovietico il quale aveva preteso, in cambio della propria “protezione” dagli attacchi dell’imperialismo mondiale, un asservimento delle strutture economiche e politiche cinesi al proprio modello di sviluppo. Metodo questo per ottenere una “massima coincidenza di interessi”, ma che nell’eccezione specifica non avrebbe dovuto mettere in discussione le basi del rapporto di subordinazione che legava la Cina alla Russia stalinista; mai e poi mai.
Il maosimo fu l’interprete di questo rapporto di subordinazione come lo fu anche di un acceso antisovietismo che si identificava nei motivi del diverso ruolo che la Cina avrebbe potuto svolgere qualora fosse riuscita a sfruttare le sue immense risorse; sfruttamento negato dai tentacoli soffocanti di una mamma “troppo affettuosa”, quella russa. La Cina inseguiva così sogni da grande potenza e mirava, una volta realizzato ciò, di detronizzare l’URSS dal ruolo di unico e incontestato modello di “socialismo” a scala planetaria.
“L’Asia agli asiatici” fu il non troppo riuscito tentativo con cui concretizzare l’aspirazione alla leadership del “comunismo” nel cosiddetto continente giallo e in tutte quelle aree in fermento, inquinate dal fiato pestilenziale del rapporto di dipendenza dal “social-imperialismo” sovietico.
Per far ciò, Mao — al di là di qualsiasi etica che la professione del “marxismo-leninismo” (bonta sua!) avrebbe dovuto comportare — non si è minimamente vergognato di dare il suo appoggio a regimi ultrareazionari e fascisti (come quelli di Reza Pahlevi e di Pinochet). E ci sarebbe di che continuare, soprattutto per ciò che attiene alla politica estera cinese, la cui impostazione non è stata data dalla cricca dirigente chiamata a gestire il dopo-Mao, ma dal Presidente Mao in persona, dal “grande timoniere” allora osannato come “il faro della rivoluzione proletaria internazionale”.
Anche sul piano interno il maoismo si doveva presentare in maniera contraddittoria, pur rimanendo un fedele interprete del modo di produzione capitalistico di stato che si andava affermando sempre più in Cina.
All’interno del “blocco delle quattro classi” (nota stonata nella monotona cantilena che avrebbe voluto vedere il paese guidato nientemeno che dalla dittatura del proletariato) la politica maoista s’è in mossa in più, differenti, direzioni; passando dal “Terrore” contro gli intellettuali alla “politica dei cento fiori”, dal “Grande balzo in avanti” alla “rivoluzione culturale”, e, in seguito, all’apertura di un certo liberalismo che nel dopo-Mao ha assunto la veste definitiva delle “Quattro Modernizzazioni”.
La corretta ricomposizione dei fatti mostra come nell’ottobre 1949 la nascita della Repubblica Popolare Cinese (che l’enfasi stalinista si precipitò a definire, non senza paterno orgoglio, la seconda grande realizzazione del comunismo dopo l’Ottobre bolscevico) fu piuttosto un esercizio di mistificazione ideologica in cui una guerra di liberazione nazionale, corredata dal suo nazionalistico progetto politico e dal contenuto sociale adeguato, fu contrabbandata per “rivoluzione socialista”.
Sempre facendo le debite differenze, la voluta confusione tra nazionalismo borghese e rivoluzione proletaria nella Cina del 1949 fa il paio con la stalinista dichiarazione della possibilità del socialismo nella sola Russia, dando alla costruzione del capitalismo di stato in Russia il crisma del socialismo, ovvero coprendo i crimini della controrivoluzione con la bandiera rossa dell’Ottobre bolscevico.
Il maoismo, se per maoismo si intende la sintesi fra dottrina e prassi politica, è la corretta e sino in fondo coerente espressione di un nazionalismo che scimmiotta le istanze rivoluzionarie confondendo la lotta di classe con la lotta di “popolo”, l’inconciliabilità delle contraddizioni del sistema economico capitalistico con il loro superamento in quanto “contraddizioni in seno al popolo”, e proponendo il sistema sociale della “Nuova democrazia” — fermi restando capitale da una parte e forza lavoro dall’altra e tutte le altre categorie economiche capitalistiche — come sviluppo socialista senza altra menzione o commento.
In termini concreti il maoismo e tutta la sua costruzione ideologica è l’inconfutabile dimostrazione di come simili esperienze storiche siano non solo lontane, ma addirittura estranee alla dialettica rivoluzionaria, anche se il loro proporsi e il loro linguaggio tendono a rubare parole d’ordine e assonanze con la lotta di classe ed il socialismo scientifico.
Il maoismo, versione inferiore dello stalinismo, è riuscito a contrabbandare per vittoria socialista una guerra di liberazione nazionale in cui le masse proletarie e contadine sono state messe al traino degli interessi dell’economia nazionale, in cui non si è mai posta l’autonomia politica del proletariato, né tanto meno l’organizzazione del suo stato attraverso la dittatura contro l’avversario di classe.
Niente indipendenza di classe sostituita dal fronte unico con la borghesia, niente rivoluzione proletaria esclusa dalla strategia del nazionalismo anti-imperialistico, nessuna forma di dittatura proletaria, surrogata dalla nascita di una Repubblica a nuova democrazia, nella quale per incanto tutte le contraddizioni economiche e sociali si trasformerebbero nel loro contrario. Il tutto sotto la benedizione dell’imperialismo stalinista che proprio in quegli anni allungava i suoi tentacoli nell’area asiatica (Cina 1947-49, Corea 1950-53 e poi il Vietnam).
Così, per decenni, intere generazioni di proletari sono state costrette a bere alla fonte della contraffazione ideologica, dove il capitalismo di stato era spacciato per socialismo e dove tutto quanto succedeva in simili regimi veniva coperto e giustificato. Una tragica esperienza da cui le masse proletarie di occidente come di oriente devono prioritariamente assumere gli insegnamenti necessari perché altri errori non si ripetano e soprattutto perché si comprenda che in Cina come in Russia, in Europa come in America, in Asia come in Africa, gli interessi proletari vanno contro il capitalismo sia nella versione privata che statale.
F.D.

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