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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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martedì 31 maggio 2011

LETTERE DAL VILLAGGIO (GLOBALE) - N.2




di Alberto Belcamino

IL LIBERO MERCATO DEL LAVORO

Procediamo l'inchiesta che,per ora, si limita ad individuare i caratteri generali della forza lavoro nel contesto neoliberistico del mercato e dei suoi nuovi modi di funzionamento in fabbrica e nella società. Uno di questi è certamente la "libera circolazione delle merci" e, fra queste, la più preziosa per il Capitale: la merce forza lavoro.

All'inizio della rivoluzione industriale, il compito supremo da adempiere, in un ambiente gravato da vincoli di ogni genere che alzavano ostacoli e barriere a iosa, era la libera circolazione delle merci e delle persone, non solo tra Paesi, ma all'interno di ciascuno di essi dove imperavano usi e leggi di tipo feudale, mentre era assente il mercato nazionale.
Da qui la spinta ad abbattere le odiose istituzioni e gli ordini medievali, a cui contribuì in modo definitivo, ancor più della rivoluzione presbiteriana inglese,quella francese che sancì il trionfo, in Europa, del capitalismo nazionale.
"Il capitalismo si è sempre sviluppato nel contesto di una nazione, con uno Stato attivo e complice".
Le nazioni si erano anche costituite in Stati indipendenti sotto i regimi feudali, almeno nei principali stati europei (al principio del XIX sec. mancavano all'appello Italia e Germania), ma ciò che mancava in quelli già formatisi in regime feudalistico era il contenuto,cioè il mercato nazionale dentro cui avrebbero dovuto riversarsi le relazioni di scambio capaci di realizzare il valore( e il plusvalore) delle merci che i progressi nella divisione, tecnica e sociale, del lavoro e il conseguente macchinismo industriale avevano fatto crescere irresistibilmente fino ad esasperare i vecchi equilibri tra produzione e consumo.
Dentro queste formazioni di mercati nazionali, attraverso la libera circolazione di merci e persone, s'inserisce il movimento per la creazione dell'esercito industriale di riserva, una delle due leve necessarie per l'accumulazione capitalistica.
La seconda, com'è noto, è rappresentata dal rivoluzionamento costante delle tecniche di produzione e delle invenzioni. Il pensiero scientifico e quello tecnico sono stati sussunti sotto il Capitale mediante la loro "internalizzazione" divenendo ormai una parte necessaria del sistema capitalistico.
Le modificazioni costanti della forza lavoro in regime capitalistico sono il risultato:

a) dell'estensione dei mercati,in quanto sviluppo di aree avanzate rispetto a quelle arretrate ( il capitalismo in declino della nostra Era non si sviluppa più complessivamente, come nel corso del XIX sec., ma solo a livello di certe regioni avanzate della Terra), e
b) del costante sviluppo dei mezzi di produzione, umani e non umani.

Questi due aspetti rappresentano, rispettivamente, l'esterno (il processo di circolazione) e l'interno (il processo di produzione) delle leggi di funzionamento del sistema capitalistico.
"Le crisi",scriveva Marx, " sono la condizione di quest'ultimo,ossia dello sviluppo capitalistico". Il senso comune invece crede "che la crisi suoni la campana a morto del capitalismo".
Nel mondo senza frontiere di oggi, o come si dice "globalizzato", la circolazione della forza lavoro avviene senza tregua,seguendo come un cane fedele gli spostamenti dei capitali industriali diretti investiti nei cinque continenti, seppure tra contraddizioni protezionistiche legate al ciclo del capitale.
Questo movimento, che era già "in nuce", agli esordi del capitalismo industriale che si applicava nella formazione del mercato nazionale, si replica oggi su scala internazionale. E tutto questo può avvenire grazie al fatto che il liberalismo economico costituisce la dottrina fondamentale del capitalismo, in quanto ne interpreta appieno l'essenza, l'intima natura.
Se avessimo tempo, basterebbe descrivere il volume e le direzioni di tali trasferimenti di forza-lavoro nel mondo e che si muove principalmente dai paesi poveri verso quelli più ricchi, vicini o lontani che siano, tanto per offrire una formalizzazione matematica di quanto andiamo testè affermando.
Sul piano delle condizioni soggettive, tutto questo comporta, però, una rinascita del socialnazionalismo (connesso alla fase imperialistica), o del razzismo, all'interno della classe operaia indigena, che mira ad escludere i lavoratori stranieri dalla solidarietà internazionale tra lavoratori dipendenti e sfruttati, creando una divisione maggiore tra operai che traggono vantaggi dall'imperialismo dei loro padroni mediante le imprese che investono all'estero, e gli operai senza privilegi, più emarginati e senza diritti, in gran parte annidati nelle file della manodopera straniera, sfruttata in patria o fuori, non importa.
L'imperialismo multinazionale odierno utilizza tutte queste forme di oppressione di razza, religione, socialsciovinista, per dominare la forza lavoro e costringerla ad "oggettivarsi" nel capitale.
Queste divisioni e debolezze del corpo proletario, a causa dei pregiudizi che l'assediano, sono inevitabili nel corso di spostamenti e rimescolamenti di masse lavoratrici diverse, provenienti da altri luoghi ed
aventi altre usanze. Ne consegue, in mancanza di un'educazione costante allo spirito rivoluzionario, una minore resistenza ai cambiamenti e una generale fiacchezza nella lotta di classe assieme a un affievolirsi del sentimento di solidarietà internazionale tra lavoratori multinazionali e multietnici.
Tutto questo era già insito nel principio del libero mercato, in quanto categoria generalizzante del neoliberalismo economico odierno.

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