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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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sabato 21 maggio 2011

Quando Ue e FMI salvano gli investitori ai danni dei popoli: il caso greco, di Riccardo Achilli


1. Lo scenario

L’economia greca annaspa. Un anno dopo gli aiuti (si fa per dire, perché trattasi di prestiti a titolo oneroso, con un tasso di poco inferiore ai valori di mercato, e che si aggira sul 4,5%) di 110 miliardi di euro ricevuti da Unione Europea e FMI, la recessione è ancora profonda, col Pil che quest'anno chiuderà a quota (-3,5%), peggio di quanto previsto in precedenza. Per il 2012 Bruxelles si attende un +1,1%, ma la previsione non tiene ancora in considerazione il nuovo piano di austerity che il governo Papandreou dovrà varare per ricevere ulteriori prestiti da Ue ed Fmi. Infatti, come volevasi dimostrare (è sufficiente uno studente al primo anno di economia e commercio per comprenderlo) la recessione economica in Grecia è stata prolungata proprio dalle conseguenze recessive del piano di salvataggio imposto alla Grecia in cambio dei soldi di Ue e FMI.
E' utile ricordare le coordinate essenziali di tale piano. In estrema sostanza, si tratta di un manovra da 30 miliardi di euro di tagli, da attuarsi entro il 2012, risoltasi in un taglio draconiano della spesa sociale, sanitaria e previdenziale, dei redditi dei dipendenti pubblici e dei pensionati (nonché in un congelamento delle retribuzioni nel settore privato, che in termini reali equivale ad una loro riduzione), dell’occupazione nella pubblica amministrazione, in un aumento del carico fiscale tramite l’incremento di due punti dell’IVA (peraltro misura odiosa socialmente, perché sposta l’inasprimento della pressione fiscale sulle spalle del consumatore finale) e delle accise su carburanti, tabacco ed alcool, in massicce privatizzazioni di aziende pubbliche, in una drastica revisione della legislazione del lavoro, che ha aumentato la precarietà, al fine di consentire al Paese di incrementare la sua competitività di costo alle esportazioni (quindi con una filosofia che vorrebbe trasformare l’economia greca in una specie di Taiwan europea, dove anziché competere sulla qualità e l’innovazione, si compete sul rapporto fra il costo del lavoro e la sua produttività, esattamente come le economie emergenti del Terzo Mondo, con tutti gli squilibri e le ingiustizie distributive tipiche di quel modello di competitività).
Il fatto stesso che il prestito di 110 miliardi sia stato cofinanziato dal FMI dimostra come le politiche restrittive imposte al Governo greco siano pienamente ispirate al Washington Consensus, ovvero il set di politiche neo-liberiste su cui si basa l'intervento del FMI nelle economie iper-indebitate. In particolare, vale la pena di ricordare che il Washington Consensus si compone di 10 direttive, ovvero:
1) Una disciplina di politica fiscale volta al perseguimento del pareggio di bilancio;
2) Il riaggiustamento della spesa pubblica verso interventi mirati: si raccomanda di limitare i sussidi sociali e di favorire invece interventi a sostegno della competitività economica;
3) Riforma del sistema tributario, volta all'allargamento della base fiscale e all'abbassamento dell'aliquota marginale;
4) Tassi di interesse reali moderatamente positivi;
5) Tassi di cambio della moneta locale determinati dal mercato;
6) Liberalizzazione del commercio e delle importazioni;
7) Apertura e liberalizzazione degli investimenti provenienti dall'estero;
8) Privatizzazione delle aziende statali;
9) Deregulation;
10) Tutela del diritto di proprietà privata.
Va notato come, a parte i punti 4) e 5), di titolarità della Bce, ed il punto 6), già attuato tramite il mercato comune europeo, nonché il punto 10), che in Grecia non pone nessun particolare problema agli investitori, tutti gli altri punti rappresentano la base sulla quale è stato costruito il piano di austerità del Governo greco.

2. Le conseguenze
Le conseguenze di tale “terapia” sono ovvie, e peraltro tipiche di tutte le altre economie sottoposte al Washington Consensus. Mentre l’area-euro, nel 2010, è entrata in ripresa, con una crescita dell1,8%, ed una previsione di crescita dell’1,6% per il 2011, il PIL greco del 2010 è diminuito, per il secondo anno consecutivo, con una riduzione del 4,5%, ed anche per il 2011 dovrebbe scendere di un ulteriore 3,5%. In conclusione, mentre a livello di area-Euro la recessione porterà ad una diminuzione complessiva del PIL dello 0,7% nel periodo 2009-2011, nel medesimo periodo, grazie all’indovinato, democratico e generoso piano di salvataggio imposto da FMI e UE, il PIL greco sarà tracollato del 10%, un calo in grado di portare rapidamente la Grecia da una condizione di Paese del primo mondo a quella di economia in via di sviluppo. Infatti, con tale riduzione, nel 2012 il Pil pro capite greco, (il Pil pro capite è, grosso modo, una stima del valore della ricchezza mediamente a disposizione degli individui per consumi o risparmio; e fino al 2008 quello greco era il 28-mo più alto del mondo) non sarà molto lontano da quello delle Bahamas (con una differenza di ricchezza media mensile pari a circa 130 euro fra il cittadino greco e quello delle Bahamas). Il tasso di disoccupazione è passato dal 7,7% del 2008 al 12,6% del 2010, e dovrebbe arrivare al 15% a fine 2011. Ma se si conteggiano anche i lavoratori scoraggiati, il vero tasso di disoccupazione è già nell’intorno del 20%.
Naturalmente, poiché le finanze pubbliche sono endogene alla crescita economica, l’obiettivo di questa cura ammazza-cavallo, che è il riequilibrio delle finanze pubbliche del Paese, è già ampiamente fallito. Sul fronte del rapporto fra debito pubblico e PIL, quello greco si conferma il più alto d'Europa, passando dal 127,1% del 2009 al 142,8% del 2010, con una previsione del 157,7% del 2011. E nel 2012 salirà ancora al 166,1%. Con un rapporto deficit/PIL stabile: al 10,5% nel 2010.
Questo spiega perché vi sarà un’ulteriore imposizione di un nuovo programma di austerità, che si andrà a sovrapporre a quello già in atto (che ha provocato gli effetti socio economici sopra richiamati), provocando ulteriori effetti recessivi sull’economia e di impoverimento sociale. Ma lasciamo parlare i burocrati del liberismo economico, per comprendere a fondo quanto sia generoso il loro cuore, e quanto miope sia il loro cervello economico. Dice testualmente Olli Rehn, Commissario europeo agli affari economici e monetari: "Sono stati fatti sforzi senza precedenti che non devono essere sottovalutati, ma non basta. È assolutamente necessario che il governo greco si assuma le sue responsabilità e introduca nuove misure di consolidamento fiscale. Sono consapevole di rivolgermi a un Paese non solo sull'orlo della bancarotta, ma anche nel pieno di una pericolosa crisi sociale, però bisogna accantonare le divisioni interne ed essere tutti responsabili". Ancora più crudo Thomsen, funzionario del FMI: “non penso che il programma già attuato riuscirà a mantenersi nei binari senza un forte rinvigorimento delle riforme strutturali nei prossimi mesi (leggi: nuove misure di austerità, che si aggiungono a quelle già in atto). Senza questo rinvigorimento, il piano è destinato a uscire dai binari”.
Gli economisti liberali più “umanitari” vagheggiano di accordare alla Grecia la possibilità di ristrutturare il debito. Cioè, niente sconto sul debito, che dovrà essere pagato fino all’ultimo centesimo, non importa quali siano le conseguenze sociali, ma un suo riscadenzamento. E’ evidente la finalità: spalmando l’impoverimento del popolo greco su più anni, si spera di disinnescare la bomba della protesta sociale che sta esplodendo nel Paese. Se ti impoverisci in dieci anni anziché in due o tre, lo shock è meno forte, la contestazione meno violenta. Però alla fine il risultato, nelle tue tasche, è sempre lo stesso. Alcuni di questi economisti “umanitari”, come Fitoussi, aggiungono al danno anche la beffa: riscadenzando il debito con tassi di attualizzazione pari a quelli attuali, il “net present value” del debito si abbasserebbe, così, per mero effetto finanziario, alla fine il debito attualizzato, in termini reali, sarebbe inferiore a quello attuale, perché il riscadenzamento senza aumentare i tassi di attualizzazione ne implicherebbe una svalutazione dovuta all’inflazione. Naturalmente è una presa per i fondelli: gli effetti recessivi dei vari piani di austerità finiranno per comportare una deflazione, per cui anche questo effetto, meramente finanziario, sarà ben poca cosa.
Tra l’altro, il blocco Bce (sostanzialmente dominata dalla Bundesbank)-Governo tedesco ha già detto chiaramente di no a qualsiasi ipotesi di ristrutturazione, quindi anche a questi artifizi. “La ristrutturazione del debito di qualsiasi paese, e quindi anche una ristrutturazione del debito della Grecia, sarebbe un danno incalcolabile alla credibilità dell’Unione Europea”. Lo ha dichiarato la cancelliera tedesca Angela Merkel tre giorni fa, imitata dal presidente dell’Eurogruppo Junker. Il 19 Maggio, la Bce si allinea immediatamente, esprimendo la sua posizione ufficiale, sotto forma di un vero e proprio ricatto. Jurgen Stark, del comitato esecutivo della Bce (in particolare, si tratta dell'esponente più vicino alle posizioni monetariste della Bundesbank) dice testualmente: “una ristrutturazione del debito greco renderebbe impossibile per noi continuare a dare liquidità al sistema finanziario greco”. In altri termini: se passa la linea della ristrutturazione, la Bce non fornirà più alle banche greche la liquidità necessaria per l'operatività normale, provocando un effetto “corralito”, overo la necessità per le banche elleniche di sequestrare i depositi dei propri clienti, richiamare le linee difido già concesse e congelare le domande di nuovi prestiti. In breve, paralizzare il normale funzionamento dell'economia e azzerare i risparmi dei lavoratori. Perché una simile durezza? Non certo per astratte preoccupazioni circa la moralità del debitore nel restituire puntualmente il suo debito, o ragioni pseudo-tecniche indotte dalla Bce (secondo cui la non rifinanziabilità del sistema creditizio greco in caso di ristrutturazione del debito di quel Paese dipenderebbe dalla svalutazione dei titoli del debito pubblico che la Bce detiene come garanzie collaterali). Il punto di fondo è un altro: la stabilità dei mercati finanziari e dei conti economici e patrimoniali delle imprese creditizie e finanziarie europee. Bce e FMI, rappresentanti degli interessi delle imprese finanziarie, stanno volontariamente distruggendo l’economia ed il tessuto sociale di un Paese per garantire la “stabilità finanziaria”.
Il debito pubblico nazionale greco, a Settembre 2010, è pari a 337 miliardi di euro, di cui, secondo le stime di Credit Suisse, il 47% (ovvero circa 158 miliardi di euro) è detenuto da banche e fondi di investimento esteri ed il 15%, ovvero circa 51 miliardi di euro, da fondi pensione o assicurativi (in parte importante anche stranieri). Sempre secondo Credit Suisse, solo il 29% del debito greco (ovvero 98 miliardi) è detenuto da privati o imprese finanziarie greche. I restanti 239 miliardi sarebbero detenuti da soggetti stranieri. Quanto basta per provocare un default finanziario su scala globale, se il Governo greco decidesse di non pagare più il suo debito estero, o semplicemente si trovasse nelle condizioni di non poterlo più pagare. Ecco quindi che occorre stritolare il Paese, ridurlo alla miseria (purché paghi).
Già che ci sono, i Paesi dell’Unione Europea pensano anche di fare qualche business sulle spalle della Grecia, perché no? Ecco allora che la Merkel insiste con il Governo greco perché acceleri il programma di privatizzazioni di imprese pubbliche (ovviamente che saranno acquistate da imprese tedesche ad un tozzo di pane). Nel mirino alcuni ghiotti business: l'OTE (telefonia), l’ampliamento della concessione ai privati dell’aeroporto di Atene, le ferrovie, il fornitore di gas Desfa, l’industria della difesa, il casino di Monte Parnes, e ancora, ippodromi, porti turistici, aeroporti regionali. Tutto ciò è fatto chiaramente per favorire interessi privati, e non certo per aiutare la Grecia a ristrutturare il suo debito. Un interessante report di Sergio Capaldi, strategist di Intesa Sanpaolo, evidenzia che le privatizzazioni necessitano di tanto tempo per essere portate a termine. Una caratteristica che si aggrava ancora di più nel caso della Grecia, poichè il Paese non possiede neppure un inventario dettagliato delle proprietà statali. Alla luce di questi elementi gli effetti delle privatizzazioni in Grecia potranno vedersi dopo anni e, un’azione di questo tipo di certo non risolverà i problemi finanziari di Atene.
E tutto questo senza una minima speranza di successo: già oggi la Grecia è impossibilitata ad accedere ai mercati finanziari per rinnovare il suo debito pubblico. Il downgrade del suo rating sovrano, operato qualche settimana fa, ha portato ad un incremento del rischio-Paese e quindi del rendimento dei titoli del debito pubblico greco, che raggiunge il 15% per i titoli decennali, ed il 24% per i biennali. Tassi da usura, chiaramente fuori dal mercato. Peraltro, secondo i sondaggi di Bloomberg, gli operatori finanziari (che di fatto, con le loro aspettative, condizionano l’andamento del mercato, e quindi, come ben evidenziato da Lucas, “auto-realizzano” le loro aspettative) assegnano alla Grecia un 85% di probabilità di default. Rispetto all’ultimo sondaggio in merito, risalente allo scorso gennaio, lapercentuale di coloro che stimano un collasso della Grecia è aumentata dell’11%, evidente segnale di un ulteriore crollo della fiducia del mercato nelle capacità del paese ellenico di evitare il fallimento. Ancor più realisticamente rispetto ai sondaggi Bloomberg, i “credit default swap” (strumenti assicurativi che consentono dietro il pagamento di un premio di coprirsi dal rischio di default sovrano) che misurano quanto il mercato finanzario stimi la probabilità di default, si sono attestati, il 19 Maggio 2011, a un valore equivalente ad una probabilità del 66% di default sovrano del Governo greco. Quindi in ambiente finanziario,sembra sempre più scontato che lo Stato ellenico anche dopo una ristrutturazione del debito, dovrà comunque fallire, e decidere di uscire dall’area valutaria dell’euro. Lo stesso Fitoussi ritiene molto probabile che fra 5 anni, Grecia e Portogallo usciranno dall'euro, restaurando le loro monete nazionali(Il Sole 24 Ore, 20 Maggio 2011). E' evidente quindi che l'unico problema che hanno gli investitori finanziari, i cui interessi sono rappresentati dalla Bce, è che la Grecia paghi il suo debito, spremendola come un limone, poi che esca pure dall'euro, se crede.

3. L'unica possibile soluzione
C'è allora una soluzione alternativa a quella imposta, con la forza, al popolo greco, in vista di nessuna prospettiva di risanamento finanziario, di permanenza nell'area euro e di ripresa economica e sociale? Esiste, e parte dalla cosiddetta “dichiarazione di Quito”. I partecipanti al Convegno internazionale "Far crescere le banche locali costruendo alleanze" tenutosi a Quito il 24 e il 25 ottobre 2002, hanno esplicitamente parlato della possibilità per le economie iper indebitate, sotto determinate condizioni, di rimettere parte del debito estero, qualora parti di tale debito siano dichiarate illegittime, odiose o illegali. Ci si rifà ad Alexander Sack, secondo il quale “se un potere dispotico contrae un debito non secondo i bisogni e gli interessi dello Stato, ma per fortificare il proprio regime dispotico, per reprimere la popolazione che lo combatte, questo debito è odioso per la popolazione dell’intero Stato (…) Questo debito non è un obbligo per la nazione: è un debito di regime, un debito personale del potere che lo ha contratto; di conseguenza, esso si annulla insieme alla caduta del potere” (Sack, 1927)”.
Nel caso greco, c’è il debito contratto dalla dittatura dei colonnelli, che è quadruplicato fra il 1967 ed il 1974. È evidente che esso rientri nella categoria dei debiti odiosi. Inoltre, secondo Touissant (2010), numerosi contratti stipulati fra le autorità greche e grandi imprese private straniere hanno implicato un aumento del debito e sono in larga misura illegittimi. Diversi contratti sono stati stipulati con la multinazionale tedesca Siemens, accusata – sia dalla giustizia tedesca che da quella greca – di aver versato commissioni ed altre tangenti al personale politico, militare ed amministrativo greci per un totale vicino al miliardo di euro. Questi scandali comprendono la vendita, da parte di Siemens e dei suoi soci internazionali, del sistema antimissile Patriot (1999, 10 milioni di euro in tangenti), la digitalizzazione dei centri telefonici della OTE (tangenti per 100 milioni di euro), il sistema di sicurezza “C41”, acquistato in occasione dei Giochi Olimpici del 2004, che non ha mai funzionato, la vendita di materiali alle ferrovie greche (SEK), del sistema di telecomunicazioni Hermes all’esercito greco, di apparecchiature costosissime agli ospedali greci. Vi è inoltre lo scandalo dei sottomarini tedeschi, acquistati per 1,3 miliardi di euro, e che presentavano fin dall’inizio il difetto di inclinarsi pesantemente…a sinistra (!) e di essere dotati di un equipaggiamento elettronico mal funzionante. Un’inchiesta giudiziaria sulle eventuali responsabilità (corruzione) degli ex-ministri della difesa è ancora in corso. Ma non basta: secondo Paris (2010), riprendendo agenzie di stampa e giornali (Reuters, l’americano Wall Street Journal e il quotidiano conservatore greco Kathimerini) in cambio della concessione del prestito Ue da 110 miliardi, il Presidente francese Sarkozy avrebbe ottenuto dal governo greco un ordine per sei navi da guerra FREMM per un totale di 2,5 miliardi di Euro. Inoltre, il Capo di Stato francese si sarebbe anche assicurato la promessa dell’acquisto da parte delle forze armate greche di 15 elicotteri Super Puma, del valore di 400 milioni di Euro, e di una quarantina di aerei da combattimento Dassault Rafale, il cui costo unitario si aggira attorno ai 100 milioni di Euro. Di fatto è normale presumere che i debiti contratti per stipulare questi contratti sono inficiati da illegittimità, non servono l'interesse del popolo greco, ed andrebbero revocati.
Quindi, la soluzione, anziché passare da fantasiose ristrutturazioni, dovrebbe passare per un ricalcolo del debito estero greco, al netto delle voci odiose ed illegittime, ed in un suo rigoroso e conseguente taglio.
In secondo luogo, occorre che la Grecia esca dall'area dell'euro in modo pilotato, ripristinando la valuta nazionale, possibilmente, per ridurre il trauma da fuoriuscita, stabilendo inizialmente, e per un periodo transitorio, delle fasce di oscillazione fra ripristinata valuta nazionale ed euro. La svalutazione che ne conseguirebbe avrebbe, certo, effetti iniziali recessivi, importando inflazione, che si combinerebbero con la fuga dei capitali esteri, generando una recessione. Ma in una seconda fase, la possibilità di guadagnare competitività di prezzo grazie alla svalutazione della dracma, il recupero di una piena potestà nazionale sulla politica monetaria (e quindi la possibilità di fare una politica monetaria accomodante, in termini di massa monetaria e tassi di interesse, a favore della crescita), la possibilità di ripartire con un fardello di debito estero alleggerito dalla quota odiosa o illegale che sarebbe ripudiata, e quindi recuperando una parziale possibilità di fare politiche espansive sul versante della spesa, consentirebbe alla Grecia di recuperare rapidamente tassi di crescita soddisfacenti.
Certo, una simile soluzione comporterebbe notevoli difficoltà finanziarie sui mercati finanziari europei, metterebbe in difficoltà le banche estere creditrici, ivi compresa la stessa Bce, che detiene, a titolo di garanzie collaterali, circa 70 miliardi di euro di titoli del debito pubblico dei Paesi PIGS, di cui una quota importante è costituita da titoli del debito pubblico greco. Questo provocherebbe una nuova mini-recessione globale. Ma da un male ne nascerebbe un bene, non solo per la Grecia, ma per tutti. Molto probabilmente, alla fine di tale fase si verificherebbe la morte dell'euro e della costruzione neo-monetarista imperniata da una Bce legata mani e piedi alle teorie neo-monetariste delal bundesbank ed al peggiore neo-liberismo targato FMI. L'abbattimento del sistema monetario europeo sarebbe un barlume di speranza per tutti popoli europei.
D'altra parte, va anche rigettato ogni scrupolo moralistico. L'argomento principale di chi senza scrupoli pensa che laGrecia meriti di affondare è che il Paese è vissuto per anni al di sopra dei suoi mezzi, facendo operazioni di window dressing sui suoi conti pubblici, al fine di evidenziare un falso rispetto degli obblighi comunitari in materia di patto di stabilità. Ci si dimentica che i conti pubblici esposti da un Paese (ed in particolare i due rapporti strategici, ovvero il deficit/PILe d il debito/PIL) vengono sottoposti ad un meticoloso processo di controllo e revisione da parte della Commissione Europea, per il tramite di Eurostat. Quindi, se vi è stato window dressing, vi è implicitamente anche una complicità della Commissione Europea, che ha certificato dati fasulli. L'enorme lievitazione delle spese sostenute in occasione delle Olimpiadi del 2004, passate dai preventivati 1,3 miliardi di dollari ai 14,2 miliardi di dollari esposti a consuntivo, avrebbe dovuto accendere una lampadina di allarme nelle menti dei controllori europei dei conti pubblici. Ma siccome gran parte delle opere infratrutturali realizzate in occasione delle Olimpiadi è stata commissionata ad imprese edili tedesche, francesi, italiane e britanniche, si è ovviamente preferito chiudere tutti e due gli occhi di fronte all'enorme crescita degli squilibri finanziari del governo greco. Fino all'epilogo di questi mesi. Con il conto che verrà pagato dal popolo greco, preso in giro dai suoi governanti e dall'intera Europa.

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