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martedì 13 gennaio 2015

L’UTOPIA NECESSARIA DELLA SOLIDARIETA’ PER MANTENERE DIRITTI E STATO SOCIALE di Sara Palmieri




L’UTOPIA NECESSARIA DELLA SOLIDARIETA’
PER MANTENERE DIRITTI E STATO SOCIALE
di Sara Palmieri 





Il progressivo indebolimento dello Stato sociale – inutile negarlo - è sotto gli occhi di tutti. Così come gli attacchi alla democrazia diretta che è sempre più delegata e indiretta. E quando lo Stato sociale e le stesse idee che sono alla sua base sono in declino e soffrono e la democrazia diventa liquida, ciò che ne consegue è la perdita di diritti faticosamente conquistati in secoli di lotte e il ritorno a forme di dittatura, più o meno manifeste, ma che potrebbero evolvere, dichiararsi e affermarsi come tali e che si credeva retaggio del passato.

Corsi e ricorsi storici – come, sia pure in tempi e modi diversi, è stato analizzato e sostenuto, non senza ragione, da filosofi e storici di antica fama: dal greco Polibio al romano Tito Livio, fino al fiorentino Niccolò Machiavelli e al napoletano Giambattista Vico. Non volendo rassegnarsi alla annunciata eventualità dell’anaciclosi (anakyklosis in greco) e ritenendo che l’esperienza storica e l’evoluzione e l’emancipazione dei popoli debbano pur servire a non ripetere gli stessi errori, è consigliabile, oltre che piacevole, leggere il bel
libro di Stefano Rodotà, uscito a novembre 2014 con gli Editori Laterza, dal titolo “Solidarietà” – sottotitolo – “un’utopia necessaria”, - che analizza, dispiega e va alla radice di un principio che è alla base dello Stato sociale e di ogni forma di democrazia avanzata.

Solidarietà è una parola che è tornata di moda, usata e perfino abusata, ma –   paradossalmente - mai come in questo momento storico - si è lontani dalla sua essenza soprattutto quando “viene invocata per chiudersi in cerchie ristrette, alimentando rifiuti, esclusione di ogni estraneo, con una vicenda che l’avvicina, e sovente la sovrappone, a quella di un’identità che si fa “ossessione identitaria”. 

Il principio di solidarietà, che è stato l’ispiratore di molte delle carte costituzionali – prime fra tutte la francese e molto poi l’italiana – non è più alla guida dell’azione pubblica e privata e “questa sua cancellazione - afferma nel libro il famoso giurista – si presenta come un atto di arbitrio, un’amputazione indebita dell’ordine giuridico”.
Questa parola, mutuata spesso con quella di fraternità rientrante nella triade rivoluzionaria francese insieme ad uguaglianza e libertà – si è rivelata nel tempo la più debole e quella meno accettata tant’è che “Napoleone nel suo proclama del 18 brumaio si sarebbe presentato ai francesi come il difensore di eguaglianza, libertà, proprietà”. La fraternità scompare, superata dalla proprietà “diritto di escludere gli altri da un godimento di un bene, dunque destinato a spezzare quel legame tra gli uomini che attraverso la fraternità si intende stabilire. In quel momento il diritto non è più “fraterno”, s’imbatte nella durezza del nudo potere proprietario, che separa e non unisce e così rende impossibile il vero compito affidato alla fraternità, quello di “costruire (o produrre) la Nazione, intuizione precoce del ruolo riconosciuto in tempi successivi alla solidarietà come antidoto alla frammentazione sociale”.
E così anche oggi il principio di solidarietà che tuttavia intitola un capitolo della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea è disatteso laddove le ultime politiche hanno registrato una riduzione dei diritti sociali “in nome di un indiscutibile primato della logica economica, giungendo fino a certificare “la morte dello Stato sociale” – conclusione drastica di un autorevole esponente delle istituzioni europee, che suona come pubblica dichiarazione della legittimità di politiche che degradano i diritti sociali rendendoli irrilevanti”.

L’excursus storico di Rodotà sull’essenza del principio di solidarietà – che da dovere morale diventa regola giuridica – passa, tra gli altri, anche attraverso una frase di Montesquieu scritta nel 1748: “Qualche elemosina fatta ad un uomo nudo per le strade non basta ad adempiere gli obblighi dello Stato, il quale deve a tutti i cittadini la sussistenza assicurata, il nutrimento, un abbigliamento decente e un genere di vita che non sia dannoso alla salute”.
“Lo spostamento – dice tra le altre cose Rodotà – è netto, da obbligo della ricchezza a dovere civico, da elargizione paternalistica a riconoscimento di diritti. Qui si innesta il principio di solidarietà ed emerge con nettezza la dignità della persona, che certo non può essere associata a situazioni nelle quali la persona rimane comunque subordinata alla benevolenza altrui, confinata nella dipendenza”.
E’ in questa chiave di volta del pensiero solidale la fondazione dei diritti sociali “ben prima della loro individuazione come categoria autonoma negli anni Cinquanta del secolo passato”.

Il principio di solidarietà è tale se incarna il riconoscimento di diritti e si sgancia da logiche assistenziali, caritatevoli e paternalistiche che non permettono di assicurare ad un individuo il suo diritto alla dignità e a uno stile di vita dignitoso.
Attraverso questo principio fondante e alla luce della sua più profonda e laica accezione, Rodotà analizza tutti gli ambiti relativi alla vita sociale, lavorativa ed economica, ai beni comuni, all’ambiente, ai fenomeni migratori fino a chiedersi se e quanto la solidarietà sia in grado di sopravvivere in una società dominata da individualismo e investita dal fenomeno della globalizzazione che, da un lato, ci apre al mondo e, dall’altro, ci spinge a preferire la prossimità, il vicino, il conosciuto invece che il diverso e lo straniero.

I capitoli dell’amabile testo, che si legge scorrevole e con tensione emotiva per le verità basilari ma al tempo stesso difficili da raggiungere, ambiziose e dense di ostacoli che contiene, sono undici e conducono alla conclusione finale che qui può essere semplicisticamente sintetizzata – per ovvi motivi di spazio - nella necessità di continuare a considerare la solidarietà un principio di rilievo costituzionale, che può e deve ispirare ogni azione pubblica e privata.
“Praticare la solidarietà è difficile” – ammette Rodotà. “Lo è ancora di più pensarla, quando forte è la tentazione di consegnarla a una storia che si sente finita, liberandosene quasi con un sospiro di sollievo, come se fosse ormai un peso troppo grande da portare, confinandola così tra le illusioni perdute. Ma lo vieta una realtà nella quale la solidarietà non solo resiste, ma trova persistenze forti e manifestazioni inattese”.
“Qui deve fare le sue prove un realismo non rassegnato, che segua il lungimirante itinerario costituzionale che la individua come “solidarietà politica, economica e sociale”.

“Non è questa – conclude Rodotà – una proposizione retorica ma, appunto, un principio costitutivo di una società umana e democratica, che sa individuare i principi che la fondano, e dai quali sa di non potersi separare”. 



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