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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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sabato 7 maggio 2011

La storia di casa Savoia di Karl Marx

Articolo per il New York Daily Tribune, 31 maggio 1856


La storia di casa Savoia si può dividere in tre epoche: la prima in cui essa sorge e s'ingrandisce, assumendo una posizione equivoca tra Guelfi e Ghibellini, tra le repubbliche italiane e l'impero tedesco: la seconda in cui prospera passando dall'una all'altra parte nelle guerre tra Francia e Austria; e la recente in cui tenta di volgere a proprio vantaggio la lotta mondiale tra la rivoluzione e la controrivoluzione. Nelle tre epoche, l'equivoco è l'asse costante attorno al quale evolve la sua politica, e come frutti immediati di questa politica appaiono risultati di proporzioni minime e di carattere ambiguo. Alla fine della prima epoca, simultaneamente con la formazione delle grandi monarchie europee, vediamo che casa Savoia costituisce una piccola monarchia. Alla fine della seconda epoca il Congresso di Vienna concede che le venga ceduta la Repubblica di Genova, mentre l'Austria inghiotte Venezia e la Lombardia, e la Santa Alleanza fa calcare la sua cappa di piombo su tutte le potenze secondarie, di qualunque specie esse fossero. Durante la terza epoca, finalmente il Piemonte ottiene il permesso di comparire alla Conferenza di Parigi, dove presenta un memorandum contro l'Austria e Napoli, dà saggi consigli al papa, riceve un amichevole colpetto sulle spalle da Orlov; dove le sue aspirazioni costituzionali sono incoraggiate dal coup d'état e i suoi sogni di supremazia italiana sono stimolati da quello stesso Palmerston che l'ha così felicemente tradita nel 1848 e nel 1849. è un'idea piuttosto assurda quella dei portavoce sardi che il costituzionalismo - della cui bancarotta le rivoluzioni del 1848-49 fecero risonare il continente europeo, dimostrandosi egualmente impotente contro le baionette delle corone e le barricate del popolo - questo stesso costituzionalismo stia non soltanto per celebrare la sua restitutio in integrum sulla scena piemontese, ma stia persino diventando un potere conquistatore. Questa idea può nascere soltanto nella testa dei grandi uomini di un piccolo Stato. Per ogni osservatore imparziale è un fatto indiscutibile che, con una grande monarchia in Francia, il Piemonte deve restare una piccola monarchia; che, con il dispotismo imperiale in Francia, il Piemonte è tutt'al più tollerato, e che, con una vera repubblica in Francia, la monarchia piemontese scomparirà e si dissolverà in una repubblica italiana. Sono invero le condizioni dalle quali dipende la sua esistenza che impediscono alla monarchia sarda di raggiungere i suoi fini ambiziosi. Essa può sostenere la parte di liberatrice dell'Italia soltanto in un'epoca in cui la rivoluzione ristagna in Europa, mentre la controrivoluzione domina suprema in Francia. In queste condizioni essa può pensare di prendere nelle sue mani le redini dell'Italia, in quanto è l'unico Stato italiano di tendenze progressive, con sovrani locali e con un esercito nazionale. Ma queste stesse condizioni la pongono tra la pressione della Francia imperiale da un lato e quella dell'Austria imperiale dall'altro. Nel caso di una seria tensione tra questi imperi vicini, la monarchia sarda deve diventare il satellite di uno di essi e il campo di battaglia di entrambi. Nel caso di una entente cordiale tra di essi, deve accontentarsi di una esistenza asmatica, di una mera tregua. Buttarsi sul partito rivoluzionario in Italia sarebbe un suicidio puro e semplice perché gli avvenimenti del 1848-49 hanno fugato le ultime illusioni circa la sua missione rivoluzionaria. Le speranze della casa Savoia sono così legate con lo status quo in Europa, e lo status quo in Europa le preclude ogni possibilità di estendersi nella penisola appenninica, assegnandole la modesta parte di un Belgio italiano. Nel loro tentativo di riprendere al Congresso di Parigi il giuoco del 1847, i plenipotenziari piemontesi potevano perciò offrire soltanto uno spettacolo assai pietoso. Ogni loro mossa sulla scacchiera diplomatica era uno scacco per loro stessi. Mentre protestavano violentemente contro l'occupazione austriaca dell'Italia centrale, dovevano limitarsi a blandi accenni sull'occupazione di Roma da parte della Francia; e mentre mormoravano contro la teocrazia del pontefice, dovevano prostrarsi davanti alle smorfie ipocrite del figlio primogenito della Chiesa. Dovevano rivolgersi a Clarendon, che aveva dato prova di una così tenera sollecitudine per l'Irlanda nel 1848, per dare lezioni d'umanità al re di Napoli; dovevano rivolgersi al carceriere di Caienna, Lambessa e Belleisle per aprire le prigioni di Milano, Napoli e Roma. Mentre si erigevano a campioni di libertà in Italia, si inchinavano servilmente davanti all'attentato contro la libertà di stampa perpetrato da Walewski in Belgio, e dichiaravano apertamente che "è difficile che possano sussistere buoni rapporti tra due nazioni, quando in una di esse esistono giornali che esprimono dottrine esagerate e conducono la guerra contro i governi vicini''. Avendo così motivato la loro stupida adesione alle dottrine bonapartiste, l'Austria immediatamente si volse contro di loro con l'imperiosa richiesta di far cessare e di reprimere la guerra condotta contro di lei dalla stampa piemontese. Nel momento in cui fingono di contrapporre la politica internazionale dei popoli alla politica internazionale dei paesi, i diplomatici piemontesi plaudono a un trattato che riallaccia quei vincoli di amicizia che esistono da secoli tra la casa Savoia e la famiglia Romanov. Mentre sono incoraggiati a dar corso alla loro libera eloquenza davanti ai plenipotenziari della vecchia Europa, essi debbono tollerare di essere sdegnosamente trattati dall'Austria come una potenza di second'ordine, non autorizzata a discutere le questioni di primo piano. Mentre essi gustano l'immensa soddisfazione di stendere un memorandum, l'Austria può, senza che nessuno vi si opponga, stendere un esercito lungo tutta la linea di frontiera sarda, dal Po alla sommità degli Appennini, occupare Parma, fortificare Piacenza, nonostante il trattato di Vienna, e spiegare le sue forze sulla costa adriatica da Ferrara e Bologna fino ad Ancona. Sette giorni dopo che queste lamentele erano state esposte davanti al Congresso, il 15 aprile, veniva firmato un trattato speciale, tra la Francia e l'Inghilterra da una parte e l'Austria dall'altra, comprovante fino all'evidenza il danno che il memorandum aveva inflitto all'Austria. Tale era, al Congresso di Parigi, la posizione dei degni rappresentanti di quel Vittorio Emanuele che, dopo l'abdicazione del padre e la perdita della battaglia di Novara, andò sotto gli occhi del suo esercito esasperato, ad abbracciare Radetzky, il vendicativo nemico di Carlo Alberto. Il Piemonte, se non è cieco di proposito, deve essersi ormai accorto di essere stato gabbato dalla pace, come è stato gabbato dalla guerra. Bonaparte può servirsene per intorbidare le acque in Italia con lo scopo di pescare corone nel fango. La Russia può dare un colpetto sulle spalle della piccola Sardegna, con l'intenzione di allarmare l'Austria nel sud per indebolirla nel nord. Palmerston può, per scopi noti a lui solo, ripetere la commedia del 1847, senza neanche darsi la pena di intonare la vecchia canzone su un motivo nuovo. Alle potenze estere il Piemonte serve soltanto per cavar le castagne dal fuoco. In quanto ai discorsi del Parlamento britannico, il signor Brofferio ha detto alla Camera sarda dei deputati, di cui è membro, "che essi non sono mai stati oracoli delfici, ma sempre trofoniani''. Egli commette il solo errore di scambiare gli echi per oracoli. L'intermezzo piemontese considerato in sé presenta un solo interesse, quello di vedere ancora una volta frustrata la politica voltafaccia tradizionale di casa Savoia e frustrati i suoi rinnovati tentativi di fare della questione italiana il puntello dei suoi intrighi dinastici. Esiste però un altro e più importante punto di vista, trascurato di proposito dalla stampa inglese e francese, ma sottolineato con particolare cura dai plenipotenziari sardi nel loro famoso memorandum che abbiamo copiato ieri l'altro. L'atteggiamento ostile dell'Austria, giustificato dalla posizione presa a Parigi dai plenipotenziari sardi, "obbliga la Sardegna a rimanere armata e adottare misure difensive estremamente onerose per le sue finanze, già gravate in conseguenza degli eventi del 1848 e 1849 e della guerra a cui essa ha preso parte''. Ma questo non è tutto. "L'agitazione popolare, dice il memorandum sardo, sembra essersi acquetata negli ultimi tempi. Gli italiani, vedendo uno dei loro principi nazionali alleato con le grandi potenze occidentali... hanno concepito la speranza che la pace non sarà fatta prima che un certo sollievo non sia stato apportato ai loro mali. Questa speranza li ha resi calmi e rassegnati, ma quando conosceranno i risultati negativi del Congresso di Parigi, quando sapranno che l'Austria, nonostante i buoni uffici e l'intervento benevolo della Francia e dell'Inghilterra, si è opposta ad ogni discussione... non c'è dubbio che l'irritazione che è stata sopita per il momento, si ridesterà più veemente che mai. Convinti di non aver più nulla a sperare dalla diplomazia, essi si rigetteranno con l'ardore meridionale nei ranghi del partito rivoluzionario e sovversivo, e l'Italia ritornerà un focolare ardente di cospirazioni e di disordini che si comprimeranno forse con un raddoppiamento di rigore, ma che la minima commozione europea farà scoppiare nel modo più violento. Il risveglio delle passioni rivoluzionarie in tutte le contrade vicine al Piemonte, per effetto di cause di natura tale da eccitare le più vive simpatie popolari, espone il governo saldo a pericoli di una eccessiva gravità''. Questo è il nocciolo della questione. Durante la guerra, la ricca borghesia lombarda si era, per così dire, spolmonata nella vana speranza di conquistarsi, a guerra conclusa, e grazie all'azione diplomatica e sotto gli auspici della casa Savoia, l'emancipazione nazionale o le libertà civili senza la necessità di dover passare a guado il Mar Rosso della rivoluzione, e senza dover fare ai contadini e ai proletari quelle concessioni che dopo l'esperienza del 1848-49, com'essa ben sapeva, erano divenute inseparabili da ogni movimento popolare. Tuttavia le sue epicuree speranze si sono dileguate. Gli unici risultati tangibili della guerra, almeno gli unici che un occhio italiano possa cogliere, sono i vantaggi materiali e politici posseduti dall'Austria: un nuovo consolidamento di quell'odiata potenza assicurato dalla collaborazione di un cosiddetto indipendente Stato italiano. I costituzionalisti del Piemonte avevano nuovamente il gioco nelle loro mani: l'hanno perduto di nuovo e di nuovo sono accusati di venir meno alla loro missione, così chiassosamente proclamata, di guidare l'Italia. Essi saranno chiamati a rendere conto con il loro stesso esercito. Di nuovo la borghesia è obbligata a gettarsi sulle aspirazioni del popolo e a identificare l'emancipazione nazionale con il rinnovamento sociale. L'incubo piemontese è dissipato, l'incanto diplomatico è rotto e il cuore vulcanico dell'Italia rivoluzionaria ha ripreso a battere.


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