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mercoledì 20 marzo 2013

FERMARE IL CAPITALISMO, FERMARE LO SPECISMO PER SALVARE IL PIANETA di Marco Piracci



FERMARE IL CAPITALISMO, FERMARE LO SPECISMO PER SALVARE IL PIANETA
di Marco Piracci



Il rapido esaurimento delle risorse energetiche e l’aumento della temperatura globale meritano una profonda riflessione. Il riscaldamento globale mette a rischio soprattutto le nazioni del Terzo Mondo che già non possiedono un adeguato livello di riserve d’acqua e hanno scarse risorse per poter affrontare i gravi cambiamenti climatici e la maggior scarsità di cibo che ne consegue. Nel 1974 il rapporto annuale della CIA sui cambiamenti climatici affermava che “il clima avrebbe costituito un problema solamente nel lungo termine, realtà che avrebbe richiesto nuovi schieramenti tra le nazioni per assicurarsi la sicurezza alimentare1 . 
È però il 2009 l’anno in cui il Pentagono si è visto costretto a riconoscere che il riscaldamento climatico costituisce una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti e da allora ha incluso l’analisi dei cambiamenti climatici nelle sue relazioni al congresso.
Sempre nel 2009 la CIA ha inaugurato il Center on Climate Change per monitorare l’impatto del riscaldamento globale sulla sicurezza nazionale. Lo stesso è accaduto in altri Stati. 
In una relazione dell’Australian Defence Force si legge che il riscaldamento globale avrebbe potuto determinare il fallimento di alcuni degli Stati che si affacciano sul Pacifico a causa dell’aumento del livello del mare e dell’insorgenza di nuovi conflitti per il controllo delle risorse.

In questo quadro gioca un ruolo di primissimo piano l’industria alimentare mondiale. 
Come messo in evidenza nel rapporto del 2009 della commissione della Nazioni Unite per combattere la desertificazione, negli U.S.A., in america Latina, in Africa e in Australia, enormi superfici di terra sono state devastate dai pascoli per il bestiame e il 75% di questi terreni è in via di desertificazione 3. Pascoli e allevamenti industriali producono enormi quantità di letame che inquinano fiumi e torrenti, uccidono i pesci e contaminano l’acqua potabile con batteri, prodotti chimici e farmacologici. Producono inoltre gas tossici, quali ammoniaca, idrogeno solforato e metano che inquinano l’aria. Il danno ambientale si somma all’uso sconsiderato di risorse preziose e limitate – tra le quali soprattutto l’acqua dolce – da parte delle industrie agro-alimentari di carne, latticini e uova. Basti pensare che la metà dell’acqua consumata negli Stati Uniti è utilizzata per produrre mangimi a base di cereali. A livello globale, nonostante solo due miliardi di persone (circa il 35% del totale della popolazione ) si nutrano principalmente con dieta a base di carne, l’allevamento consuma più del 45% di tutta l’acqua necessaria per la produzione di cibo. Questo utilizzo sconsiderato entra in aperta contrapposizione con il fatto che più della metà della popolazione mondiale vive in Paesi in cui l’acqua scarseggia (in primis India e Cina). Se dovessero persistere gli attuali modelli di consumo, entro il 2025 due terzi della popolazione mondiale vivrà in condizioni di grave difficoltà di approvvigionamento idrico. Proprio per questo, non deve sorprendere che il vice presidente della  Banca Mondiale, Ismail Seralgendin, abbia dichiarato che “la prossima guerra mondiale sarà scatenata dalla necessità di procurarsi l’acqua”.4 Inoltre, l’uso insostenibile delle risorse mondiali di acqua dolce da parte dell’industria agro-alimentare è aggravato dalla distruzione degli strati fertili del terreno. Mentre gli animali al pascolo aumentano la desertificazione globale, le monocolture, che vengono utilizzate principalmente per produrre mangime, sono responsabili della distruzione di un terzo delle terre coltivabili del pianeta.5 Ma nel momento stesso in cui si sta verificando una catastrofe planetaria, i giornali della borghesia continuano a suggerire miopi arricchimenti personali. In particolare nel The Wall Street Journal, sono  apparsi lunghi articoli nei quali venivano offerti ai lettori suggerimenti per approfittare del boom della scarsità, raccomandando di investire in acqua e in terreni agricoli.6

Perché occorre ripartire dalla decrescita

Come ricordano Marino Badiale e Massimo Bontempelli “la riproduzione allargata è inevitabile, all’interno di un’organizzazione capitalistica, perché  ne è diretta conseguenza 7”: “la concorrenza impone ad ogni capitalista individuale le leggi immanenti del modo di produzione capitalistico come leggi coercitive esterne. Lo costringe continuamente ad espandere il suo capitale per mantenerlo, ed egli lo può espandere soltanto per mezzo dell’accumulazione progressiva 8”. La riproduzione allargata è inscindibile dai meccanismi del sistema di produzione capitalistico: “tutte le circostanze che determinano la massa di plusvalore cooperano anche a determinare la grandezza dell’accumulazione”. 
Ne risulta che il capitalismo è un rapporto sociale nel quale l’allargamento continuo della produzione, la sua mancanza di ogni limite, è elemento costitutivo e fondamentale. A questo si deve necessariamente aggiungere che il capitalismo è riuscito a creare un mondo a sua immagine e somiglianza. La società dello spettacolo, lo specismo, il consumismo esasperato sono i tratti che lo caratterizzano. La sua base economica distruttiva aveva bisogno di un’ eguale cultura distruttrice  che lo sostenesse.  Ma così facendo ha posto all’ordine del giorno la catastrofe planetaria. Per contrastarla dovranno essere indissolubilmente legate le critiche agli aspetti culturali concernenti il modo di vivere e il modello di produzione. 

Oltre l’ambiente, la tendenza all’accumulazione illimitata devasta la stessa società umana. 
Il rapporto sociale capitalistico si espande in tutti gli ambiti della società, anche in quelli in cui la logica di funzionamento è totalmente incompatibile con esso (scuola, sanità ecc). 
Oggi tutte le sfere della società sono sussunte alla logica dell’accumulazione capitalistica per cui la scuola è un’azienda, l’ospedale un’azienda, lo Stato un’azienda. 
In questo quadro, una nuova forma concreta , storica, per la lotta all’espansione del capitalismo è la decrescita. Le lotte contro la devastazione della natura, le lotte delle comunità invase, le lotte in difesa del territorio contro le grandi opere, rappresentano in questa fase storica l’esplicitarsi della contraddizione del capitalismo ed hanno un carattere oggettivamente anticapitalistico (rappresentano sia un ostacolo all’espandersi del plusvalore sia una risposta culturale che quel modello di sviluppo impone). 

L’idea della decrescita è l’idea della graduale sostituzione del consumo di merci con quello di beni e servizi non mercificati. L’idea della sostituzione del consumo di beni prodotti intensivamente su larga scala e trasportati su lunghe distanze con quello di beni prodotti su piccola scala e trasportati su brevi distanze, di alti consumi di energia con bassi consumi di energia, della costruzione di nuove opere invasive del territorio, con il riuso e la sistemazione di quelle già esistenti. La difesa dell’integrità dei territori consente di bloccare l’accumulazione di plusvalore e di tutelare le condizioni degli insediamenti abitativi. Solo in questo quadro  sarebbero possibili delle vere forme di redistribuzione  perché non più subordinate al ricatto dell’accumulazione allargata.





 NOTE

1: US Central Intelligence Agency, A study of Climatological Research as it Pertains to intelligence Problems, 1974, p.31, hpp://www.climatemonitor.it/wp-content/upload/2009/12/1974.pdf.

2: Per un approfondimento si rimanda all’articolo di John M.Broder “Climate change Seen as Tret to U.S. Security” in “The New York Times”, 8 Agosto 2009, http://www.nytimes.com/2009/08/09science/earth/09climate.thml?pagewanted=all.

3: "World Day to Combat Desertification", 2009 Statement of the United Nations Convention to Combat Desertification, http:www.unccd.int/publicinfo/june17/2009/menu.php

4: Brian C.Howard "Message in a Bottle" in "E:The Enviromental Magazine", vol.XIV, n.5,settembre/ottobre 2003, p.32.

5: "World Day to Combat Desertification", cit.

6: Ben Levisohn e Jessica Silver-Greenberg, "Mining the Scarsity Boom", in "The Wall Street Journal", 16 aprile 2011, http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704336504576259330639280112.html?KEYWORDS=farmland#project%DSCARCITYBOOM110416%26articleTabs%3Darticle

7: Badiale, Bontempelli, Marx e la decrescita, Abiblio, 2010 p.28.

8: K.Marx, Il Capitale, Libro I, Editori Riuniti, Roma 1977, p.635.

9: op.cit. p. 648.







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