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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Guerra Dimenticata: Il Carnaio del Mondo Musulmano" di Riccardo Achilli
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martedì 5 marzo 2013

QUESTIONE DI CLASSE




QUESTIONE DI CLASSE
di  Renato Costanzo Gatti


Nel suo articolo Il voto e la sinistra il compagno Achilli affronta come primo tema (ed unico oggetto del mio commento) quello del rapporto tra “classe – coscienza di classe – voto”, e ne deduce che in un’epoca di coscienza di classe in eclissi, occorre operare in campagna elettorale a livello sovrastrutturale  per ottenere il consenso necessario per poter agire a livello strutturale, “almeno fino a quando la coscienza di classe non risorgerà”.
         Il discorso che fa Achilli è condivisibile ma due punti vanno, a mio parere, approfonditi.
         Il concetto di classe, ci dice Riccardo, era immediato e palpabile, fisico quando c’era il padrone delle ferriere del capitalismo industrialistico, oggi in presenza di un capitalismo finanziario mondiale il padrone delle ferriere si è smaterializzato in un fantasma che si aggira per il mondo, difficile da individuare e da colpire. Anzi le sue logiche egoistiche che premiano il gioco d’azzardo rispetto al sudore della fronte, sono entrate egemonicamente nel senso comune dei popoli, anche in quegli strati che dovrebbero naturalmente essergli nemico.
 Quante leggi e provvedimenti fiscali sono stati emessi sull’onda del “dobbiamo attrarre capitali” privilegiando l’attrazione di capitali speculativi rispetto ai capitali di investimento produttivo. Se così non fosse stato perché detassare i capital gains e non detassare il costo dell’energia? Così avremmo ancora un produttore di alluminio in Sardegna anziché cassintegrati senza futuro.
         E’ un problema culturale che occorre affrontare per fare in modo che “l’almeno fino a quando la coscienza di classe non risorgerà” non sia un auspicio, ma l’obiettivo di una politica culturale della sinistra. Una politica culturale della sinistra che poco ha da spartire con l’opinione di Riccardo che se proprio non dobbiamo fare come Grillo, dovremmo fare qualcosa di simile.
         Non entro nell’analisi del movimento 5 Stelle, posso solo sintetizzare ricordando la bellezza della democrazia che riconosce i meriti di chi ha vinto, ma agli stessi accolla l’onere del mettere a frutto i risultati ottenuti ed i positivi stimoli che l’indignazione può dare ad una politica vecchia e bolsa cui un’ondata di aria fresca non può far altro che bene.
         Esaminato il rapporto “classe – coscienza di classe” vengo ora al secondo punto, ovvero il contenuto della determinazione “classe”. Prima delle elezioni mi sono chiesto: “cosa voteranno le partite Iva?”, sappiamo che sono state preda del Pdl per decenni, ma sappiamo anche che sono state fortemente deluse dalle politiche del centrodestra. Ci sarebbe da chiedersi se fossi una partita Iva (non un professionista quale sono, ma un dipendente costretto ad aprire una partita iva solo per avere un misero lavoro) a chi mi appellerei? A chi mi rivolgerei?
         Ma la stessa domanda me la porrei se fossi un precario, uno a tempo determinato, un lavoratore a somministrazione, un part time, un sottooccupato.
         Stessa cosa se fossi un giovane alla ricerca del primo lavoro, uno che non studia e non lavora, un ricercatore a stipendio bloccato per un altro quinquennio, un sottoccupato, insomma se fossi uno di quella generazione persa.
         Ma la stessa domanda me la farei se fossi un 50enne licenziato, cassintegrato, in mobilità.
         E la stessa domanda se la porrebbe la famiglia di tutte queste figure.
         Evidentemente non hanno trovato né nel moderatismo delle politiche del Pd, né nella fascinazione di Vendola, né nell’estremismo sterile di RC la risposta alla loro domanda, e si sono rivolti al movimento 5 Stelle.
         Il punto che voglio sottolineare è : ma siamo sicuri che tutte quelle figure che abbiamo elencate sono riconducibili alla stessa determinazione di classe? E che in quella determinazione ci sono gli occupati abbastanza tutelati? I dipendenti pubblici? I portaborse della politica?
         Mi chiedo cioè se la classe lavoratrice sia esaustiva nell’includere tutte queste figure e se da esse possa nascere una “coscienza di classe” coerente e comune, senza cadere in semplici meccanicismi.
         Sono veramente dubbioso che il costringere in un’unica determinazione tutte quelle figure sia operazione azzardata, e che al contrario serva (marxianamente) ad individuare un’eventuale nuova classe.
         O meglio, e qui voglio essere provocatoriamente eterodosso, poiché penso che l’unica cosa seria venuta fuori in questa campagna elettorale sia la coppia di programmi della CGIL e della Confindustria (quest’ultima sostenuta con apprezzabile pathos dal presidente Squinzi aperto a qualsiasi soluzione purchè si riesca a rilanciare il paese e dare una prospettiva ai giovani), bene allora mi chiedo, se la politica culturale della sinistra non possa lavorare su un concetto di due mega-classi: una del mondo del lavoro produttivo, l’altra del parassitismo del capitalismo finanziario. Sarò corporativo, ma accetto critiche e suggerimenti.

3 marzo 2013


Caro Renato, intanto grazie per aver commentato il mio articolo. Solo alcune precisazioni (per il resto sono d'accordo con te): 

a) Il concetto di classe, con le sue stratificazioni interne, è visibile e percepibile anche nel contesto capitalistico attuale. E' la lotta di classe che diventa difficile, nel momento in cui continua a rivolgersi verso l'interlocutore tradizionale, ovvero le borghesie nazionali, che sono sempre più dei "terminali" di un capitalismo finanziario transnazionale e globalizzato. Questa considerazione, a mio avviso, dovrebbe peraltro anche farci rifuggere da soluzioni di ritorno ai confini nazionali (anche e soprattutto in termini monetari) per risolvere le questioni, e portarci verso una sinistra sempre più presente su scala europea, rafforzando il coordinamento fra le sinistre socialiste nazionali, per portare la proposta culturale di sinistra nel cuore delle sedi decisionali reali, che con fiscal compact e two-pack sono sempre più su scala europea; 

b) occorre essere chiari sul passaggio del mio articolo in cui dico che occorre imitare i grillini. L'imitazione dei grillini deve fermarsi esclusivamente all'identificazione degli obiettivi immediati della proposta politica, che sono obiettivi sui quali vi è un enorme consenso da parte della società nel suo insieme, consenso che non può essere lasciato al M5S, con i suoi preoccupanti aspetti di autoritarismo leaderistico e scarsa trasparenza, con le sue proposte di politica economica in fondo non molto dissimili da quelle del liberismo classico, ed incentrate, nella sostanza, in una riduzione della sfera pubblica (nella sua accezione più ampia, che include lo spazio di intervento della politica e degli organismi di rappresentanza intermedia, ovvero partiti e sindacati, nonché il perimetro della P.A.). C'è una domanda di trasparenza ed efficientamento (brutta parola) dello Stato, di democratizzazione dei partiti e dei sindacati, di maggiore partecipazione dal basso, di equità distributiva, che non possiamo lasciare a Grillo. Che a differenza di Grillo dobbiamo inserire in un progetto complessivo di ricostruzione della società, aperto, egualitario, tollerante, pacifista ed europeo: questo ci deve differenziare da Grillo. ovvero il fatto di avere un progetto complessivo di società che Grillo non ha (o se ce l'ha è per certi versi inquietante). Ma questo progetto non possiamo proporlo partendo dalle sue basi strutturali. Non verremmo capiti. Dobbiamo proporlo iniziando dalla sovrastruttura. L'imitazione di Grillo è solo nelle parole d'ordine elettoralistiche, il resto è profondamente diverso, perché le radici culturali come ben dici, sono diverse. 

c) venendo all'aspetto più complesso che sottolinei, ovvero la struttura sociale e di classe. 
Non c'è dubbio che all'interno stesso del proletariato ci siano istanze diverse, prodotte di fatto dalla sua frantumazione (che ne ha portato una quota verso processi di precarizzazione), frantumazione attribuibile a processi strutturali del capitalismo degli ultimi vent'anni (superamento del fordismo e introduzione di modelli produttivi differenzianti, processi di outsourcing e maggior articolazione delle filiere, progressiva riduzione della contrattazione collettiva a favore di schemi aziendali/territoriali, ecc.). E, en passant, spero di non rimediare insulti quando dico che una causa delle difficoltà che il sindacato attraversa è legata al fatto di ragionare ancora in termini fordisti, per cui non c'è risposta alle istanze dei precari, o vi è una risposta inadeguata ed irrealistica. Detto questo, però c'è anche un processo di proletarizzazione di strati crescenti della piccola borghesia: il dipendenti nascosto dietro la falsa partita IVA che citi, il lavoratore autonomo in regime di monocommittenza, il padroncino che in realtà è un dipendente di uno pseudo-consorzio, il commerciante in regime di franchising, sono in realtà proletari nascosti da piccoli borghesi. Pertanto, a mio avviso, da un punto di vista della strategia politica, la soluzione non è quella di differenziare e spaccare il capello in quattro, analizzando le micro istanze dei micro strati di classe (un precario rimane un proletario). Questa operazione può essere, al massimo, interessante sotto il profilo sociologico. Ma non politico. Su questo versante, occorre invece costruire un fronte popolare che metta insieme proletariato, nei suoi vari strati, con piccola borghesia proletarizzata. Su parole d'ordine che interessano il precario come il piccolo artigiano, come l'impiegato di banca o il giovane inoccupato: "pane, libertà e giustizia": prima di tutto partecipazione, reale democrazia, riduzione dei privilegi e dei costi ingiustificabili del sistema pubblico, politiche redistributive e difesa dei servizi pubblici essenziali, eguali opportunità per tutti, rilancio della crescita economica, protezione del nostro patrimonio produttivo (sia la rete delle PMI del made in Italy che ciò che resta della grande industria). Ma tutto ciò è sul piano sovrastrutturale, perché non modifica i rapporti sociali di produzione, né il modo di produzione.

3 marzo 2013


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