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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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mercoledì 14 novembre 2012

LA FIOM DALL’ASSEMBLEA DI MODENA AL 14 NOVEMBRE





di Lorenzo Mortara
RSU Fiom-Cgil


Prima della proclamazione della mezza adesione della Camusso allo sciopero europeo, nessuno penso tra i delegati della Fiom ci avrebbe scommesso un bottone. Eravamo per la maggior parte convinti che come al solito la Fiom avrebbe dovuto fare da sola. La Fiom aveva proclamato il suo sciopero generale per il 16 Novembre, venerdì, ma per le continue involuzioni che nell’ultimo anno ha dato alla sua linea, avevamo anche paura che Landini alla fine avrebbe rinunciato ad anticipare al 14 lo sciopero. L’anticipazione avrebbe significato un primo timido rispostamento a sinistra dopo tante, troppe oscillazioni a destra. Quel che è avvenuto conferma i nostri più cupi timori. Landini continua nel suo scivolamento a destra e nella giornata di oggi si trova pure a rimorchio della Cgil. In un sussulto di dignità, infatti, la Camusso, alla fine 4 ore di sciopero le ha chiamate. Landini ha così potuto anticipare lo sciopero ad oggi, ma chi si aspettava 8 ore che rimarcassero la superiorità della Fiom sulla Cgil, è rimasto deluso. Le 8 ore di sciopero la Fiom le farà il 6 Dicembre, oggi si allineerà in tutto e per tutto all’ennesimo sciopero telefonato, per quanto storicamente importante, della Cgil. E una Fiom che si allinea alla vacuità della Cgil, senza rimarcare la benché minima differenza con la linea della Camusso, è destinata anch'essa a una lotta verbale.
Per capire come la Fiom arrivi a questo sciopero, non sarà sterile soffermarsi ancora una volta sulle principali contraddizioni emerse dell’assemblea di Modena del 12 ottobre scorso.


IL 28 GIUGNO E LA DEMOCRAZIA

Con una giravolta di 180 gradi, la Fiom è passata nel giro di un anno dalla bocciatura degli accordi interconfederali del 28 Giugno al loro sostegno più smaccato. Non c’è nessuno più della Fiom, nemmeno Cisl e Uil, che in questo momento invochi il 28 Giugno. L’ennesima Waterloo della Cgil è diventata, nella testa di Landini, il giorno della Liberazione. Landini, è vero, invoca il 28 Giugno per la certificazione della rappresentanza, ma navigato com’è non può far finta di non sapere che negli accordi del 28 Giugno son previste le deroghe peggiorative ai contratti nazionali. Del resto, al momento della firma, cos’era per noi della Fiom l’accordo del 28 Giugno? L’estensione a livello interconfederale del modello Marchionne. Ora il modello Marchionne adattato al 28 Giugno, viene preso come punto di partenza per l’opposizione più intransigente a Marchionne!
Secondo Landini e Airaudo, la certificazione degli iscritti impedirebbe la firma degli accordi separati. È per questo che invocano il 28 Giugno come fosse la dea Kali. Tuttavia, negli accordi del 28 Giugno – qui sarà bene sfatare un mito – non c’è alcuna vera e propria certificazione degli iscritti. C’è in realtà un discorso fumoso sulla certificazione. Confindustria e burocrazie sindacali si sono messe d’accordo che troveranno un accordo per certificare gli iscritti. E chiunque abbia un po’ di dimestichezza con gli accordi tra le parti, sa bene che quando i padroni hanno ottenuto, chiaro e tondo, quello che vogliono – in questo caso le deroghe – sono più che disponibili a infiocchettare i testi degli accordi con discorsi vaghi e promesse lontane su tutto ciò che sta a cuore ai lavoratori.
In generale, non è necessario leggere gli accordi del 28 Giugno, per sapere che cosa contengano. Qui c’è un problema di metodo. Landini e Airaudo fanno perno sugli accordi del 28 Giugno come punto di partenza per la riscossa operaia della Fiom. Da lì bisogna ripartire per superare gli accordi separati e addivenire ad una piattaforma unitaria. Nel 28 giugno, dunque, Landini e Airaudo vedono un passo avanti. Ma se fosse vero che col 28 giugno si fosse fatto un passo avanti, allora la strategia di Cgil Cisl e Uil, vale a dire accucciarsi a qualsiasi tavolo per concertare e firmare senza battere ciglio, sarebbe giusta. Perché non dovrebbe essere possibile a Fim e Uilm di firmare un buon contratto senza muovere un dito, se Cgil Cisl e Uil hanno portato a casa il passo avanti del 28 Giugno nello stesso, identico modo? Gli scioperi e le mobilitazioni diventano inutili quando sedendosi al tavolo si può portare a casa ogni volta qualcosa di positivo. Con gli scioperi, è vero, potremmo accelerare gli eventi, ma perché sbracciarsi tanto sprecando dei soldi, quando si può andare piano piano ma comunque lontano? Accettando gli accordi del 28 Giugno, Landini e Airaudo veicolano l’idea del tutto assurda e anti-storica che gli operai possano fare passi avanti senza pagare dazio. Ma proprio perché non è costato niente, l’accordo del 28 Giugno vale meno di niente e non contiene nulla di positivo. Il passo avanti lo faremo quando la Cgil lo straccerà, non ora che la Fiom lo accetta.
Il problema del 28 Giugno non si esaurisce unicamente nello stabilire cosa sia effettivamente, se un passo avanti o due o tre indietro. Landini e Airaudo quando sostengono che la Confindustria non lo rispetta, dicono in fondo una cosa sbagliata. Infatti, proprio perché il discorso sulla certificazione, nell’accordo del 28 Giugno non è che un accenno del tutto indefinito, mentre le deroghe son precisate nella maniera più rigorosa, ne viene che la Confindustria rispetta sostanzialmente l’accordo, mentre chi non lo accetta nella maniera più assoluta, ed è bene che continui a non accettarlo, è la Fiom che alle deroghe ancora non si è sottomessa.
Chiedere alla Confindustria di rispettare l’accordo del 28 Giugno, vuol dire stuzzicarla perché chieda alla Fiom di rispettare le deroghe, visto che evidentemente un accordo non si può rispettare solo nella parte che piace, la presunta certificazione, ma anche in quella che non piace, le deroghe appunto. Finché la Fiom non rispetterà le deroghe è del tutto inutile e controproducente che chieda il rispetto del 28 Giugno per la certificazione. L’una non verrà senza le altre. E il danno delle deroghe sarà dieci volte più grande dell’eventuale vantaggio della certificazione, sempre che la Confindustria la conceda, cosa del tutto improbabile.
La Fiom è convinta che avendo la maggioranza dei lavoratori con sé, una volta ottenuta la certificazione degli iscritti, con circa il 60% dei tesserati e delle RSU, non sarebbero più possibili accordi separati. Se questo è vero forse a livello a nazionale, lo è solo formalmente. Infatti una volta ottenuto un contratto unitario, sarebbe un gioco da ragazzi derogare per quelle fabbriche, Fiat in primis, in cui la Fiom non è maggioranza. Inoltre col 28 Giugno, vengono incoraggiati i sindacati di comodo per far passare eventuali accordi indigesti alla maggior parte delle rappresentanze. In breve il 60% degli iscritti, una volta certificato che accetteranno le deroghe, si troveranno in mezzo a una balcanizzazione dei contratti al confronto della quale, quella di adesso, apparirà come il paradiso terrestre. Gli accordi separati e le deroghe non sono una questione di contabilità sindacale, ma di rapporti di forza, e un sindacato che col 60% della forza disponibile non è in grado di impedire accordi separati, o ha in quel 60% una massa di smidollati, oppure non sa usare quella forza. E non sarà una certificazione a cambiare le cose. La certificazione certificherà quel che la realtà ha già accertato: la Fiom non sa lottare o lotta male, senza metodo.
L’ultima carta gettata sul tavolo da Landini e Airaudo per far digerire gli accordi del 28 Giugno, è la questione democratica. Siccome la Fiom sta in Cgil e nella Cgil la Fiom è in minoranza, ne viene che dobbiamo accettare il 28 Giugno in rispetto delle regole democratiche. Con ciò abbiamo appurato due cose: primo che per un anno abbondante la Fiom è stata antidemocratica e avrebbe potuto incappare nell’espulsione; e secondo che ai piani alti della nostra organizzazione non si ha la più pallida idea di che cosa siano le regole democratiche, almeno quelle che si trovano nei libri di Bobbio, Kelsen, Sartori e tanti altri padri della moderna democrazia borghese. Padri, è vero, non nostri, e ai quali dovrebbe andare tutto il sarcasmo di cui siamo capaci, ma non per quel poco che contengono di sensato nelle loro teorie. In democrazia chi è in maggioranza ha il diritto di applicare la sua linea e di pretendere pure che la minoranza si allinei. La Cgil dunque ci imponga pure il 28 Giugno. Ma chi è contrario e in minoranza, ha il diritto di difendere la sua posizione critica e di continuare a criticare fino al ribaltamento delle posizioni. Solo in questa maniera è possibile il gioco democratico, l’alternanza tra una maggioranza e una minoranza. L’idea che la minoranza salti sul carro della maggioranza per tirare lei la volata all’accordo del 28 Giugno, si trova solo nel Bignami di democrazia secondo Airaudo. Infatti, in questa maniera, la questione democratica sparisce, perché non si accetta più il 28 Giugno perché si è in minoranza, ma lo si accetta perché minoranza e maggioranza non ci sono più, fuse assieme nel sostegno al 28 Giugno e, di fatto, nella dissoluzione della democrazia che senza maggioranza e minoranza semplicemente non esiste.
Non so se Airaudo e Landini hanno riflettuto a fondo sulle implicazioni dell’accettazione dell’accordo del 28 Giugno. Se rientrassimo in Fiat per colpa delle deroghe accettate dalla Cgil e imposte a noi della Fiom, sarebbe un conto, se lo facessimo per capitolazione nostra sarebbe un altro. Nel primo caso potremmo presentarci dai lavoratori a testa alta, ammettendo la sconfitta ma anche garantendo loro la continuazione della nostra battaglia in Cgil per la cancellazione del 28 Giugno. Nel secondo invece ci presenteremmo da traditori che non possono più far niente perché del 28 Giugno sono ormai complici. La disfatta sarebbe totale come il trionfo di Fim e Uilm.
Questo è tutto il dramma al completo della giravolta Fiom sul 28 Giugno. Ma è solo il primo atto di un dramma che ha tanti altri atti...



FIOM AL SERVIZIO DELLA MAGISTRATURA AL SERVIZIO DEI PADRONI

Salutato, purtroppo, da scrosci di applausi, Landini ha confermato l’appoggio totale della Fiom alla magistratura all’Ilva come da ogni altra parte. All’Ilva come a Pomigliano dovremo difenderci con le armi della magistratura, non con le nostre. Di fronte alla magistratura, dunque, la Fiom è disarmata. Eppure proprio dalla sentenza più importante venuta dalla magistratura, ci sarebbe più di un motivo, se non per prenderne le distanze, almeno per non offrirle tutto il nostro appoggio. A Pomigliano la magistratura ha sentenziato che Marchionne dovrà riassumere 145 iscritti alla Fiom perché finora li ha discriminati. La Fiom, prima del referendum su Fabbrica Italia, aveva 623 iscritti, scesi a 382 tra minacce e paura a Gennaio 2011. Questo significa che anche nella migliore delle ipotesi la magistratura difende il 23% dei lavoratori, e cioè per il 77% tutela i padroni. E la Fiom non può stare al fianco, allineata e coperta, a una magistratura che tutela meno di un quarto di noi e più di tre quarti li lascia sbranare dai padroni. Deve usarla come leva per tutelare il 100% di noi. Ma questo significa ricordare ad ogni sentenza, anche positiva, il suo carattere di classe. Noi non abbiamo bisogno del giusto mezzo tra noi e Marchionne, ma di toglierci di mezzo tutti quelli come lui. E una magistratura che non ce lo leva di dosso ci aiuta poco e niente. Perché come anche la sentenza di Pomigliano dimostra, se aspettiamo la Magistratura, non saremo mai noi i tutelati, tuttalpiù i Marchionne quando esagereranno saranno costretti a riprendersi qualcuno di noi tra le balle.



COMETA: LA NUOVA INTEGRAZIONE AL PROFITTO

Dopo aver capitolato sul 28 Giugno, Landini prosegue la capitolazione della Fiom, offrendo la rinuncia alla piattaforma per il rinnovo del contratto in cambio di un accordo ponte che salvaguardi l’occupazione eccetera. Nel piatto, oltre allo scalpo della piattaforma, Cometa, il fondo integrativo per la pensione, sacrificato sull’altare dell’accumulazione del Capitale. Landini, lo fa in nome del sostegno all’industria del Paese magari riverniciata da nuovo modello di sviluppo. E questo nuovo modello di sviluppo che per partire ha bisogno della tua pensione integrativa, non può essere tanto diverso dal vecchio che ha bisogno della sua disintegrazione. Landini ha giustificato il sacrificio di Cometa, spiegando che il fondo è investito per il 75% in titoli di Stato stranieri. Di conseguenza non è un delitto proporre che quello che viene investito all’estero in titoli di Stato, venga ora investito in azioni di società italiane. Un progetto che si presentava addirittura come spaziale, finisce così nella spazzatura locale. Il disastro è totale, non solo gli operai verranno privati di quel minimo di garanzia che uno Stato borghese può dare e un’azienda privata no (uno stato fallisce con molta meno frequenza delle aziende), ma soprattutto verranno convinti a gettare alle ortiche l’internazionalismo in nome del più frusto nazionalismo. Non importa che togliere titoli di Stato stranieri manderà sul lastrico milioni di operai negli altri paesi, non importa che anche i fondi pensione stranieri avranno analoghi investimenti in Italia, per cui potrebbero ricambiare simili rigurgiti di nazionalismo, con analoghi rigurgiti, quello che conta è sacrificare tutto al moloch dell’industria del Paese che ovviamente incasserebbe l’offerta senza aumentare di un centesimo la domanda salariale di manodopera.
Qualche burocrate, naturalmente, potrebbe sempre obbiettare che rientrati in Italia i fondi italiani, rientrati in America i fondi americani eccetera, più o meno non cambierebbe nulla, quindi la Fiom non sarebbe causa di disastri occupazionali negli altri paesi. Ognuno, solo, si terrebbe il disastro suo. Senza Storia, i burocrati presentano sempre l’ultimo disastro appellandosi al disastro precedente. Al di là del più vieto nazionalismo, è chiaro che una volta investito il 75% del fondo Cometa in sviluppo italiano, Landini può presentare più o meno come sensata la sua proposta. Ma la domanda che dovrebbe porsi è perché esiste Cometa? Come è nata? Se lo facesse la proposta dovrebbe subito rimangiarsela. Cometa infatti non dovrebbe esistere. Esiste perché ancora oggi Landini e quelli come lui non son capaci di spedire su Marte i padroni e ci fanno fare in eterno i loro satelliti. La direzione in cui dovrebbe andare la Fiom è quella di nessun integrazione alla pensione, cioè la pensione di diritto dopo 30 anni di lavoro e con paga agganciata al contratto dei metalmeccanici. La pensione dovrebbe essere erogata da uno Stato proletario che ha abbattuto il capitalismo, oppure qualora l’abbattimento non sia ancora stato possibile, da uno Stato borghese che comunque garantisce un minimo di protezione dalle oscillazioni del mercato. Cometa rappresenta una primo cedimento al libero commercio della pensione. Da una pensione relativamente protetta da uno stato borghese, a mezza pensione disintegrata dallo Stato più mezza pensione semi-distrutta dai padroni. La direzione scelta da Landini, che s’appoggia agli errori precedenti, non va, come dovrebbe, verso la completa ristatalizzazione della pensione, ma verso la sua definitiva privatizzazione. Di questo passo il Landini prossimo venturo, appoggiandosi a quello presente che ha investito Cometa nelle imprese italiane, sarà pronto per investire quel che resta direttamente nelle stock option di Marchionne!



RAPPORTI DI FORZA E REALISMO

Questi continui cedimenti vengono presentati regolarmente come frutto del realismo che deve considerare i rapporti di forza. Fuori dalla realtà, il sedicente realismo non capisce che sono tutti questi cedimenti ad aver creato questi rapporti di forza e non il contrario. Ma sono davvero realistiche queste proposte? Corrispondono davvero ai rapporti di forza? Gli attuali rapporti di forza possono essere sintetizzati così: la Fiom chiede 200 a una controparte che non offre né 100 né 50, ma pretende -100. L’attuale deriva della Fiom è il realismo di dirigenti che continuano a calare le loro pretese, da 200 a 150 a 100 a 50 senza mai arrivare al -100 richiesto dalla Confindustria. E fino a quando non arriveranno a -100 non avranno niente di realistico e non corrisponderanno ai rapporti di forza, perché tra l’altro tenderanno a peggiorarli, a far sì cioè che la Confindustria scenda ancora a -200, -300 eccetera. L’attuale dirigenza purtroppo non sa costruirli i rapporti di forza perché non ha metodo. Al posto della lotta di classe s’illude di poter provare a rientrare in trattativa con le manovre burocratiche, un patto con la Camusso, un’offerta alla Confindustria, un appello a Fim e Uilm e due al Governo Monti. E mentre s’appella a tutta questa ciurmaglia, per meglio offrirsi, sacrifica sull’altare i suoi elementi migliori che potrebbero disturbarla nell’opera di avvicinamento. Per questo è stato estromesso Bellavita, il più radicale dei dirigenti, dalla segreteria. Ed è per questo che Eliana Como, tra le nostre migliori soldatesse, è stata trasferita da Bergamo a Roma. Il realismo è così, mentre piagnucola sui rapporti di forza, sega le sue radici più robuste. Crea cioè le premesse, per peggiorare ancora di più i nostri rapporti di debolezza.
A Modena, un coraggioso lavoratore, ha chiesto conto a Landini dell’esclusione antidemocratica di Bellavita e del richiamo coatto a Roma di Eliana Como. La risposta è stata che la democrazia va bene, ma che a lui la tradizione ha insegnato che la democrazia va coniugata con il rispetto e la responsabilità. Eppure la cacciata di Bellavita è stata motivata con la completa divergenza dalla linea di maggioranza. Il motivo è dunque un’opinione, non altro. E di conseguenza Eliana Como e Sergio Bellavita sono due irresponsabili per aver osato esprimere un’opinione che non è neanche diversa da quella della maggioranza, corrisponde semplicemente alla maggioranza di un anno fa. Se Landini e Airaudo fossero quelli di ieri, dovrebbero auto-estromettersi dalla segreteria nazionale. Ma non lo farebbero perché non è tanto per la linea di opposizione che Bellavita ed Eliana Como sono stati cacciati, visto che non ci può opporre davvero a una linea che cambia ogni 5 minuti, sono stati defenestrati appunto per la tradizione a cui Landini fa riferimento. E questa tradizione, Landini non lo ha detto ma io lo so, è la tradizione del vecchio PCI, la tradizione ancora dura a morire dello stalinismo italiano. Una tradizione che certo non raggiunge gli eccessi di una volta ma che tuttavia si fa ancora sentire, nell’impianto fondamentalmente antidemocratico ma soprattutto nell’impianto teorico anti-marxista, anti-scientifico e del tutto empirico con cui la Fiom ancora oggi si presenta agli scioperi. Ed è un peccato, perché presentarsi con un impianto anti-marxista al primo sciopero internazionale, cioè marxista, dopo tanti anni, vuol dire presentarsi ancora fermi al cospetto della Storia che ricomincia.


Stazione dei Celti
Mercoledì 14 Novembre 2012



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