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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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domenica 8 maggio 2011

Del Grande Metodo di Bertolt Brecht

Del Grande Metodo

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Bertolt Brecht





Il Me-ti - Libro delle svolte è stato composto da Bertolt Brecht prevalentemente tra il 1934 e il 1937 (con qualche correzione successiva), in stile “cinese”, come “libretto di regole di comportamento”. Esso è stato pubblicato per la prima volta da Suhrkamp, a Francoforte nel 1965, ed è stato tradotto in italiano da Cesare Cases per Einaudi, Torino 1979. Il volume è ancora incluso nel catalogo italiano di Einaudi, anche se non di immediato reperimento; comunque, su ordinazione, è possibile ottenerlo, e – per la grande importanza dell’o­pera – si invitano caldamente i lettori dei seguenti stralci a procurarsene una copia cartacea integrale, finché essa risulti disponibile

Il Libro delle svolte è stato tradotto in tedesco utiliz­zando la traduzione dal cinese in inglese di Charles Ste­phen. Esso non rientra nei libri classici dell’antichità cine­se, anche se il suo nucleo essenziale risale a Mo Di. La dot­trina di Mo Di, dopo essere stata quasi completamente messa in ombra dai confuciani, è riemersa in primo piano nel secolo scorso, poiché alcuni suoi elementi ricordavano certe correnti filosofiche occidentali e sembrano quasi mo­derni. I capitoli Della musica e Del comportamento sono scritti autentici di Mo Di. Altri capitoli non sono di Mo Di, ma sono anch’essi antichi. Altri ancora sono di data più recente, tuttavia anche nella re­dazione originale sono scritti nello stile degli antichi. Da un punto di vista rigo­rosamente scientifico opere come il Libro delle svol­te so­no piuttosto sospette. Ma il lettore che si attenga più al contenuto che al suggello dell’autenticità leggerà il libro con profitto ad onta dei suoi aspetti eclettici. Proprio l’in­serimento di ragionamenti moderni e la scelta, in parte davvero divertente, di confronti tratti dalla storia moder­na per esemplificare le idee fondamentali di un antico fi­losofo cinese, rallegrerà più di un lettore.


Elenco dei nomi più importanti [L’elenco compilato da Brecht è stato integrato dai curatori tede­schi]

Engels: il Maestro Eh-fu, Fu-en, En-fu.
Lenin: Mi-en-leh.
Marx: Ka-meh.
Hegel: il Maestro Hu-jeh, He-leh.
Rosa Luxemburg: Sa.
Stalin: Ni-en.
Korsch: Ko, Ka-osh.
Trotzki: To-tsi.
Brecht: Kin, Kin-jeh, Ken-jeh, Kien-leh.
Russia: Tsen.
Unione Sovietica: Su.
Germania: Ga, Ge-el, Ger.
Hitler: Hi-jeh, Hu-ih, Hui-jeh, Ti-hi.
Plechanov: Le-peh.
Anatole France: Fan-tse.
Feuchtwanger: Fe-hu-wang.
Emil Ludwig: Lu.




Del Grande Metodo (difficoltà della storiografia)

Il principe di Wei costruì un argine contro le inonda­zioni. Alcuni scrittori di storia vantano perciò la sua filan­tropia. Essi trascurano il fatto che egli costrinse con la violenza a compiere questo lavoro molti che nulla aveva­no a temere da un’inondazione, non possedendo campi, e che per il suo argine impose costantemente gravi tributi, sicché si può ben dire che l’abbia costruito per gli introiti che ne ricavò. Alcuni altri scrittori di storia tengono con­to di ciò, biasimando il principe di Wei. Costoro trascu­rano il fatto che l’argine serviva ottimamente contro le inondazioni e che al principe di Wei costò molta fatica tenere insieme tanti uomini e distribuire bene il lavoro tra di essi.
A entrambi i tipi di scrittori di storia manca il Grande Metodo. La protezione degli abitanti di Wei poteva tra­mutarsi in un modo di taglieggiarli. Essi potevano raggra­nellare in fondo al salvadanaio il denaro per i tributi men­tre udivano le acque frangersi contro la diga. Il principe di Wei poteva costruire con una mano l’ar­gine, con l’al­tra esi­gere il denaro. Ma a raccontarlo vien fuori una dis­sonanza, un aut-aut, cosicché gli scrittori di storia si de­cidono per l’una o per l’altra alternativa.


Miglioramento dei bisognosi di miglioramento

Fu detto a Me-ti: Ci saranno sempre uomini bisognosi di miglioramento. Me-ti rispose: Gli elementi asociali che ho potuto vedere hanno tentato di introdurre miglio­ramenti nella società di propria iniziativa, e più precisa­mente miglioramenti che tornassero a vantaggio di loro stessi. Quelli che scorgevano particolare difficoltà nell’e­seguire simili colpi di mano, spesso si ammalavano e agi­vano insensatamente, ma ciò significa soltanto che non si poteva più discernere chiaramente il senso delle loro azio­ni: anch’essi volevano introdurre migliora­menti di pro­pria iniziativa.
Nel paese di Tsen si è eliminata l’ineguaglianza, l’op­pressione dell’uomo sull’uomo è stata resa il più possibi­le difficile. Purtuttavia ci sono ancora elementi asociali. Li si tratta in modo assai peculiare. Affinché non possa­no continuare a recar danno agendo di propria iniziativa, li si isola per qualche tempo. Prima lo si faceva rinchiudendo­li in edifici speciali, ora l’isolamento avviene semplice­mente in quanto tutti gli elementi socialmen­te aperti as­sumono nei loro confronti un contegno riservato, distac­cato. Gli asociali vengono condannati a mi­gliorare le isti­tuzioni sociali. Coloro contro cui si rendeva necessario un processo si trasformano in attori di un processo. Essi de­vono reperire le ragioni delle loro mancanze e, nel caso che ci siano dei colpevoli, devono ac­cusarli pubblicamen­te. Intentano così processi ai loro maestri nonché a per­sone responsabili di determinate isti­tuzioni sociali. Quan­do hanno ottenuto dei cambiamenti o si è loro dimostra­to che le loro proposte sono inattua­bili, si considera ter­minato il loro lavoro forzato. Nel secondo caso essi ven­gono per lo più deputati a compiere quelle attività che a­vevano criticato.
I cattivi, disse Me-ti, si migliorano facendo loro fare dei miglioramenti.


Del materialismo rozzo

Me-ti disse: All’indagine scientifica giova una certa au­dace superficialità. Essa non ha paura del complicato. Fac­cio l’esempio dei nostri medici, dei casi in cui essi sono molto utili e molto superficiali. A chi mai verrebbe in mente di scalpellare un cranio dolorante oppure, se si ta glia un braccio, di tirar fuori nervi e muscoli per fis­sarli con del filo a una mano artificiale? Per far questo ci vuo­le una certa rozzezza di pensiero. Molti sono para­lizzati dalla paura della complicatezza. Essi ritengono necessario tutto quel che succede. Ma spesso di quel che succede so­lo alcuni elementi sono davvero necessari, il resto può non esserci, o essere diverso. Mi-en-leh non aveva mai or­ganizzato un’officina o avuto molto denaro tra le mani, né si era mai informato di come si trasporta il latte, quando egli imprese a cambiar tutto. Egli non aveva paura della complicatezza e non riteneva necessario tutto quello che succedeva affinché le officine funzionassero, il denaro cir­colasse e il latte giungesse in città.


Origine della filosofia

Me-ti disse: Bisogna lasciar scappare di nuovo la filoso­fia. ? prigioniera. Il suo scolaro Ro chiese: Di chi? Me-ti rispose: Di coloro che fanno prigionieri dappertutto. Ro chiese: Perché si deve liberarla? Me-ti rispose: Mi-en­leh, che ha liberato il popolo del Su, dichiarò di essersi servito all’uopo della filosofia.
Ro chiese: Possiamo sapere che filosofia era? Me-ti rispose: Ti ho detto che era prigioniera. I prigionieri si oc­cupano della liberazione.
Ro disse: Nelle tue risposte c’è un circolo vizioso, co­sì non andiamo avanti. Me-ti rispose: Girando in cerchio andiamo avanti. Questo e quello lo asseriamo noi, questo e quello ci è stato tramandato. Noi mettiamo assieme o­gni sorta di frasi, così come ci si sceglie degli alleati per la lotta. Non dànno tutti lo stesso affidamento, non hanno tutti gli stessi interessi. Nella lotta, verremo a sapere i lo­ro interessi. Allora forse dovremo prendere posizione con­tro alcuni di loro. Tutto passo per passo.
Ro disse: I nostri avversari sanno molto. Me-ti disse: Dir questo dei nostri avversari, non basta. Ciò che depo­ne contro la loro sapienza è che sono i nostri avversari.
Ro disse: Si dirà che i nostri avversari hanno meditato a lungo, scoperto molte cose. Sono andati molto avanti. Come possiamo competere con loro? Me-ti rispose: A noi non ci hanno lasciato meditare; perché? Per noi non han­no scoperto nulla; se hanno scoperto qualcosa, che cosa? Sono andati avanti? Forse per lasciarci indietro?
Me-ti citò la poesia del poeta Kin:


Interrogatorio dell’uomo buono

Avanza: sentiamo dire
che sei un uomo buono

Non sei venale, ma il fulmine
che si abbatte sulla casa non è
neanch’esso venale.
Quel che hai detto una volta, lo mantieni.
Che cosa hai detto?

Sei sincero, dici la tua opinione,
Quale opinione?
Sei coraggioso.
Contro chi? Sei saggio.
A favore di chi?
Non badi al tuo vantaggio.
Al vantaggio di chi, allora?
Sei un buon amico.
Amico di gente buona?

Ascolta: Sappiamo
che sei nostro nemico. Perciò ora ti vogliamo
mettere al muro. Ma in considerazione dei tuoi meriti e buone qualità
il muro sarà buono, e ti fucileremo con
buone pallottole di buoni fucili e ti seppelliremo con una buona pa­la in terra buona.


Non farsi un’immagine del mondo

Me-ti diceva: I giudizi ricavati in base ad esperienze in generale non si collegano allo stesso modo dei processi che hanno condotto alle esperienze. La connessione dei giudizi non dà l’immagine esatta dei processi che ci stan­no sotto. Quando si collegano insieme troppi giudizi, è spesso molto difficile tornare indietro ai processi. È tutto il mondo a pro­durre un’immagine, ma l’immagine non coglie tutto il mondo. È meglio collegare i giudizi all’e­sperienza che non ad altri giudizi, ove i giudizi debbano a­vere lo scopo di dominare le cose. Me-ti era avverso alla costruzione di immagini del mondo troppo compiute.


Indicare un punto essenziale

Il maestro Me-ti si intratteneva con dei bambini. Un ragazzo andò fuori improvvisamente. Quando Me-ti do­po qualche tempo andò fuori anche lui, vide nel giardino il ragazzo che stava dietro un cespuglio e piangeva. Pas­sandogli accanto Me-ti gli disse in tono indifferente: Non ti si può sentire, il vento è troppo forte. Quando ripassò notò che il ragazzo aveva smesso di piangere. Il ragazzo a­veva capito che la ragione del suo pianto, indicatagli dal maestro Me-ti, cioè l’essere sentito, era un punto essen­ziale.


L’arte del manovrare

Mi-en-leh insegnava: Quando si viaggia con il carro su una stretta carreggiata, è necessario fare attenzione al car­ro che ci precede, perché altrimenti ci si va a sbatter con­tro. E come si fa a fare attenzione al carro che ci precede? Si fa attenzione al carro che a sua volta precede il carro che ci precede. Si fa attenzione a tutto ciò che sbarra il cammino al carro che ci precede, perché da tutto ciò di­pende che vada avanti o si fermi. Dunque si viaggia, per così dire, an­che nel carro che ci precede. Se qualcosa gli attraversa la strada, deve fermarsi. Dunque anch’io devo fermarmi se qualcosa attraversa la strada di chi mi prece­de, poiché egli non è autonomo. E estremamente impor­tante chiedersi sempre da che cosa dipenda colui che viag­gia davanti a noi.


Infrangere le regole del gioco

Il matematico Ta disegnò davanti ai suoi scolari una fi­gura molto irregolare e pose loro il problema di calcolar­ne la superficie. Essi suddivisero la figura in triangoli, quadrati, circoli e altre figure geometriche di cui si può calcolare la superficie, ma nessuno riuscì a indicare pro­prio esattamente l’area di quella figura irregolare. Allora il maestro Ta prese delle forbici, ritagliò la figura, la mi­se sul piatto di una bilancia, la pesò e mise sull’altro piat­to un rettangolo facilmente calcolabile, da cui tagliò via dei pezzi, finché i due piatti si tro­varono in equilibrio. Me-ti lo chiamò un dialettico, perché a differenza dei suoi scolari, che confrontavano soltanto delle figure tra loro, e­gli aveva trattato la figura da calcolare come un pezzo di carta avente un peso (risolvendo cioè il problema come un vero problema, sen­za curarsi delle regole).


Del rispetto

(Rinuncia alla boria di classe).
I piccoli borghesi dovrebbero rinunciare alla boria di classe. Ma le differenze di classe dovrebbero rimanere. L’imbianchino esigeva che nessuno che possedesse di più o potesse danneggiare o giovare di più grazie alla sua po­sizione, esigesse per questo maggiore attenzione da parte dei suoi connazionali. Non è chiaro che, a una persona si­mile, questa attenzione la si prestava comunque, che la e­sigesse o meno?

(Necessità del rispetto).
È bene rispettare coloro che ci sono utili. E si può esse­re più utili se si è rispettati. Ci deve essere silenzio nella stanza quando parla colui che si giova di una grande espe­rienza. Chi suppone che si attuino le sue proposte, le me­diterà bene.

(Citazione).
Il poeta Kin diceva:
Come faccio a scrivere opere immortali, se non sono famoso?
Come faccio a rispondere se non mi si fanno domande?
Perché devo perder tempo a far versi, se il tempo li perde?
Io scrivo le mie proposte in un linguaggio durevole
perché temo che passi molto tempo prima che le si attui.
Per ottenere ciò che è grande, ci vogliono grandi mu­tamenti.
I piccoli mutamenti sono i nemici dei grandi muta­menti.
Ho nemici. Dunque devo essere famoso.


Il voto di Mi-en-leh

Il paese di Mi-en-leh, il Su, fu aggredito dallo Stato bri­gantesco Ga. Lo Stato brigantesco Ga aveva un nemico, lo Stato brigantesco I-jeh. Lo I-jeh offrì dunque al paese di Mi-en-leh armi e viveri per la sua difesa. La gente del Su esitava ad accettare questo aiuto. Mi-en-leh disse subi­to: Talvolta bisogna fare una differenza tra come si chia­ma qualcuno e come lo si tratta. Solo che allora bisogna fare entrambe le cose. Non potendo essere presente alla discussione, egli mandò una lettera che diceva: Prego di dare il mio voto in favore dell’accettazione di soccorsi e fucili dalle mani dei briganti dell’I-jeh.


Molti modi di uccidere

Ci sono molti modi di uccidere. Si può infilare a qual­cuno un coltello nel ventre, togliergli il pane, non guarirlo da una malattia, ficcarlo in una casa inabitabile, massa­crarlo di lavoro, spingerlo al suicidio, farlo andare in guerra ecc. Solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro Stato.


Del fascino di ciò che è difficile da capire

Ciò che è difficile da capire esercita un certo fascino. I lavoratori della testa spesso lo amano, come gli alpinisti amano la vetta difficile da conquistare, che dà loro la pos­sibilità di mostrare l’arte loro, o di farla progredire. In comunità che funzionano malamente i lavoratori della te­sta sembrano quasi rendersi particolarmente utili allorché dichiarano che i principi assurdi sono i migliori. Perfino la vetta più inaccessibile non è del tutto inaccessibile: a questa o a quella altezza si arriva lo stesso. Così accade anche alle frasi del tutto incomprensibili di alcuni filosofi: questa o quella è lo stesso in qualche modo significante. I­noltre il lavorato­re della testa sa che quando pensa deve tener conto di quante più cose possibili, deve per così di­re portarsi dietro con la massima larghezza un mucchio di roba che non è del tutto chiara, e che si pasticcia ulterior­mente per la gran quantità, ma questa zavorra estesa e po­co chiara conferisce al suo pensiero una certa stabilità. A sua volta l’uomo della strada che capita in mezzo ai pen­sieri generali non si duole di constatare che tutto è così complicato che il pensiero non giova a molto. Il disordine che regna nella sua testa è evidentemente lo stesso disor­dine che regna nel mondo. Proprio dal suo punto di vista riesce spesso particolarmente difficile ordinare il mondo. Come può fare allora a ordinare i suoi pensieri?


La fama di Ni-en

Me-ti disse: La fama di Ni-en è oscurata da cattive lo­di. Tanto incenso che non si vede più l’immagine e si di­ce: Qui si vuol nascondere qualcosa. Queste lodi sanno di corruzione. Certo, quando le lodi sono necessarie, biso­gna procurarsele da qualsiasi parte. Perché lodi una causa buona, la gente cattiva va corrotta. E allora erano necessa­rie molte lodi, poiché il cammino era oscuro e colui che guidava non aveva prove. A gente affamata, che non ave­va mai visto schiudersi la semente, fu comandato di semi­nare. Dovette credere che la si volesse costringere a but­tar via il grano a piene mani e a nascondere le patate sot­to terra.


Proposta di Me-ti concernente l’appellativo di Ni-en

Me-ti propose di non chiamare sempre Ni-en il Grande, bensì l’Utile. Ma i tempi non erano ancora maturi per una lode di tal fatta. Troppo a lungo gli uomini utili erano ri­masti privi di qualsiasi gloria, cosicché ora l’asserire che egli era utile non procurava a nessuno la fiducia che fosse in grado di guidare. Le guide erano sempre state ricono­sciute dal fatto che sapevano rendersi utili a se stesse. Me­-ti si accorse presto dell’inade­guatezza della sua proposta. Disse lui stesso: Quel che propriamente volevo era che gli uomini utili fossero riconosciuti come uomini grandi. Ma è proprio quello che succede ora con Ni-en. Il manipo­lo di oppressori che prima deteneva il potere ha sempre cercato di dimostrare agli oppressi che il più grande degli oppressori era in fondo molto utile. Ora si chiama grande chi è utile.


Le immagini di chi ama

Me-ti disse: Per molti l’immagine che i loro amici si fanno di loro non può mai essere abbastanza elevata. La loro vanità trascura il fatto che chi ama crea qualcosa di nuovo. Si devono frequentare coloro che hanno di noi u­na buona immagine, così si può migliorare cercando di giustificarla. Ma è male tollerare un’immagine ingiustifi­cabile. Poiché chi ama si vendica, se il prototipo lo delu­de, non sull’immagine, ma sul prototipo.


Misera condizione dei vecchi

La misera condizione dei vecchi, che merita particolari riguardi, sta in ciò, che essi non possono più affidarsi al loro potere di persuasione e perciò devono insistere sulla loro autorità. Le loro esperienze li autorizzano a fare mol­te proposte, ma spesso essi hanno dimenticato le loro e­sperienze. Non sono più abbastanza forti per ottenere a­more, quindi devono affidarsi all’amore che suscitavano prima. Possono ormai parlare solo a voce bassa, perciò si dovrebbe tacere in loro presenza. Parlano a lungo, perché perdono il filo. Sono tirannici, perché non sono più ama­ti. Sono impazienti, perché moriranno presto. Sono diffi­denti, perché non possono più controllare nulla. Ricorda­no l’esperienza che si è fatta con loro prima, perché con loro non se ne può più fare nessuna. Il vantaggio che sono in grado di dare è difficile da ottenere, il danno difficile da evitare. Devono essere trattati con particolare gentilezza.


Della paura della morte

Me-ti diceva: In generale trovo che gli uomini del tempo nostro temono troppo poco la vita insufficiente e troppo la morte. Che temano tanto la morte deriva dal lo­ro incessante sforzo di tener fermo quel che hanno, ché al­trimenti viene loro strappato via. Riesce loro difficile libe­rarsi da idee sbagliate. Il brutto nel vedersi strappar via qualcosa è che noi restiamo là, privati di quella cosa. Ma quando ci si strappa la vita, noi non restiamo là. Certo sa­rebbe brutto essere senza vita; ma non si è più quando non si vive più.


Della caducità

In base al Grande Metodo, insegnato dai maestri Hu­jeh e Ka-meh, si chiacchiera troppo della caducità di tut­te le cose, disse Me-ti sospirando. Molti ritengono che questo sia già molto eversivo. Essi minacciano i domina­tori con questa caducità. Ma questo vuol dire applicar ma­le il Grande Metodo. Esso esige che si parli di come certe cose possano esser fatte cadere.


Dell’egoismo

Yang-chu insegnava: Quando si dice che l’egoismo è cattivo, si pensa a una condizione dello Stato in cui ha cat­tive conseguenze. Io chiamo cattiva una siffatta condizio­ne dello Stato.
Quando i commercianti vendono merce scadente e pos­sono chiedere prezzi alti; quando si possono costringere i nullatenenti a lavorare duramente per poco; quando si guadagna a tener lontane le invenzioni dagli uomini; quando si possono mantenere i membri della famiglia in una situazione di dipendenza; quando si può ottenere qualcosa con la violenza; quando l’inganno rende; quan­do i machiavelli portano vantaggi; quan­do la giustizia porta svantaggi - allora si è egoisti. Se non si vuole avere l’egoismo non bisogna parlare con­tro di esso bensì creare uno stato di cose in cui non sia necessario.
Parlare contro l’egoismo significa spesso voler mante­nere uno stato di cose che rende l’egoismo possibile o ad­dirittura necessario. (Se c’è troppa gente e poco cibo, o muoiono tutti di fame oppure alcuni restano in vita, ma allora hanno agito in modo egoistico).
Contro l’amor di sé non si può aver nulla se non si ri­volge contro altri. Invece si può aver qualcosa contro la mancanza di amore di sé. Le cattive situazioni derivano sia dall’amor di sé di alcuni che dalla mancanza di amor di sé degli altri. Chi non si ama abbastanza; chi non si procac­cia i mezzi che lo rendono amabile; le donne che non si procacciano il sapone per lavarsi; gli uomini che non si procacciano il sapere per istruirsi; chi non si batte per avere le cure che gli permettano di non starsene rannic­chiato in un angolo perché ha la rogna - costoro appesta­no la comunità con la loro squallida presenza.
Chi si accontenta di vivere in un buco umido, si lascia precocemente curvare la spina dorsale dalla fatica quoti­diana, è disposto a saper poco - costui conferisce alla co­munità un aspetto barbarico né più né meno di colui che gli assegna il buco umido per abitarci, gli curva la spina dorsale e lo tiene lontano dal sapere.
Se si vuole avere un amore di sé che non si rivolga con­tro gli altri, bisogna cercare di ottenere una situazione che ingeneri un siffatto giusto amore di sé. Coloro che vi­vono in questa situazione aiuteranno a renderla generale.


Cambiare gli strumenti

Me-ti raccontò: Tre uomini del Su furono visti com­battere con tre uomini del Ga. Dopo una lunga lotta due uomini del Su erano stati uccisi; degli uomini del Ga uno era ferito gravemente e un altro leggermente. Allora l’u­nico uomo del Su sopravvissuto prese la fuga. La sconfit­ta del Su sembrava completa. Ma poi si vide improvvisamente che la fuga dell’uomo del Su aveva cambiato tutto. Il suo avversario del Ga lo inseguì da solo, perché i suoi compatrioti erano feriti. Da solo, egli fu ucciso dall’uomo del Su. E senza indugio l’uomo del Su tornò indietro e uccise senza fatica i due avversari feriti. Egli aveva capito che la fuga può essere non solo un segno di sconfitta, ma anche uno strumento di vittoria.
Me-ti aggiunse ancora qualcosa: Bisogna chiamare l’uomo del Su un dialettico anche perché capì che il nemi­co non era unitario in un punto ben preciso. Tutti e tre potevano ancora combattere, ma solo uno poteva ancora correre. Forse si può dire ancora meglio: il nemico pote­va ancora combattere come un tutto, ma poteva correre solo per un terzo. L’aver capito questo rese possibile se­pararlo.


Modo di trattare i sistemi

I filosofi per lo più si arrabbiano molto se si strappano le loro proposizioni dal contesto in cui si trovano. Me-ti raccomandava di farlo. Diceva: Le proposizioni dei siste­mi sono solidali una con l’altra come i membri di una ban­da di delinquenti. Isolate, se ne viene più facilmente a ca­po. Bisogna dunque separarle una dall’al­tra. Bisogna con­frontarle singolarmente con la realtà, onde smascherarle. Tutte insieme le si è viste forse solo in un’impresa crimi­nale, ma ognuna di esse in parecchie. Altro esempio: La proposizione “la pioggia cade dal basso in alto” si accor­da con molte proposizioni (per esempio con la proposi­zione “il frutto viene prima del fiore”) ma non con la pioggia.


Difesa dell’onore

Me-ti disse: Ho sentito che Ki-kau difende il suo ono­re. Sembra che non ne abbia. Sembra infatti che non ab­bia amici. Solo loro potrebbero difendere il suo onore, che esiste solo in loro, non in lui. L’onore è grido, il mio onore non è ciò che io vi ?rido di me, ma ciò che voi vi gridate di me
Kin-jeh disse a Shen-te: Ho sentito dire da una donna, in società, che tu ti saresti offerta a suo marito, ma che lui ti avrebbe respinta. Io tacqui, perché non volevo che si continuasse a parlare di un simile argomento.
Il signor Keuner disse: Non tentare di dimostrargli che la donna o suo marito hanno mentito. Questo lui lo sa, oppure non vuole saperlo. Ha voluto essere tuo amico per cinquant’anni, ma quella notte ti ha tradito. Se doves­se ammettere questo, come potrebbe sopportare la tua compagnia cinquanta secondi di più?


Del comportamento del singolo

Kin-jeh, che scrisse un trattato di comportamento, si occupava assai poco del comportamento del singolo nella sua situazione momentanea. E proprio questo avevano fatto i maestri di comportamento prima di lui. Egli dice­va: Al tempo nostro il singolo è soltanto una parte e la si­tuazione particolarmente variabile. Non ci sono più azio­ni semplici. Qual mai astuzia non deve impiegare una donna per diventar madre, e quali sforzi per non diventar madre! Come fa a sapere come è l’uomo che si unisce a lei, e che cosa gli capiterà? Per procurare il latte al suo bambino dovrà magari partecipare a una rivoluzione.


Fare il torto e sopportare il torto

Più importante che insistere su come è sbagliato fare il torto, è insistere su come è sbagliato sopportare il tor­to. Solo pochi hanno occasione di fare il torto, molti di sopportarlo La pietà verso gli altri che non è pietà verso se stessi è da ritenere meno attendibile della pietà verso se stessi che è al contempo pietà verso gli altri.


[Le colpe e gli errori del singolo]

Me-ti disse: Si sente generalmente dire che è più diffi­cile mandar giù dei brutti colpi di cui non si è responsabi­li che quelli per cui si poteva far qualcosa. Io trovo che è vero il contrario. Ciò che mi colpisce senza mia responsa­bilità mi preoccupa relativamente poco, ma la disgrazia di cui sono responsabile mi butta a terra. È vero però che io mi addosso la responsabilità di molte più cose di quante solitamente non si accollino a un uomo. Anche le malat­tie e perfino la guerra mi inducono a meditare sugli erro­ri che posso aver fatto.


Della condotta degli omosessuali

Si rimprovera spesso agli omosessuali di esibirsi in po­se svenevoli e di apparire ridicoli, a chi ha sentimenti schietti, quando parlano con i loro amici. Ma gli uomini si comportano forse diversamente con le donne? Si do­vrebbe o combattere le pose svenevoli e l’esibizione del­l’ebbrezza dovunque appaiano, oppure scusarle dovunque appaiano.


Nascondere i difetti

Me-ti diceva: Il peggio non è aver difetti, nemmeno a­stenersi dal combatterli è grave. È grave nasconderli. Non sembrare quel che si è, è una disgrazia per se stessi. Sem­brare quel che non si è, è una disgrazia per gli altri. Come fa uno ad andare in battaglia al tuo fianco, se non gli hai mostrato i tuoi difetti? Lo sforzo di sembrare quel che non sei esaurisce già tutta la tua capacità di lotta. Per e­sempio temi che il tuo amico ti potrebbe respingere se sa­pesse che sei vile. Ma quel che egli deve temere sono sol­tanto le conseguenze della tua vigliaccheria, che lui può evitare meglio di quel che tu non possa - a patto che cono­sca la tua vigliaccheria. Perfino quando uno è bugiardo deve far capire almeno ai suoi migliori amici che lo è; su questo punto non deve mentire.


[Dell’adulterio della donna]

Fu chiesto a Me-ti se una donna che commette infedel­tà verso suo marito offende il buon costume. Egli disse: In un paese in cui l’uomo deve comprare tutto, la tazza di tè e il letto e il libro e gli organi sessuali di una donna, non gli si può impedire di pretendere per sé ciò che ha comprato. Se io ho affittato un appartamento in una casa, il padrone di casa può ospitare in quell’appartamento an­che altre persone? È immorale che una donna, che prende denaro per affittare i suoi organi sessuali, li affitti poi an­che ad altri, a meno che non si sia convenuto così. È vero però che in siffatti paesi la donna non trova neanche un boccone da mangiare, né un giaciglio, se non affitta i suoi organi sessuali, sicché un inganno da parte sua infrange in fondo solo un contratto immorale. Ma se non ha nulla per coprire verecondamente la propria nudità, a meno che non la venda! Voglio dire: in un paese come il nostro è tutto immorale, sia l’adulterio che il matrimonio.


Il Grande Metodo

Il Grande Metodo è una dottrina pratica delle alleanze e dello scioglimento delle alleanze, dello sfruttamento dei cambiamenti e della dipendenza dai cambiamenti, del mo­do di operare il cambiamento e del cambiamento degli o­peratori, della separazione e della creazione di unità, della mancanza di autonomia degli opposti senza il loro oppo­sto, della conciliabilità di opposti che si escludono l’un l’altro. Il Grande Metodo per­mette di riconoscere nelle cose dei processi e di utilizzare questi processi. Esso inse­gna a porre delle domande che rendono possibile l’azione.


L’arte di smettere di insegnare

Me-ti disse: Ogni maestro deve imparare a smettere di insegnare, quando ne è giunto il momento. i? questa u­n’arte difficile. Pochissimi sono in grado di farsi sostitui­re, a tempo debito, dalla realtà. Pochissimi sanno quando hanno finito di insegnare. Certo è duro stare a vedere co­me Io scolaro, dopo che si è tentato di risparmiargli gli er­rori che abbiamo commesso noi stessi, ormai fa proprio quegli errori. Se è brutto non ricevere consigli, altrettan­to brutto può essere non avere il diritto di darne.


Molte condizioni per il rivolgimento

Mi-en-leh indicava molte condizioni necessarie per il rivolgimento. Ma non conosceva momenti in cui non vi fosse da lavorare per esso.


Della personalità

Me-ti insegnava: Non è vero che i poveri si distinguo­no uno dall’altro meno dei ricchi. I ricchi si distinguono per molti tratti, i poveri per pochi. Come sarà in futuro, quando non ci saranno più né ricchi né poveri? Quando non ci saranno più ricchi e poveri ci saranno naturalmen­te ancora delle differenze fra gli uomini, ma saranno di al­tro tipo. Prendiamo per esempio gli alberi come termine di confronto. Le differenze tra alberi che crescono in posti tra loro diversi, con la luce da una parte sola o da più parti, o su terreno diverso, o e­sposti e non esposti al vento, sono maggiori, già al primo sguardo, delle differen­ze tra alberi che crescono in posti simili tra loro. Questi crescono sviluppandosi liberamente. Ciò che ha delle mal­formazioni si distingue, sempre al primo sguardo, più di ciò che è normale. Per citare un caso solo: progresso e vantaggio ‘ non sono la stessa cosa.


Condanna delle dottrine etiche

Sulla famosa frase “Devi amare il tuo prossimo come te stesso” Me-ti disse una volta: Se i lavoratori fanno questo non aboliranno mai uno stato di cose in cui si può amare il proprio prossimo solo se non si ama se stessi.

Ai lavoratori i loro sfruttatori predicano sempre la moralità. I predicatori li esortano alla moralità, la situa­zione all’immoralità. Ma nella lotta contro i loro oppres­sori traspirano moralità da tutti i pori.

Mi-en-leh diceva: La nostra moralità noi la deriviamo dagli interessi della nostra lotta contro gli oppressori e gli sfruttatori

Me-ti diceva: I poveri dànno generosamente. Gli affa­mati sono buoni anfitrioni. Coloro su cui si risparmia, non risparmiano.

Me-ti diceva: Una brutta vita è da temere più della morte. Talvolta dovrete forse rischiare la vostra brutta vi­ta per ottenerne una migliore, ma non cercate mai una morte sicura

Me-ti diceva: La fame è una cattiva cuoca.

Gli antichi maestri di morale sostengono che contano solo le virtù che si esercitano in grazia di loro stesse. Ka­-meh mette in guardia i lavoratori da virtù siffatte e con­siglia loro di esercitare solo virtù che arrechino loro van­taggi.

Di fronte a certi malanni si invocano certe virtù. Se le virtù non vengono strettamente legate all’elimina­zione dei malanni e restano in vita troppo a lungo dopo che i malanni sono stati debellati, diventano spesso le fonti di nuovi malanni. Spesse volte si è potuto constatare questo nel caso del valore, della tenacia, dell’amo­re della verità e della disposizione al sacrificio.

Gli oppressi e gli sfruttati sono per la giustizia, ma per loro non è che l’oppressione e lo sfruttamento debbano cessare onde regni giustizia, ma deve regnare giustizia on­de cessino oppressione e sfruttamento. Quindi gli oppres­si e gli sfruttati non sono persone giuste.

Libertà, bontà, giustizia, buon gusto e generosità sono problemi di produzione, diceva fiduciosamente Me-ti.

Me-ti diceva: Per comportamento morale io posso in­tendere soltanto un comportamento produttivo. I rappor­ti di produzione sono le fonti di ogni moralità e immo­ralità.

Me-ti diceva: Ka-meh e Mi-en-leh non hanno stabilito alcllna dottrina morale.

Me-ti disse di un operaio, che alcuni chiamavano buo­no: Essere innocui non significa essere buoni.

Me-ti diceva: Se i piccoli sono di piccole vedute, sono perduti. Verso se stessi e i loro simili devono essere di larghe vedute. Questo agli operai lo insegna la loro lotta.

Me-ti diceva: Chi non si rallegra del vivente, non rallegrerà della vita.

Me-ti diceva: Coloro che non si adoperano per nes­sun’altra vita al di fuori della loro, vivono solo una vita debole. Le persone meschine devono derubare gli altri, le persone magnanime li colmano di doni. Gli operai in lotta in cui mi sono imbattuto erano persone magnanime.


Dell’umorismo

Me-ti diceva: Ci sono persone che non possono ridere di cose serie. Non bisogna fargliene carico, ma nemmeno biso, na lasciarsi proibire di ridere di cose serie.
Si può parlare di cose serie in tono faceto e in tono se­rio, di cose facete in tono faceto e in tono serio.
Per le persone prive di umorismo è generalmente più difficile capire il Grande Metodo.


Contro i consigli tirannici

Me-ti diceva: Se è bene sottomettersi ai buoni consigli, è pericoloso sottomettersi ai buoni consiglieri. Poiché ciò induce a non passare più al vaglio i consigli, ed è stolto ap­plicare consigli non passati al vaglio, cioè non modificati, non adattati alle circostanze. E ai consiglieri bisogna dire che oltre ai loro consigli devono dare anche dei consigli per il caso che i consigli non siano seguiti. E del pari co­loro che cercano consigli devono chiedere questi consigli, di cui possano tener conto se non possono o non vogliono seguire i primi.


Bontà

Alcuni appaiono buoni in quanto rendono ad altri dei servigi senza che ciò favorisca i loro interessi, quindi sen­za motivo, per bontà appunto. Questo predicato della bontà uno lo può ottenere abbastanza facilmente se i suoi interessi sono poco chiari (più sottili) oppure se egli li av­verte in modo poco chiaro, in modo trascurato. Per esem­pio se uno dà del denaro a un altro e in cambio richiede soltanto delle adulazioni, potrà ottenere il predicato del­la bontà, perché di solito dalle adulazioni ci si separa più facilmente che dal denaro. In ordinamenti sociali con grande differenza di reddito il predicato della bontà non è difficile da ottenere. A guardar meglio questa specie di bontà appare irrilevante sul piano sociale, a guardare an­cor meglio appare molto dannosa in grande scala.
In questa specie di bontà rientra anche il prendere alla leggera il danno infertoci, una certa buona disposizione ad apprezzare i motivi che hanno spinto l’altro a danneggiar­ci. L’uomo buono (in questo senso) si dice pressapoco: Quel che io stesso infliggerei a qualcuno, me lo lascio in­fliggere. E in questo caso si può ottenere un predicato di bontà speciale se uno dà l’impressione di lasciarsi danneg­giare perfino in misura maggiore di quanto per parte sua sarebbe disposto a danneggiare un altro.
Così ottiene il predicato della bontà sia colui che rega­la all’affamato un pezzo di pane, sia colui che gli perdona un tentativo di furto. A guardar meglio è un predicato ir­rilevante, a guardare ancor meglio un predicato dannoso.
Come l’esercizio di questa specie di bontà, anche la dif­fusione di questa bontà tra gli altri non è molto rilevante. Perdonare alla gente la barbarie, suscitare in essa il di­sgusto della barbarie non è del pari rilevante, è addirittu­ra dannoso. Per esempio certe situazioni di natura sociale rendono necessarie delle guerre. In quei momenti parec­chi ottengono il predicato della bontà predicando contro le guerre.


Gli scolari di Me-ti non riconoscono più il maestro

Me-ti era per i suoi scolari il migliore dei maestri e il migliore degli amici. Un giorno veniva in aula per un’ora, un altro per sei ore, magari anche solo per cinque minu­ti, ma essi sapevano sempre che avrebbe avuto qualcosa da dire loro. Spesso rideva dei molti detti sbagliati che si chiamano “saggezza popolare”, per esempio di quello per cui una “mens sana” può stare soltanto “in corpore sano”. Tuttavia essi scorgevano la sua grande gentilezza in ciò, che nessuna malattia di un suo scolaro gli pareva tanto piccola da non interessarsene e dargli consigli, nes­sun cruccio tanto esiguo che non scoprisse subito la causa.
Accadde così che i suoi scolari erano apprezzati dap­pertutto, perché egli li aiutava a raggiungere il massimo delle loro possibilità Anche quando non era con loro, es­si sapevano di poterlo raggiungere in ogni momento se ne avevano bisogno.
Ma una mattina entrò in mezzo a loro un uomo estra­neo, ancora simile al loro maestro nell’aspetto e nella vo­ce, ma che si muoveva in modo diverso e usava altre paro­le. Quando gli dissero questo, brevemente e cortesemen­te, come egli aveva insegnato loro a fare, egli voltò loro le spalle con aria seccata. Quel giorno non lo videro più. Poi continuò a venire in aula tutti i giorni, ma così come si vuole sbrigare un penso ritenuto necessario, ma fastidio­so, ed essi si accorsero che approfittava di ogni pretesto per potersene andar via alla svelta.
Dapprima alcuni credettero che avesse un lavoro che lo assorbiva tutto Ma, passate in questo modo parecchie settimane, Me-ti disse: Noi non possiamo più parlare tra di noi. Gli scolari si spaventarono.
Me-ti non se ne accorse, né si accorse che un suo scola­ro portava fasciato al collo un braccio su cui quella matti­na era caduta una trave. Egli se ne andò via presto.
Continuava a ordinar loro di leggere a voce alta e di discutere le sue vecchie massime, ma quando essi gli pro­ponevano di fare qualche cambiamento, egli parlava di smania di criticare cose già dette in forma definitiva, e di­chiarava tutto arrabbiato di non avere ormai più nulla da dire ai suoi scolari.
E in effetti essi non esistevano più per lui. Quel che fa­cevano, non lo interessava, e quel che avevano da dire, non voleva starlo a sentire. Le loro preoccupazioni gli e­rano indifferenti Tuttavia continuava a ordinar loro di trascorrere tutti i giorni qualche ora nella vecchia aula. Solo il maestro non ci andava più.
Quando l’anno volse alla fine, la gente del Ma pregò Me-ti di mandarle uno dei suoi scolari. Egli andò a trovarli nella loro aula. Erano 1ì, ma parlavano di cose che gli era­no indifferenti, con parole a lui estranee. Dopo alcuni mi­nuti, prima ancora di aver potuto spiegar loro la ragione della sua venuta, egli gridò furioso che non poteva servir­si di nessuno di loro.
Allora uno degli scolari lesse da un vecchio libro la se­guente parabola: “Un emissario di Sun giunse al tempo della mietitura nella provincia di Kvan. Accanto a messi ondeggianti egli vide un grande appezzamento di terreno non coltivato, ed egli sapeva che era terreno fertile. Andò dal contadino, lo chiamò sulla soglia e gli disse: Va’ a mie­tere il tuo grano, le spighe si curvano sotto il peso dei chicchi e i lavoratori della città di Sun non hanno pane.
Ma i vicini dissero: Come potrebbe esserci grano ma­turo nei suoi campi, se a primavera non li ha coltivati?”.
Per un po’ ci fu silenzio. Poi il maestro disse sprezzan­temente a un forestiero, con cui ora lo si vedeva spesso in­sieme: Sono cambiati. E il forestiero guardò gli scolari un po’ più sprezzantemente di come li guardava Me-ti.
Gli scolari non persero ancora la speranza. Ma Me-ti strappò il libro di mano a quello che aveva letto la parabo­la, lo buttò per terra e uscì rapidamente.
Allora alcuni piansero. Ma poi abbandonarono tutti l’aula e la chiusero a chiave.


Della giustizia

Ka-meh dimostrò che non è per avventura la giustizia ad aver creato il diritto, ma che tutte le disposizioni giuri­diche, i tribunali, i divieti ecc. che c’erano in una qualche epoca hanno prodotto idee vaghe e generiche, per cui ci sarebbe un essere divino che ha inventato qualcosa di si­mile alla giustizia ovvero un senso del diritto innato al­l’uomo. Il diritto deve tener conto di molti contrastanti bisogni della società, quindi è contraddittorio e spesso ap­pare imperfetto. Invece la giustizia, di cui il diritto dà ad intendere di essere l’incarnazio­ne mentre essa è soltanto la sua spiritualizzazione, cancella tutte le contraddizioni, e lo può fare perché non deve mai intervenire in umani accadimenti. Così sembra più perfetta del diritto.


[Compito degli operai]

Alcune persone che non hanno studiato bene i classici dicono che gli operai hanno una missione nei confronti dell’umanità. Queste sono chiacchiere dannose. Gli ope­rai sono la parte più avanzata dell’umanità quando hanno capito che le cose vanno per loro nel modo peggiore se stanno fermi, ma non devono nulla all’umanità, è essa che deve a loro. Missione significa mandato, quelli che hanno una missione sono quelli che vengono mandati. Io non posso dire per esempio: Ho la missione di andare a pren­dermi un pezzo di pane. Gli operai devono considerare con particolare diffidenza tutti coloro che li mandano a prendere qualche cosa.


[Partiticità e obiettività]

Fu chiesto a Me-ti: Come potete pretendere che uno sia contemporaneamente oggettivo e parziale? Me-ti ri­spose: Se il partito è oggettivamente ciò che è giusto, non c’è più differenza tra oggettivo e parziale.


Ridotti alla beneficienza

Mi-en-leh, quando era in esilio, durante tutto l’inverno dava da mangiare agli uccellini fuori della sua finestra. So­no ridotti a questo, diceva, non hanno da mangiare e non possono formare una Lega.


Della pittura e dei pittori

Venne da Me-ti un giovane pittore il cui padre e il cui fratello erano battellieri. Si svolse il seguente dialogo: - Io non vedo nei tuoi quadri tuo padre, il battelliere. - Devo forse dipingere solo mio padre? - No, potrebbero essere anche altri battellieri, ma io non ne vedo nei tuoi quadri. - Perché devono esserci battellieri? Non ci sono tante altre cose? - Certo, ma io non vedo nei tuoi quadri neanche altra gente che lavori molto e venga pagata poco. - Non posso dipingere quel che voglio? - Certo, ma che vuoi? I battellieri sono in una situazione spaventosa, si vuole aiutarli o si deve volerli aiutare, tu conosci la situa­zione, sai disegnare e disegni girasoli. Che scusa ci può es­sere?
- Io non disegno girasoli, disegno linee e macchie e i sentimenti che mi capita di avere. - Sono almeno i senti­menti ispirati dalla spaventosa situazione dei battellieri? - Forse. - Tu li hai dunque dimenticati e ti ricordi ormai soltanto dei tuoi sentimenti? - Io partecipo all’evoluzio­ne della pittura. - Non all’evoluzione dei battellieri? ­Come uomo sono nella lega di Mi-en-leh, che vuole sop­primere lo sfruttamento e l’oppressione, ma come pittore io sviluppo le forme della pittura. - Questo è come se uno dicesse: Come cuoco avveleno i cibi, ma come uomo com­pro antidoti. La situazione dei battellieri è così spavento­sa perché non possono aspettare. Quando la vostra pittu­ra si sarà sviluppata, saranno morti di fare. Tu sei il loro messaggero e hai bisogno di troppo tempo per imparare a parlare. Tu senti qualche cosa di generale, ma i battellieri che ti hanno mandato in cerca di aiuto sentono qualche cosa di particolare, cioè fame. Tu sai quel che noi non sappiamo e ci comunichi quel che sappiamo. Che signifi­cato ha che tu impari a maneggiare pennelli e inchiostro di china, se non hai in mente qualche cosa di preciso? ? chiaro che sono difficili da maneggiare solo se con essi si deve esprimere qualche cosa di preciso. Gli sfruttatori parlano di mille cose, ma gli sfruttati parlano dello sfrut­tamento. Dipingi battellieri!


Legittima diffidenza

Quando una donna disse a Kin-jeh che non poteva vi­vere senza di lui, tanto lo amava, egli temé subito che lo tradisse con il primo che passa.


Origine del genere umano dal protoplasma

Gi chiese a Me-ti se credeva che il genere umano si sia sviluppato a partire dal protoplasma originario. Me-ti gli rispose che questa ipotesi, nel caso che la scienza la faccia propria, non aveva per lui nulla di ripugnante. Gi disse, un po’ deluso: Io sono certamente favorevole a questa i­potesi, perché assesta un colpo all’i­dea di un creatore per­sonale. Ah sì? chiese Me-ti stupito. Lei ha constatato che ha questo effetto. Davvero non c’è nessuno tra gli interes­sati che si preoccupi della creazione dal protoplasma origi­nario? Beh, comunque hanno messo un po’ d’acqua nel loro vino, replicò Gi seccato. Ma in base a questa ipotesi il futuro del­l’umanità si dischiude verso possibilità in­sospettate. Ah, disse Me-ti che aveva improvvisamente capito, all’opposto di coloro che mettono un dio al prin­cipio di tutto, voi lo piazzate alla fine! Non sono molto entusiasta, ad essere sincero; degli dèi senza uomini da tormentare e da cui ricevere sacrifici sono dèi soltanto a metà. E per attuare i cambiamenti che renderebbero la vita su questo pianeta degna degli uomini, gli uomini ba­sterebbero pienamente.


Libertà

Me-ti diceva: Siamo liberi quando possiamo accinger­ci a dare alle nostre difficoltà la soluzione che è considera­ta la migliore dalla maggior parte dell’umanità. Per far questo è necessaria la minima costrizione possibile. E per la libertà è altresì necessario che ce la si contesti il meno possibile, e che quindi noi siamo il meno possibile co­stretti ad esercitare una costrizione.
La scoperta di nuovi mondi e l’invenzione di nuove macchine significò una grande liberazione per l’u­manità. Imparando a sfruttare meglio la natura, l’uomo si liberò da molti impacci. Tuttavia la nuova libertà divenne ben presto la libertà di alcuni di opprimere e sfruttare gli al­tri. Al tempo nostro le classi dominanti, che opprimono e sfruttano le altre classi, esortano queste ultime a liberare la nazione, cioè a procacciarle la libertà di opprimere e sfruttare altre nazioni. Quanta più libertà di questo gene­re si ottiene, tanta più schiavitù si ottiene.


[Orgoglio]

Me-ti disse: L’orgoglio di essere inutili è più frequen­te dell’orgoglio di essere utili. L’orgoglio di annoverarsi tra i pochi è l’orgoglio di annoverarsi tra gli inutili.
Molti ritengono che i grandi maestri della musica e del la pittura dovessero essere orgogliosi di poter fare ciò che nessun altro poteva. Ma io penso, disse Me-ti, che i gran­di maestri erano orgogliosi che l’umanità potesse far questo.


Me-ti sulla furbizia

Il figlio di Kin-jeh era abbastanza intelligente per la sua età e leggeva molto. Nulla ammirava tanto quanto la fur­bizia. Ben presto l’esser furbo gli procurò un gran piace­re. Me-ti ebbe qualche sentore di questa sua furbizia e disse:
Uno degli uomini più furbi che abbia incontrato era il mio compagno di scuola Fen. Non studiava nulla eppure aveva buoni voti. Gabbava senza fatica i suoi compagni al gioco delle biglie e nessuno riusciva ad arrivare al di là del sospetto, nei suoi confronti. Mancava sempre la pro­va. Quando fu adulto, prestò la sua furbizia ad altri die­tro pagamento. i? vero che perdeva molti dei suoi clienti perché era furbo anche verso di loro, ma ne trovava sem­pre di nuovi. Si cercava gli sciocchi, e di quelli ce n’è a io­sa. Riteneva sciocchi tutti coloro che non erano all’altezza della sua furbizia, quindi anche coloro che avevano sol­tanto fiducia in lui o che non stavano a controllare sempli­cemente perché avevano cose più importanti per la testa. Una volta uno dei suoi clienti uscì dai gangheri perché non poteva trovare la prova di un inganno palesemente da lui compiuto, e lo massacrò di botte. Da furbo qual era, Fen esagerò il danno riportato, ottenne un grosso risarci­mento e si fece esentare dal servizio militare. Così duran­te la guerra restò a casa sua, speculò sulla miseria generale e poi ricevette perfino una medaglia perché improvvisa­mente sostenne di aver riportato la sua invalidità in guer­ra. Purtroppo poi scoppiò la rivoluzione, e siccome nella sua bella casa si trovò ogni sorta di tesori che doveva sol tanto alla sua furbizia, fu arrestato. Prima d’aver potuto spiegare che quei tesori erano solo amministrati da lui e non gli appartenevano legalmente - la tristezza dei tempi lo costringeva a rifugiarsi nella veridicità -, un uomo che una volta era stato ingannato da lui approfittò di quella temporanea situazione di vacanza della legalità per im­piombarlo Eppure sono sicuro che la sua furbizia non lo piantò in asso neanche nell’ora estrema e certo anche da­vanti alla morte ingoiò un anello prezioso o qualcosa di simile.
Così egli dovette alla sua eccezionale furbizia una quan­tità di cose: il non aver studiato, l’essere stato guardato con sospetto dai suoi compagni, l’aver guadagnato ai dan­ni di persone che avevano cose più importanti per la te­sta, l’esser riuscito a tenersi l’anello ecc. ecc.


Pace e guerra

Abbiamo visto che il popolo, che viveva in pace con altri popoli, alimentava la guerra civile tra le sue proprie classi. Ma la guerra con altri popoli, cagionata dalle guer­re tra le classi, portò alla pace civile tra le classi. Eppure al contempo aggravò la guerra tra le classi; così cessò la pace civile e la guerra delle classi concluse la guerra dei popoli.



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