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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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martedì 31 maggio 2011

LETTERE DAL VILLAGGIO (GLOBALE) - N.3


di Alberto Belcamino


RESISTENZA OPERAIA AI CAMBIAMENTI

Puntuale come una legge fisico-chimica,ad ogni brusca separazione dentro il ciclo economico tra mondo della produzione e mondo del consumo, annunciante il tempo di crisi, si assiste ad una spontanea reazione delle forze del lavoro al cambiamento del quadro nel quale prendono forma la nuova divisione del lavoro e anche le innovazioni tecnologiche.
L'unità produzione/consumo viene raggiunta mediante la sussunzione del lavoro vivo al denaro e al capitale.
Tale equilibrio si ottiene con la "oggettivazione" del lavoro vivo e il ripristino a pieni giri del lavoro astratto.
Quest'ultimo,come creatore di valore, diventa il termine medio tra produzione e consumo, e garantisce il superamento della crisi in virtù della riunione dei due termini. Il lavoro astratto diventa così l'evanescente mediazione tra il capitale quale oggetto (cosa) e il capitale come processo, cioè si stabilisce la connessione tra prodotto e atto del produrre (processo,appunto).
A ragione Marx scrive ,nei Grundrisse che " il Capitale riproduce lavoro astratto finchè esso produce il lavoratore come lavoratore salariato".

All'inizio del capitalismo industriale,la resistenza operaia ai cambiamenti dell'organizzazione del lavoro e alle innovazioni macchiniste si espresse nella forma del "luddismo" e, in seguito, del movimento cartista. All'affacciarsi del taylorismo e del fordismo, i lavoratori americani opposero un'eroica resistenza che sfociò nella nascita dei sindacati anarchici dell'IWW (1905).
Il Keynesianismo, a cui si ispirava il New Deal di Roosvelt,negli anni '30, si realizzò dopo la cacciata dei sindacalisti di sinistra dalla CIO (Lewis,etc) e la confluenza di quest'ultimo nel sindacato anticomunista dell'AFL.
La fine del fordismo e l'avvento della nuova configurazione flessibile del capitalismo "postmoderno" (un capitalismo che non inverte,tuttavia,la fase storica declinante iniziata con l'avvento della fase imperialistica, ma, anzi, eleva le condizioni potenziali di crisi sino al parossismo), quello del neoliberismo attuale,dovette fare i conti con la resistenza operaia, per esempio,in Italia, alla Fiat, con uno sciopero durato quasi un mese, all'inizio degli anni'80, e con quella dei minatori inglesi al tempo della Tatcher, in Gran Bretagna.
Dopo cadde il "buio a mezzogiorno" sul terreno della lotta di classe, ed è stato necessario attendere l'entrata nel XXI sec.per vedere all'opera un nuovo movimento affacciarsi, con tutti i limiti neoriformisti e anarco- insurrezionalisti, sul proscenio della lotta al neoliberismo su scala internazionale.
Mi riferisco al movimento New Global che si è esaurito, in questa prima fase, nel "nulla di fatto", rispetto alle politiche di guerre imperialistiche e alle strategie neoliberaliste multinazionali, ma che, tuttavia, costituisce un embrione di "Soviet internazionale", allorché si approfondirà lo scontro di classe su scala mondiale e con la nascita di una Nuova Internazionale Comunista.
Nella situazione di tragica immaturità del soggetto rivoluzionario della nostra epoca, gli assalti utopistici e romantico-primitivi del nuovo movimento assieme ai condizionamenti riformistici che lo esautorano di energia rivoluzionaria, hanno portato a un' apparente normalizzazione i segnali e i brontolii del vulcano sociale,realizzando (dopo Seattle e Genova) la sussunzione reale di esso sotto l'egida della finanza internazionale e del sistema del debito generalizzato.
Manca ancora l'entrata in scena, e in forza, del proletariato mondiale,quello meno privilegiato e più sfruttato nel mondo,come dell'Asia (Cina, India), o dell'America latina (Brasile), o dell'Europa dell'Est, per trasformare i piccoli ruggiti in grandi e catastrofici boati che facciano impallidire i Centri borsistici e quelli manageriali della Toyota, della Sony, dell'Industria multinazionale petrolifera, e delle centrali di pianificazione dello sfruttamento universale annidato nel management delle multinazionali più potenti e nelle istituzioni sovranazionali dell'Imperialismo attuale (FMI,Banca mondiale,WTO,OCSE,etc).
Questa assenza si nota come non mai, se prendiamo, ad esempio, un Paese come l'Italia, in cui, nel periodo 1968-73, il numero delle ore di sciopero annuo raggiunse e superò la decina di milioni di unità orarie, mantenendo la tendenza così alta, se pur scemando anno dopo anno, sino agli inizi degli anni '80.
Le fabbriche erano, allora, sotto il controllo degli organismi di lotta interni: CUB, comitati, commissioni, delegati etc... e la lotta si concentrava sul controllo delle condizioni di lavoro e intorno alla strategia economica degli investimenti aziendali.
Fino al '77, la classe operaia venne considerata una"variabile indipendente" del processo produttivo. Poi, venne la svolta, nello stesso anno, con Lama e la politica del "compromesso storico" che cominciava ad attuarsi,rivelando il sabotaggio del PCI, dei sindacati e dei lavoratori intermedi mobilitati in funzione collaborazionista con le nuove strategie aziendali di ristrutturazione produttiva e del mercato del lavoro.
I più radicali tra i riformisti, i centristi, ispirandosi al gramscismo che metteva al primo posto la conquista di posizioni di controllo nella fabbrica e nella società civile, in sostituzione di una strategia politica in vista della conquista del potere statale come legge suprema della lotta di classe, si accodarono al "Nuovo Corso" reazionario,assumendosi il ruolo di "psicopompo" del movimento operaio fino agli inferi. Furono le carenze soggettive- sovrastrutturali a portare la classe dei lavoratori verso le paludi della disfatta e dello sfacelo, non certo le qualità sociali del movimento operaio.
Ancora una volta, a dispetto delle concezioni univocamente deterministiche, le condizioni soggettive della lotta, quelle basate, per intenderci, sull'essere possibile, ebbero ragione su quelle basate sull' "essere
necessario".
Ed è qui che, ancora oggi, risiede il "vulnus" del movimento: nel ritardo spaventoso di una guida e di quadri militanti sul campo capaci di mettere in pratica un programma d'azione, e di lanciare parole d'ordine tattiche mutevoli e adeguate alle fasi concrete, nel corso di sviluppo della lotta tra capitale e lavoro.

Dalla prossima lettera, passeremo a svilupare gli aspetti più specifici delle modificazioni oggettive e sovrastrutturali sopravvenute nel seno della forza lavoro mondiale dentro la nuova configurazione capitalistica.

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