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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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giovedì 5 maggio 2011

Una nota su Plekhanov


di Lev Trotsky

La guerra ha trascinato il bilancio di un’intera epoca nel movimento socialista, ha pesato e valutato i leaders di quest’epoca. Tra quelli che ha spietatamente liquidato è da annoverare anche G.V. Plekhanov. Fu un grand’uomo. Si diventa triste al pensiero che l’intera giovane generazione del proletariato, che si unì al movimento dal 1914, oggi conosca Plekhanov solo come un protettore di tutti gli Alexinsky, un collaboratore di tutti gli Avksentiev, e quasi un co-pensatore della nota Breshkovskaya1 che dir si voglia, che conosca Plekhanov solo come il Plekhanov dell’epoca del declino “patriottico”.
Fu un uomo veramente grande. E nella storia del pensiero sociale russo, egli vi è entrato come una grande figura.
Plekhanov non creò la teoria del materialismo storico, non la arricchì con nuove scoperte scientifiche. Ma la introdusse nella vita russa. E questo è un merito di enorme significato.
Fu necessario superare i pregiudizi rivoluzionari nazionali dell’intellighentsia russa, in cui trovò la sua espressione un’arroganza di arretratezza. Plekhanov “nazionalizzò” la teoria marxista e in tal modo denazionalizzò il pensiero rivoluzionario russo. Attraverso Plekhanov esso iniziò per la prima volta a parlare nel linguaggio della scienza autentica; stabilì il suo legame ideologico con il movimento della classe operaia mondiale, aprì per la rivoluzione russa possibilità reali e prospettive di trovare una base nelle leggi oggettive dello sviluppo economico.
Plekhanov non creò il materialismo dialettico, ma fu il suo convinto, appassionato e brillante crociato in Russia dall’inizio degli anni ’80. E questo richiedeva la più grande perspicacia, un’ampia prospettiva storica e un nobile coraggio di pensiero. Queste qualità Plekhanov le combinò anche con una brillantezza di esposizione e una dote di spirito.
Il primo crociato russo per il marxismo brandì la spada splendidamente. E quante ferite inflisse! Alcune di esse, come quelle che egli inflisse sull’abile epigono del Narodnikismo, Mikhailovsky, furono di natura mortale. Al fine di apprezzare la forza del pensiero di Plekhanov, si deve avere una comprensione della tensione di quell’atmosfera, dei pregiudizi soggettivisti, idealisti del Narodnikista, che prevalevano nei circoli radicali della Russia e nell’emigrazione russa. E questi circoli rappresentarono la forza più rivoluzionaria che emerse dalla Russia nella seconda parte del sec. XIX.
Lo sviluppo spirituale dell’attuale progredita gioventù lavoratrice procede (felicemente!) lungo vie completamente diverse. Il più grande sconvolgimento sociale della storia si pone fra noi e il periodo in cui ebbe luogo il duello Beltov – Mikhailovsky. (con lo pseudonimo di Beltov, Plekhanov nel 1895 ebbe successo nel far superare il censore zarista al suo più brillante e trionfante pamphlet Sulla Questione dello Sviluppo della Coscienza Monistica della Storia).Questa è la ragione del perché la forma del migliore, vale a dire, precisamente del lavoro più brillantemente polemico di Plekhanov sia diventata antiquata, proprio come lo è divenuta la forma dell’Anti-Dürhing di Engels. Per un giovane lavoratore pensante, il punto di vista di Plekhanov è incomparabilmente più comprensibile e più affine di qualsiasi punto di vista egli distrusse. Di conseguenza, un lettore giovane deve porre maggiore attenzione ed usare più immaginazione nel ricostruire nella sua mente il punto di vista dei Narodniki e dei soggettivisti, per poter poi apprezzare la forza e la precisione dei colpi di Plekhanov. Ecco perché i suoi libri oggi non possono conseguire un’ampia diffusione ma il giovane marxista che abbia l’opportunità di lavorare con regolarità sull’ampiezza e la profondità della sua prospettiva mondiale, si rivolgerà inevitabilmente alla fonte originale del pensiero marxista in Russia – a Plekhanov.
Per questo sarà sempre necessario condursi retrospettivamente nell’atmosfera ideologica del movimento radicale russo dagli anni ’60 agli anni ’90. Un compito non facile. Ma in cambio, la ricompensa sarà un ampliamento dell’orizzonte teorico e politico, e il piacere estetico che dà uno sforzo vittorioso verso la chiarezza di pensiero, nella lotta contro il pregiudizio, la stagnazione e la stupidità.
Malgrado la forte influenza dei maestri letterati francesi su Plekhanov, egli rimase meramente un rappresentante della vecchia scuola russa di pubblicisti (Belinsky, Herzen, Chernyshevsky). Amava scrivere per esteso, mai esitando nel fare digressioni e, di passaggio, intrattenere il lettore con un’arguzia, una citazione, un piccolo scherzo… - Per il nostro periodo sovietico, che taglia le parole troppo lunghe in parti e poi comprime le parti di parecchie parole in un’unica parola, lo stile di Plekhanov sembra antiquato. Ma esso rispecchia un’intera epoca e, a suo modo, rimane superbo. La scuola francese lasciò beneficamente il suo marchio sul suo stile, rispetto alla sua precisione di formulazione e lucidità d’espressione.
Come oratore Plekhanov si distinse per le stesse qualità che possedeva come scrittore, sia a suo vantaggio che svantaggio. Quando si leggono libri di Jaurès, persino i suoi lavori storici, si ha l’impressione di un discorso di un oratore. Con Plekhanov è esattamente il contrario. Nei suoi discorsi ascolti uno scrittore che parla.
Lo scritto ampolloso, come pure l’oratoria letteraria possono raggiungere livelli molto alti. Ma non di meno scrittura ed oratoria sono due campi diversi e due arti diverse. Per questa ragione i libri di Jaurès stancano con la loro intensità retorica. E per la stessa ragione l’oratore Plekhanov spesso creava il doppio – perciò lo scoraggiamento nell’ascoltatore – effetto di un lettore molto qualificato di un suo proprio articolo.
Raggiunse le vette nelle dispute teoriche in cui intere generazioni dell’intellighentsia rivoluzionaria russa non si stancarono mai di immergersi.
Qui il materiale stesso della controversia portava strettamente assieme l’arte dello scrivere e quella oratoria. Fu più debole nei discorsi rispetto ad un carattere puramente politico, vale a dire coloro che perseguono il compito di legare gli ascoltatori in un’unità di conclusioni concrete, plasmando le loro volontà in una. Plekhanov parlava come un osservatore, come un critico, un pubblicista, ma non come un leader. Non fu mai destinato ad avere un’opportunità di indirizzarsi direttamente alle masse, chiamarle all’azione, guidarle. I suoi lati deboli derivano dalla stessa fonte del suo merito principale: fu un precursore, il primo crociato del marxismo in suolo russo.
Abbiamo detto che Plekhanov difficilmente lasciava lavori tali che potevano diventare parte di un ampio uso giornaliero della classe operaia. L’unica eccezione è, forse, la Storia del Pensiero Sociale Russo, ma questo lavoro è lungi dall’essere irreprensibile sul piano teorico: le tendenze conciliatrici e patriottiche della politica di Plekhanov dell’ultimo periodo, ebbero successo, almeno parzialmente, nel minare persino le sue basi teoriche.
Impigliandosi nel cul-de-sac delle contraddizioni del patriottismo sociale, Plekhanov cominciò a cercare direttive al di fuori della teoria della lotta di classe – ora negli interessi nazionali, ora nei principi etici astratti. Nei suoi ultimi scritti fa concessioni mostruose alla normativa morale, tentando di farne un criterio di politica (“la guerra difensiva è una guerra giusta”).
Nell’introduzione alla sua Storia del Pensiero Sociale Russo, limita il campo d’azione della lotta di classe ai rapporti interni; in quelli internazionali sostituisce la lotta di classe con la solidarietà nazionale (“il corso dello sviluppo di ogni data società divisa in classi, è determinato dal corso dello sviluppo di quelle classi e loro rapporti reciproci, vale a dire, primo, dalla loro lotta reciproca dov’è interessato l’ordine sociale interno, e, secondariamente, dalla loro più o meno amichevole collaborazione, quando sorge il problema della difesa del paese dall’attacco esterno”. G.V. Plekhanov, Storia del Pensiero Sociale Russo, Mosca, 1919, pag. 11, edizione russa).
Questo, comunque, non è più in conformità con Marx, ma piuttosto con Sombart [un ben conosciuto economista socialdemocratico – Traduttore]. Solo coloro che conoscono quale lotta inflessibile, brillante e vittoriosa Plekhanov condusse nel corso di decenni contro l’idealismo in generale, la filosofia normativa in particolare, contro la scuola di Brentano e il suo falsificatore pseudo-marxista Sombart – solo essi possono apprezzare la profondità dello sfacelo teorico di Plekhanov sotto la pressione dell’ideologia patriottico-nazionale.
Ma questa caduta fu preparata: la sfortuna di Plekhanov venne dalla stessa fonte del suo merito immortale – fu un precursore. Non fu un leader di un proletariato in azione, ma solo il suo precursore teorico. Difese politicamente i metodi del marxismo ma non ebbe la possibilità di applicarli nell’azione.
Avendo vissuto per parecchi decenni in Svizzera, rimase un emigrato russo.
L’opportunista, il socialismo municipale e cantonale svizzero, con un livello teorico estremamente basso, lo interessarono a mala pena. Non c’era un partito russo. Per Plekhanov, il suo posto venne preso dal “Gruppo Emancipazione del Lavoro”, vale a dire da un ristretto circolo di co-pensatori (composto da Plekhanov, Axelrod, Zasulich, e Deutsh che faceva il lavoro forzato in Siberia). Siccome difettava di radici politiche, Plekhanov lottò il più possibile per fortificare le radici teoriche e filosofiche della sua posizione. Nella sua capacità di osservatore del movimento operaio europeo, molto spesso trascurò le più importanti manifestazioni politiche di meschinità, pusillanimità e conciliazione da parte dei partiti socialisti, ma fu sempre in allerta riguardo all’eresia teorica nella letteratura socialista.
Questo turbamento d’equilibrio fra teoria e pratica, che derivò dall’insieme delle circostanze della vita di Plekhanov, si rivelò per lui fatale. Malgrado le sue ampie basi teoriche, si mostrò impreparato per grandi eventi politici: già la rivoluzione del 1905 lo colse di sorpresa.
Questo profondo e brillante teorico marxista si orientò negli avvenimenti della rivoluzione con strumenti empirici, essenzialmente valutazioni a naso; si sentiva insicuro di sé, quando possibile rimaneva silenzioso, evitava risposte precise, era evasivo con formule algebriche o aneddoti spiritosi per i quali ebbe una grande propensione.
Vidi Plekhanov la prima volta alla fine del 1902, vale a dire nel periodo in cui egli stava terminando la sua superba campagna teorica contro il Narodnikismo e contro il revisionismo, e si trovò faccia a faccia con i problemi politici dell’incombente rivoluzione. In altre parole, per Plekhanov era iniziato il periodo di declino.
Solo una volta ebbi l’opportunità di vederlo ed ascoltarlo all’epoca della sua forza e della sua fama: fu nella commissione di programma del Secondo Congresso del Partito (Luglio 1903, a Londra).
I rappresentanti del Gruppo Rabochoye Delo, Martynov e Akimov, i rappresentanti del Bund, Lieber ed altri, e alcuni delegati provinciali stavano tentando di proporre emendamenti, teoricamente scorretti ed avventati, alla bozza di programma del partito, essenzialmente il lavoro di Plekhanov. Nelle discussioni della commissione egli fu impareggiabile e spietato. Su ogni problema che sorgeva, o perfino su di un punto poco importante, metteva in azione la sua notevole erudizione senza alcuna fatica, costringendo i suoi ascoltatori, perfino gli oppositori, a convincersi che il problema iniziava precisamente solo dove gli autori dell’emendamento pensavano finisse. Con una concezione scientificamente raffinata del programma nella sua mente, sicuro di sé, della sua conoscenza, della sua forza, con un gaio, ironico luccichio dei suoi occhi, con baffi arruffati e anche allegri, con gesti leggermente teatrali ma energici ed espressivi, Plekhanov, che occupava la presidenza, illuminò la numerosa adunata come un fuoco d’artificio di erudizione ed ingegno. Questo si riflesse nell’ammirazione che rischiarava le facce, anche quelle degli oppositori, dove il piacere lottava con la perplessità.
Discutendo di problemi tattici ed organizzativi a quello stesso Congresso, egli fu infinitamente più debole, qualche volta sembrava essere completamente disorientato, suscitava perplessità negli stessi delegati che lo ammirarono nella commissione di programma.
Al Congresso Internazionale di Parigi del 1889 aveva già dichiarato che il movimento rivoluzionario in Russia poteva vincere solo come movimento operaio. Questo significava che in Russia non c’era né poteva esserci una democrazia rivoluzionaria borghese capace di trionfare. Ma da ciò seguiva la conclusione che la rivoluzione vittoriosa, conseguita dal proletariato, poteva finire soltanto con il trasferimento del potere nelle mani del proletariato. Da questa conclusione, comunque, Plekhanov indietreggiò inorridito. Così negò politicamente le sue antiche premesse teoriche. Di nuove non ne creò. Da qui la sua inettitudine politica e l’esitazione, coronate dalla sua grave caduta nel peccato patriottico.
In tempo di guerra, come in tempo di rivoluzione, non rimase null’altro per i leali discepoli di Plekhanov, se non condurre una intransigente battaglia contro di lui.
Gli ammiratori ed i seguaci di Plekhanov, nell’epoca del suo declino, spesso inatteso e sempre inutile, fin dalla sua morte hanno raccolto in un’edizione separata tutti i suoi scritti peggiori. Con questo, essi aiutarono solo a separare il falso Plekhanov da quello vero. Il grande Plekhanov, quello vero, appartiene solamente e totalmente a noi.
E’ nostro dovere restituire alla giovane generazione la sua figura spirituale in tutta la sua statura.

[1]. Alexinsky era un socialdemocratico russo che in seguito divenne un monarchico e una Guardia Bianca. Aksentiev era un socialista rivoluzionario di destra, uno dei ministri del governo Kerensky ed in seguito anch’egli una Guardia Bianca. Breshkovskaya era una partecipante al movimento rivoluzionario russo degli anni ’70. Si oppose alla Rivoluzione d’Ottobre – Editore.

Fonte:La guerra ha trascinato il bilancio di un’intera epoca nel movimento socialista, ha pesato e valutato i leaders di quest’epoca. Tra quelli che ha spietatamente liquidato è da annoverare anche G.V. Plekhanov. Fu un grand’uomo. Si diventa triste al pensiero che l’intera giovane generazione del proletariato, che si unì al movimento dal 1914, oggi conosca Plekhanov solo come un protettore di tutti gli Alexinsky, un collaboratore di tutti gli Avksentiev, e quasi un co-pensatore della nota Breshkovskaya1 che dir si voglia, che conosca Plekhanov solo come il Plekhanov dell’epoca del declino “patriottico”.
Fu un uomo veramente grande. E nella storia del pensiero sociale russo, egli vi è entrato come una grande figura.
Plekhanov non creò la teoria del materialismo storico, non la arricchì con nuove scoperte scientifiche. Ma la introdusse nella vita russa. E questo è un merito di enorme significato.
Fu necessario superare i pregiudizi rivoluzionari nazionali dell’intellighentsia russa, in cui trovò la sua espressione un’arroganza di arretratezza. Plekhanov “nazionalizzò” la teoria marxista e in tal modo denazionalizzò il pensiero rivoluzionario russo. Attraverso Plekhanov esso iniziò per la prima volta a parlare nel linguaggio della scienza autentica; stabilì il suo legame ideologico con il movimento della classe operaia mondiale, aprì per la rivoluzione russa possibilità reali e prospettive di trovare una base nelle leggi oggettive dello sviluppo economico.
Plekhanov non creò il materialismo dialettico, ma fu il suo convinto, appassionato e brillante crociato in Russia dall’inizio degli anni ’80. E questo richiedeva la più grande perspicacia, un’ampia prospettiva storica e un nobile coraggio di pensiero. Queste qualità Plekhanov le combinò anche con una brillantezza di esposizione e una dote di spirito.
Il primo crociato russo per il marxismo brandì la spada splendidamente. E quante ferite inflisse! Alcune di esse, come quelle che egli inflisse sull’abile epigono del Narodnikismo, Mikhailovsky, furono di natura mortale. Al fine di apprezzare la forza del pensiero di Plekhanov, si deve avere una comprensione della tensione di quell’atmosfera, dei pregiudizi soggettivisti, idealisti del Narodnikista, che prevalevano nei circoli radicali della Russia e nell’emigrazione russa. E questi circoli rappresentarono la forza più rivoluzionaria che emerse dalla Russia nella seconda parte del sec. XIX.
Lo sviluppo spirituale dell’attuale progredita gioventù lavoratrice procede (felicemente!) lungo vie completamente diverse. Il più grande sconvolgimento sociale della storia si pone fra noi e il periodo in cui ebbe luogo il duello Beltov – Mikhailovsky. (con lo pseudonimo di Beltov, Plekhanov nel 1895 ebbe successo nel far superare il censore zarista al suo più brillante e trionfante pamphlet Sulla Questione dello Sviluppo della Coscienza Monistica della Storia).Questa è la ragione del perché la forma del migliore, vale a dire, precisamente del lavoro più brillantemente polemico di Plekhanov sia diventata antiquata, proprio come lo è divenuta la forma dell’Anti-Dürhing di Engels. Per un giovane lavoratore pensante, il punto di vista di Plekhanov è incomparabilmente più comprensibile e più affine di qualsiasi punto di vista egli distrusse. Di conseguenza, un lettore giovane deve porre maggiore attenzione ed usare più immaginazione nel ricostruire nella sua mente il punto di vista dei Narodniki e dei soggettivisti, per poter poi apprezzare la forza e la precisione dei colpi di Plekhanov. Ecco perché i suoi libri oggi non possono conseguire un’ampia diffusione ma il giovane marxista che abbia l’opportunità di lavorare con regolarità sull’ampiezza e la profondità della sua prospettiva mondiale, si rivolgerà inevitabilmente alla fonte originale del pensiero marxista in Russia – a Plekhanov.
Per questo sarà sempre necessario condursi retrospettivamente nell’atmosfera ideologica del movimento radicale russo dagli anni ’60 agli anni ’90. Un compito non facile. Ma in cambio, la ricompensa sarà un ampliamento dell’orizzonte teorico e politico, e il piacere estetico che dà uno sforzo vittorioso verso la chiarezza di pensiero, nella lotta contro il pregiudizio, la stagnazione e la stupidità.
Malgrado la forte influenza dei maestri letterati francesi su Plekhanov, egli rimase meramente un rappresentante della vecchia scuola russa di pubblicisti (Belinsky, Herzen, Chernyshevsky). Amava scrivere per esteso, mai esitando nel fare digressioni e, di passaggio, intrattenere il lettore con un’arguzia, una citazione, un piccolo scherzo… - Per il nostro periodo sovietico, che taglia le parole troppo lunghe in parti e poi comprime le parti di parecchie parole in un’unica parola, lo stile di Plekhanov sembra antiquato. Ma esso rispecchia un’intera epoca e, a suo modo, rimane superbo. La scuola francese lasciò beneficamente il suo marchio sul suo stile, rispetto alla sua precisione di formulazione e lucidità d’espressione.
Come oratore Plekhanov si distinse per le stesse qualità che possedeva come scrittore, sia a suo vantaggio che svantaggio. Quando si leggono libri di Jaurès, persino i suoi lavori storici, si ha l’impressione di un discorso di un oratore. Con Plekhanov è esattamente il contrario. Nei suoi discorsi ascolti uno scrittore che parla.
Lo scritto ampolloso, come pure l’oratoria letteraria possono raggiungere livelli molto alti. Ma non di meno scrittura ed oratoria sono due campi diversi e due arti diverse. Per questa ragione i libri di Jaurès stancano con la loro intensità retorica. E per la stessa ragione l’oratore Plekhanov spesso creava il doppio – perciò lo scoraggiamento nell’ascoltatore – effetto di un lettore molto qualificato di un suo proprio articolo.
Raggiunse le vette nelle dispute teoriche in cui intere generazioni dell’intellighentsia rivoluzionaria russa non si stancarono mai di immergersi.
Qui il materiale stesso della controversia portava strettamente assieme l’arte dello scrivere e quella oratoria. Fu più debole nei discorsi rispetto ad un carattere puramente politico, vale a dire coloro che perseguono il compito di legare gli ascoltatori in un’unità di conclusioni concrete, plasmando le loro volontà in una. Plekhanov parlava come un osservatore, come un critico, un pubblicista, ma non come un leader. Non fu mai destinato ad avere un’opportunità di indirizzarsi direttamente alle masse, chiamarle all’azione, guidarle. I suoi lati deboli derivano dalla stessa fonte del suo merito principale: fu un precursore, il primo crociato del marxismo in suolo russo.
Abbiamo detto che Plekhanov difficilmente lasciava lavori tali che potevano diventare parte di un ampio uso giornaliero della classe operaia. L’unica eccezione è, forse, la Storia del Pensiero Sociale Russo, ma questo lavoro è lungi dall’essere irreprensibile sul piano teorico: le tendenze conciliatrici e patriottiche della politica di Plekhanov dell’ultimo periodo, ebbero successo, almeno parzialmente, nel minare persino le sue basi teoriche.
Impigliandosi nel cul-de-sac delle contraddizioni del patriottismo sociale, Plekhanov cominciò a cercare direttive al di fuori della teoria della lotta di classe – ora negli interessi nazionali, ora nei principi etici astratti. Nei suoi ultimi scritti fa concessioni mostruose alla normativa morale, tentando di farne un criterio di politica (“la guerra difensiva è una guerra giusta”).
Nell’introduzione alla sua Storia del Pensiero Sociale Russo, limita il campo d’azione della lotta di classe ai rapporti interni; in quelli internazionali sostituisce la lotta di classe con la solidarietà nazionale (“il corso dello sviluppo di ogni data società divisa in classi, è determinato dal corso dello sviluppo di quelle classi e loro rapporti reciproci, vale a dire, primo, dalla loro lotta reciproca dov’è interessato l’ordine sociale interno, e, secondariamente, dalla loro più o meno amichevole collaborazione, quando sorge il problema della difesa del paese dall’attacco esterno”. G.V. Plekhanov, Storia del Pensiero Sociale Russo, Mosca, 1919, pag. 11, edizione russa).
Questo, comunque, non è più in conformità con Marx, ma piuttosto con Sombart [un ben conosciuto economista socialdemocratico – Traduttore]. Solo coloro che conoscono quale lotta inflessibile, brillante e vittoriosa Plekhanov condusse nel corso di decenni contro l’idealismo in generale, la filosofia normativa in particolare, contro la scuola di Brentano e il suo falsificatore pseudo-marxista Sombart – solo essi possono apprezzare la profondità dello sfacelo teorico di Plekhanov sotto la pressione dell’ideologia patriottico-nazionale.
Ma questa caduta fu preparata: la sfortuna di Plekhanov venne dalla stessa fonte del suo merito immortale – fu un precursore. Non fu un leader di un proletariato in azione, ma solo il suo precursore teorico. Difese politicamente i metodi del marxismo ma non ebbe la possibilità di applicarli nell’azione.
Avendo vissuto per parecchi decenni in Svizzera, rimase un emigrato russo.
L’opportunista, il socialismo municipale e cantonale svizzero, con un livello teorico estremamente basso, lo interessarono a mala pena. Non c’era un partito russo. Per Plekhanov, il suo posto venne preso dal “Gruppo Emancipazione del Lavoro”, vale a dire da un ristretto circolo di co-pensatori (composto da Plekhanov, Axelrod, Zasulich, e Deutsh che faceva il lavoro forzato in Siberia). Siccome difettava di radici politiche, Plekhanov lottò il più possibile per fortificare le radici teoriche e filosofiche della sua posizione. Nella sua capacità di osservatore del movimento operaio europeo, molto spesso trascurò le più importanti manifestazioni politiche di meschinità, pusillanimità e conciliazione da parte dei partiti socialisti, ma fu sempre in allerta riguardo all’eresia teorica nella letteratura socialista.
Questo turbamento d’equilibrio fra teoria e pratica, che derivò dall’insieme delle circostanze della vita di Plekhanov, si rivelò per lui fatale. Malgrado le sue ampie basi teoriche, si mostrò impreparato per grandi eventi politici: già la rivoluzione del 1905 lo colse di sorpresa.
Questo profondo e brillante teorico marxista si orientò negli avvenimenti della rivoluzione con strumenti empirici, essenzialmente valutazioni a naso; si sentiva insicuro di sé, quando possibile rimaneva silenzioso, evitava risposte precise, era evasivo con formule algebriche o aneddoti spiritosi per i quali ebbe una grande propensione.
Vidi Plekhanov la prima volta alla fine del 1902, vale a dire nel periodo in cui egli stava terminando la sua superba campagna teorica contro il Narodnikismo e contro il revisionismo, e si trovò faccia a faccia con i problemi politici dell’incombente rivoluzione. In altre parole, per Plekhanov era iniziato il periodo di declino.
Solo una volta ebbi l’opportunità di vederlo ed ascoltarlo all’epoca della sua forza e della sua fama: fu nella commissione di programma del Secondo Congresso del Partito (Luglio 1903, a Londra).
I rappresentanti del Gruppo Rabochoye Delo, Martynov e Akimov, i rappresentanti del Bund, Lieber ed altri, e alcuni delegati provinciali stavano tentando di proporre emendamenti, teoricamente scorretti ed avventati, alla bozza di programma del partito, essenzialmente il lavoro di Plekhanov. Nelle discussioni della commissione egli fu impareggiabile e spietato. Su ogni problema che sorgeva, o perfino su di un punto poco importante, metteva in azione la sua notevole erudizione senza alcuna fatica, costringendo i suoi ascoltatori, perfino gli oppositori, a convincersi che il problema iniziava precisamente solo dove gli autori dell’emendamento pensavano finisse. Con una concezione scientificamente raffinata del programma nella sua mente, sicuro di sé, della sua conoscenza, della sua forza, con un gaio, ironico luccichio dei suoi occhi, con baffi arruffati e anche allegri, con gesti leggermente teatrali ma energici ed espressivi, Plekhanov, che occupava la presidenza, illuminò la numerosa adunata come un fuoco d’artificio di erudizione ed ingegno. Questo si riflesse nell’ammirazione che rischiarava le facce, anche quelle degli oppositori, dove il piacere lottava con la perplessità.
Discutendo di problemi tattici ed organizzativi a quello stesso Congresso, egli fu infinitamente più debole, qualche volta sembrava essere completamente disorientato, suscitava perplessità negli stessi delegati che lo ammirarono nella commissione di programma.
Al Congresso Internazionale di Parigi del 1889 aveva già dichiarato che il movimento rivoluzionario in Russia poteva vincere solo come movimento operaio. Questo significava che in Russia non c’era né poteva esserci una democrazia rivoluzionaria borghese capace di trionfare. Ma da ciò seguiva la conclusione che la rivoluzione vittoriosa, conseguita dal proletariato, poteva finire soltanto con il trasferimento del potere nelle mani del proletariato. Da questa conclusione, comunque, Plekhanov indietreggiò inorridito. Così negò politicamente le sue antiche premesse teoriche. Di nuove non ne creò. Da qui la sua inettitudine politica e l’esitazione, coronate dalla sua grave caduta nel peccato patriottico.
In tempo di guerra, come in tempo di rivoluzione, non rimase null’altro per i leali discepoli di Plekhanov, se non condurre una intransigente battaglia contro di lui.
Gli ammiratori ed i seguaci di Plekhanov, nell’epoca del suo declino, spesso inatteso e sempre inutile, fin dalla sua morte hanno raccolto in un’edizione separata tutti i suoi scritti peggiori. Con questo, essi aiutarono solo a separare il falso Plekhanov da quello vero. Il grande Plekhanov, quello vero, appartiene solamente e totalmente a noi.
E’ nostro dovere restituire alla giovane generazione la sua figura spirituale in tutta la sua statura.

[1]. Alexinsky era un socialdemocratico russo che in seguito divenne un monarchico e una Guardia Bianca. Aksentiev era un socialista rivoluzionario di destra, uno dei ministri del governo Kerensky ed in seguito anch’egli una Guardia Bianca. Breshkovskaya era una partecipante al movimento rivoluzionario russo degli anni ’70. Si oppose alla Rivoluzione d’Ottobre – Editore.

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