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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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mercoledì 24 settembre 2014

MARAMALDO RENZI E L'ASSALTO AL CENOTAFIO di Norberto Fragiacomo




Maramaldo renzi e l’assalto al cenotafio
La destra neoliberista al governo minaccia e preme per l’approvazione dello Statuto degli schiavi
di
Norberto Fragiacomo




Maramaldo, tu uccidi un uomo morto!” – gridò, secondo la tradizione, il povero Francesco Ferrucci al suo assassino.

Oggi i panni di Maramaldo calzano a pennello a Matteo Renzi, mercenario facondo e senza scrupoli al soldo della Finanza internazionale (e pure del padronato nostrano, che mira ad ereditare da zio Silvio). Cinque secoli dopo, però, le cose si fanno in technicolor: le vittime, cioè i lavoratori, sono milioni, e ad esse si negherà persino il pallido conforto di un cenotafio. Non mausoleo: cenotafio – perché l’articolo 18 che fa smaniare padroni e ministri è stato profanato già due anni orsono.

Un tempo – quando il sottoscritto frequentava l’università – il meccanismo normativo garantiva una tutela efficace ai lavoratori che, ove licenziati senza giusta causa ovvero senza giustificato motivo (oggettivo o soggettivo), potevano ottenere dal giudice un ristoro economico e/o il reintegro. Nota bene: la scelta spettava al lavoratore, non al magistrato – e il datore era tenuto ad adeguarsi. La norma non era affatto perfetta, perché riguardava solo determinate realtà produttive (e le P.A.), non risolveva la delicata questione dell’eventuale esecuzione forzata del provvedimento di reintegrazione ecc., però sanciva un principio: quello della pari dignità di padrone e lavoratore. Quest’ultimo poteva optare per il risarcimento, ma – in astratto – la decisione toccava a lui, ed era insindacabile. Ripeto: pari dignità – è questa la parola chiave, e in questo senso l’articolo 18 poteva considerarsi un monumento (alla civiltà giuslavoristica del dopoguerra).

La controriforma Fornero ha apportato al quadro notevoli cambiamenti, depotenziando la disciplina e declassandola, appunto, a cenotafio. Attualmente le ipotesi di reintegro sono limitate a inverosimili casi di “manifesta infondatezza del fatto” – nell’evenienza di recesso per motivi concernenti l’organizzazione aziendale, quali la soppressione di un ufficio o un processo di “razionalizzazione” interna – e all’eventualità di accertate insussistenza o mancata commissione del fatto, ovvero di sanzione sproporzionata rispetto ad un comportamento tipizzato dal contratto collettivo (giustificato motivo soggettivo, cioè inadempienza contrattuale – per un approfondimento rimando a : 

(http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/2012/04/prime-note-suquel-che-resta-dellart-18.html)

Se il licenziamento, pur ingiusto, non rientra nella casistica testé elencata, l’imprenditore se la caverà scucendo dei soldi all’ex dipendente (meno che in passato, comunque).

Dal momento che lo stesso Mario Monti, all’epoca, minimizzò la portata applicativa del reintegro “per manifesta infondatezza del fatto” (introdotto in extremis per dare un contentino ai bersaniani, che avevano l’esigenza tutta “politica” di salvarsi la faccia), la diatriba sull’articolo 18 dovrebbe ritenersi chiusa da un pezzo – con la schiacciante vittoria del padronato locale ed internazionale. Se, in deroga all’adagio “de mortuis nisi bene”, il dibattito si è all’improvviso riaperto le ragioni non vanno dunque ricercate nel campo della scienza economica – tanto più che la stessa Elsa Fornero invita alla calma, sostenendo che gli effetti della sua riforma non sono stati ancora pienamente valutati. Il problema è che, al netto di grafici e formulette, la teoria neoliberista si riduce in sostanza a spirito di rapina più ideologia. Tralasciando il dato che le cortine fumogene servono ad occultare le manovre delle truppe renziane, l’abbattimento del cenotafio è oggidì, per il Capitale gonfio di hybris, un imperativo ideologico.

Cancellare questa norma monca è funzionale non al rilancio dell’economia (né, a maggior ragione, della domanda interna), bensì a sancire per legge l’assoluta subordinazione del Lavoro, la costituzionalizzazione della schiavitù salariata. Gli pseudo economisti americani hanno sempre rimproverato agli Stati europei un eccesso di generosità distributiva: ricordo un pezzo d’inizio secolo in cui si sosteneva che i principali intralci alla crescita economica continentale fossero restrictions on firing (=restrizioni sui licenziamenti), jobless benefits (benefici per i senza lavoro [1], come da noi la cassa integrazione) e pensioni pubbliche.

Quella Bibbia diabolica sta oggi sulla scrivania di Matteo Renzi, il premier più liberista che questo infelice Paese abbia mai conosciuto – anche il più spudorato, se si tiene a mente il suo brillante percorso lavorativo nell’impresa familiare. Per il momento, il Jobs act renziano è un aborto clandestino. Sin dagli esordi il prestigiatore toscano ci ha abituati al gioco legislativo delle tre carte: testi ufficiosi, semiufficiali, bozze mutile che appassiscono in un pomeriggio – all’ultimo arriva, sotto forma di diktat, la zampata. Nulla stupisce l’osservatore nella condotta del fiorentino: non l’odiosa arroganza da bulletto figlio di papà, non la retorica da bar sport 2.0, non la riduzione della realtà a caricatura né la pochezza culturale nascosta dietro quel faccione, ennesima maschera del subdolo neoliberismo fintamente di sinistra. Anche i comprimari recitano secondo abitudine: le venderigole forziste perpetuano l’inganno ai danni dei miopi elettori piddini, facendoli abboccare all’amo del nome improprio “sinistra”, mentre in tivù i Sansonetti gigioneggiano e divagano, incapaci di riconoscere l’intima natura di Renzi e del suo esecutivo da vetrina. Perso qualsiasi freno inibitorio, Giorgio II coglie ogni occasione per reclamizzare neoliberismo ed istituzioni europee: persino all’inaugurazione dell’anno scolastico l’ex migliorista ha fatto outing per il Jobs act, tuonando che “L’Italia non può restare prigioniera di corporativismi e conservatorismi” e che non ci si “deve chiudere nei vecchi recinti nazionali e sbraitare (sic!) contro l’Europa”. Insomma, l’Italia ha un arbitro che, avvezzo a inventarsi i rigori, li tira pure, ma neanche questa è una primizia: il Presidente super partes è buono per i manuali e le pellicole in costume.

Nulla stupisce – dicevo – se non (al limite) l’assenza di reazioni che vadano al di là di qualche ora di sciopero, preannunciata e da confermare.

In verità, l’abolizione dell’articolo 18 è solo la ciliegina su una torta di cui – anche senza averla vista – già sentiamo l’odore nauseabondo: il nuovo “contratto a tutele crescenti” dovrebbe definirsi “a tutele evanescenti”, perché si risolve di fatto in una stabilizzazione del precariato, in un susseguirsi di periodi di prova triennali. Un minuto prima dello scoccare del triennio (e dunque del dispiegarsi della “piena tutela” in tutta la sua magnificenza) il coscienzioso padrone caccia il lavorante, che così potrà provare l’ebbrezza di ricominciare da capo… due, tre, quattro volte, finché morte non lo separi dalla quotidiana fatica, visto che la pensione sarà come Itaca per l’equipaggio di Ulisse: una chimera. Ma questa “tutela piena”, poi, in cosa consisterà? Escluso il reintegro, potrebbe concretarsi in una sommetta di denaro, di cui beneficerebbero – l’abbiamo già visto – i più fortunati e “insostituibili” fra i lavoratori; agli altri toccherebbe, forse, “una bella festa e una sigaretta… a testa!”, come dice una canzone destinata a tornare di moda.

Sembra che tra gli ingredienti della controriforma ci saranno anche il demansionamento e un controllo a distanza del lavoratore con strumenti elettronici: in breve, si torna indietro di 44 anni, e la stima è per difetto.

Per il nuovo “Statuto dei lavoratori” caldeggiato da Renzi, Napolitano e dai loro amici finanzieri (oltre che da Squinzi: dove mangiano gli squali ci sono briciole anche per i pesci pilota) propongo allora un nome consono: Statuto degli schiavi. In fondo, i “suggerimenti” di quel datato articolo in inglese sono stati compiutamente recepiti: il licenziamento sarà libero, assistenza e previdenza memorie di un passato troppo “socialista” per piacere a banche, multinazionali e fondi pensione.

Che dire, compagni? Che questa genia va fermata, prima che ci espropri del rimasuglio di diritti e di quel bene, invisibile e prezioso, che si chiama dignità umana!






[1] Perché? Per il banalissimo motivo che chi non ha niente (v. gli odierni migranti) accetta, pur di sopravvivere, le condizioni più infami ed inique.





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