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venerdì 6 maggio 2011

BERLINGUER: COMPROMESSO STORICO ED EUROCOMUNISMO




di Livio Maitan

Per gentile concessione della MASSARI Editore pubblichiamo questa interessante analisi della figura di Enrico Berlinguer scritta dal dirigente trotskista Livio Maitan. Questo testo è tratto dal suo libro "Al termine di una lunga marcia -dal Pci al Pds".


Enrico Berlinguer aderisce al partito nel 1944, in una Sardegna allora isolata dal continente. Quindi, non solo non ha accumulato, per ragioni di età, l'esperienza dei militanti degli anni '20 e '30, ma neppure partecipa alla resistenza. Assume rapidamente incarichi di direzione, per cooptazione, e compie la sua esperienza già inserito ai livelli più alti dell'apparato (1). Saranno le esigenze e i meccanismi dell'apparato e del suo gruppo dirigente a determinare le tappe della sua ascesa (e di qualche temporanea battuta d'arresto). La stessa designazione a segretario non sarà dovuta a un riconoscimento di qualità superiori a quelle di altri membri della direzione e ancora meno a una maggiore popolarità nelle fila del partito e tra le masse. In realtà, sulla sua persona si realizzerà un accordo tra “correnti” o sensibilità diverse, presenti negli anni '60 e al momento della sua elezione, nessuna delle quali avrebbe accettato una scelta che sembrasse determinare un'opzione più chiaramente definita.
Se si considera che Togliatti aveva assunto nella topografia del partito, un ruolo di centro, in questo senso Berlinguer ha voluto essere ed è stato il suo continuatore. Ma è diventato segretario in un periodo in cui il partito aveva ormai concezioni e orientamenti e una collocazione internazionale ben diversi non solo da quelli dell'immediato dopoguerra, ma anche da quelli della fine degli anni '50. Più in particolare, Berlinguer, che era stato staliniano, quando tutti gli altri lo erano, ma non si era formato nella fase di maggiore auge dello stalinismo e aveva matrici culturali diverse da quelli dei suoi predecessori, era maggiormente in grado di accompagnare, stimolare e accentuare progressivamente l'evoluzione ulteriore del partito verso la rottura completa del cordone ombelicale con l'Urss e il tradizionale “movimento comunista” e la sua trasformazione in partito neoriformista.
L'opera di Berlinguer nei dodici anni trascorsi alla testa del Pci sarà ricordata sopratutto per l'adozione della strategia del compromesso storico e, complementarmente, per il progetto eurocomunista.
Come è noto la strategia del compromesso storico è stata formulata in un saggio comparsa su Rinascita subito dopo il colpo si Stato militare in Cile. Lo scopo che ci si prefiggeva non era solo di tenere conto di una drammatica esperienza nell'elaborazione di una prospettiva di governo per la sinistra, ma anche, contemporaneamente, di indicare uno sbocco alla situazione di ormai cronica instabilità dei governi di centro-sinistra e alla crisi sociale e politica ancora aperta nel 1968.
Berlinguer continua a richiamarsi, nelle linee generali, all'impostazione togliattiana di graduali trasformazioni riformistiche (da Togliatti mutua la stessa formula “compromesso storico”). L'idea di “democrazia progressiva” è sostituita dall'idea di “risanamento e rinnovamento democratico” dell'intera società e dello Stato, unica modi di “creare fin d'ora le condizioni per costruire una società e uno stato socialista”.
In realtà, dato e non concesso che fosse strettamente pertinente un paragone tra un paese, nonostante tutto, sottosviluppato e neocoloniale come il Cile, e un paese capitalistico industrializzato -e imperialistico- come l'Italia, l'esperienza cilena avrebbe dovuto permettere di capire, più di prima, quali siamo i termini dell'alternativa qualora si intraprenda un progetto di graduali trasformazioni riformistiche, verso il socialismo.
Delle due l'una: o il progetto resta sostanzialmente sulla carta, non si registrano che mutamenti parziali, marginali, che comunque non rimettono in discussione i rapporti economici e sociali fondamentali, e in questo caso si evita lo scontro diretto tra le classi antagonistiche per la semplice ragione che il regime esistente non si sente minacciato; o si cominciano ad attuare effettive riforme di struttura, in un contesto di crescente mobilitazione della classe operaia e di altri strati popolari, e allora, prima o poi, lo scontro risulta inevitabile.
Proprio questo è accaduto in Cile e l'esito è stato quello che sappiamo, perchè alla prova di forza le classi dominanti e i loro apparati sono giunti preparati, mentre Allende, socialisti, comunisti, organizzazioni sindacali, movimenti contadini ecc. non lo erano affatto e non avevano preso, se non tardivamente e in misura irrisoria, le misure di autodifesa necessarie.
Berlinguer elude semplicemente questa problematica e centra il suo discorso sulle alleanze e sul blocco politico-sociale, necessario, a suo avviso, per realizzare il progetto enunciato. Non basta, spiega, puntare elettoralmente su una maggioranza del 51%, su un blocco delle forze di sinistra, ma bisogna perseguire

una collaborazione e intesa di forze popolari di ispirazione socialista e comunista con le forze popolari di ispirazione cattolica, oltre che con formazioni di altro orientamento democratico”.

Più in concreto, è la stessa Dc che dovrebbe essere parte in causa di questa operazione. Anticipando le obiezioni, Berlinguer respinge ogni definizione della Dc come “categoria astorica, quasi metafisica” - e sin qui non fa che sfondare, dal punto di vista del metodo, porte aperte. Aggiunge, però, che la Dc subisce, in realtà, un condizionamento duplice: da una parte quella di “gruppi dominanti della borghesia” e, dall'altra, quello di “altri ceti”; e il secondo condizionamento potrebbe, in prospettiva, prevalere. Dunque, la concezione gradualistica è ormai applicata anche alla definizione della Democrazia cristiana!
Che questa ipotesi avesse ben poco fondamento lo avevano già dimostrato trent'anni di storia italiana: la Dc era stata lo strumento politico fondamentale della borghesia e aveva svolto la funzione di assicurare, tramite la sua ideologia composita e flessibile, l'egemonia della borghesia stessa su vasti strati della società. Che tale ruolo sia mutato nel ventennio successivo, è arduo sostenerlo; casomai, è divenuta ancor più conservatrice e meno democratica. Il compromesso storico si basava, quindi su un presupposto inconsistente. Lo stesso Berlinguer doveva riconoscere nove anni più tardi di essersi sbagliato puntando sull'ipotesi che

la Dc potesse davvero rinnovarsi e modificarsi, cambiare metodi e politica”. (2)

Saremmo ingiusti verso Berlinguer se non accennassimo allo sforzo che ha compiuto al XIV Congresso (1975) per definire meglio la sua strategia inserendola più organicamente in un quadro storico-teorico. In quell'occasione, accennava una nuova variante della “democrazia progressiva” (o della “trasformazione democratica e socialista”, secondo la formula del Congresso del '56): “una seconda tappa della rivoluzione democratica e antifascista” (la prima essendo stata interrotta nel 1947), il cui sbocco finale avrebbe dovuto portare “ad uscire fuori dalla logica dei meccanismi del sistema capitalistico”.
Per avallare tale impostazione, si lanciava in un excursus storico che vale la pena di richiamare, nonostante la lunghezza della citazione, non fosse che perchè si tratta di una delle poche volte in cui Berlinguer non sente il bisogno di suffragare le sue affermazioni con riferimenti a elaborazioni passate del partito e di Togliatti in particolare:

Se si guarda alla storia del nostro paese, troviamo che le forze progressive rivoluzionarie che hanno avuto, a seconda dei periodi, natura di classe e orientamenti ideali diversi, sono riuscite a fare avanzare il corso reale deglia avvenimenti solo quando hanno saputo tenere conto di due fattori: quelli internazionale e quello interno; e quando, con iniziativa rinnovratice e stimolatrice, accompagnata da un vigile senso realistico, esse hanno saputo trascinare verso obiettivi di mutamento positivo dell'assetto sociale e politico altre forze non rivoluzionarie, ma anch'esse in qualche misura interessate o sensibili a obiettivi di progresso generale della nazione italiana: Ma troviamo nella storia italiana anche il contrario e cioè momenti in cui le forze rivoluzionarie e progressiste non hanno saputo esercitare questa loro funzione stimolatrice e rinnovatrice...
Questa è la lezione di strategia di oltre mezzo secolo di storia nazionale. Questa lezione è che le forze rivoluzionarie cambiano davvero il corso degli avvenimenti quando – evitando gli errori opposti, ma che le rendono egualmente subalterne, del codismo e del settarismo estremista e radicaleggiante -esse sanno stare nel filo della corrente che avanza e sanno associare alla loro lotta le forze più varie. Ogni avanzata, ogni reale progresso sociale, politico e ideale è stato sempre il frutto di un'alleanza di forze dicerse non omogenee, ma eterogenee sia materialemte che idealmente. Ma questa non è solo l'enunciazione di una strategia unicamente politica è unicamente nostra. E' per noi, e pensiamo debba divenire per tutti, una visione generale dei modi secondo cui può svilupparsi la società italiana, possono svilupparsi i rapporti politici, quelli tra le singole persone e quindi la stessa vita morale. Uno dei caratteri del marxismo italiano è sempre questo”.

L'interpretazione del Risorgimento come un processo storico contraddistinto da compromessi non è di per sé una novità e Berlinguer avrebbe potuto tranquillamente richiamarsi a Gramsci. Ma quella che in passato era stata una interpretazione degli avvenimenti, diventa una indicazione di strategia politica, quasi una concezione del mondo. Su questo terreno viene individuata la specificità più profonda della “via italiana al socialismo”!
C'è bisogno di ricordare che la lettura del Risorgimento come compromesso, in Gramsci e, mutatis mutandis in studiosi come Salvemini o Dorso, non era disgiunta dalla denuncia del prezzo pagato per tale compromesso? Le stesse Tesi di Lione erano ritornate esplicitamente sulla portata conservatrice e sulle conseguenze negative del compromesso risorgimentale.
Berlinguer sembra dimenticare tutto questo e all'astrazione determinata preferisce l'astrazione metastorica. In altri termini, i vecchi mali dell'Italia – tutte le “arretratezze” e tutte le “distorsioni”, tutte le “strozzature” nello sviluppo della rivoluzione democratica – potrebbero essere superati con una nuova prassi di “compromesso”, mentre proprio nei compromessi storici precedenti dovrebbe esserne individuata la radice!
E' nel momento della sua maggiore influenza, sopratutto a livello elettorale, alla metà degli anni '70, che il Pci partecipava con un ruolo di primo piano all'elaborazione del progetto eurocomunista. Era un tentativo, con ambizioni di sistematizzazione teorica e strategica, di affrontare i problemi che la dinamica del Mercato comune poneva al movimento operaio; di dare una risposta agli interrogativi posti dalla crisi dello stalinismo e dei “paesi socialisti”; di ridefinire un'identità dei partiti comunisti di fronte alle socialdemocrazie; di accrescere il peso di quelli che erano i grandi partiti comunisti del mondo capitalista con una prospettiva di azione comune. Di raro progetto tanto ambizioso si è concluso così rapidamente e con un così clamoroso fallimento.
Vi hanno contribuito gli insuccessi del Pcf e le sue marce indietro sullo stesso terreno su cui l'accordo era stato raggiunto, il rapido declino e la crisi lacerante del Pce, oltre che l'indebolimento delle posizioni dello stesso Pci già a partire dal '79.
Tutti questi avvenimenti non potevano non intaccare la credibilità e la forza di attrazione di un polo eurocomunista, distinto da quello dei partiti socialedemocratici. Ma, al di là, di queste vicende, l'eurocomunismo andava in crisi e spariva dalla scena per le contraddizioni che lo avevano segnato sin dall'inizio.
In primo luogo, l'autonomia nei confronti dell'Urss e la critica alla sua direzione potevano offrire vantaggi tattici congiunturali, ma provocavano inevitabilmente una diluizione di identita. Parallelamente, l'abbandono del modello “storico” di socialismo permetteva di non continuare a condividere pesanti responsabilità, ma comportava un appannamento di prospettiva strategica in quanto veniva meno il riferimento a una esperienza storica concreta e, in cambio, non si andava al di là di ipotesi generiche, che nella misura in cui si precisavano, erano sempre più simili a quelle tradizionali della socialdemocrazia.
L'inserimento sempre più profondo nelle istituzioni e nei meccanismi della società esistente aumentava l'influenza in vari campi e consentiva di pesare di più nel gioco politico “normale”, ma impediva di apparire come una vera alternativa, in particolare agli occhi degli strati più colpiti dall'onda lunga di ristagno.
D'altra parte, il tentativo di fare emergere un'alternativa a livello europeo era ostacolato sin dall'inizio dal fatto che gli stessi partiti eurocomunisti tendevano a differenziarsi su questioni non secondarie – come l'atteggiamento verso la Nato, l'allargamento del Mercato comune e la politica nei confronti dei socialisti- in rapporto, in ultima analisi, alle loro esigenze “nazionali” e alle differenziazioni esistenti negli stessi gruppi dirigenti borghesi dei loro rispettivi paesi.
Infine, l'eurocomunismo non poteva evitare un'altra fondamentale contraddizione: nella misura in cui una strategia riformista in un contesto dato poteva disporre di margini di concretizzazione ed era accettabile da parte di larghi settori di massa, i partiti socialdemocratici apparivano necessariamente come strumenti più credibili, sia per le loro tradizioni, sia per il loro più sistematico inserimento nelle istituzioni democratico-borghesi. E' quanto avveniva in Portogallo, Spagna, Francia e nella stessa Grecia. In Italia, il divario dei rapporti di forza a partire dalla fine degli anni '40 ha costituito un serio elemento di freno, ma neppure questo ha potuto alla lunga scongiurare l'ormai prolungato declino del Pci. (3)

Due altri apporti di Berlinguer all'evoluzione ideologica e politica del suo partito continuano a essere messi in risalto: l'affermazione del “valore universale della democrazia” e “l'idea-forza dell'austerità”.
Per quanto riguarda la concezione della democrazia, da adepti impenitenti del materialismo storico contestiamo il concetto stesso di “valore universale”. La democrazia è una categoria storica che non può essere correttamente definita facendo astrazione dai suoi concreti contenuti, dal contesto socio-economico in cui si realizza: altrimenti, si usa un concetto metastorico, assolutamente astratto, in ultima analisi di ben scarso valore operativo. Comunque sia, non si tratta affatto di un operato originale di Berlinguer o di altri dirigenti o teorici del Pci, che su questo terreno, -dovrebbe essere arcinoto- sono stati preceduti sia da teorici liberaldemocratici, sia, per attenersi al movimento operaio, dalla socialdemocrazia da circa un secolo a questa parte.
Quanto all'austerità, alla lettura delle definizioni più pubblicizzate -per esempio, quella del discorso di Berlinguer all'Eliseo o quella delle tesi del XV Congresso- c'è da chiedersi se non si tratti di un abuso concettuale o terminologico. Quella che si ipotizza è una trasformazione radicale delle scelte economiche, della gerarchia dei consumi, dei modi di vita e delle aspirazioni culturali, tutte cose che con l'austerità comunamente intesa hanno ben poco a che vedere e che, nel contesto e nella prospettiva politica in cui venivano enunciate, non potevano che apparire illusiorie, un musica di un futuro indefenito. (4)
Formulazioni che si riducevano a ideologia misteficatoria, dato che il Pci appoggiava in quel periodo governi cosidetti di unità nazionale, che dall'austerità davano una interpretazione molto più prosaica (5), invitando i lavoratori a stringere la cintola!
A varie riprese, specie negli ultimi anni della sua vita, Berlinguer ha sottolineato con accenni volutamente drammatici i pericoli che incombono sulla società umana e, parafrasando Marx, ha prospettato l'eventualità che, in assenza di trasformazioni rivoluzionarie,

si vada incontro alla rovina delle classi sociali in lotta(6) .

Sono preoccupazioni angosciose, che condividiamo. Ma le soluzioni prospettate sono senza comune misura con i problemi sollevati. Non dimentichiamo che proprio durante la segreteria di Berlinguer il Pci ha accettato quel Patto atlantico, contro la cui stipulazione aveva condotto una delle sue più dure lotte: non potrà certo essere quella la via -per riprendere una sua espressione- di

superare progressivamente la logica dell'imperialismo e del capitalismo”.

E' vero che Berlinguer ha avanzato la prospettiva di “un governo mondiale” -e questa sarebbe, secondo i suoi sostenitori, un'altra delle sue idee più valide e originali. Senonché, prospettare un governo mondiale senza legare questa ipotesi a un progetto di trasformazione rivoluzionaria radicale, a un rovesciamento del sistema esistente, è una pura e semplice utopia. Né le cose vanno meglio quando, per essere più concreti, si presenta l'Onu -dominata dalle grandi potenze e scudo dei loro interessi- come una prima approssimazione dell'auspicato governo mondiale.
Quanto poi all'originalità, commentatori di buone letture hanno ricordato che il governo mondiale era stato prospettato niente meno che da Immanuel Kant, non più nostro contemporaneo di Karl Marx o di Rosa Luxemburg, per non parlare, si parva licet componere magnis, dei dirigenti della socialdemocrazia, che hanno inserito da tempo la formula suaccennata in loro testi ufficiali. (7)
Anche su questo piano le contraddizioni del berlinguerismo appaiono in piena luce.


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NOTE


(1) E' nota la battuta di Pajetta secondo cui Berlinguer avrebbe aderito da giovane alla direzione del partito.

(2) Intervista a La Repubblica, 28 luglio 1981. Va aggiunto, però che la portata dell'autocritica è limitata, da un lato, dalla precisazione: “o meglio i mezzi usati non conseguivano lo scopo”, dall'altro, dall'affermazione: “L'alternativa democratica è per noi uno strumento che può servire anche a rinnovare i partiti, compresa la Dc”. Dunque, la prospettiva -illusoria- di “rinnovare la Dc” non era neppure allora abbandonata.

(3) Per un'analisi più ampia dell'eurocomunismo e delle sue varianti (in particolare, quella ingraiana) si veda il nostro Destino di Trockij, cit. e sopratutto il capitolo “Teorizzazioni e mistificazioni dell'eurocomunismo”. Si veda anche un nostro articolo comparso sulla rivista canadese Critiques socialistes, autunno 1986.

(4) Cfr., tra l'altro, a questo proposito, la scelta di scritti di Berlinguer in Rinascita n.25 (22 giugno 1984). Significativa la seguente citazione: “ Lungi dall'essere una concessione ai gruppi dominanti o alle esigenze del capitalismo, l'austerità può diventare una scelta consapevole contro di essi, e perciò con un alto e avanzato contenuto di classe; può e deve essere uno dei modi attraverso cui il movimento operaio si fa portatore di un modo diverso del vivere sociale, conduce la lotta (nelle condizioni di oggi) per i suoi antichi e sempre validi ideali. Nelle condizioni odierne, infatti, è impensabile impostare una lotta reale ed efficace per una società superiore senza muovere dalla prima imprescindibile necessità dell'austerità.

(5) Nelle tesi congressuali già citate si parla della necessità di frenare i salari.

(6) Per esempio, nel discorso dell'Eliseo già richiamato.

(7) Per esempio, in occasione del Consiglio generale di Oslo del 1962.

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