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domenica 10 marzo 2013

IL MAGGIOR PATRIMONIO DEL BRASILE: IL SUO POPOLO di Leonardo Boff




IL MAGGIOR PATRIMONIO DEL BRASILE: IL SUO POPOLO
di Leonardo Boff
Teologo /Filosofo

La nostra storia patria è marcata da un’eredità di esclusione che ha strutturato le nostre matrici sociali. Si è creato qui un software sociale caratterizzato dal più recente analista della nostra formazione storica, Luiz Gonzaga de Souza Lima, come uno Stato economico internazionalizzato, in una parola, la Grande Impresa Brasile, produttrice di beni per le grandi potenze coloniali e oggi globali, (La rifondazione del Brasile, 2011). Un simile fatto ha influito poderosamente sull’invenzione di una nazione sovrana. A guardar bene, siamo vittime di quattro invasioni successive che hanno reso non viabile, fino a poco tempo fa, un progetto nazionale autonomo, aperto alle dimensioni del mondo.
La prima invasione, fondante, è avvenuta nel secolo XVI con la colonizzazione portoghese. Gli indios furono soggiogati o eliminati, milioni di schiavi furono strappati all’Africa come carbone per la macchina produttiva.
La seconda invasione è avvenuta nel secolo 19º. Migliaia di emigranti europei venivano qua, alleggerendo la pressione rivoluzionaria che pesava sulle classi industriali. Essi furono considerati da quelli che già stavano qui come nuovi invasori. I loro discendenti, subito inseriti nei progetti delle case padronali, crearono zone prospere, specialmente nel sud.
La terza invasione avvenuta negli anni 30 del secolo passato fu consolidata negli anni 60 con la dittatura militare. Si è introdotta una modernizzazione conservatrice mediante l’industrializzazione di sostituzione. Essa è avvenuta in stretta associazione con il capitale transnazionale e con le tecnologie importate. Con la stessa si ribadiva la logica del nostro sviluppo dipendente, volto verso l’esterno, per produrre quello che gli altri volevano e non verso quello di cui il nostro popolo aveva bisogno. Ma si è creato uno stato nazionale forte che ha egemonizzato questo processo.
In tensione dialettica con questo sforzo, è stata elaborato pure un altro progetto rappresentato dalle masse emergenti della città e della campagna. Avevano in mente un altro tipo di democrazia che doveva rendere possibile lo sviluppo con l’inclusione e la giustizia sociale. Per sconfiggere questa proposta, le classi proprietarie hanno dato nel 1964 un golpe di classe, scatenando il braccio militare. Come conseguenza, il Brasile venne tuffato decisamente nella logica escludente del capitalismo transnazionalizzato.
La quarta invasione è avvenuta con la globalizzazione economica e con il neoliberismo politico a partire dall’innovazione tecnologica degli anni 70 del secolo 20º e dall’implosione del socialismo con conseguente omogeneizzazione dello spazio politico economico, occupato dal neoliberalismo. Siamo stati invasi dalla razionalità della globalizzazione economica e della politica neoliberale dello Stato minimo e delle privatizzazioni.
Le tesi neoliberali, nel frattempo, rifiutate dalla devastante crisi economico-finanziaria del 2008, raggiungono il cuore del sistema mondiale, mettendo tutte le economie nazionali in grandi difficoltà. Noi, grazie alle riforme alcune fatte in precedenza ma consolidate dal governo Lula/Dilma Roussef, abbiamo potuto resistere. Stiamo riuscendo a produrre un fatto inedito: mantenere il livello di impiego e garantire una crescita sostenuta anche se piccola.
Pertanto, nella nuova distribuzione internazionale del potere, il Brasile e del resto, l’America Latina sono neocolonizzati. Ci riservano il posto di esportatori di materia prima e di commodities per il mercato mondiale, creando ostacoli all’innovazione tecnologica che conferisce valore aggiunto ai nostri prodotti. Ci obbligano a essere una tavola preparata per le  fami  del mondo intero e a rimanere “sdraiato eternamente in una culla splendida”.
La nostra coscienza sociale, nel frattempo, a partire dalla metà del secolo passato, è riuscita a creare una vasta rete di movimenti sociali. Essa si è lasciata imbrigliare in una  forza politica con la creazione del PT e di altri partiti con radici popolari. Con la vittoria di Lula, prima e di Dilma Youssef poi,  si è instaurato un altro soggetto di potere che favorisce   il più vasto evento che è l’inclusione sociale dei espulsi della nostra storia.
 Questo fatto crea le basi per rilanciare l’idea di una reinvenzione del Brasile sopra altre basi che non siano le élites  proprietarie. Al centro sta il popolo.
Nonostante sia stato considerato, tante volte, rozzo contadinotto, carbone per il nostro processo produttivo, un signor nessuno, il popolo brasiliano mai ha perso l’autostima e l’ incantamento del mondo. Forse è questa,  la visione incantata del mondo,  uno dei maggiori contributi che noi brasiliani possiamo dare alla cultura mondiale emergente, così poco magica e così poco sensibile al gioco, al buonumore e alla convivenza  dei contrari.
L’antropologo Roberto de Matta ha enfatizzato il fatto che il popolo brasiliano abbia creato un patrimonio realmente  invidiabile: “tutta questa nostra capacità di sintetizzare, relazionare, riconciliare, creando con ciò luoghi e valori  legati all’allegria, al futuro e  alla speranza” (perché il Brasile è Brasile, 1986,121).
Alimentiamo sempre un orizzonte utopico promettente: vivere in questo mondo non significa essere prigionieri dei bisogni, ma essere figlie e figli dell’allegria.

Leonardo Boff ha scritto: Dopo cinquecento anni: che Brasile vogliamo? (Vozes, 2000)
Traduzione: Romano Baraglia – romanobaraglia@gmail.com


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