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martedì 6 novembre 2012

IL MARXISMO NEGATO

foto di Giada Silvestri


IL MARXISMO NEGATO
-150 anni di uso ideologico del revisionismo e abuso storiografico dell’antirevisionismo-



di Lorenzo Mortara
RSU Fiom-Cgil


I clamori e gli strascichi polemici per i 150 anni dell’Unità borghese d’Italia non sono certo cosa nuova per noi. Ben più dell’abuso ideologico del contrasto tra Nord e Sud, a noi sta a cuore la normalizzazione fatta dalla storiografia ufficiale del conflitto fondamentale della nostra società: quello tra borghesia e proletariato.
Poco più di un paio di anni fa, pubblicato da Neri Pozza, è uscito La Storia negata - il revisionismo e il suo politico, libro a cura di Angelo Del Boca che ha la pretesa di fare piazza pulita del montante revisionismo. Del Boca è sicuramente lo storico che più s’è documentato sulle malefatte della borghesia italiana in Africa, sotto l’impero fascista. Non si può quindi associarlo minimamente al mare di pubblicisti e ciarlatani che infestano d’omaggi la stampa borghese. Non di meno, il libro, che assembla una decina di saggi di altri storici, è quanto di più penoso si possa immaginare da contrapporre oggi al revisionismo.
Per controbattere ognuno dei dieci argomenti revisionati, Del Boca si avvale della risposta di uno storico specifico. I dieci storici prescelti da Del Boca, tra il «meglio che abbia prodotto la storiografia» sono Mario Isnenghi, Nicola Labanca, Nicola Tranfaglia, Giorgio Rochat, Lucia Ceci, Mimmo Franzinelli, Enzo Collotti, Aldo Agosti, Giovanni De Luna e Angelo D’orsi. A costoro Del Boca affida il compito di ripristinare la Storia dal Risorgimento al colonialismo, dal fascismo alla Resistenza e dal cattolicesimo alla Shoah. Il risultato di una decina di indagini tese a confutare il revisionismo, è però la bancarotta dell’antirevisionismo che nulla ha ancora capito della radici dell’avversario. E non ne ha capito un tubo perché tali radici son ben conficcate dentro al suo stesso ceppo, e fino a che non le sradicherà dentro di sé, sarà vana pretesa quella di estirparle fuori.
L’unico saggio che non mi abbia fatto storcere completamente il naso è quello di Giovanni De Luna, Revisionismo e resistenza, nel quale lo storico si limita perlopiù a ricostruire le vicende e le varie interpretazioni di questo o quel gruppo sociale, senza mai prendere veramente posizione in merito, fedele al mito ridicolo dell’ “obiettività”. Non so però se il De Luna si sarà accorto, alla fine, di aver fatto della mera cronaca storiografica, una fotografia della Storia la cui obbiettività non consiste altro che nel lasciare chiuso e coperto il proprio obiettivo. Può darsi che una simile scelta, ricalchi quella del libro, una delle cui tesi di fondo sostiene come compito dello storico “quello, nobile e problematico, di accertare la verità dei fatti” (Angelo D’Orsi - Dal revisionismo al rovescismo). Non so di che storico si parli, ma non certo dello storico d’oggi, bensì di uno qualsiasi del Settecento, perché a ricercare la verità dei fatti, si finisce sempre col trovarsi in mezzo alla metafisica dell’interpretazione che, di nobile, non ha proprio nulla. In realtà, la ricerca storiografica o ci racconta la verità della sua interpretazione, o è destinata ad accertare solo i fatti allo stato grezzo della loro volgarità. E infatti il libro trasuda volgarità dalla prima all’ultima pagina, pieno com’è di sofismi, di discorsi cervellotici e di frasi vuote e contorte che si contraddicono l’una con l’altra, senza preoccuparsi troppo della logica.
L’impostazione storico-volgare, appare fin dalla prima pagina quando Del Boca, nell’Introduzione, contro il revisionismo si appella alla solita ricerca storiografica super-partes che non ha nulla a che fare con «l’uso politico della Storia». In realtà, l’unica ricerca storiografica attendibile è quella fondata sull’uso politico, di parte. Infatti, quella presunta senza scopo politico, è da sempre in disuso, dismessa per la semplice ragione che la grande Storia è appunto Storia politica. Quanto più grande è uno storico, tanto più sarà al centro del dibattito politico. Non potrà sottrarsi alla sua collocazione. Tanto più che in anni di ricerche si sarà fatto un’idea sulla Storia che racconta e sulle idee politiche che l’hanno decisa. Tale idea non potrà non essere filtrata nella sua stessa Storia. Come si può volere, dunque, che ne sia al di sopra, cioè indifferente? La Storia che non ha a che fare con l’uso politico è una favoletta fuori dalla Storia.
Si pretende l’indipendenza dall’uso politico della Storia quando si è sicuri d’essere faziosi. L’uso politico della Storia non deve essere confuso con la faziosità che è tutta un’altra cosa. La faziosità è un abuso politico che nasconde parte della documentazione per giungere a una verità tendenziosa. L’uso politico della Storia, invece, quando è onesto, trasparente, non è mai fazioso perché non ha bisogno di nascondere alcunché, si limita a prendere posizione tramite la sua personale interpretazione del materiale storiografico senza trincerarsi dietro una ridicola imparzialità. Perché chi non è fazioso, in fondo, sa che anche la Storia è un’arte, e chi non la sa inventare e si attiene alla “verità storica” non ha la benché minima fantasia per andare più in là dei sogni realistici che racconta.
Questi saggi antirevisionisti sono tutti faziosi e lo sanno. Quando si presentano come super-partes, si tradiscono da soli perché hanno la coda di paglia. D’Orsi, per esempio, cita Salvemini per la sua onestà intellettuale: «lo storico che si dichiara obbiettivo o è uno sciocco o un uomo in malafede, quasi un lupo travestito da agnello». Salvemini invitava alla probità, a dichiarare le proprie passioni per prenderne le contromisure, ma secondo D’Orsi, questo significa anzitutto «essere onesti sul piano intellettuale e rigorosi sul piano del metodo». No! Tutto questo non c’entra niente col discorso salveminiano che è molto, molto più semplice! Dichiarare le proprie passioni significa semplicemente dirci dove si è militato, in quale partito e per quale causa si abbia simpatizzato, di modo che più che noi, siano gli altri a poter prendere le contromisure. Noi, infatti, se le conosciamo, non dobbiamo prendere contromisura alcuna dalle nostre passioni, abbiamo solo bisogno di andarci fino in fondo per vedere quanto siano profonde, sentite e vere.
Nelle biografie dei dieci storici, pubblicate in fondo al libro, veniamo a sapere che sono professori in questa o quella accademia, come se fosse importante anziché scontato sapere che abbiano studiato la materia. Ci mancherebbe pure che fossero degli asini saliti in cattedra! Il guaio è che nessuno ha il coraggio di dirci per quale partito ha raccontato la sua Storia. Sono tutti apolitici nonostante Agosti, Tranfaglia eccetera abbiano ruotato attorno ad ex-PCI e dintorni più o meno come tutti gli altri. Stando a un simile infantilismo, dovremmo sentirci a posto dalla rassicurazione che fanno, ogni tre righe, di aver usato rigorosamente il metodo storico! Come se ce ne fosse uno solo!
La Storia che voglia essere obbiettiva nell’unico modo in cui può esserlo, e cioè senza essere super-partes, è un fotografia un po’ particolare, che oltre a inquadrare un determinato periodo storico, deve inquadrare politicamente e socialmente anche chi la scrive. La Storia che si vuole rigorosa sul piano di un metodo universale, cioè ideologico nell’accezione negativa e marxiana del termine, quando pretende di raccontare tutta la storia trascurando deliberatamente la storia molto più importante di chi l’ha scritta, non è che una fotografia sfocata di nessun valore storiografico o culturale. Almeno per noi.
Nelle sue Lezioni di metodo storico1, Chabod, ci avverte, un po’ triste, di aver scoperto l’acqua calda: a dispetto di quel che credevano gli accademici pedanti come lui, anche l’uso più rigoroso del (suo) metodo storico, non darà mai l’ottusa obiettività, ma sempre una sua approssimazione, figlia dell’interpretazione personale con cui uno storico ha collegato i così mal detti fatti e documenti. L’interpretazione è precisamente il metodo con cui uno storico li mette assieme. Il metodo storico non è che il filo con cui uno storico lega assieme i fatti. Quello che non hanno mai compreso gli storici rimasti impietriti dalla superstizione “obbiettiva” che gli si sgretolava tra le mani, è che fatti e documenti sono anch’essi interpretazioni. Sono il risultato storico dei tentativi umani di scomporre e semplificare l’immensa complessità del “reale” per arrivare a una conoscenza il più approssimativa possibile. Ci sono voluti migliaia di anni perché gli uomini riuscissero a classificare le azioni più elementari come “fatti”. Prima, nessun fatto riusciva a imprimersi nella testa degli uomini. Ecco perché non può esserci obbiettività, perché fatti e documenti, senza essere falsi, non sono “oggetto esterno”, ma rielaborazione primordiale di quel che viene chiamato, sempre per approssimazione, “soggetto” e che in realtà non esiste. Fatti e documenti non sono che le forme più elementari di interpretazione della realtà. Il metodo storico, in ultima analisi, si riduce a una rielaborazione più complessa delle interpretazioni più semplici e banali. Solo Travaglio può credere ai fatti separati dalle opinioni. Da buon giornalista, pensa alla giornata, perché per il fatto eclatante del giorno, basta l’interpretazione superflua di un secondo. Per chi non s’accontenta di considerazioni tanto effimere, fatti e opinioni sono la stessa cosa, sono uno la rielaborazione a un grado più elevato dell’altra. Tra loro vi è un’indissolubile interdipendenza dialettica. Un fatto è solo un opinione elementare, ovvia. Senza la connessione con la sua interpretazione, un fatto non sussiste, perché un fatto è la sua interpretazione e viceversa. A complicare la vicenda, c’è ancora da dire che nessun interpretazione viene dal cielo, ma è condizionata dai rapporti sociali. Più precisamente l’interpretazione esprime la relazione sociale che un individuo ha con un determinato fatto. Proprio per questo, quando Chabod ci avverte che nonostante l’uso più rigoroso delle fonti, le rielaborazioni possono essere una, nessuna o centomila, tante quanti sono gli storici, in fondo non fa altro che dirci che per venire a capo dei suoi studi, lui usa il metodo liberale di indagine. Caratteristica del modo liberale d’indagine, infatti, è credere alle mille e più idee che popolano il mondo più o meno come monadi. Il metodo d’indagine marxista, invece, le riconduce agli interessi sociali di classe, che sono due e soltanto due. Il metodo liberale e il metodo marxista sono perciò gli unici metodi storici di indagine che abbiamo a disposizione. Tutte le sfumature sono riconducibili all’uno o all’altro sistema.
Il metodo liberale rielabora fonti e dati su base interclassista, il metodo marxista invece su quella di un rigoroso classismo. Dove il metodo liberale vede uno scontro tra opinioni, quello marxista vi scova dietro l’interesse di classe corrispondente. Il metodo liberale è schiavo della Storia, quello marxista padrone. Proprio per questo, il metodo liberale, non racconta mai la sua Storia, ma quella che i protagonisti vorrebbero far passare ufficialmente. Usato da destra tenderà a strizzare l’occhio alle versioni più soft della gesta dei suoi beniamini. Usato da sinistra si schiererà a difesa degli attori che meglio interpretano il copione della sua pellicola storica. Il tutto, nauseando la platea con continui sottotitoli che rimarchino l’obbiettività storica, cioè l’incapacità dello storico di andare più in là di una conoscenza elementare, didascalica dei fatti. Il metodo marxista mette tutto questo medioevo del pensiero all’interno della sua Storia a svolgere il ruolo che gli compete: il ruolo della serva. Non perde tempo a raccontare la Storia degli altri che nulla sanno, racconta direttamente in prima persona la sua che tutto comprende.
Qualche superstizioso, arrivato fin qua, sarà preso dallo sconforto di un assoluto relativismo. Dunque, penserà, non possiamo sapere la verità? No! Un superstizioso effettivamente la verità non la saprà mai, perché quel che lui chiama verità coincide proprio con la verità super-partes. L’idea di una realtà che presenti almeno due verità, è fuori dalla sua portata. Ed è fuori dalla portata degli storici antirevisionisti, tutti tesi a trovare il giusto mezzo tra le varie opinioni discordanti. Felici come una Pasqua per aver trovato l’imparzialità, gli antirevisionisti non si accorgono che la loro verità sta dalla solita parte, anche se pretende di stare in mezzo. E mentre sta in mezzo super-partes, dal suo orizzonte scompare la verità di classe, l’unica che stia a cuore e che sia di qualche interesse per me.
L’oscuramento del punto di vista di classe si vede fin dal primo saggio sul Risorgimento di Mario Isnenghi – I passati risorgono. Memorie irreconciliate dell’unificazione nazionale – nel quale l’autore nota che «classi, nazioni, appartenenze, identità sono “miti”, cioè processi mentali d’ordine collettivo». Ma nessun ordine collettivo inventa dal nulla il suo mito. Ogni mito è riconducibile a un interesse concreto. Quando come criterio generale si sceglie il mito della “nazione” si leggeranno i dati in un determinato modo, quando si userà il mito della “classe” in un altro. Nessuna pretesa, in quest’ultimo caso, di verità assoluta, al massimo di verità di classe. È nel primo, purtroppo, che si avrà pretesa di verità per tutte le classi!
Isnenghi, imbevuto di metodo liberale, vede nelle truffe plebiscitarie del Risorgimento, «l’espressione – sfigurata – di un grande principio radicalmente innovativo: un uomo, un voto». E chi non vede l’espressione solo della fantasia accecata di Isnenghi, non può che essere un «erede esplicito o tacito dei Borboni». Un erede che, per lo storico, non ha il diritto di irridere i plebisciti solo a cagione dei brogli «omettendo che era proprio il voto, il principio stesso di chiamare tutto il popolo a votare, a costituire il motivo di scandalo all’epoca e la discriminante tra il vecchio e il nuovo». Un erede dei Borboni avrebbe effettivamente potuto irridere Isnenghi in questa maniera, ma non tutti quelli che se la ridono di lui sono eredi dei Borboni, magari sono semplici proletari eredi dei contadini dell’ex Regno delle Due Sicilie. E prima di associarsi ai sofismi di Isnenghi, tali proletari avrebbero potuto irriderlo in altro modo. Nei brogli plebiscitari del Risorgimento, non ci fu alcuna espressione sfigurata del principio “una testa, un voto”, solo la ghigliottina elettorale con cui la testa più forte della nascente borghesia sabauda, tagliò di netto il rischio di non vedersi votata dalle tante zucche, ancora semi-medioevali, che non si erano bevute la propaganda della sua Unità. Non “una testa, un voto”, ma “nessun voto” camuffato da plebiscito per giustificare l’incoronazione della borghesia sabauda al comando. Nei plebisciti soltanto la trasfigurazione delle spine per i proletari scornati. Del resto, come si potrebbe non sorridere per il diritto di voto concesso a milioni di teste chiamate solo a fare da gambe e braccia nell’incipiente schiavitù salariale del Capitale?2
All’analisi di classe non sfugge, brogli o meno, l’enorme progresso portato dal Risorgimento. Solo dopo l’unità borghese è possibile procedere verso la soppressione di tutte le classi. Il modo di produzione semi-feudale dei Borboni, infatti, non lo consente. Ora, se è vero che i Borboni stavano introducendo elementi di capitalismo nel loro regno, esattamente come i Savoia non erano completamente usciti dal medioevo, questo significa solo che in Italia non erano già più possibili due rivolgimenti nazionali, perché il capitalismo poteva dispiegarsi solo se uno dei suoi stati sopprimeva sul nascere lo sviluppo capitalistico dell’altro. Questo fecero i Savoia a discapito dei Borboni. Ma come Marx ed Engels ebbero a scrivere nel Manifesto del Partito Comunista, chiunque faccia proprio il loro metodo, finché vede il nascente proletariato costretto ancora nel medioevo, appoggia tutti i rivolgimenti borghesi, ma non trascura «nemmeno per un istante di promuovere nei lavoratori una coscienza – la più chiara possibile – della contrapposizione mortale di borghesia e proletariato, in modo che i lavoratori […] possano subito rivoltare, come altrettante armi contro la borghesia, le condizioni sociali e politiche che la borghesia deve affermare insieme alla propria egemonia».
Smascherare la truffa dei plebisciti, non serve per ridare il Regno delle Due Sicilie ai Borboni, ma per toglierlo subito ai borghesi sabaudi e consegnarlo ai proletari. Isnenghi non inquadra la Storia in questa direzione, perché la vuole inchiodare al mito dello “Stato Unitario” che pretende eterno. Di conseguenza, se la prende con tutti i nuovi miti, come quello “padano”, nati nell’epoca della sua putrefazione. Non si rende conto, lo storico “obbiettivo”, che la reazione disgregatrice padana, è il risultato di chi non è stato capace di promuovere l’unità borghese a un livello più alto, sostituendo il suo stato classista con uno in via di deperimento senza classi. La Padania è una delle tante, fantastiche distorsioni che prende uno Stato borghese quando non trova altri sbocchi per sorpassare una realtà che ormai gli va stretta. Sarà un po’ difficile superarla con l’aiuto degli storici antirevisionisti che gli montano la guardia, e tanto più abbaiano a sua difesa quanto più gli attacchi si avvicinano al loro Sancta Sanctorum: il vecchio PCI, il partito degli stalinisti italiani a tutela dei burocrati di Mosca.
La puzza della carcassa putrescente del vecchio PCI comincia a sentirsi fin dal saggio di Tranfaglia dedicato all’avvento fascismo. Di tutti i saggi del libro, quello di Tranfaglia è il più penoso. L’ascesa del fascismo è vista come sconfitta dello stato liberale e dell’occupazione della fabbriche del biennio rosso. Nulla ovviamente ci dice Tranfaglia del perché sia stato sconfitto il movimento di occupazione, del ruolo avuto in tutto questo dalla vile codardia dei dirigenti del movimento operaio. La sconfitta dell’occupazione della fabbriche avviene così come avviene un temporale, che arriva passa e se ne va senza che nessuno possa farci niente. In breve, il fascismo non è il risultato della lotta delle classi, ma dell’incoscienza e dell’arrivismo senza scrupoli delle classi dominanti. E infatti il libro termina con un ridicolo richiamo ad un loro esame di coscienza, per evitare in futuro il ripetersi di una simile tragedia. Non una parola sul tradimento dei socialisti che al momento della rivoluzione, abdicano facendo l’impossibile per sabotarla. Non una parola sui tentativi squallidi di pacificazione col fascismo con cui i socialisti disarmarono la classe operaia, mentre i padroni si armavano fino ai denti contro di loro. Tranfaglia non fa parola di tutto questo per evitare che qualche anno dopo si debba parlare anche del ruolo controrivoluzionario del PCI al momento della caduta del fascismo. Ed è proprio per questo, per questa sua copertura a una parte della storia che ha appoggiato, che l’antirevisionismo ha le armi spuntate contro il revisionismo.
L’antirevisionismo crede sia in gioco la Storia e la falsificazione orwelliana della memoria. Non si accorge che dietro il revisionismo, ci sta semplicemente la vecchia lotta di classe. Sconfitta su tutta la linea la classe operaia nel 1989-91, col crollo dell’Unione Sovietica, la classe padronale ne ha approfittato per rovesciare anche le briciole delle ultime pretese in salsa costituzionale al suo dominio. Il “rovescismo” di cui parlano gli antirevisionisti è tutto qua. Gli è che un cappotto storico come il crollo dell’Urss non avviene per caso, è figlio diretto della linea adottata da chi ha guidato la classe operaia, per non andare troppo in là, dal crollo del fascismo a quello dell’URSS. L’antirevisionismo non intende revisionare nulla, perché non ne vuol sapere di rispondere alla lotta di classe della borghesia con la lotta di classe del proletariato. Pretende di mantenere in piedi il cadavere del vecchio PCI, ripristinando la sua storia fallimentare. Ma non si può rimettere in sella chi si è disarcionato da solo cadendo nella polvere nella maniera più ignobile e vergognosa. L’unica soluzione sarebbe quella di risalire il percorso storico per cercare di capire come sia stato possibile dare le redini delle nostre sorti a fantini totalmente incapaci ed inetti. Perché non si tratta di rialzare il vecchio PCI, ma la classe operaia. Il revisionismo è solo apparentemente diretto dai padroni contro Togliatti e soci, in realtà il vero bersaglio sono i lavoratori. Se fosse solo per Togliatti, il revisionismo se lo terrebbe ben stretto: «Se la classe padronale non avesse avuto in Italia un Togliatti, avrebbe dovuto inventarlo: dove rinvenire un capo che, gravemente colpito in un attentato, trova ancora la forza di una sola raccomandazione, “niente avventure, niente sciocchezze”?»3. È la classe operaia che si vuol delegittimare oggi come ieri. La legittimazione o meno del vecchio PCI oggi non ha più alcuna importanza, perché è stata risolta dalla Storia, ovvero dalla lotta di classe, non dalle scaramucce tra revisionisti e antirevisionisti. L’antirevisionismo, purtroppo, della classe operaia non si occupa minimamente. Avendola disciolta nella Storia nazionale, non sa più neanche se sia mai esistita. La sua unica preoccupazione è salvare il suo vecchio idolo: Palmiro “Ercoli” Togliatti, il penoso burocrate descritto da Gramsci, il ciarlatano italian-sovietico del marxismo-leninismo. Di qui il timore che la riapertura degli archivi di Mosca possa sporcare l’immacolata concezione che ha di lui. Ma non c’è alcun bisogno di mettere in cattiva luce chi è rimasto sepolto, da vivo, sotto le tenebre dello stalinismo. Che Togliatti possa essere qualcosa di diverso nonostante fosse uguale a tutti gli stalinisti, è davvero una pretesa antirevisionista. Non si può difendere il comunismo difendendo l’indifendibile. Tanto meno si può difendere il comunismo italiano separandolo da quello degli altri paesi come fanno Del Boca e Agosti. Il comunismo o è internazionale o è lo stalinismo in tutti i paesi! Se si vuole difendere il comunismo, bisogna prendere in contropiede la borghesia, facendo contro il vecchio PCI, in maniera molto più chiara, limpida e netta, il lavoro di pulizia etnica che i padroni vogliono fare sottobanco, nel loro solito, viscido modo contro i lavoratori.
Emerga quel che deve emergere dagli archivi sovietici, i documenti che abbiamo a disposizione bastano e avanzano per dare di Ercoli un responso più che definitivo: Togliatti è stato il più grande alfiere occidentale di Sua Maestà Stalin. Se fosse stato una donna, sarebbe stato la sua regina. Se non fosse per un minimo di contegno che anche uno scritto come questo deve avere, mi lascerei andare agli insulti, tante sono le offese gratuite che la mia parte ha dovuto subire da Togliatti. Infatti, è giusto ricordare che all’apogeo del suo Dio, Togliatti, per i suoi loschi scopi, non aveva esitato a mettere in bocca al cadavere ancora caldo di Gramsci, parole che non aveva mai pronunciato: «Trotsky è la puttana del fascismo»4. Gramsci si schierò inizialmente con Stalin, ma ebbe sempre molto rispetto e stima per Trotsky, considerandolo uno tra i compagni che lo avevano aiutato ad educarsi. Togliatti non esitò a calpestare tutti e due per la sua disonorata carriera di stalinista. Non solo, oltre a dire bugie dal pulpito di uno che aveva appena firmato l’appello ai “Fratelli in camicia nera”,5 ebbe anche la vigliaccheria di scaricare la sua responsabilità nella bocca degli altri. Lo storico senza metodo si arrabatta tra le scartoffie per capire quanto Togliatti sia dipeso da Stalin, ma per chi è armato del metodo marxista, i libri di Aga-Rossi e Zaslavsky6 non possono che confermare quello che anche senza leggerli si sapeva già: nessun documento potrà mai smentire che Togliatti abbia seguito in tutto e per tutto, come un cagnolino, quel cane morto di Stalin. Il compagno Ercoli, oltre ad appoggiare senza riserve tutti i processi farsa con cui Stalin sterminava la vecchia guardia bolscevica, non fece parola, in segno di approvazione, dei milioni di morti nei gulag. Se i dieci storici scelti da Del Boca, hanno il sacrosanto diritto di accusare Pio XII di filonazismo e sostanziale silenzio sulla Shoah, non si capisce perché l’antirevisionismo che non dedica nemmeno un saggio al silenzio suo e del PCI sui gulag e tutto il resto, non debba essere accusato analogamente di filostalinismo. Tuttalpiù, visto il totale annullamento di Togliatti nelle direttive di Mosca, la pretesa di Agosti e Del Boca di un comunismo italiano diverso, si trasforma semplicemente nella credenza che Stalin volesse per l’Italia un comunismo senza la «galleria di orrori e di crimini» perseguiti e voluti per la Russia. Ma è possibile che uno Stalin avesse paura di spargere in Italia lo stesso sangue che versava in patria? Evidentemente una simile tesi non sta in piedi perché scaturisce da un’ipotesi di partenza priva di senso. E allora, come dipanare l’inghippo? Girando semplicemente la prospettiva: il comunismo di Unità Nazionale, come i fronti popolari, il terzo periodo socialfascista eccetera, sono il necessario corollario della politica estera di Stalin, per continuare indisturbato il criminale massacro fatto in Russia con la politica interna. La politica di Stalin fu controrivoluzionaria sia in patria che all’estero, e per imporsi dovette muovere guerra ad ogni rivoluzione. Ed è ovvio che lo scontro sia stato più cruento laddove una rivoluzione era effettivamente avvenuta. Per imporsi in Russia dovette letteralmente massacrarla. Senza affogare nel sangue la rivoluzione, Stalin non sarebbe stato possibile. In altri paesi non fu necessario un simile massacro perché bastò deviarla sul nascere nei rivoli del democratismo borghese. La riprova è il massacro della rivoluzione spagnola. In quell’occasione, infatti, gli stalinisti erano l’ultima ruota del carro operaio guidato dagli anarchici. Non avendo in mano il volante della classe operaia come in Italia, per impossessarsene furono costretti a ricorrere alle maniere forti, lasciando dietro di loro un’enorme striscia di sangue. E chi dirigeva le armate di Stalin in Ispagna? Palmiro “Ercoli” Togliatti, che però deve essere storicamente “diverso” nonostante abbia fatto parte in tutto e per tutto del partito degli “uguali”. Essersi macchiato direttamente di pochi crimini, non significa essere tanto diversi se si è coperto tutti gli altri. E infatti l’antirevisionismo non comprende che, potendo solo coprire i crimini che non poteva commettere direttamente, il vero, grande crimine di Palmiro Togliatti è stato quello di aver ammazzato sul nascere tutte le rivoluzioni che avrebbe dovuto far fiorire. E come Togliatti copre Stalin, l’antirevisionismo copre il PCI di Togliatti esaltando come «evoluzione democratica» del PCI, quella che dal punto di vista di classe, è solo un’involuzione borghese!
A questo punto, la storiografia antirevisionista messa alle strette, come ultima giustificazione, ama generalmente tirare fuori la scusa del “contesto”. Per sua disgrazia, non esiste alcun contesto storico, ma solo il pretesto storiografico a tutela di una determinata scelta politica. Togliatti e gli altri stalinisti vengono “imprigionati” dai loro adoratori nella scelta obbligata del campo sovietico. Obbligatorietà che non ha nessun riscontro storico. Nel maggio del 1927, appena fatta fallire la rivoluzione cinese, un documento di Trotsky inchiodava Stalin e la sua corte di burocrati come unici responsabili della disfatta7. Il comitato esecutivo del Comintern chiese di condannare unanimemente le tesi sacrosante di Trotsky. La delegazione italiana formata da Silone e Togliatti, chiese di poter vedere il documento. Stalin e soci pretesero la condanna a priori. La scelta – ha scritto Conquest – era tra «sottomettersi a Stalin sperando di esercitare una qualche influenza, o di andarsene». Silone lasciò il partito, Togliatti «scelse la prima soluzione, e vi persistette, rendendosi complice, negli anni che seguirono, di molte e ben più importanti violazioni di impegni»8. Conquest, non ha capito a fondo il grande terrore, come tutto il resto, ma gli storici antirevisionisti che ne han compreso ancor meno, possono leggersi una qualunque altra opera didascalica sullo stalinismo, per mettersi definitivamente il cuore in pace di fronte all’evidenza che tra il Cremlino e Togliatti ci fu completa unità d’intenti criminali e controrivoluzionari. Inoltre, Togliatti, non influenzò minimamente le scelte di Mosca, in compenso lavorò come forse nessun altro per spaccare la colonna di mercurio che misurava la febbre da stalinismo. E una volta presa quella malattia, senza guarire un solo centimetro del suo essere, se la portò nella tomba.
Si aggiunga, di passata, un’osservazione estemporanea e puramente astratta. L’idea che pur appoggiando in tutto e per tutto Stalin, qualcuno possa pretendere per sé la patente di diverso, può essere partorita solo da chi, nella difesa di tante nullità, vede inconsciamente riflessa la tutela della sua stessa mediocrità intellettuale. Infatti, se per assurdo ci fosse qualcuno da salvare dello stalinismo, questo qualcuno non potrebbe che essere Stalin stesso. Perché dovremmo salvare, al posto dell’originale, le innumerevoli imitazioni su scala ridotta? Stalin non farà mai più schifo dei suoi più devoti seguaci. Se c’è qualcuno da incenerire all’istante non è certo Stalin, ma chi, morto il dittatore, ne ha subito approfittato per scaricargli addosso l’intera responsabilità usandolo come parafulmine!
Eppure, nonostante fulmini e saette, le nubi del revisionismo stalinista non possono niente contro le schiarite del marxismo. In effetti, i dieci piccoli saggi, più che cercare di ripristinare la Storia, sono solo uno degli ultimi tentativi di mantenere in vita una storiografia che ha perso, per sempre, la sua faziosa giustificazione storica. Non bisogna nemmeno prendere troppo sul serio questi storici. Orfani del PCI, perduta la bussola che ne avvalorava la chiave interpretativa, sono destinati a passare via via tutti nel campo dei revisionisti o a restare prigionieri nel campo santo delle storiografie che non hanno mai avuto un’anima. È solo questione di tempo. Altra strada non possono percorrere, non avendo alcun strumento alternativo che li possa salvare da tale deriva. Lo si capisce alla fine del libro quando, dopo averci rotto le scatole per oltre trecento pagine con la Storia super-partes, né di destra né di sinistra, Angelo D’Orsi, si rende conto che non possono esserci, giustamente, «memorie condivise». Ma una volta divisa in due la memoria, la Storia ritorna ad essere di destra o di sinistra. E non potrebbe essere altrimenti. Perché mai, infatti, dovremmo avere una memoria condivisa? Il 25 Aprile sarà Festa Nazionale quando il Paese non sarà più diviso in classi, fino ad allora ogni classe si terrà la memoria sua. Condividere oggi la memoria vuol dire avere una memoria interclassista, liberale. E il liberalismo è la memoria storica del capitalismo, la memoria interessata di chi vuol scordarsi del marxismo. Solo festeggiando dalla nostra parte, conserveremo l’integrità della nostra memoria storica. Il liberalismo è la memoria corta del proletariato. Tuttavia, se accorciare la memoria, per il liberalismo, vuol dire appiattirla equiparando partigiani e repubblichini, solo un antirevisionismo da quattro soldi può accontentarsi di non avere «dubbi su quale fosse la parte giusta». Lo sapevamo senza bisogno di revisionismo, antirevisionismo e rovescismo, cioè di tesi, antitesi e sintesi della stessa matrice storiografica di provenienza liberaleggiante. Non è importante sapere l’ovvio sulla Resistenza, ovvero da che parte si schierò, decisivo è sapere, rispetto ai partigiani, da che parte si è sempre schierata la storiografia del PCI. Finché è stato in gloria, il PCI ha dettato alla storiografia il mito della «guerra di liberazione nazionale». Non c’era davvero bisogno di aspettare Claudio Pavone per smantellare «uno dei pilastri della vulgata antifascista, ossia la Resistenza come sola guerra di liberazione». Eppure, secondo Del Boca & De Luna, è solo con la scomparsa della Prima Repubblica che i temi del dibattito storiografico han cominciato ad essere «modellati sulle esigenze della politica e viceversa». I due compari antirevisionisti non si sono accorti che il ripristino, operato da Pavone, della guerra civile al posto della frusta guerra di liberazione, coincide col crollo dell’URSS e il trasformismo del PCI in PDS9. Come si vede, il dibattito storiografico della Prima Repubblica, non lasciando passare la realtà di una guerra civile, è politicamente interessato tanto quanto quello della Seconda. Il libro di Pavone segna soltanto il trapasso da una vulgata interessata e faziosa ad un’altra ugualmente di nessun interesse storico che non sia fazioso (anche se il suo libro non lo è, ed anzi è ottimo. Pessimo invece è chi lo usa per i suoi scopi reconditi)!
Pavone racconta la Resistenza «come una guerra a un tempo patriottica, di classe e civile». D’Orsi scrive che larga parte di resistenti lottò per un rinnovamento politico e sociale. Lottò insomma per la rivoluzione, parola tabù che l’antirevisionismo antirivoluzionario non può pronunciare neanche sotto tortura, pena scoprirsi. Nella guerra civile, dunque, il nucleo della Resistenza si schierò su posizioni di classe. Chi si schierò allora sul versante patriottico? Il PCI naturalmente! Ma non fu affatto facile con una scelta simile tirarsi dietro la classe operaia come dà ad intendere l’Agosti. La classe operaia infatti marciò in direzione ostinata e contraria rispetto alla linea del PCI. Lo ricorda tra i tanti, Liliana Lanzardo, nel suo libro Classe operaia e Partito Comunista alla Fiat: «La strategia della via democratica al socialismo passa, nei primi anni del dopoguerra, attraverso la collaborazione governativa tra borghesia progressista (quale? - Nda) e Movimento Operaio (leggi soprattutto PCI – Nda) […] mentre la classe operaia nella fabbrica si muove in direzione del tutto opposta a quella dell’alleanza col capitale». Cadono così tutti i presunti paradossi della storiografia antirevisionista la quale vede il merito paradossale nel PCI che incanala «energie collettive più vive e reali dell’ideologia... [per]... trasformare qui in Italia in anelito di libertà e di riscatto quelle stesse idee che in altri paesi volevano dire totalitarismo e sterminio». Qua, di paradossale, c’è solo la storiografia obbiettiva che scambia un interesse materiale per un interesse ideale. All’origine dei partiti comunisti, ci sta l’idea classista di rivoluzione, non interclassista di libertà. Ed è proprio la negazione della rivoluzione a trasformare il bolscevismo nello sterminio totalitario dello stalinismo. La resistenza si schierò in massa col PCI perché ai suoi occhi incarnava l’idea rivoluzionaria primigenia. Purtroppo, fu appunto per tutelare il suo stravolgimento totalitario sovietico che il PCI la incanalò nel riscatto della libertà di commerciò e della libera impresa del Capitale. Altro riscatto, infatti, nell’Italia del secondo dopoguerra, non ci fu. Il riscatto fu solo una farsa, terminata nel 1989-91. Quel poco che la classe operaia riuscì a portare a casa, lo ottenne in generale anche contro il PCI che nei momenti decisivi fece sempre da freno. E si capisce, visto che i seguaci italiani di Stalin non stavano al servizio della classe operaia, ma della cricca al Cremlino in adorazione della Costituzione Repubblicana, cioè dell’atto ufficiale con cui si faceva nascere la Repubblica sul cadavere caldo e ancora fumante della rivoluzione. Un rito funebre mistificato nella liberazione di una classe operaia che rinasceva a nuova vita! Chi rinasceva nella Costituzione repubblicana e antifascista, era in realtà il Programma di Verona della Repubblichina!10 Repubblica e Repubblichina non potevano annullarsi del tutto a vicenda, essendo basate entrambe sugli stessi interessi della classe capitalista. Non potendo essere all’altezza immaginaria della rivoluzione democratica, preludio della ridicola via italiana al socialismo, Ultima Thule dell’opportunismo, la Costituzione Repubblicana fu il perno della restaurazione capitalistica. Per chi la sa leggere in termini di classe, dunque, nella Costituzione è già presente il suo smantellamento a restaurazione pienamente compiuta. Quanto più avanza il dominio di classe dei padroni, tanto più la Costituzione, avendo raggiunto il suo scopo, diventa obsoleta, sorpassata ed inutile. Perciò, la Costituzione è l’asse portante di tutte le leggi anticostituzionali. Solo gli storici obbiettivi non l’hanno capito, ma questo significa soltanto che gli storici obiettivi sono obbiettivamente controrivoluzionari!
Che il vecchio PCI abbia spacciato per difesa degli sfruttati, l’aver retto il moccolo ai padroni, sfugge solo agli storici antirevisionisti. E sfugge loro perché il loro metodo d’indagine ha lasciato per strada l’unico fatto storico veramente fondamentale: il marxismo. A che serve perdersi nei rivoli dei milioni di fatti secondari, quando si trascura l’unico filo conduttore in grado di legarli insieme tutti quanti? Eppure è quello che hanno fatto questi storici. Sembra che per questi storici l’obbiettività possa permettersi il lusso, evidentemente borghese, di giudicare il vecchio PCI indipendentemente dai canoni del marxismo cui ha sempre sostenuto di richiamarsi almeno fino al Memoriale di Yalta, testamento politico di Togliatti del 1964. Scorrendo l’indice dei nomi, scopriamo che Stalin è richiamato sei volte, Togliatti sei volte Stalin, Marx, Engels, Lenin, Trotsky e Rosa Luxemburg manco una!
Renzo De Felice, più volte bastonato nel libro, ne Il fascismo, Le interpretazioni dei contemporanei e degli storici11, sostiene che per comprenderlo, la storiografia non possa esimersi dal fare i conti con tutte le sue principali interpretazioni. Quello che De Felice sostiene per il fascismo, vale per tutti gli altri accadimenti storici. Nessuno dei dieci saggi proposti da Del Boca prende in considerazione il marxismo. Il marxismo è rimosso, sostituito dalla storiografia più o meno ufficiosa dello stalinismo. Tutto sommato anche De Felice espunge dalla sua raccolta l’interpretazione marxista, visto che considera tale quella minore di Dobb e Sweezy, trascurando quella ben più importante e decisiva di Trotsky, al quale dedica poco più di un cenno per quanto positivo. Proprio la mancanza del marxismo, rende pressoché inutile la ricerca storiografica di De Felice, in quanto monumentale finché si vuole ma pur sempre monca. Tuttavia, De Felice, può anche essere scusato, visto che non ha mai flirtato col marxismo. Ma non può essere scusato minimamente di una simile rimozione chi al marxismo ci ha comunque girato attorno. Un solo timido confronto con l’analisi marxista e anche le ultime illusioni democratiche degli storici obiettivi si sarebbero sciolte come neve al sole.
Aldo Agosti, che vorrebbe rilegittimare il PCI, esalta infelicemente il suo ruolo di gendarme. Ricorda il caso di Otello Montanari, ex partigiano che nel 1990 osò denunciare la copertura offerta dal Partito, attraverso l’espatrio in Cecoslovacchia, agli assassini dell’ingegnere Arnaldo Vischi, direttore delle Officine Reggiane. Lascio a Pansa di sputare ipocritamente sui partigiani, per parte mia non ho niente da dire, in una guerra civile qualche eccesso è fisiologico e se crimine c’è stato, deve essere un tribunale di partigiani del popolo a giudicarlo. Nessun altro tribunale è legittimato a farlo, perché è infinitamente più insanguinato e da condannare alla sbarra del più odioso dei criminali partigiani, i quali comunque in generale uscirono dalla Resistenza in maniera pulita ed esemplare. Quello che mi preme sottolineare è la faziosità dello storico obbiettivo. Intravisto il suo amato partito sotto tiro, è subito venuto in soccorso con una sviolinata tesa ad esaltarne la «scelta democratica». Finito il concerto, s’è ritirato negli archivi del PCI, per tirare fuori i documenti che comprovassero come il guardasigilli Togliatti «desse un duro giudizio negativo degli “illegalismi” e parlasse apertamente di germi di degenerazione nel partito, di “malattia del mitra”». Qui innanzitutto, un archibugio bisognerebbe davvero tirarlo fuori, ma per abbattere una bella scarica di sale su questi storici odiosi e ottusi che esaltano il “pacifismo” di uno stalinista, senza farsi venire il dubbio che la striscia di sangue che si porta dietro, renda ancora più ridicolo e ipocrita il suo opportunistico, falso richiamo. Infatti, l’Agosti, si è dimenticato alcuni piccoli particolari. È strano, innanzitutto, come la scelta democratica (borghese, ovvero democratica solo per la borghesia), per altro scelta da Mosca, sia coincisa con un clima interno di omertà spezzato solo nel 1990 dalla voce di un ex partigiano. Doppiamente strano che la scelta democratica, in cinquant’anni, abbia solo insegnato al Partito come espellere il Montanari dall’Anpi, dalla presidenza dell’Istituto Cervi, e come toglierlo dalla commissione regionale di controllo del Partito stesso. Non c’è che dire: una perfetta scelta democratica che ricorda in tutto e per tutto l’opzione “purga”, cioè la stessa opzione stalinista scelta cinquant’anni prima. A scegliere la democrazia per gli altri son capaci tutti, è garantirla a quelli che ti son vicini che è difficile. Il metro giusto per valutare una scelta democratica, è misurarla su sé stessi e il proprio gruppo. Se all’interno del proprio gruppo non si vede, non c’è stata alcuna scelta democratica, ma solo un’imposizione burocratica delle proprie menzogne. E in effetti mentre l’Agosti è convinto che si sia «guariti dalla malattia del mitra», anche qua non ci vorrà molto per capire che è facile guarire da una malattia che si attribuisce ad altri. Mentre infatti si dà per malati di illegalismi i soli compagni sani, quelli pronti all’insurrezione rivoluzionaria, l’Agosti si è dimenticato di dire che il senso dello Stato (borghese!) e delle legalità era così ben difeso e rappresentato da Togliatti, che mentre spediva in Cecoslovacchia i suoi, sulla stampa di partito metteva in conto i delitti a quei fascisti dei trosko-bordighisti del Partito Comunista Internazionalista. È facile fare il paladino della legalità, quando la borghesia ti dà il permesso di reprimere i tuoi stessi eccessi di stalinismo scaricandoli sulle spalle dei rivoluzionari autentici.
Abbiamo così chiarito tutti i misteri della beatificazione antirevisionista del PCI in risposta alla demonizzazione revisionista. Tenuto conto del voto dato all’integrazione dei patti Lateranensi nella Costituzione Repubblicana, possiamo ben definirla un’appendice di Storia vaticana. Resta soltanto da inserire revisionismo e antirevisionismo nella giusta collocazione di classe che gli compete.
Il revisionismo è il concentrato chimicamente puro dell’ideologia borghese. L’antirevisionismo piccolo borghese a tutela del giustificazionismo è un prodotto ad un tempo storico e storiografico di un marxismo bastardo. Ma un marxismo bastardo è pur sempre un liberalismo di razza! Ecco perché il revisionismo vince a mani basse contro l’antirevisionismo. L’antirevisionismo è il codismo del revisionismo, la pezza d’appoggio per ogni ulteriore suo slancio. Il revisionismo è la politica giusta di una classe borghese che sa quel che vuole; l’antirevisionismo è la difesa senza più diritto d’appello di una politica controrivoluzionaria e radicalmente sbagliata dei dirigenti della classe operaia. Il revisionismo ha coscienza da vendere tanto quanto l’antirevisionismo è incosciente d’essersela venduta. Il revisionismo nega la nostra storia, la storia di classe, l’antirevisionismo interclassista afferma di meritarselo!
Di ogni libro contro il revisionismo è sufficiente leggersi l’indice dei nomi: se non compare, e pure in abbondanza, quello di Lev Trotsky, uno dei tre nomi in codice del metodo d’indagine marxista, può essere immediatamente messo all’indice dei libri faziosi. Il marxismo negato è solo il riflesso della momentanea vittoria borghese. Con la ripresa rivoluzionaria, la negazione della negazione, ripristinerà finalmente la Storia, affermandolo...


Stazione dei Celti
Novembre 2012


1 Laterza

2 Ricordo che al momento della loro Unità, il voto è per censo e riguarda circa il 2% della popolazione. Come si vede, non c’è alcun principio trasfigurato di “una testa un voto”. Le truffe plebiscitarie sono la raffigurazione precisa della reale Unità d’Italia: “tante teste, nessun voto”. Bisognerà aspettare la Resistenza e il secondo dopoguerra perché, col voto alle donne, la fantasia di Isnenghi, “una testa, un voto”, si trasformi in realtà. E non poteva essere altrimenti, solo la classe operaia poteva conquistarsi il diritto di voto, non poteva ottenerlo per grazia ricevuta dalla borghesia. La borghesia si guarderà sempre dal concedere diritti alla classe operaia, perché i diritti della classe operaia sono la negazione dei privilegi borghesi. Quando, come per il suffragio universale, lo farà perché costretta sotto pressione, farà sempre in modo che non vada a ledere i suoi diritti fondamentali: il libero commercio e la libera compravendita. Farà in modo, insomma, che il voto non serva più di tanto.

3 Così un giornale borghese rendeva omaggio al capo del PCI, subito dopo l’attentato. L’articolo è di Federico Artusio [Umberto Segre] in L’Astrolabio, n. 16, 10 Settembre 1964.

4 Antonio Gramsci capo della classe operaia, in Scritti su Gramsci di Palmiro Togliatti, Editori Riuniti.

5 Per la salvezza dell’Italia, riconciliazione del popolo italiano! - Questo il titolo di un appello dell’Agosto 1936, pubblicato in Francia in «lo Stato Operaio» (n°8). All’epoca Stalin aveva deciso di sondare le possibilità di un accordo con Mussolini. Entusiasta di tanta coerenza coi principi del marxismo, la servitù rossa d’Italia non aveva esitato a lanciare quell’appello, nel quale sono contenute chicche irripetibili come questa: «FASCISTI DELLA VECCHIA GUARDIA! GIOVANI FASCISTI! Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi ed a tutto il popolo italiano per la realizzazione del programma fascista del 1919...». Non mi riesce di proseguire tanto mi vien da vomitare ogni volta che lo rileggo, ma chi volesse conoscere il seguito dell’Appello a firma di Togliatti, Longo, Di Vittorio eccetera, per dare ai lavoratori due dittature borghesi in un colpo solo, può trovarlo ancora oggi riportato in Pagine anticlericali di Ernesto Rossi, Massari Editore, Bolsena, 2001.

6 Mi riferisco in particolare al loro libro Togliatti e Stalin: il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca (Elena Aga-Rossi, Victor Zaslavsky) – il Mulino, 2007.

7 Si tratta del documento La rivoluzione cinese e le tesi del compagno Stalin, in Opere Scelte di Lev Trotsky, Vol. VIII, Prospettiva Edizioni, 2006.

8 Robert Conquest, Il grande terrore, Cap. XIII – L’elemento straniero, Rizzoli, 1968-1990.

9 È del 1991, il lodevolissimo libro di Claudio Pavone, Una guerra civile, saggio sulla moralità della resistenza, Torino, Bollati Boringhieri.

10 Si vedano le analogie tra le due carte, nel libro Togliatti guardasigilli 1945-1946, di Arturo Peregalli e Mirella Mingardo, Colibrì. Repubblica e Repubblichina si basavano entrambe sul lavoro, ed entrambe riconoscevano il primato dell’iniziativa privata individuale nell’interesse generale della società (s’intende per le loro azioni...!).

11 Laterza

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